INVIDIOSI ?

DI CARLO BERTANI

La notizia – una novità annunciata – che il partito del Presidente russo Vladimir Putin ha conquistato il 64% dei voti, e quindi la maggioranza assoluta alla Duma, ha squassato le cancellerie europee, come se non se lo aspettassero da tempo. O sono degli sciocchi, oppure – qualificandosi come “diplomatici” – possono da domani cambiare mestiere.
Pare quasi – da una sponda all’altra dell’Atlantico – che se delle elezioni non finiscono sul filo di lana, con un pugno di voti (quelli non sono mai comprati, chiaro?) a fare la differenza, oppure con interminabili strascichi sulla correttezza del voto, non siano elezioni democratiche. Da quali pulpiti vengono le prediche!

Alle ultime elezioni politiche italiane, tutti gridarono ai brogli, ma furono considerate pienamente democratiche: peccato che, nei cassonetti dei rifiuti della capitale, furono ritrovati scatoloni di schede. «Tutto normale, tutto sotto controllo» affermarono subito le autorità preposte, che nemmeno spiegarono come mai – a notte fonda – il ministro dell’Interno (Pisanu) di un governo dimissionario si recò a casa del Presidente del Consiglio. Era in programma una partita a scopone scientifico? A rubamazzetto? No, perché sia Berlusconi e sia Pisanu non fornirono nessuna spiegazione: e le “stranezze” dei comuni dov’erano sparite centinaia di schede bianche?
Saltiamo di là dell’Atlantico, e sollazziamoci dalle risate: laggiù, utilizzarono per votare nel 2004 le macchinette della Diebold, il cui software fu curato da un certo Jeff Dean – pregiudicato per 23 capi d’accusa legati al furto – e nelle cui mani fu lasciata la macchina elettorale che – come quattro anni prima in Florida – “lavorò” per il Presidente, invalidando d’autorità almeno 200.000 voti in Ohio, lo stato di Michael Moore.

La Diebold – la società che s’occupava (insieme alla ES&S) della macchina elettorale, per la quale lavorò Jeff Dean – aveva sede, guarda a caso, in Ohio. Inoltre, il vice presidente della Diebold ed il presidente della ES&S erano fratelli, e Dean fu proprio colui che stese il software di gestione del sistema elettorale – che non lasciava copia cartacea dei voti – cosicché qualsiasi controllo successivo sarebbe stato inutile.
Un fatto casuale? No; negli stessi anni, gli USA gestivano le elezioni-farsa in Iraq, distribuendo i certificati elettorali insieme alle tessere annonarie per l’acquisto del pane: c’è altro di cui meravigliarsi?
Sì, perché furono invalidate anche 100.000 schede in Alaska e, quando i Democratici chiesero conto di quelle invalidazioni – ossia di poter prendere visione del sistema elettronico che aveva condotto a quelle scelte – fu loro risposto che non era possibile, giacché si trattava di una questione di “sicurezza nazionale”. Niet.
Possibile che le nostre classi politiche non si siano ancora rese conto che, a fronte della loro inconsistenza, la Russia ha una dirigenza con i fiocchi?
Intendiamoci: ci sarà corruzione anche in Russia, non è certo tutto oro quello che luccica, ma gli atti politici non sono fumo e sogni, e li possiamo verificare.
Appena eletto, Vladimir Putin si ritrovò un paese a pezzi: nessuno avrebbe giocato mezzo centesimo sull’ex colonnello del KGB, di soli 47 anni, un pivello!
Il “pivello”, per prima cosa, fece un lungo tour – fra il 2001 ed il 2002 – nelle capitali dove sapeva d’essere ancora ascoltato: Tripoli, Damasco, Hanoi, Pechino… ossia, le vecchie alleanze dell’URSS.
Aveva pochissimo da offrire, ma lo offrì: 12 caccia Sukhoi-27 non cambiano certo la faccia del pianeta, ma il Vietnam li ricevette. Non si fece impressionare dagli ayatollah iraniani, e procurò loro avioniche derivate dal Mig-29. Quel poco che aveva.
Nella sua smisurata insipienza, George Bush non si rese conto che ogni dollaro d’aumento del greggio corrispondeva ad un parallelo incremento di prezzo del gas siberiano: fece spallucce e continuò a mangiare noccioline.
Fu a Mosca, però, che avvenne la mossa vincente: a fronte della scelta di privatizzazione del sistema energetico – propugnata da Eltsin – Putin compì un’inversione a 180 gradi, ripartendo dal concetto che la proprietà mineraria è dello Stato.
Potremo giudicare poco ortodossi i metodi usati – come se in Occidente s’usasse sempre il tappeto rosso! – ma oggi Gazprom è il secondo colosso economico mondiale, dietro solo a Microsoft (fino a quando?).
Già nel 2003, Putin reinvestiva il 50% del surplus derivante dagli introiti energetici nell’industria aerospaziale: oggi, la Russia ha in previsione un caccia di V° generazione per il 2012 (in collaborazione con l’India) ed una miriade di nuovi prodotti, aeronautici e missilistici, militari e civili.

