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“IO PRIGIONIERO DI GOMORRA LASCIO L’ITALIA PER RIAVERE UNA VITA”

DI GIUSEPPE D’AVANZO
La Repubblica

Andrò’ via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà…”, dice Roberto Saviano. “Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l’odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri – oggi qui, domani lontano duecento chilometri – spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me”.

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d’animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un’imprevedibile popolarità, dall’odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall’invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia – e non il dolore – accresce la vita di un uomo. “Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all’anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, “usarmi”. E’ come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell’attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell’energia sociale che – come un’esplosione, come un sisma – ha imposto all’agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E’ la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono…. I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E’ una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?”.

Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E’ poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l’autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l’esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E’ poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l’ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l’inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai “sudditi” che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l’odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: “Saviano è un uomo di merda”. Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l’onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: “Saviano è un ricchione”. No, dicono, si è arricchito. Quell’infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell’esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell’infame ha scritto il libro. E quest’argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l’intera comunità può liberarsi della malattia che l’affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell’inciviltà e dell’impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E’ il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l’informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano – ne ammazzarono cinque – finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro – soltanto un libro – potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L’ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli – come li hanno i miei “angeli custodi”, ognuno di loro non ne ha meno di tre – avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo – lo so – ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest’ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: “Robe’, tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là””.

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano – quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, “per il momento”, di scrivere per noi le sue parole necessarie – sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata – o armata soltanto di parole – è caduta in un’area d’indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

Giuseppe D’Avanzo
Fonte: www.repubblica.it
Link: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/camorra-3/lascio-italia/lascio-italia.html
15.10.08

Pubblicato da Davide

  • V267

    Avresti dovuto pensarci prima. E’ gente che non perdona, aiutata da gente fasulla che sta in politica e negli apparati dello Stato.

    Del resto, le mafie prosperano grazie alle debolezze congenite della democrazia, della politica debole, clientelare.

    Sotto una dittatura non potrebbero prosperare, perché mancherebbero i presupposti di un voto di scambio, di reciproche concessioni, che creano una zona grigia di colletti bianchi e non, che sono solo un prolungamento istituzionale delle organizzazioni malavitose vere e proprie, creando quel “Sistema” di cui tu parli nel tuo libro.

    Anni fa, uno scrittore angloindiano, Salmon Rushdie, scrisse “I Versetti Satanici”, un libro considerato blasfemo dai mussulmani perché offensivo nei confronti del profeta Maometto.
    Contro di lui fu spiccata una “fatwa” dall’allora ayatollah Komeini e da allora deve nascondersi…

    Tu sei il nostro Rushdie, non minacciato però da qualche integralismo religioso, ma da ben altro, una malattia molto più grave che ha il nostro paese.

    Il punto è che la malattia in se potrebbe essere anche debellata, ma abbiamo medici del tutto disinteressati dal curarla.

    Pensa che le nostre forze di polizia hanno dossier pieni delle malefatte di questa gente, i servizi segreti non ne parliamo….
    Il punto è che una cosa sapere chi sono, un’altra trascinarli in Tribunale, un’altra ancora mandarli in galera e non farli uscire più…..

    Basterebbe una forte volontà politica di ripulire il Paese, anche mandando al diavolo per un attimo lo “stato di diritto”, affrontando il problema come si farebbe con un’organizzazione terroristica e non come un problema di ordine pubblico normale, senza andare troppo per il sottile….

    Il punto è che non lo faranno mai, a meno che quei militari che mandano per le strade a fare le “belle ballerine” non si sveglino dal sonno e facciano un bel colpo di stato.

    Forse, loro potrebbero, anche al costo di fare cose come fu in Argentina a cavallo tra anni 70 ed 80.

    Per adesso, scappa lontano, più lontano che puoi e ricorda: è gente che non perdona. Solo i militari possono fare qualcosa, come fecero i nazisti con gli ebrei tanti anni fa, tanto per intenderci.

