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ITALIANO O TERRONE D’EUROPA: QUANDO L’ IDENTITA’ E’ LA STESSA

DI FRANCO CARDINI
ilgiornale.it

L’identità è ordinariamente definita come coscienza di se stessi – anzitutto «sentita» e «vissuta», ma della quale va acquisita razionale consapevolezza -: cioè della propria specificità, di quel che distingue «noi» dagli «altri»; e della gradualità dell’essere «noi» rispetto agli «altri», che sono tali secondo criteri di maggiori o minori prossimità e/o affinità.

Quindi, l’identità è per sua natura dinamica, in quanto si modifica nella storia; ed è imperfetta, in quanto nessuna comunità e nessun individuo può vantarne una assoluta, metafisica e metastorica. Ciascuna identità deve misurarsi su concreti parametri storici, spaziali, linguistico-dialettali, religiosi, antropologici, che sono a loro volta matrici identitarie.Le «identità» vanno pertanto pensate al plurale: ve ne sono di comunitarie e di individuali. La «nazionale», ad esempio, non può sacrificare la sua complessità a proposte riduttive e semplificatrici. L’idea di «nazione» si è sovrapposta difatti, magari con l’ambizione di sintetizzarle, a una serie d’«identità» precedenti non solo individuali, ma altresì familiari, cittadine, municipali, regionali: che corrispondono ad altrettanti modi di essere, di pensare, di sentire.

Bisogna inoltre tener presente che l’iter storico dell’Occidente moderno, dal Cinquecento e con maggior forza dal Settecento in poi, è stato caratterizzato da un progressivo iperatrofizzarsi dell’identità individuale, dell’ego: cui si sono andate sacrificando quelle comunitarie, considerate un ostacolo all’affermarsi sia dei poteri statali, sia della Libertà e della Volontà dell’individuo. Ancor adesso, il grande problema dell’Occidente è la difficoltà obiettiva di far convivere i princìpi dei Diritti Umani, considerati come assoluti e universali, con la Volontà di Potenza individualistica: che in determinati momenti storici si è proiettata in progetti collettivi di tipo nazionale o classistico, ma che comunque è di per sé insofferente di limiti.

Noi abbiamo difatti difficoltà a «pensare» sul serio un’identità che non sia anzitutto e soprattutto individuale. A livello comunitario, oggi molti parlano di «identità minacciata»: ma, se un’«identità» può venir senza dubbio combattuta o addirittura repressa dall’esterno, essa è tuttavia minacciata sul serio solo dal suo interno: cioè dalla carenza di autocoscienza, dall’oblìo delle tradizioni. Si autominaccia. Curando specie negli ultimi decenni la crescita della propria identità individuale, noi italiani abbiamo smarrito in gran parte la consapevolezza del nostro essere e del nostro vivere comunitario nella sua complessità. Salvo poi vederceli ricomparir davanti nelle forme del pregiudizio e della scarsa coscienza civica.

Perché siamo in effetti una nazione complessa. Siamo a dir poco «settentrionali», «centrali», «meridionali», «adriatico-ionici», «tirrenici», «isolani», ciascuno con proprie caratteristiche. La stessa lingua italiana è, in realtà, una costruzione ottocentesca. C’è poi il fatto religioso, complicato dalla crisi della religione prevalente – la cattolica -, in quanto la maggior parte dei cattolici sono soltanto sociologicamente tali; mentre bisogna tener d’altronde conto dei valori «laici» che hanno potentemente contribuito alla costruzione storica di una «nazione italiana» unitaria.

Ma il processo unitario nazionale si è realizzato da noi sulla base di scelte centralistiche di giacobina e bonapartistica memoria: coerente con la storia della Francia, da cui era nato, ma non con la nostra. Ch’è policentrica, regionale, municipale, comprensoriale, cittadina, familiare (anche le «mafie» ne fanno parte). Storia di varie «patrie», magari non granché compatibili fra loro ma profondamente e lungamente vissute, praticate, sentite, amate.

In tedesco, la patria si indica con due parole: Vaterland, la «terra degli antenati»; e Heimat, da una radice linguistica significante il segreto, l’intimo, il cuore delle cose.