Risultato: l’economia va meglio, al punto che Putin ha creato un “fondo di compensazione”, vale a dire una “cassa” da riempire nei periodi di vacche grasse, per non dover soffrire in caso di vacche magre. Lo facevano già nell’Antico Egitto.
Il tenore di vita della popolazione è migliorato, l’industria ha commesse e produce alta tecnologia, il sistema energetico produrrà utili per molti decenni, e non saranno pochi oligarchi a goderne i frutti, bensì lo Stato e la popolazione.
Si potrà criticare questo strano connubio fra ortodossia clericale e vecchi metodi da falce e martello, però in Russia ha condotto ad un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e, soprattutto, alla consapevolezza che alla guida della nazione c’è qualcuno che lo sa fare. Come Presidente? Come Primo Ministro? Dal punto di vista costituzionale, Putin non ha infranto assolutamente nulla.
Come risponde l’Europa? Ah, la risposta c’è stata, siate sicuri!
Da Tirana, Romano Prodi – un po’ premier italiano, un po’ ex Presidente europeo – ha risposto per le rime: vogliamo l’Albania nell’UE e nella NATO!
Bene – viene da dire – aggiungiamo anche l’Albania alla Bulgaria ed alla Romania – paesi che non erano e non sono pronti per gli standard europei – continuiamo ad estendere la “cittadinanza romana” fino ai confini dell’impero. Fin quando, avremo una guardia pretoriana composta da soli Ostrogoti, che si mangeranno anche l’ultimo imperatore. Serbia e Croazia no: noi vogliamo l’Albania per fare uno “sgarro” ai russi. I quali, se vorranno, ci faranno passare i sorci verdi in Kosovo e ci chiuderanno (un pochino, tanto per farci soffrire un po’…) il rubinetto del gas.

I metodi di Putin sono veramente esecrabili – parola dei nostri politici – che nella stessa giornata hanno assistito alla condanna a due anni e quattro mesi di reclusione, per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio, di Donatella Pasquali Zingone, moglie del “fustigatore di costumi” Lamberto Dini. Ovviamente, la signora non vedrà mai le patrie galere: ci ha già pensato l’indulto di Mastella.
Oppure vogliamo chiedere com’è finita la vicenda di Previti? Con il medesimo indulto.
Forse, i tantissimi “fregati” dai bond Parmalat, da quelli argentini, fino ai milioni di cassintegrati e disoccupati, che generazioni di boiardi di regime, i quali hanno sciacallato l’Italia, hanno creato in questi anni, non si farebbero problemi se – un Putin locale – ne mandasse qualcuno al fresco. Anzi, notizia fresca di giornata: ci sarà anche la “rottamazione” in Finanziaria, tanto per non scontentare Lucherino da Montezemolo. La tradizione, anzitutto.
Se la Russia fa fortuna con le commesse energetiche, cos’hanno fatto i nostri governi per contrastare quella tendenza, ovvero per “intercettare” qualcosa dei 48 miliardi di euro (esborso 2006) che spendiamo per l’energia?
Hanno creato holding, catalizzato la produzione locale con ampi e generalizzati “conti energia”, mandato avanti il piccolo e micro idroelettrico, l’eolico, il solare termodinamico… insomma, hanno fatto qualcosa?
No, criticano Putin. Poco democratico: ci dispiace, venga a “ripetizione” da noi.
Da Mosca, un “marameo” lungo 5.000 miglia.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2007/12/invidiosi.html
5.12.07