    V267

  • IVANOE

    Singolare.
    La decisione presa su due piedi di lasciare tutto dopo avere messo piedi praticamente in tutti gli studi televisivi.
    Purtroppo anche lui ( ma c’era d’aspettarselo ) rientra nel luogo comune del : tengo famiglia.
    Sempre in una immaginazione fantastica e forse perversa viene così da pensare che anche lui ” ha terminato il suo lavoro”.
    Cioè rientra nel sistema in quella fase grigia che un pò ci hanno raccontato delle brigate rosse : un piede nella realtà rivoluzionaria e un piede nelle istituzioni deviate in combutta con il potere politico.
    Se la camorra lo voleva veramente eliminare lo avrebbe potuto fare da tempo scorta o non scorta. Molto prima dell’uscita di gomorra.
    Viene in mente il giornalista barnard con il caso di report, ovvero gli scandali che sotto gli occhi dell’opinione pubblica indignata sono scandali con la S maiuscola e poi non succede mai nulla nella più famosa filosofia gattopardesca.
    Ecco se tutto questo lo raffrontiamo alla situazione in questione, la fantasia dico solo la fantasia ci farebbe pensare al perchè dei racconti della cruda realtà campana e poi a 28 anni ricordarsi che anche lui giustamente vuole vivere.Sempre fantasiosamente verrebbe da domandare : come è possibile che un ragazzo di soli 28 anni abbia/possa reggere lo stress ed il peso di certe responsabilità ?
    Chi può esserci dietro a lui ? Scoprirlo sarebbe forse una realtà inquietante ?

  • V267

    Se ci fosse stato qualcuno, gli avrebbe consigliato di non pubblicare quel libro.

    Invece lo hanno spinto a fare e rischia di fare l’agnello sacrificale.

    Tutti abbiamo famiglia. Per questo bisognerebbe chiedere ai militari di fare quello che fu fatto in Cile ed in Argentina contro questa gente….

  • Dellaccio

    Io sono convinto che Roberto Saviano ha coraggiosamente fatto qualcosa di utile e bello e ha tutta la mia comprensione, se ora vuole andarsene, almeno per un po’.
    Siamo tutti “condannati” ad essere eroi, se non vogliamo perdere la nostra dignita’, ma quando e’ possibile, almeno lasciateci scegliere il come e il quando.
    Mi rattrista vedere che ci sono tanti che lo criticano e ce l’hanno con lui.
    Io lo approvo e lo ringrazio per quello che ha fatto.
    Silvio Dell’Accio
    http://www.nautica.it/freelife
    http://digilander.libero.it/silviodellaccio

  • ilBarone

    Lancio un’ipotesi:
    Le organizzazioni criminali sono ‘organiche’ al sistema, ne abbiamo conferme a bizeffe. Sembrano essere spesso il braccio armato dei poteri occulti.

    Del resto il ‘sistema’ è organizzato allo stesso modo delle ‘Logge’. Diciamo ‘la Mafia’, come diciamo ‘la Massoneria’ ben consci che all’interno di tali organizzazioni ci sono correnti, gruppi, orientamenti diversi, ma tutti riconducibili ad un unico disegno di vasta portata e lunga durata. Gli affiliati alle ‘mafie’ devono sottostare ad un rito di iniziazione in cui si brucia l’immagine di San Michele Arcangelo (ancora un legame con l’Anti-Cristianesimo Mass:.o)

    Dunque, perchè gli apparati di questo stato (anti-stato) corrotto scatenano una guerra ai ‘Casalesi’?
    Perchè si decide che Gomorra (libro mediocre e che non ‘alza mai li sguardo’) debba diventare un ‘caso nazionale’?
    Perchè il film (peggiore del libro) gode di una promozione così esagerata? Perche ‘i Casalesi’ diventano così sanguinari? A cosa gli giova?
    Siamo sicuri che ad ammazzare i 6 (sei) immigrati siano stati ‘i Casalesi’? non sentite anche voi un vago puzzo di ‘Uno Bianca’?

    Sappiamo che, mentre Mafia e ‘Ndrangheta sono organiche e organizzate, la cosiddetta Camorra non ha più un vertice riconosciuto, che si è sfilacciata in gruppuscoli difficilmente controllabili tanto che all’espressione Camorra si è sustituita quella di ‘Sistema’.
    Non sarà che la lotta ai ‘casalesi’ è in realtà una lotta dei ‘Fratelli’ per ricondurre i riottosi di un braccio armato all’ortodossia dell’obbedienza M:.a?

    Non sarà che questo dà al contempo un alibi per scatenare l’esercito nelle strade in previsione anche di qualcosa di più ‘grosso’?