La nazione italiana centralizzata si è imposta contro le tradizioni stratificate (da etruschi a greci, a celti, a longobardi, ad arabi), policentriche e regionalistiche delle genti italiche e la loro storia. Il secolo e mezzo di vita nazionale trascorso è per più versi stata una «falsa partenza» (pensiamo al tentativo di trasformarsi in grande potenza europea e al suo lungo contraccolpo, che ha diviso e ancora in parte divide le coscienze). Oggi la «seconda repubblica», se davvero è nata, ha scelto la forma federalistica: cioè ha in sostanza rifiutato un modello nel quale a lungo avevamo pur cercato e creduto d’identificarci. Va dunque costruita una nuova «identità italiana». Ciò non implica alcun rifiuto, alcun oblìo del passato: ma richiede un atteggiamento positivo ed energico di fronte alla realtà presente e alle potenzialità del futuro.

Nessuno può rinunziare alla sua Heimat profonda: la mia, per esempio, è toscana, anzi fiorentina, e cattolica. Ma la storia e la realtà attuale impongono anche quello che in tedesco si chiamerebbe il Grossvaterland, la «Grande Patria»: che per me è l’Europa, ma che io vivo da euromeridionale, da «euroterrone». Un europeo che si sente immerso nel Mediterraneo, prossimo al Vicino Oriente e all’Africa settentrionale. Tutto ciò esige sia il recupero di valori magari antichi, magari dimenticati, sia la scoperta di nuove affinità e di nuove frontiere.

Se riusciremo a vincere questa sfida, potremo parlare sul serio di una «identità italiana». A chi lo accusa di ateismo, uno dei protagonisti dei Demoni di Dostoevskji, Shatov, risponde: «Io crederò in Dio». Egli intende dire che accetterà la fede quando il popolo russo, nel suo insieme, saprà riscoprire le sue autentiche radici religiose. Ebbene: nei confronti dell’Italia, mi sento un po’ come Shatov: io crederò nell’Italia se, al di là di nostalgie e di nuovi fanatismi, sapremo riscoprirci italiani recuperando le nostre tradizioni e al tempo stesso aprendoci – i tempi nuovi lo esigono – a chi ancora italiano non è ma in buona fede e buona volontà intende diventarlo; perché il ricambio è una forma di rinnovamento storicamente indispensabile (specie in tempi di decremento demografico dovuto, sul piano delle scelte morali, al benessere e al consumismo). Solo allora potrò dire anch’io, col poeta del Novecento che più amo, lo Ezra Pound dei Canti pisani: «Credo nell’Italia; e nella sua impossibile rinascita».

Franco Cardini
Fonte: www.ilgiornale.it/
Link: http://www.ilgiornale.it/cultura/italiano_o_terrone_deuropa_quando_lidentita_e_stessa/14-01-2010/articolo-id=413566-page=1-comments=1
14.01.2010

Pubblicato da Davide

  • redme

    ..battaglia di retroguardia…… magari per il nostro Io ipertrofico ( non iperatrofico) la vecchia concezione di patria intesa come nazione è divenuta troppo stretta……..diversa situazione per la patria dell’anima o Heimat che invece diventa sempre più collante delle persone…….

  • Nellibus1985

    Bell’articolo. Saluti.

  • mendi

    Mah, sono veneto e capisco cosa significa. Capisco anche europeeo. Italiano invece è una parola vuota che non saprei come e di cosa riempire. Questo cercare con nobili parole di farci sentire e diventare tutti italiani (io direi meglio italioti) mi apre un tentativo sciocco, anzi dannoso per tutti.
    Siamo come siamo, siamo vari e diversi, va bene così. Anzi, il giorno che lo Stato Nazionale Unitario si sfalderà, sarà un gran giorno. Torneremo ad essere quello che siamo, popoli diversi che lavorano e collaborano insieme, popoli d’Europa, fieri e gelosi della loro identità.

  • nautilus55

    Grazie per la precisazione: ho letto più volte la frase e anche a me risultava “ipertrofico”. Ma come si fa a scrivere sul Giornale e fare simili errori? Anche l’uso del tedesco mi sembra un po’ maldestro, raffazzonato…

  • anonimomatremendo

    Ma é tanto difficile sentirsi semplicemente”Specie Umana” al di la dei limiti , delle frontiere e delle identitá costruite mediante un lungo e secolare processo di imposizione della societá capitalista moderna ?Il relativismo culturale non é altro che l´altro lato del falso universalismo astratto occidentale,buono solo a preparare il terreno all´ etnicizzazione dei conflitti sociali.

  • ventosa

    Quoto, ed aggiungo anima libera. Nel corso della mia vita mi sono sentito molto italiano, sentimento(forzatamente indotto già dai tempi dell’asilo) che è andato via via scemando mentre conoscevo me stesso, fino a scomparire(inteso come appartenenza).
    Devo dire che sento ancora un certo attaccamento per il territorio in cui sono nato, cresciuto e dove attualmente ancora vivo, ma questo è un’altro discorso.
    Sbaglierò, ma mi sembra un classico articolo da indottrinamento.
    Saluti.