1 Comment
  1. Tao says

    Fino a tarda ora abbiamo assistito, domenica 2 dicembre, ai festeggiamenti dei tanti giovani scesi per le strade di Mosca a celebrare la vittoria del partito “Russia Unita”.
    Già nella prima serata, le proiezioni di voto raccolte nel centro stampa della capitale avevano offerto un quadro chiaro dei risultati elettorali: il trionfo di Putin, capolista di “Russia Unita”, l’entrata in Parlamento di sole altre tre formazioni, quella comunista guidata da Zjuganov e le due nazionaliste capeggiate da Zhirinovskij e Mironov.

    Esclusi dalla Duma, con percentuali bassissime, i due partiti liberali filo-occidentali di “Jabloko” e “Unione delle forze di destra”, entrambi sotto il 2%.
    Il patrocinatore di “L’altra Russia”, Garry Kasparov, si è invece presentato alle urne mostrando davanti alle telecamere una scheda nulla, ma la successiva manifestazione di protesta da lui organizzata ha portato in piazza solo 8 persone.

    La sua domanda di partecipare alle elezioni legislative era stata respinta dalla Commissione elettorale perché non conforme ai requisiti richiesti per i partiti o i movimenti politici russi.

    La conferenza stampa tenuta la sera precedente il voto dal presidente della Commissione elettorale nazionale, era stata tutta incentrata sulle spiegazioni relative alla crisi con gli osservatori dell’OSCE e aveva offerto una versione che coincideva perfettamente con quella diffusa dal Cremlino: il rifiuto dell’OSCE di partecipare al monitoraggio era dovuto ad evidenti pressioni del Dipartimento di Stato americano.
    Nessun problema si era infatti riscontrato nelle precedenti consultazioni dirette tenutesi tra i delegati russi e quelli europei, i visti erano stati preparati in tempo dal Ministero degli Esteri russo e uno degli osservatori era addirittura già arrivato a Mosca, per dover poi ripartire a causa del dietro-front imposto da Vienna.

    Che la Russia, con il testa il presidente Vladimir Putin, abbia intenzione di distinguere i suoi partner internazionali, è confermato dal fatto che gli osservatori del Consiglio d’Europa sono stati accolti calorosamente e dall’intenzione del Cremlino d’inviare una lettera a tutti i deputati europei per spiegare le reali cause della rottura con l’OSCE.

    La delegazione di giornalisti, avvocati, ricercatori universitari e deputati indipendenti europei ed arabi ammessa al monitoraggio, ha potuto verificare senza restrizioni le operazioni di voto in alcuni dei principali seggi di Mosca, scattare foto e intervistare i rappresentanti delle liste di opposizione (Comunisti e liberali innanzitutto) sulle eventuali irregolarità.
    Da quello che si è potuto constatare, il processo di registrazione degli elettori è molto simile a quello italiano, mentre le modalità di voto avvengono in maniera meno formale rispetto a quanto accade nel nostro paese, ma non comportano alcuna pressione da parte degli scrutatori (quasi tutte donne).

    Le scene più simpatiche hanno riguardato alcune donne anziane che si aiutavano reciprocamente nelle operazioni elettorali, senza curarsi di quanto trasparente potesse risultare la loro preferenza agli occhi degli estranei.

    I seggi della capitale sono meno “colorati” di quelli allestiti nelle vaste regioni periferiche dell’immensa Russia, dove musica e palloncini si sprecano, tuttavia prevedono per i votanti la possibilità di acquistare cibo (soprattutto dolciumi) e prodotti tipici.