  • V267

    ….ma chi è che spaccia la droga?
    Chi è che chiede il pizzo agli imprenditori?
    Chi è che fa seppellire i rifiuti speciali, le scorie radioattive in cave e terreni agricoli inquinando interi territori?

    Ammettiamo pure che sia tutto collegato, massoneria e mafie siano le faccie di una stessa Spectre, perché arrendersi all’impotenza?

    Perché loro sono organizzati e gli altri no?

    Loro ci hanno dato il modello, la congrega, il circoletto chiuso.

    La gente si può associare, può reagire, come hanno fatto in Colombia ai tempi di Pablo Escobar….

  • ilBarone

    Ieri: “SAVIANO, UN UOMO MORTO !”

    oggi: NAPOLI
    “Non ha mai parlato di essere a conoscenza di un piano del clan dei Casalesi per attentare alla vita dello scrittore Roberto Saviano. Queste, in sintesi, le dichiarazioni rese dal pentito della camorra Carmine Schiavone che è stato interrogato oggi dal procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti e dal pm della Dda Antonio Ardituro” .

    Occhio, che questa è una riedizione della ‘stategia della tensione’.

  • ilBarone

    A queste agenzie legherei un reportage realizzato da Enzo Cappucci per Rai News 24 che chiarisce come la vicenda dei presunti disordini in occasione di Roma-Napoli fosse un ‘bufala’ ripetuta parossisticamente dai mezzi di stampa, dimostrando chiaramente la “bolla” mediatica. Risultano false tutte le tesi di “ultrà napoletani che sequestrano un treno”, che cacciano passeggeri, che devastano un treno, che fanno guerriglia urbana all’arrivo a Roma. Il reportage evidenzia, attraverso le parole del pm Ardituro che sta seguendo la vicenda, del sindacalista della Polizia Tommaso Delli Paoli, di due giornalisti austriaci che erano sul posto, come nulla di ciò che si è raccontato era vero”.
    Le immagini della stazione (Napoli x Roma) e dei treni devastati (modelli non corrispondenti)erano delle abili manipolazioni.

    Il video del reportage (che io personalmente HO VISTO in diretta) è stato RIMOSSO DA YOUTUBE !!!!

    Insisto: Occhio, che questa è una riedizione della ‘stategia della tensione’.

  • Zret

    Ha ragione Ilbarone. Saviano è l’eroe creato dal sistema per illudere il popolino che lo stato lotta contro la mafia. Sei (6) persone uccise! Siamo lungimiranti.

  • V267

    In passato ho sognato i tribunali miltari ed i plotoni d’esecuzione, ho deriso le fiaccolate al Colosseo e l’Unione Europea, ho pensato ad una specie di LEGGE PICA, come quella del 1861-1870 che fu usata contro il Brigantaggio ( http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Pica )….

  • reza

    Per tutti i giuristi occidentali fedeli al diritto soggettivo, lo stato concede i diritti e la sicurezza ai cittadini, e in cambio i cittadini delegano parte della loro sovranità allo stato, sia perché questo stabilisca i doveri per i cittadini in base a una legge madre che si chiama la Costituzione, sia per avere all’interno dei confini di quel stato l’accesso di tutti i cittadini ai diritti stabiliti.
    Se un cittadino che svolge il mestiere di scrittore, denuncia una organizzazioe criminale , la difesa dei diritti dello scrittore, tra cui quella di libertà di espressione e la sua sicurezza fisica , sono affari dello stato.
    Se lo scrittore viene minacciato di essere eliminato insieme alla sua scorta composta da dipendenti delle forze dell’ordine, la minaccia è rivolta direttamente allo stato.
    Se ci sono stati precedenti al’interno dei confini di quel stato , precedenti in cui altre personalità sono state eliminate dalle organizzazioni criminali insieme alla loro scorta, ciò dimostra la debolezza di quel stato nel compiere i suoi obblighi.
    Se queste cose si ripetono e uno scrittore deve lasciare i confini di quel stato perché si è quasi sicuri che quell’organizzazione criminale metterà in opera la sua minaccia, lo stato non è più uno stato debole, ma semplice non cé.
    Se Saviano deve fuggire all’estero dlla vendetta della Camorra perché nessuno riesce ad garantirli i suoi diritti e la sua sicurezza sul territorio italiano, lo stato italiano è inesistente.

