ISLANDA: LEZIONI DAL CATACLISMA ECONOMICO

DI EVA JOLY
globalresearch.ca

Brown, Barroso e Strauss-Kahn mostrano di non aver imparato niente dall’ondata di fallimenti delle banche islandesi.

Dal G8 al G20, molti capi di stato e di governo sembrano ansiosi di ripetere che niente sarà più come prima. Il mondo sta cambiando ed è stato sconvolto dalla crisi; secondo loro, anche il modo di pensare e agire in termini di norme finanziarie, relazioni internazionali e aiuto allo sviluppo deve quindi cambiare. Molti esempi contraddicono però queste belle frasi, e uno di quelli più importanti è la situazione in cui si trova adesso l’Islanda, dopo l’implosione del suo sistema creditizio e la nazionalizzazione urgente delle sue tre banche più importanti (Kaupthing, Landsbanki e Glitnir). Questo piccolo paese di soli 320.000 abitanti è schiacciato da un debito di vari miliardi di euro, che non ha assolutamente niente a che vedere con la stragrande maggioranza della popolazione e che la nazione non è in grado di rimborsare.Ho cominciato a interessarmi all’Islanda in qualità di consulente nelle indagini sulle cause del fallimento delle sue banche, origine di tutti i guai del paese. Non parlerò però delle indagini, ma di qualcosa che ne è alla base; e non sono comunque in alcun modo il portavoce delle autorità islandesi, le cui responsabilità negli avvenimenti non sono certo trascurabili (il precedente governo era stato addirittura sciolto dopo la netta condanna dell’opinione pubblica per la gestione poco trasparente delle istituzioni, considerata la causa scatenante di tutti i problemi attuali). Spinta dalla sorte del popolo islandese, meritorio e amabile, e dalla totale assenza di discussione nei media europei sul loro futuro, ho semplicemente voluto attirare l’attenzione sui grandi problemi che non sono confinati alle sponde dell’isola. L’attitudine irresponsabile di alcuni paesi, dell’UE e del FMI sul collasso dell’economia islandese dimostra la loro incapacità a trarre una lezione dai drammatici eventi che hanno minato il modello economico di riferimento: l’eccessiva liberalizzazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, che gli stessi leader politici avevano in gran parte contribuito a creare.

Per cominciare, esaminiamo le richieste del Regno Unito e dei Paesi Bassi, danneggiate dal fallimento delle banche islandesi perché, pur essendo state almeno in parte messe in guardia sui rischi che incombevano su tali istituzioni, avevano accolto a braccia aperte le loro filiali o sussidiarie. Dunque, i due stati chiedono adesso all’Islanda di rimborsare somme astronomiche (oltre 2,7 miliardi di euro al Regno Unito e 1,3 miliardi di euro ai Paesi Bassi) con interessi del 5,5%, partendo dal principio che il paese aveva la responsabilità di garantire i fondi depositati presso Icesave, il settore online di Landsbanki, che offriva tassi insuperabili. Inglesi e olandesi avevano deciso di garantire i depositi non fino a 20.000 euro, come previsto dalle legislazioni europea e islandese (il governo locale, che subito dopo la nazionalizzazione delle banche aveva dichiarato di garantire solo i depositi effettuati nel paese, non avrebbe potuto comunque far fronte a un tale impegno), ma fino a 50.000 o 100.000 euro. Le misure adottate per imporre tali garanzie sono d’altra parte assolutamente scandalose.

Ai primi di ottobre il Regno Unito aveva deciso di congelare i beni non solo della Landsbanki ma anche della Kaupthing Bank, che non aveva alcun legame con la Icesave, ricorrendo alle sue leggi antiterrorismo. Gl’inglesi avevano così inserito gl’islandesi, loro alleati nella NATO, tra organizzazioni tipo al-Qaeda… E da allora sembrano star usando tutta la loro influenza per fare in modo che all’Islanda non venga fornito nessun reale aiuto internazionale fino a quando le richieste non saranno state soddisfatte. Gordon Brown ha d’altro canto dichiarato in parlamento che sta lavorando “con il FMI” per decidere quanto il Regno Unito può esigere all’Islanda. Lo stesso FMI non si è contentato nel frattempo di sospendere gli aiuti a disposizione del paese, ma le ha assortite di condizioni che persino in un romanzo sarebbero giudicare oltraggiose.

