ISLANDA: LEZIONI DAL CATACLISMA ECONOMICO

blank

DI EVA JOLY
globalresearch.ca

Brown, Barroso e Strauss-Kahn mostrano di non aver imparato niente dall’ondata di fallimenti delle banche islandesi.

Dal G8 al G20, molti capi di stato e di governo sembrano ansiosi di ripetere che niente sarà più come prima. Il mondo sta cambiando ed è stato sconvolto dalla crisi; secondo loro, anche il modo di pensare e agire in termini di norme finanziarie, relazioni internazionali e aiuto allo sviluppo deve quindi cambiare. Molti esempi contraddicono però queste belle frasi, e uno di quelli più importanti è la situazione in cui si trova adesso l’Islanda, dopo l’implosione del suo sistema creditizio e la nazionalizzazione urgente delle sue tre banche più importanti (Kaupthing, Landsbanki e Glitnir). Questo piccolo paese di soli 320.000 abitanti è schiacciato da un debito di vari miliardi di euro, che non ha assolutamente niente a che vedere con la stragrande maggioranza della popolazione e che la nazione non è in grado di rimborsare.Ho cominciato a interessarmi all’Islanda in qualità di consulente nelle indagini sulle cause del fallimento delle sue banche, origine di tutti i guai del paese. Non parlerò però delle indagini, ma di qualcosa che ne è alla base; e non sono comunque in alcun modo il portavoce delle autorità islandesi, le cui responsabilità negli avvenimenti non sono certo trascurabili (il precedente governo era stato addirittura sciolto dopo la netta condanna dell’opinione pubblica per la gestione poco trasparente delle istituzioni, considerata la causa scatenante di tutti i problemi attuali). Spinta dalla sorte del popolo islandese, meritorio e amabile, e dalla totale assenza di discussione nei media europei sul loro futuro, ho semplicemente voluto attirare l’attenzione sui grandi problemi che non sono confinati alle sponde dell’isola. L’attitudine irresponsabile di alcuni paesi, dell’UE e del FMI sul collasso dell’economia islandese dimostra la loro incapacità a trarre una lezione dai drammatici eventi che hanno minato il modello economico di riferimento: l’eccessiva liberalizzazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, che gli stessi leader politici avevano in gran parte contribuito a creare.

Per cominciare, esaminiamo le richieste del Regno Unito e dei Paesi Bassi, danneggiate dal fallimento delle banche islandesi perché, pur essendo state almeno in parte messe in guardia sui rischi che incombevano su tali istituzioni, avevano accolto a braccia aperte le loro filiali o sussidiarie. Dunque, i due stati chiedono adesso all’Islanda di rimborsare somme astronomiche (oltre 2,7 miliardi di euro al Regno Unito e 1,3 miliardi di euro ai Paesi Bassi) con interessi del 5,5%, partendo dal principio che il paese aveva la responsabilità di garantire i fondi depositati presso Icesave, il settore online di Landsbanki, che offriva tassi insuperabili. Inglesi e olandesi avevano deciso di garantire i depositi non fino a 20.000 euro, come previsto dalle legislazioni europea e islandese (il governo locale, che subito dopo la nazionalizzazione delle banche aveva dichiarato di garantire solo i depositi effettuati nel paese, non avrebbe potuto comunque far fronte a un tale impegno), ma fino a 50.000 o 100.000 euro. Le misure adottate per imporre tali garanzie sono d’altra parte assolutamente scandalose.

Ai primi di ottobre il Regno Unito aveva deciso di congelare i beni non solo della Landsbanki ma anche della Kaupthing Bank, che non aveva alcun legame con la Icesave, ricorrendo alle sue leggi antiterrorismo. Gl’inglesi avevano così inserito gl’islandesi, loro alleati nella NATO, tra organizzazioni tipo al-Qaeda… E da allora sembrano star usando tutta la loro influenza per fare in modo che all’Islanda non venga fornito nessun reale aiuto internazionale fino a quando le richieste non saranno state soddisfatte. Gordon Brown ha d’altro canto dichiarato in parlamento che sta lavorando “con il FMI” per decidere quanto il Regno Unito può esigere all’Islanda. Lo stesso FMI non si è contentato nel frattempo di sospendere gli aiuti a disposizione del paese, ma le ha assortite di condizioni che persino in un romanzo sarebbero giudicare oltraggiose.

Un esempio è l’obiettivo di portare a zero il deficit pubblico islandese entro il 2013, impossibile da raggiungere ma tuttavia foriero di larghi tagli in aree essenziali (ad esempio l’istruzione, la sanità, o la previdenza sociale). Nel complesso sarebbe difficile definire più accomodante l’attitudine dell’UE e degli altri paesi europei; la Commissione europea ha infatti decisamente appoggiato la posizione inglese, e il suo presidente ha annunciato a novembre che non vi saranno più aiuti europei fino a quando non sia stato risolto il caso Icesave. È vero che Barroso – troppo preso dalla sua campagna elettorale e preoccupato all’idea di perdere l’appoggio del suo principale sostenitore, Londra – ha la testa altrove. Persino i paesi scandinavi, sempre in prima linea nella solidarietà internazionale, brillano per la loro mancanza di reazioni di fronte al ricatto, cosa che mette in una diversa luce la generosità dei contributi promessi.