  • pietro200

    infatti, zret, chissa’ cosa c’e’ veramente sotto.
    qualcosa che non ha niente a che fare con i casalesi o con la camorra.
    qualcosa di piu’ grande, diciamo globale, di cui il popolino non puo’ analizzare serenamente, perche’ troppo preso da altre “notizie” pompate dai media, boh, chissa’ come va a finire.

  • Tetris1917

    ma che cazzo state dicendo. Io sono campano, vivo la realta’ di Roberto (quando era libero) tutti i giorni. Se vogliamo usare i termini, usiamo quelli giusti. La “strategia della tensione” era usata per combattere o tenere lontano il pericolo del “comunismo” in italia, con attentati ecc.. Qua’ non ci sta nessuna rivoluzione all’ordine del giorno purtroppo, ma ci sta un gruppo mafioso che ha sponde in parlamento (vedete la vicenda Cosentino). Roberto ha annusato l’aria e ha capito che e’ in pericolo, perche’ stanno facendo il vuoto intorno a lui (soprattutto politico). Gli stessi pentiti che lo sono per finta, sicuramente hanno concordato tutto, quando erano latitanti, chi si doveva pentire e dire cosa. Saviano se ha fatto degli errori, li ha fatto al fianco di bertinotti, quando e’ stato a Casal di Principe a sfidarli con frasi ” non siete nessuno”. Inutile questo. Ma che non cambia il succo.
    Per il resto, se proprio la vogliamo dire tutta, la strategia della tensione la stanno facendo i casalesi pentiti. Poco fa ho sentito che hanno ritrattato su Roberto, non hanno fatto nessuna minaccia.
    Per finire e farvi capire chi sono i camorristi: negli anni 70-80 Mimmo Sciattarella, napoletano, che per combattere la speculazione edilizia, usando la sua radio, si oppose al clan Nuvoletta (compari dei casalesi) subendo violenze e minaccie continue che lo portarono alla follia. Per un periodo scappo’ all’estero, ma poi le minaccie continue ai famigliari, lo fecero ritornare, dove fu accolto con pestaggi e proiettili. Ora sta in una casa di cura, mentale.
    Capita l’antifona, dottorini del cazzo?

  • Egon

    saviano è lo scrittore della camorra

  • Cornelia

    Ma quanto siete invidiosi, “è andato in TV, è famoso, ha fatto i soldi…”

    Io ciò che invidio a Saviano è aver fatto qualcosa di utile della sua vita. Cosa che noi inetti davanti alla tastiera non possiamo dire.

  • Dellaccio

    Sono esterrefatto, non riesco a capire come sia possibile che dei lettori di un sito cosi’ bello, possano criticare cosi’ ingiustamente e pesantemente, Roberto Saviano.
    Andate a leggervi l’articolo che segue e vi auguro di riprendere qualche contatto con la realta’…
    http://www.democrazialegalita.it/melandri/melandri_solidarieta_saviano=15ottobre2008.htm

    Silvio Dell’Accio
    http://www.nautica.it/freelife
    http://digilander.libero.it/silviodellaccio

  • mat612000

    Sarebbe anche interessante sapere quale atto ti coraggioso e incurante delle conseguenze ti abbia messo sul piedestallo da cui sostanzialmente dai del vigliacco a Saviano.

  • V267

    Appartengono alla stessa razza di quelli che negli anni ’80, ai tempi del Pool Antimafia di Caponnetto, Falcone, Borsellino, Ayala ed altri, dicevano che “la mafia non esisteva”.

    Si tratta della razza più infame, composta da avvocati penalisti ed altra roba tossica come politici prezzolati, ecc…

    Sono SCHIFOSI FIANCHEGGIATORI, più schifosi delle persone per cui parteggiano….

    Dicendola alla siciliana: FETOSI SONO….