Un esempio è l’obiettivo di portare a zero il deficit pubblico islandese entro il 2013, impossibile da raggiungere ma tuttavia foriero di larghi tagli in aree essenziali (ad esempio l’istruzione, la sanità, o la previdenza sociale). Nel complesso sarebbe difficile definire più accomodante l’attitudine dell’UE e degli altri paesi europei; la Commissione europea ha infatti decisamente appoggiato la posizione inglese, e il suo presidente ha annunciato a novembre che non vi saranno più aiuti europei fino a quando non sia stato risolto il caso Icesave. È vero che Barroso – troppo preso dalla sua campagna elettorale e preoccupato all’idea di perdere l’appoggio del suo principale sostenitore, Londra – ha la testa altrove. Persino i paesi scandinavi, sempre in prima linea nella solidarietà internazionale, brillano per la loro mancanza di reazioni di fronte al ricatto, cosa che mette in una diversa luce la generosità dei contributi promessi.

Brown sbaglia quando scarta ogni responsabilità sua e del suo governo. In primo luogo ha una responsabilità morale, in quanto è stato tra i primi a proporre un modello che è andato, come possiamo ora constatare, a pezzi; ma ha anche una responsabilità reale in quanto non può farsi scudo dello stato giuridico di Icesave – fatto dipendere formalmente dalle autorità bancarie islandesi – e affermare che il Regno Unito non ha i mezzi e il diritto di monitorarne le attività. Qualcuno può veramente credere che un pugno di uomini a Reykjavik avrebbe potuto controllare in modo efficace le attività di una banca nel cuore della City? Bisogna inoltre tener presente che le direttive europee sui conglomerati finanziari sembrano indicare che gli Stati membri dell’UE che autorizzano le istituzioni di paesi terzi a stabilirsi sul proprio territorio devono assicurarsi che le autorità dei paesi di origine garantiscano un livello di controllo pari a quello previsto dalla legislazione europea. Durante la crisi finanziaria, non c’è quindi stato per caso un errore delle autorità inglesi su questo punto (cosa che non sarebbe particolarmente sorprendente, tenuto conto dei “risultati” di altre banche inglesi, in nessun modo legate all’Islanda)? In tal caso, l’iperattivismo di Brown contro un piccolo paese potrebbe giustificarsi con il desiderio di apparire potente agli occhi del suo elettorato e dei contribuenti, le cui perdite non possono essere cancellate. Le istituzioni islandesi hanno ovviamente una gran parte di responsabilità in questo affare, ma questo vuol forse dire che bisogna ignorare le enormi responsabilità delle autorità inglesi, scaricando tutte le colpe sulle spalle del popolo islandese?

L’Islanda, la cui sola fonte d’entrate è ora rappresentata dalle esportazioni, non sarà sicuramente in grado di rimborsare i debiti. L’accordo Icesave, su cui il parlamento dovrebbe pronunciarsi tra poco, imporrà al paese un debito di 700 miliardi di sterline, 5,6 trilioni di dollari USA. L’isola non potrà rimborsare la somma in meno di cinque anni, con i deficit nazionali in crescita a un ritmo più vivace che mai, anche nel caso delle grandi potenze: ancora una volta UK e USA ci forniscono ottimi esempi. Se non viene adottato un nuovo approccio, Europa e FMI si apprestano a compiere un nuovo misfatto: ridurre in miseria un paese il cui indice di sviluppo umano era salito in poche decadi al primo posto nel mondo… La conseguenza è che gl’islandesi – in massima parte molto qualificati, plurilingue e con forti legami professionali coi paesi nordici, dove si integrano con estrema facilità – stanno già cominciando ad emigrare: alla fine FMI, Regno Unito e Paesi Bassi non riusciranno comunque a farsi rimborsare. L’Islanda resterà con poche migliaia di pescatori in pensione, con le sue risorse naturali e con una posizione strategica a portata di mano del migliore offerente: ad esempio, la Russia potrebbe trovare l’opportunità interessante.

