KOMEINISMO SALUTISTA? NO, GRAZIE

DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

Nel komeinismo salutista che ha preso di mira il fumo e i fumatori c’è qualcosa di grottesco. È come se uno, bruciandogli la casa, si occupasse del canile. Noi usciamo in strada e inaliamo inquinamento a palate: fumi industriali, scarichi dei tubi di scappamento, polveri sottili, piogge acide. Ma nemmeno in casa i nostri polmoni sono al sicuro. Una trentina di anni fa scesi nelle fogne di Milano per un servizio sui rifiuti. Oltre a un innocente odor di merda si sentivano ogni tanto delle zaffate chimiche.
Chiesi al tecnico che mi accompagnava a che cosa fossero dovute: “Ai detersivi, soprattutto” rispose.Dopo mezz’ora che ci aggiravamo per i cunicoli, splendido manufatto ottocentesco in mattoni rossi, feci notare al tecnico che non si era ancora visto un topo. “Sono scomparsi da una decina d’anni. Non reggevano il rifiuto chimico e se ne sono andati. Si sono rifugiati nelle rogge o lungo i navigli”. Anche i topi, rifiutano le fogne, a Milano. Ma il problema è il fumo.

La questione, com’è arcinoto, si divide in due: fumo attivo e fumo passivo. Sono a confronto due diritti di libertà: quella del fumatore e quello alla salute di un soggetto terzo che non deve essere messa a rischio dall’attività del primo. Che fra questi due diritti debba prevalere il secondo è oggi pacifico e nessuno lo mette in discussione, tanto meno io, anche se la mia generazione ha passato la vita in caves piene di fumo, in ristoranti e cinemini pieni di fumo. Nel dopoguerra fumavano tutti, uomini e donne. Chi era scampato alle bombe anglo-americane e ai rastrellamenti tedeschi non si preoccupava certo per un tiro di sigaretta. E quello che oggi è sotto scacco è proprio il fumo attivo. Negli Stati Uniti parecchie aziende, prima di assumere un dipendente, gli fanno fare un esame medico per vedere se è un fumatore. Se lo è lo scartano. Questo è inaccettabile perché lede un principio di libertà elementare: quello di fare ciò che mi pare nella misura in cui non nuoccio agli altri. Che io non debba fumare in ufficio appestando i colleghi è scontato, ma nessuno ha il diritto di ficcare il naso in ciò che faccio in casa mia. Fra i miei diritti insindacabili c’è anche quello di rovinarmi la salute, se così mi garba.

Questa ossessione sul fumo deriva da un’ossessione più generale, quella della prevenzione, che si aggancia a sua volta al mito della lunghezza della vita. Mia madre ha fumato fino a 86 anni. Negli ultimi tempi era ricoverata in una casa di riposo. I medici volevano proibirle il fumo. Dissi loro: “Questa donna non ha più niente dalla vita, volete vietarle anche l’ultimo piacere perché guadagni ancora qualche mese di sofferenza?”. Così le portavo, di nascosto, un pacchetto di nazionali semplici. Quando smise di fumare capii che era finita. Morì come tutti si muore. Ma non di cancro ai polmoni. Di vecchiaia. In nome del mito della lunghezza della vita noi ci impediamo di vivere, fin da giovani. Non si può più fumare, non si può più bere, non si può ingrassare, bisogna stare a dieta, fare una mezza dozzina di controlli clinici all’anno.

E’ un’illusione, molto moderna, di poter controllare tutto. Ma in realtà, noi non possiamo controllare niente.
Il medico francese racconta nel libro “Le illusioni della medicina”, la storia di un suo paziente, M. L., grassoccio, allegro, gioviale, come sono spesso i grassi, con la tendenza a una lieve ipertensione di cui non si era mai preoccupato. Ma un giorno legge in un articolo di Le Monde i rischi cui va incontro. Corre da Bensaid che gli fa presente che si tratta solo di possibilità. M. L. insiste e il medico gli dà i farmaci appropriati e gli consiglia il tenore di vita adeguato. Ma Bensaid scopre che il suo paziente si è intristito, immalinconito.

Per farvela breve: M.L. morirà tre anni dopo per un melanoma fulminante. E Bensaid osserva: “Gli avevo avvelenato inutilmente gli ultimi anni. Lo avevo reso infelice per impedirgli di essere malato. Anzi per prevenire, nella migliore delle ipotesi, patologie del tutto ipotetiche”. Questo lo dico anche ad uso del professor Veronesi che afferma che si sono fatti straordinari progressi nella cura del cancro.
No, sono solo state anticipate le diagnosi, rovinando così una decina di anni di vita a uomini e donne che, al momento di quelle diagnosi, erano ancora, in tutto e per tutto, sani.

Se volessimo davvero condurre una vita sana dovremmo produrre di meno, consumare di meno, lavorare di meno. Ma questo è tabù. C’è il mito della crescita. Ma anche il cancro è una crescita, di cellule impazzite. Come, dentro questo mito, siamo impazziti noi. Vietato fumare.

Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
2.09.2012

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