  • origami

    di Emiliano Fittipaldi e Gianluca Di Feo

    “Era a disposizione dei casalesi”. Così un pentito accusa Nicola Cosentino. E’ il quinto collaboratore di giustizia a puntare il dito contro il sottosegretario all’economia. Che continua a rimanere al suo posto. “Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l’onorevole Nicola Cosentino. Egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione…”. Quando dice ‘nostra’ Dario De Simone parla dei casalesi, la più feroce organizzazione criminale campana. De Simone è stato uno dei loro capi: revolver alla mano, accanto al padrino Francesco Bidognetti ha ucciso una decina di persone. Poi nel 1996 ha deciso di collaborare con i magistrati: le sue rivelazioni sono state determinanti per il maxiprocesso Spartacus. Per gli inquirenti è un ‘pentito’ fondamentale, per il resto del clan un condannato a morte. Quando fa il nome di Nicola Cosentino, i killer gli hanno appena assassinato il fratello e il cognato. Ma va avanti: “L’onorevole aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni, era a disposizione per qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare. Se gli avessimo chiesto un certo tipo di lavoro pubblico, non esisteva che potesse rifiutarsi”.

    De Simone registra questa deposizione il 13 settembre 1996, dopo di lui altri quattro collaboratori di giustizia chiameranno in causa il politico di centrodestra, come ha riferito L’espresso nelle inchieste pubblicate nelle scorse settimane. All’epoca Cosentino era appena riuscito a entrare in parlamento, oggi è sottosegretario all’Economia del governo Berlusconi e coordinatore campano del Pdl. È indagato dalla Procura antimafia di Napoli, ma la sua posizione nell’esecutivo non è stata messa in discussione. Lo stesso Paese che si mobilita contro i piani camorristici per uccidere Roberto Saviano, non si scandalizza per la poltrona occupata da un politico di Casal di Principe che cinque diversi pentiti hanno indicato come “a disposizione dei casalesi”. E lo hanno fatto in tempi non sospetti. Il primo verbale che lo accusa risale al settembre 1996, l’ultimo al primo aprile 2008: tutti prima di diventare un uomo-chiave del ministero di Giulio Tremonti.

    Il deputato viene indicato nel 1998 da Domenico Frascogna come postino insospettabile dei messaggi del capo dei capi, Francesco ‘Sandokan’ Schiavone; da Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, come candidato della famiglia nelle elezioni comunali e provinciali. Nel febbraio 2008 da Michele Froncillo come il contatto per vincere le gare pubbliche. Infine Gaetano Vassallo, l’imprenditore di camorra che per un ventennio ha inondato la Campania di scorie tossiche, descrive il suo ruolo negli appalti per consorzi rifiuti e termovalorizzatori. L’espresso invece ha ricostruito come alla società della famiglia Cosentino, un colosso nel settore di gas e petrolio, fosse stato negato il certificato antimafia: un permesso concesso solo dopo l’intervento del prefetto Elena Stasi, poi eletta al parlamento per il Pdl grazie anche al sostegno di Cosentino. Il nostro giornale ha scoperto l’operazione sui terreni della centrale elettrica di Sparanise, che ha fruttato 10 milioni di euro ai familiari del sottosegretario. E l’acquisto di un lotto dai parenti di Schiavone. Tutto questo non ha scosso il Parlamento: finora gli interventi si contano sulle dita di una mano. Il sottosegretario ha respinto le accuse, promettendo querele. Il premier Berlusconi ha chiuso la questione: “Ho assicurazione personale dagli interessati che si tratta di operazioni legate alla politica, e non a quella realtà”. Intanto i casalesi continuano a uccidere. Nonostante le retate, nonostante i parà della Folgore, vanno avanti nelle esecuzioni. Intanto i casalesi continuano a elaborare piani per ammazzare Saviano, che proprio su L’espresso ha sottolineato il silenzio intorno al caso Cosentino.