Ma ancora adesso esistono soluzioni alternative. In effetti i paesi dell’Unione europea potrebbero trovare un meccanismo per portare in luce le proprie responsabilità nella situazione attuale, per migliorare la regolamentazione dei mercati finanziari e al limite per farsi carico – cosa che la legislazione europea non proibisce – di una parte del debito, avendo fallito nel loro ruolo di supervisione del sistema bancario. Potrebbero anche offrirsi di aiutare l’Islanda, che non ha ovviamente sufficiente esperienza nel settore, ad analizzare dettagliatamente le cause del disastro per capire che cosa è veramente successo. Potrebbero anche cogliere l’occasione per cominciare a discutere la creazione di un servizio pubblico europeo d’indagine che si faccia carico dei crimini transnazionali, particolarmente di quelli finanziari, cosa che ancora una volta la legislazione europea non impedisce. Il FMI e il suo direttive potrebbero anche cogliere l’opportunità per riesaminare a fondo le condizioni che assortiscono i loro prestiti, rendendoli più realistici, più orientati sul lungo termine, più sensibili almeno a qualche problema sociale. Potrebbe essere un primo passo verso una vera riforma delle istituzioni multinazionali di questo tipo e delle procedure di solidarietà internazionale, e, per quel che concerne Strauss-Kahn, un’occasione per lasciare il segno come direttore del FMI.

Impegnarsi in un tale dibattito richiederebbe ovviamente un sacco di tempo ed energia, e molta attenzione (soprattutto nel Parlamento europeo dove nei prossimi mesi verranno tenute varie discussioni). La presidenza svedese dell’UE, tuttavia, non sembra avere fretta di migliorare la normativa dei settori finanziari, e i pertinenti comitati del Parlamento sono dominati, oggi più che mai, dai liberali, in particolare da quelli inglesi. Ci sono tutti gli strumenti e i mezzi per un vero progresso; una catastrofe come quella che ha colpito l’Islanda potrebbe in ultima analisi dar vita a una reazione internazionale significativa, e non solo alle ciniche e irresponsabili pressioni che ancora oggi possiamo rilevare.

Eva Joly è consulente nell’indagine sul fallimento delle banche islandesi, membro del Parlamento europeo, ex Giudice d’istruzione in Francia (la sua indagine più famosa è quella su Elfi Aquitaine), ed ex consulente del governo norvegese sulla corruzione. È inoltre membro fondatore del The Tax Justice Network.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14683
7.08.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO

Questo articolo è stato pubblicato il 1 agosto 2009 in Le Monde (Francia), in Aftenposten (Norvegia) e in The Morgunbladid (Islanda). Global Research ha pubblicato il testo completo in inglese dell’articolo inviatoci dall’autore, e The Daily Telegraph una versione riassunta e modificata.

19 Commenti
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vic
vic
21 Agosto 2009 0:55

Sorge un atroce dubbio: e se i famosi globalisti sono al lavoro per eliminare chi gli da’ fastidio, cioe’ e’ troppo democratico, troppo istruito, troppo poco bellicista, come appunto l’Islanda? Pragmaticamente basta dare una veloce occhiatina la’ dove l’impero ha detto di volerla esportare, la democrazia, per capire come la intendono costoro. E poi? Cui prodest un’Islanda in ginocchio? Non sara’ che centri pure il fatto che gli islandesi energeticamente stanno prendendo strade troppo alternative? O centrano i diritti di pesca? Vattelapesca cittadino, non te lo diranno mai!

vainart
vainart
21 Agosto 2009 0:56

Ma il cambio valuta è stato fatto in previsione della caduta del dollaro? da 700 miliardi di sterline a 5 trilioni di dollari…??? mah, boh!!!