    Le misure di sicurezza erano imponenti soprattutto nei pressi della Commissione elettorale e del Centro stampa, nel resto di Mosca invece non c’era particolare tensione e la Piazza Rossa domenica pomeriggio era affollata dai soliti passanti, dai turisti e dai giovani che cercavano di combattere il freddo pattinando tranquillamente di fronte al Cremlino.

    Contrariamente a quanto ci aspettavamo non abbiamo nemmeno notato un’ “enorme” distesa di manifesti elettorali a favore di “Russia Unita”, la cui propaganda è stata affidata soprattutto alla televisione di Stato, protagonista di numerose interviste ad elettori filo-putiniani.

    Tutt’altra musica, invece, sui media privati, ad esempio, le migliaia di copie del “Moscow Times” che facevano bella mostra negli alberghi internazionali della capitale russa, abbondavano di articoli dedicati agli oppositori dell’attuale presidente.

    La controinformazione non ha comunque impedito a Vladimir Putin di raggiungere due importanti risultati: una partecipazione elettorale che, superando il 60%, è risultata maggiore di quella registratasi alle precedenti legislative, eliminare dalla Duma quei partiti che egli aveva definito “emanazioni delle ambasciate straniere”.

    Tutti i movimenti rappresentati ora in Parlamento, se non perfettamente allineati alle posizioni del Cremlino specie per quanto riguarda la politica interna, ne condividono comunque l’azione di rilancio globale delle ambizioni russe, non solo in quello che viene definito “l’estero vicino” (cioè i paesi dell’ex Unione Sovietica).

    Il secondo mandato Putin si è infatti contraddistinto per il lancio di una televisione dedicata al panorama internazionale, “Russia today”, le cui trasmissioni avvengono in tre lingue: russo, inglese ed arabo, segnale importante di quali siano i destinatari strategici individuati dalla comunicazione di Mosca.
    Assieme alla politica di controllo statale delle compagnie energetiche, al rifiuto di ammettere le ONG che ricevono finanziamenti dall’estero, all’arresto degli oligarchi filo-occidentali per i quali si prevede ora una seconda ondata di repressione, l’azione geopolitica intrapresa dalla Russia negli ultimi anni mira a contrastare le velleità statunitensi in tutti i più importanti scenari internazionali, dal Caucaso all’Europa Orientale, dall’Iran alla Palestina fino ai Balcani.

    I risultati di questa tornata elettorale, che verranno probabilmente replicati nelle prossime consultazioni presidenziali fissate per il 2 marzo 2008, non potranno che confermare questa tendenza.
    Le proteste di Washington rimarranno inutili se non troveranno una sponda convinta anche nelle lamentele di Bruxelles; a questo proposito decisivi risulteranno i colloqui UE-Russia per il rinnovo del loro accordo strategico e fissati per il prossimo 10 dicembre, data che simboleggia significativamente la fine dei colloqui sul futuro status del Kosovo.

    Su entrambe le questioni assisteremo probabilmente ad una spaccatura europea, stante le attuali dichiarazioni del presidente francese Nicolas Sarkozy, tra i primi a congratularsi con Putin (assieme al governo cinese) per la vittoria del partito da lui capeggiato.

    Queste ultime si spiegano con una certa resistenza che gli apparati burocratici e d’intelligence del Quai d’Orsay stanno opponendo alla troppo sfacciata volontà del loro ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, di spingere la Francia verso un deciso allineamento con l’imperialismo statunitense.

    Nella convinzione che, se non si agisce in fretta, la Russia potrebbe presto stancarsi di ricevere paternali e lezioni di democrazia da un Occidente che non possiede l’autorità morale per darne, e sviluppare sempre più la sua vocazione asiatica, ben avviata attraverso le relazioni che ha stretto nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.

    Stefano Vernole
    Giornalista pubblicista, redattore di “Eurasia”, ha partecipato come osservatore internazionale indipendente alle elezioni legislative russe del 2 dicembre 2007.

    Fonte: http://www.eurasia-rivista.org
    Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EEAyZylAyVIBPauaQN.shtml
    2.12.07

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