  • stonehenge

    Io non mi sento italiano…mi sento brianzolo…questa è la mia appartenenza.
    Non posso far mie così facilmente altre culture o tradizioni solo perchè siamo tutti sotto la stessa bandiera.
    Si deve ripartire dal localismo non dal mondialismo.
    Amo le culture diverse dalla mia, ho un sacco di amici di paesi diversi, ho la lucidità di apprezzarne tutti gli aspetti, buoni e meno buoni, vivo in pace e rispetto tutti, proprio perchè ho una cultura e tradizione alle spalle…ma per favore non buttatemi nel minestrone italiano…assaggiatemi come assaggio voi…uno alla volta.

  • antsr

    Parto dal fatto che ancora oggi è presente nella realtà meridionale la ferita dell’occupazione militare… le leggi atroci emesse dal “nuovo governo italiano”, che portarono alla scelta della maggior parte della popolazione a o sopportare o emigrare (si diceva emigrante o brigante). E’ una interiorità che è viva nella maggioranza dei meridionali ed è quello che porta a vedere il governo molto spesso nemico, quindi il avere un senso dello stato è la conseguenza. Davanti alla questione meridionale che esplose allora e che ancora oggi rimane più o meno la stessa c’è sempre stato la paura, l’errore formidabile di oscurare la vera storia da parte dei governanti di sempre, di non parlarne nelle scuole per tentare una critica, una presa di coscienza di tutto ciò, della verità con tutte le sue contraddizioni… e non la favola dei 1000. Tutto questo fa si che oggi ancora di più sono presenti contraddizioni. Davanti a ciò, ad esempio, come è possibile far capire l’importanza della negatività del trattato di Lisbona a persone cui non frega niente dello stato dell’Europa, dell’essere più o meno negativo. Molti potranno rispondere: ne abbiamo già viste tanti di queste storie!

  • Rossa_primavera

    Aveva ragione il principe di Metternich:l’Italia e’ solo un’espressione
    geografica.

  • Drachen

    “chi è amico di tutti, non è amico di nessuno”.
    il vostro è un discorso puramente individualista, mascherato con buone intenzioni (anche se magari sincere).

  • anonimomatremendo

    E dove l´ hai letto che essere”amico” della “Specie Umana” significa essere amici di tutti.Ancora sei convinto che il totale é la semplice somma delle parti,beato a te. qui non stiamo parlando dell “Uomo” o di altre vuote astrazioni,qui parliamo di un´entitá biologica con sue caratteristiche peculiari….speciali,possiamo ben dire.E da li che noi veniamo,e non certo dall´orticello sotto casa.Ti faccio un esperimento mentale,immagina che arrivino degli extraterrestri a farci guerra,o che il nostro pianeta si trovi in rotta di collisione con un asteroide,che cosa ce ne faremmo “Noi” delle noste stupide divisioni interne?Un bel fico secco,cercheremmo invece di unirci tutti quanti contro il “nemico comune”.Al momento attuale,chi sono gli “Alieni”,chi e che cosa e´il vero nemico comune,il nemico che minaccia il futuro della nostra “Specie”.Noi pensiamo che sia il perdurare dello “stato di cose presente” ossia del capitalismo e delle societá classiste la vera minaccia aliena al nostro futuro.E chi non é con noi e´contro di noi,altro che amici di tutti.Ciao.

  • anonimomatremendo

    Oggi l´ Italia infatti é una portaerei proiettata sul meditarraneo.Domani quando non esisternanno né guerre né portaerei ritornerá a essere niente piu´che una penisola abitata da membri della Specie Umana del terzo pianeta del sistema solare ai margini di una delle infinite galassie che popolano l´ Universo.

  • ventosa

    Sono daccordo con te. Ma non si tratta di eesere amici, che tanto gli amici non te li puoi scegliere(o cel’hai, o non ce l’hai), si tratta di rispettare per essere rispettati. Nelle piccole comunità dove per grandi linee c’è questa situazione, funziona, non c’è bisogno di tante leggi e coercizioni. Non c’è altra strada, secondo me, anche se so che non vivrò abbastanza per poter vedere un mondo simile. Però ci credo.
    E’ chiaro che, nel frattempo, non sto certo a girarmi i pollici porgendo l’altra guancia.
    Saluti