GiuseppeManeggio
GiuseppeManeggio
21 Agosto 2009 4:54

Qualcuno perifrasava additandola come “la perfida Albione” e non se ne può che constatarne anche oggi, ma c’è un grossa colpa che grava anche sul popolo islandese reo di non aver impedito che decenni di governi filo atlantisti e iper liberisti depredassero le loro risorse energetiche (per chi vuole approfondire http://savingiceland.puscii.nl/?language=it) e imponessero normative economiche che sono state una sorta di laboratorio per i criminali della finanza anglo americana.
La vedo dura per quella fantastica terra di ghiacci e vulcani. Il cappio al collo se lo sono fatti mettere recentemente con i prestiti del FMI rifiutando gli aiuti di Putin.

maumau
maumau
21 Agosto 2009 5:22

Se per questo anche 700miliardi mi sembrano troppi se ha un Pil di massimo 4miliardi di euro per rimborsare simile debito di metterebbero qualche millennio altro che 5anni… forse volevano dire 7miliardi di dollari visto che deve 2,7 miliardi di euro al Regno Unito e 1,3 miliardi di euro ai Paesi Bassi a me invece viene un dubbio più atroce..ed è la fine che potremmo fare noi se non ci peghiamo ai diktat finanziari internazionali infatti ricordiamo che l’Islanda fino all’ultimo si è opposta al capestro dell’FMI e si stava per far prestare i soldi dalla Russia..poi pare si sia tutto bloccato..sarebbe stato uno smacco terribile essendo un paese NATO e sicuramente ci sarebbero state ripercussioni militari… ma sicuramente sotto c’erano delle nascoste delle simpatie per la Russia ed sempre un maggiore mancoltento verso il dominio militare Nato nel paese(appunto essendo istruiti e non bellicisti se ne sono accorti di che tipo di dominio attuano USA e UK con le basi NATO teoricamente a protezione dello stato non si sa da cosa,mentre in vero è una occupazione militare soft!) Ci metteranno poco a sfollare l’isola ,nel caso lo volessero ,basta ridurre alla fame i suoi abitanti(cosi’ come hanno sfollato le… Leggi tutto »

marcop
marcop
21 Agosto 2009 6:30

Formula matematica certa: Eliminare il problema = Eliminare le elites

gamma5
gamma5
21 Agosto 2009 6:41

Questa crisi e figlia del debito, dall’extracomunitario che ha fatto un mutuo al 100% per comprarsi un monolocale di 50 mq fino agli stati sovrani i cui governi per comprarsi il quieto vivere del popolino addormentato da calcio e veline spendono i prestazioni sociali + di quello che incassano con le tasse, adesso finalmente siamo arrivati alla resa dei conti, spero solo che non si arrivi al chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto.

MrAsh
MrAsh
21 Agosto 2009 8:21

è un tema ormai vecchio , e la storia dimostra che non è un equazione.

piuttosto direi che dobbiamo cambiare i condizionamenti sociali l’educazione e i valori che portano a questo tipo di ambizione, invero direi che dobbiamo cambiare noi stessi , smantellare gli strati sociali e capire che tutti hanno le stesse esigenze , dobbiamo reimparare a vivere la comunità trasponendo la stessa in qualcosa di più ampio in una collettività globale .

non c’è differenza dall’ambizione di un boss e qualla di un menager entrambi cercano di realizzare quello per cui sono stati educati e condizionati.Se non eliminiamo i condizionamenti di fondo della nostra società e la cambiamo radicalmente si formerranno sempre nuove elite.
Il contenzioso Marx -Baukinin sta proprio in questi concetti:secondo Baukinin Marx fa un grave errore quando crede che l’operaio arrivato al potere e al controllo dell’istituzione non cambia e mantega i valori operai invece di trasformarsi a sua volta in un elite.

se non smantelliamo l’organizzazione piramidale della società el’accentramento di potere il sangue può scorrere a fiumi ma le cose non cambiano se non nella forma.