    Il racconto di Dario De Simone è importante proprio per gli aspetti politici. Il camorrista parla di vicende anteriori al 1995, anno del suo arresto, e in particolare delle elezioni regionali di quell’aprile che videro arrivare il giovane avvocato di Casal di Principe nel consiglio regionale guidato dal centrodestra. In quel periodo il boss è latitante e si nasconde spesso nella casa di uno zio della moglie di Cosentino. Lì sarebbero avvenuti i loro incontri: “Mi chiese di aiutarlo nella campagna elettorale. Io mi diedi da fare. Parlai con il coordinatore nella zona di Forza Italia. Ho parlato anche con Walter Schiavone, Vincenzo Zagaria, Vincenzo Schiavone (oggi tutti detenuti e considerati elementi di spicco del clan, ndr): tutte persone che per altro ben conoscevano il Cosentino. Un buon gruppo di noi frequentava il club Napoli di Casale, circolo che frequentava anche il Cosentino. Durante la latitanza, io e Walter Schiavone abbiamo dormito spesso lì”. Nel racconto del collaboratore, il comitato elettorale per le regionali ’95 poteva contare anche sul sostegno dei vertici camorristici: “Solo a Trentola Ducenta ha raccolto 700 preferenze. Io stesso ho chiesto a varie persone la cortesia di votare Cosentino. Certamente quando io chiedevo delle cortesie ai vari amici di Trentola nessuno le rifiutava. Un po’ tutta l’organizzazione si è occupata delle sue elezioni. Per la zona di Aversa si è interessato Francesco Biondino, per la zona di Lusciano Luigi Costanzo, per la zona di Gricignano la famiglia di Andrea Autiero, per la zona di Casaluce tale L. V., per quella di Teverola il ragioniere Di Messina”. Tutte le persone indicate sono state poi arrestate.
    De Simone ricostruisce nel dettaglio anche i colloqui con il politico “dopo le elezioni e fino al momento del mio arresto”: incontri tra un latitante ricercato per una raffica di omicidi e un assessore regionale. “Discutevamo della situazione che si è venuta a creare dopo la retata Spartacus. Cosentino mi tranquillizzava dicendo che la sola parola di Carmine Schiavone non poteva consentire una condanna definitiva e che pertanto, nell’eventualità del mio arresto, dopo un periodo di carcerazione preventiva sarei comunque uscito. Il Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge sui collaboranti della giustizia. Ricordo anche che parlavamo degli orientamenti politici dei giudici che si occupavano delle nostre vicende, in particolare del dottor Greco e del dottor Cafiero che ritenevano particolarmente agguerriti nei nostri confronti. Arrivammo alla conclusione che l’affermazione di Forza Italia avrebbe potuto mutare la situazione, nel senso che i giudici di sinistra sarebbero stati ridimensionati e non avrebbero più avuto quel potere alla Procura di Napoli. Il Cosentino mi disse che bisognava stare attenti soprattutto in riferimento all’attività politica degli onorevoli Diana e Natale in quanto persone vicine all’onorevole Violante e che facevano pressioni affinché vi fosse un intervento costante nella zona da parte delle forze dell’ordine”.

    Un capitolo inquietante riguarda la dissociazione: l’ipotesi di concedere sconti ai mafiosi che prendevano le distanze dai clan, sul modello di quanto fatto durante il terrorismo. De Simone fa riferimento ai colloqui tra don Riboldi e il ministro Giovanni Conso del 1994. “È evidente che avevamo interesse che la dissociazione fosse valorizzata. In questo momento avremmo potuto fare sette o otto anni di carcere senza 41 bis e uscire puliti e continuare a curare le nostre attività”. De Simone conclude la sua deposizione ribadendo: “Non ho mai ricevuto favori personali da Cosentino e non so se altri ne abbiano ottenuti, ma egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione”. Dodici anni dopo, quel politico di strada ne ha fatta tanta. Parlamentare, leader campano della coalizione di maggioranza, sottosegretario all’Economia con un ricco budget e deleghe delicatissime. Nonostante i sospetti, le inchieste della Procura e le relazioni pericolose Nicola ‘o ‘Mericano’, come lo chiamano a Casal di Principe, resta inchiodato alla sua poltrona. Nel silenzio sempre più imbarazzato dei compagni di governo e degli alleati della maggioranza.
    (16 ottobre 2008)

    fonte: L’Espresso
    link: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Clan-nel-governo/2045112//0

  • V267

    Certi poteri vivono e prosperano sull’ignoranza della gente.
    Io credo che Roberto Saviano sta alla camorra come Marco Travaglio sta a Berlusconi.
    Quando il libero giornalismo investigativo va a mettere la sua lente di ingrandimento dove certe persone non vorrebbero, per continuare indisturbate i loro torbidi traffici, c’è chi tenta di intimidirlo e, quando non ci riesce, cerca di zittirlo.
    In questo momento mi viene a mente Giancarlo Siani, ma anche la giornalista russa Anna Politkovskaia.
    Zittire la stampa e far credere che “tutto va bene” è una prerogativa dei regimi illiberali. Se Saviano è finito per dire di voler lasciare l’Italia, vuol dire che il nostro paese sta diventando un regime illiberale, ma con l’aggravante che non è lo Stato a diventare una dittatura, bensì le mafie che lo funestano……