Brown sbaglia quando scarta ogni responsabilità sua e del suo governo. In primo luogo ha una responsabilità morale, in quanto è stato tra i primi a proporre un modello che è andato, come possiamo ora constatare, a pezzi; ma ha anche una responsabilità reale in quanto non può farsi scudo dello stato giuridico di Icesave – fatto dipendere formalmente dalle autorità bancarie islandesi – e affermare che il Regno Unito non ha i mezzi e il diritto di monitorarne le attività. Qualcuno può veramente credere che un pugno di uomini a Reykjavik avrebbe potuto controllare in modo efficace le attività di una banca nel cuore della City? Bisogna inoltre tener presente che le direttive europee sui conglomerati finanziari sembrano indicare che gli Stati membri dell’UE che autorizzano le istituzioni di paesi terzi a stabilirsi sul proprio territorio devono assicurarsi che le autorità dei paesi di origine garantiscano un livello di controllo pari a quello previsto dalla legislazione europea. Durante la crisi finanziaria, non c’è quindi stato per caso un errore delle autorità inglesi su questo punto (cosa che non sarebbe particolarmente sorprendente, tenuto conto dei “risultati” di altre banche inglesi, in nessun modo legate all’Islanda)? In tal caso, l’iperattivismo di Brown contro un piccolo paese potrebbe giustificarsi con il desiderio di apparire potente agli occhi del suo elettorato e dei contribuenti, le cui perdite non possono essere cancellate. Le istituzioni islandesi hanno ovviamente una gran parte di responsabilità in questo affare, ma questo vuol forse dire che bisogna ignorare le enormi responsabilità delle autorità inglesi, scaricando tutte le colpe sulle spalle del popolo islandese?

L’Islanda, la cui sola fonte d’entrate è ora rappresentata dalle esportazioni, non sarà sicuramente in grado di rimborsare i debiti. L’accordo Icesave, su cui il parlamento dovrebbe pronunciarsi tra poco, imporrà al paese un debito di 700 miliardi di sterline, 5,6 trilioni di dollari USA. L’isola non potrà rimborsare la somma in meno di cinque anni, con i deficit nazionali in crescita a un ritmo più vivace che mai, anche nel caso delle grandi potenze: ancora una volta UK e USA ci forniscono ottimi esempi. Se non viene adottato un nuovo approccio, Europa e FMI si apprestano a compiere un nuovo misfatto: ridurre in miseria un paese il cui indice di sviluppo umano era salito in poche decadi al primo posto nel mondo… La conseguenza è che gl’islandesi – in massima parte molto qualificati, plurilingue e con forti legami professionali coi paesi nordici, dove si integrano con estrema facilità – stanno già cominciando ad emigrare: alla fine FMI, Regno Unito e Paesi Bassi non riusciranno comunque a farsi rimborsare. L’Islanda resterà con poche migliaia di pescatori in pensione, con le sue risorse naturali e con una posizione strategica a portata di mano del migliore offerente: ad esempio, la Russia potrebbe trovare l’opportunità interessante.

Ma ancora adesso esistono soluzioni alternative. In effetti i paesi dell’Unione europea potrebbero trovare un meccanismo per portare in luce le proprie responsabilità nella situazione attuale, per migliorare la regolamentazione dei mercati finanziari e al limite per farsi carico – cosa che la legislazione europea non proibisce – di una parte del debito, avendo fallito nel loro ruolo di supervisione del sistema bancario. Potrebbero anche offrirsi di aiutare l’Islanda, che non ha ovviamente sufficiente esperienza nel settore, ad analizzare dettagliatamente le cause del disastro per capire che cosa è veramente successo. Potrebbero anche cogliere l’occasione per cominciare a discutere la creazione di un servizio pubblico europeo d’indagine che si faccia carico dei crimini transnazionali, particolarmente di quelli finanziari, cosa che ancora una volta la legislazione europea non impedisce. Il FMI e il suo direttive potrebbero anche cogliere l’opportunità per riesaminare a fondo le condizioni che assortiscono i loro prestiti, rendendoli più realistici, più orientati sul lungo termine, più sensibili almeno a qualche problema sociale. Potrebbe essere un primo passo verso una vera riforma delle istituzioni multinazionali di questo tipo e delle procedure di solidarietà internazionale, e, per quel che concerne Strauss-Kahn, un’occasione per lasciare il segno come direttore del FMI.

Impegnarsi in un tale dibattito richiederebbe ovviamente un sacco di tempo ed energia, e molta attenzione (soprattutto nel Parlamento europeo dove nei prossimi mesi verranno tenute varie discussioni). La presidenza svedese dell’UE, tuttavia, non sembra avere fretta di migliorare la normativa dei settori finanziari, e i pertinenti comitati del Parlamento sono dominati, oggi più che mai, dai liberali, in particolare da quelli inglesi. Ci sono tutti gli strumenti e i mezzi per un vero progresso; una catastrofe come quella che ha colpito l’Islanda potrebbe in ultima analisi dar vita a una reazione internazionale significativa, e non solo alle ciniche e irresponsabili pressioni che ancora oggi possiamo rilevare.

Eva Joly è consulente nell’indagine sul fallimento delle banche islandesi, membro del Parlamento europeo, ex Giudice d’istruzione in Francia (la sua indagine più famosa è quella su Elfi Aquitaine), ed ex consulente del governo norvegese sulla corruzione. È inoltre membro fondatore del The Tax Justice Network.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14683
7.08.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO

Questo articolo è stato pubblicato il 1 agosto 2009 in Le Monde (Francia), in Aftenposten (Norvegia) e in The Morgunbladid (Islanda). Global Research ha pubblicato il testo completo in inglese dell’articolo inviatoci dall’autore, e The Daily Telegraph una versione riassunta e modificata.

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
19 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
19
0
È il momento di condividere le tue opinionix
()
x