TOSHIRO
Utente CDC
21 Agosto 2009 8:39

Maumau fà previsioni catastrofiche, ma gli si può dare torto? Abbiamo visto con quale disinvoltura (e quale arroganza!) i ‘guardiani della demoKrazia’ si siano ‘bevuti’ il patrimonio immobiliare dei vari enti pubblici (a proposito; pubblici vuol dire ancora del popolo?), in perfetta ‘LEGALITA’ ‘, senza proteste e soprattutto senza nessun dubbio (naturalmente, stanno lì per difendere i ‘nostri’ interessi ed i ‘nostri’ diritti). Siamo arrivati oramai al punto che l’unica domanda seria è: “a che cosa tocca ora?”. Ricordo un grande giornalista, Andrea Barbato, che qualche anno addietro, durante una breve spazio serale (credo si chiamasse LA CARTOLINA), commentando la stagione (!!!) delle privatizzazioni che, minacciosamente cominciava a profilarsi sull’orizzonte italiano; chiese agli ascoltatori (naturalmente quelli ‘INTERESSATI’), ma voi volete vendere i beni pubblici e come fate NON SONO MICA I VOSTRI! Dov’è ora quella saggezza? e dov’è quel senso dello STATO (questo maiuscolo tutto)?

MrAsh
MrAsh
21 Agosto 2009 8:53

non è cosi semplice . siamo passati in poco più di una generazione da una cultura del risparmio ad una cultura del debito(probabilmente a causa della saturazione del mercato)abbiamo prodotto unicamente per incentivare un consumo scriteriato perchè il consumo è la benzina che fa andare il motore(la maggior parte della tecnologia viene venduta quando ormai e obsoleta , le cose vengono costruite per non durare, abbiamo una scelta di migliaia di saponi o cibi in scatola anche se abbiamo perso l80% della diversità biologica etc). dopo la seconda guerra mondiale i governi hanno capito che come erano riusciti a finanziarsi la guerra cosi potevano finanziare lo stato in tempo di pace , cosi con il benestare dei “finanziatori” abbiamo cominciato la politica del debito.( a livello statale)una volta in mutande come si poteva far si che ci fosse benzina nel motore?le persone dovevano continuare a consumare cose inutili e superflue , qui nasce la cultura del debito privato “io esisto se consumo” fino ad arrivare ad indebitarci per andare in vacanza in un posto sporco e superaffolato soltanto per dire “io c’ero”, o per avere il cellulare di moda(obsoleto al momento dell’acquisto) o la macchina che fa i 280km(con limiti… Leggi tutto »

Tonguessy
Tonguessy
22 Agosto 2009 1:32

Non si capisce come una popolazione di pacifisti e intellettuali come quella descritta dall’articolo si sia fatta fregare cosi’. Forse che tanto intellettuali dopo tutto non sono? Forse che anche loro hanno approfittato del boom speculativo e si sono riempiti i portafogli al momento giusto salvo poi lamentarsi e accusare “le istituzioni” quando l’aria e’ cambiata? E non e’ un po’ cosi’ dovunque, ci freghiamo le mani quando i vari comitati di affari ci propongono lucrosi (anche se tipicamente immorali) affari salvo poi lamentare la mancanza di etica quando questa si accompagna ad una cospicua perdita di qualsivoglia tipo? Do you remember Gomorra?

Tonguessy
Tonguessy
22 Agosto 2009 1:44

Esattamente. Senza scomodare Bakunin il piu’ recente Jared Diamond ne parla con toni molto critici nel suo saggio di qualche anno fa
http://www.awok.org/worst-mistake/
E’ una visione che mi ha profondamente colpito. Di seguito ho letto anche John Zerzan (Primitivo futuro): i suoi scritti sono disponibili in rete, cerca con google e sappimi dire.
Il vero problema e’ che le masse (la base della piramide sociale) sono tenute in condizioni di indigenza intellettuale, mentre i vertici hanno un’espressione monocorde e ripetono il solito mantra del Progresso, della Civilta’, della Scienza, del Benessere, della Tecnologia etc… e si tengono ben saldi i cani da guardia (sistema giudiziario e repressivo) che da sempre funziona come ottimo deterrente.
Niente da dire: il sistema e molto ben congegnato.

myone
myone
22 Agosto 2009 7:17

Si sono fatti infinocchiare, e molti ci hanno pure guadagnaro, i mali sono due:

1) Un paese non dovrebbe permettere oltre i lor bisogni bisnes speculativi, prima o poi ci smeni.
2) Il male ricade sulla gente, e la mette in malo modo, senza avergli chiesto nulla, ma portandoci feccia e basta. Talgiarlgi i colgioni sarebbe poco, a occhi chiusi, chi c’era e chi ha le mani in pasta, alla mano, zaccc.
L’ importante poi, sapendo di certo come andrebbero a finire le cose, perche’ e’ gente navigata e conosce diritto e rovescio di queste cose,
il fatto ri far pendere un debito su un paese, non e’ da poco.
Difficile spodestarlo, ma tenendolo sotto pressione, poco a poco se ne priva la propia forza e ricchezza,
e lo si fa’ diventare terreno di cultura di altro, dove l’ intento di sottomettere e specularci, e’ la primaria funzione.

MrAsh
MrAsh
22 Agosto 2009 9:07

ti ringrazio per le dritte :p mi metto subito a leggere .

congegnato bene ma comunque labile , qualsiasi struttura sociale non sta in piedi senza le fondamenta i gradini più alti hanno bisogno dei gradini più bassi per stare in alto , il potere delle masse e occultato come dici tu dall’indigenza intellettuale , la partita la stiamo perdendo nella formazione nell’educazione nei modelli sociali e nelgi status simbol , ma non vuol dire che sia gia persa , noi siamo asueffati da un stile di vita ipocrita e scriteriato …ma chi deve nascere ? non ha assefuazioni non ha abitudini e nessun stile di vita , credo che il nostro vero compito sia questo, la formazione delle nuove generazioni non può essere lasciata in mano a questo sistema, dobbiamo cercare di creare una consapevolezza e una sensibilizzazione in grado di far cambiare rotta a chi dopo di noi , i nostri interessi personali non contano , conta solo terra nel suo complesso umanità compresa dobbiamo arrivare ad avere un interesse unico non tanti piccoli interessi personali.

MrAsh
MrAsh
22 Agosto 2009 9:27

Condivido pienamente l’inviduazione della svolta col passaggio dalla caccia all’agricoltura di Jared Diamond .
Con l’agricoltura l’uomo diventa sedentario , comincia ad accumulare proprietà e risente della necissità di difendere tali proprietà , questo e sicuramente il più grande stravolgimento il cambio di rotta che ha portato alla costituzione delle società moderne , e sono convinto che dobbiamo rivalutare l’approccio alla vita dell’uomo nomade e cacciatore.
Quello che mi chiedo e che mi sono sempre chiesto , e se mai abbiamo avuto scelta.IL nostro pilota automatico(incoscio) e molto pigro e si adatta facilmente alle abitudini , un cambiamento di tale portata , la scoperta di un nuovo strumento quale l’agricoltura non può(credo) non esser stato innescato da un bisogno da un istinto molot potente , la sopravvivenza.probabilmente senza agricoltura saremmo sulla via dell’estinzione.
(adesso vado a scoprire jhon zerzan , grazie e a presto).

Tonguessy
Tonguessy
22 Agosto 2009 15:03

“probabilmente senza agricoltura saremmo sulla via dell’estinzione”. Non è dato sapere. Forse l’agricoltura è nata dallo spavento di qualche carenza alimentare, e l’uomo si è subito dato alla sedentarietà per tentare di arginare la penuria di cibo. O forse l’uomo stesso si è convinto che non valeva la pena di vivere liberi e ricattabili da Madre Natura e 20.000 anni fa decise che era preferìbile vivere ricattati da qualche re, principe o presidente e conservare una parvenza di sicurezza alimentare. Chi lo sa? Fatto sta che oggi l’alienazione da tempi di lavoro ha raggiunto soglie inimmaginabili. Fortunatamente la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro, mica sull’alienazione (o la Felicità come suggerisce la Costituzione USA…e infatti lì sono tutti molto felici).
Ciao e a presto

Tonguessy
Tonguessy
22 Agosto 2009 15:05

Uno splendido esempio di teatro dell’assurdo….

MrAsh
MrAsh
23 Agosto 2009 8:56

non sono riuscito ad approfondire jhon zerzan , anche se devo dire che ho una certa affinità con tale pensiero.Come gia ti dicevo in un altro post ho avuto un cambio di prospettiva col passare degli anni , ma in verità ero molto vicino a questo pensiero .Il mio cambio di prospettiva sta nel fatto che trovo l’idea di riproporre un sistema tribale molto distante dalle possibilità reali di cambiamento.In efetti tendiamo a dare la colpa agli strumenti piuttosto che a incolparci per come li utiliziamo. Per fare un esempio:oggi si potrebbe liberare l’uomo dalla maggior parte dei “peggiori” lavori ovvero quelli più ripetitivi a abberranti con l’uso delle macchine , noi vediamo in questo un grave pericolo perchè secondo la morale cristiana del lavoro e quindi secondo i nostri condizionamenti sociali non si può vivere sensa lavorare.In verità noi abbiamo il potenziale di creare una nuova società tecnica molto più vicina alle esigenze umane .Non credo si possa fermare lo sviluppo tecnico per fattori intrinsechi alla natura umana , noi non siamo lupi non abbiamo zanne , tutto quello che abbiamo ed abbiamo sempre avuto è la tecnica.Eliminare la tecnica significa eliminare gli strumenti più basilari per la caccia… Leggi tutto »

Tonguessy
Tonguessy
23 Agosto 2009 15:00

“oggi si potrebbe liberare l’uomo dalla maggior parte dei “peggiori” lavori ovvero quelli più ripetitivi a abberranti con l’uso delle macchine”.
Ah, il vecchio mito secondo cui le macchine salverebbero l’uomo dalla schiavitù del lavoro….pensa che nel medioevo erano impegnati nei lavori agricoli circa il 60% della forza lavoro dell’epoca. Oggi siamo attorno al 2% e grazie alla meccanizzazione ci sono pure raccolti migliori. Quindi il restante 58% dovrebbe starsene a godersi la vita, no? Peccato che parallelamente alla diminuzione dell’occupazione in agricoltura (che offre sostentamento alimentare) sia nato il terziario (che non offre sostentamento di alcun tipo, se non alle elites economiche) che assorbe via via sempre più addetti. Terziario avanzato, è il Mercato my friend, la progressione che penalizza produttore e consumatore e premia l’intermediazione….questo ci fa così fichi agli occhi dei bonobo.
Grazie per il link, è sempre un piacere ascoltare Chomsky

MrAsh
MrAsh
23 Agosto 2009 20:30

Non per colpa della tecnica se il terziario si e creato , ma bensi della concezione umana . Non e un mito , e solo non applicabile nel sistema sociale attuale (cosi come in quelli precedenti) , ovviamente il problema sta proprio nella nostra cultura , chi non vuol perdere il proprio status quo lotta in continuazione cercando di frenare i cambiamenti tutte quelle istituzione che dovrebbe essere neutrali , le istituzioni politiche e religiose lottano contro il progresso (quello vero , quello umano) tutte queste istituzioni estendono il loro potere coercitivo per dividere e ottenebrare , è il sistema che va smantellato non le nostre capacità.(imo)