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INTERVISTA CON DMITRY ORLOV

DI DMITRY ORLOV E TANCREDE BASTIE
Orbite.info

Ho scoperto i testi di Dmitry Orlov – come la maggior parte delle buone cose che trovo su Internet – andando a caso, con la curiosità che mi guida di link in link. È stato
uno di questi momenti illuminanti dove un gran numero di domande confuse trovano contemporaneamente la risposta assieme alla loro formulazione corretta. Per esempio, l’esistenza di fondamentali similitudini tra Unione Sovietica e Stati Uniti erano per me una vaga intuizione, ma non sarei stato in capace di stilare una lista dettagliata come quella fatta da Dmitry. Bisogna aver vissuto nei due imperi in fase di crollo per riuscirci.

Devo dire che il mio entusiasmo fu poco condiviso col mio ambiente a cui davo a rileggere le traduzioni. È molto naturale: chi poteva farsi spiegare come il nostro mondo di
comodità materiale, di opportunità individuali e di progresso irresistibile si prepara a crollare sotto il fardello della propria espansione? Certamente non le generazioni del dopoguerra, allevate nella crescita esuberante del gloriosi anni ’30 (1945 –1973), ben insediata nella loro vita di normali consumatori dagli anni ‘80, e desiderose di godersi una vecchiaia edonistica persuadendosi che, malgrado le tragedie economiche che devastano la società che li circonda, i loro nipoti beneficeranno più o meno dello stesso stile di vita beatamente industrializzato. La generazione dei loro figli è invece più ricettiva alla nozione di declino economico, in modo variabile in funzione del calo del proprio potere di acquisto e del livello di oppressione quotidiana del proprio lavoro, quando ne hanno uno.

Si avrebbe torto a lapidare il messaggero che porta un messaggio sinistro. Se leggete attentamente i propositi di Dmitry – dividendo scrupolosamente le cattive notizie rivelatrici e non dipendenti dalla sua volontà dalle proprie opinioni su quello che si può fare per sopravvivere e vivere in un mondo post-industriale -, noterete che dà prova di un solido ottimismo. Spero che di aver ragione su questo punto.

Qualunque sia la nostra opinione sul picco petrolifero e le sue conseguenze – o la nostra inappetenza per le profezie angoscianti – possiamo ricavare da Dmitry Orlov idee fresche sul modo di condurre la nostra esistenza in un ambiente naturale economico e politico degradato, sulle ragioni per tessere relazioni meno selettive ma più feconde coi nostri simili, o sull’atteggiamento più efficace di fronte all’esasperante schiamazzo politico-mediatico e ai sussurrii dolciastri della propaganda commerciale (alzare le spalle, girare la schiena e badare alla vita vera).

Quale differenza vedi tra il futuro dell’America e quello dell’Europa?

I paesi dell’Europa sono delle entità storiche che mantengono ancora le vestigia di un vassallaggio in campo monetario e commerciale, mentre gli Stati Uniti sono nati come un’entità commerciale, basata su una rivoluzione che era essenzialmente una rivolta fiscale e non aveva dunque posizioni di ripiego. La popolazione europea è meno instabile che di quella americana, con un più forte senso di appartenenza regionale, ed è più desiderosa di avere relazioni coi propri vicini,
di riuscire a trovare un linguaggio comune e di trovare delle soluzioni alle difficoltà comuni.

La più grande differenza probabilmente, e più promettente per avviare una discussione fruttuosa, è quella della politica locale. La vita politica europea è forse danneggiata dalla politica delle lobby e dal liberismo di mercato, ma contrariamente agli Stati Uniti, non sembra patire di una completa morte cerebrale. Quanto meno spero che non sia completamente morta; l’aria calda che esce da Bruxelles è spesso indistinguibile del vapore rilasciato da
Washington, ma possono accadere cose migliori a livello locale. In Europa resta qualcosa di simile a un ambito politico, la contestazione non è totalmente futile e la rivolta non è interamente suicida. Il paesaggio politico europeo può offrire, dopo tutto, molte più di possibilità di rilocalizzazione, di demonetizzazione delle relazioni umane, di devoluzione verso le istituzioni e verso i sistemi di sussistenza locali rispetto agli Stati Uniti.

Il collasso americano ritarderà quello europeo o lo velocizzerà?

Ci sono numerose incertezze sul modo in cui gli avvenimenti potrebbero susseguirsi, ma l’Europa è almeno due volte più capace di attraversare il prossimo shock petrolifero rispetto agli Stati Uniti. Una volta che la domanda petrolifera negli Stati Uniti crollerà dopo un duro colpo, l’Europa avrà per un periodo, forse per un decennio, le risorse petrolifere di cui ha bisogno prima che l’esaurimento delle risorse si riallinerà alla domanda.

La vicinanza relativa delle grandi riserve di gas naturale dell’Eurasia potrebbe rivelarsi anche una garanzia maggiore contro le interruzioni, a dispetto della politica tossica intorno alle pipeline (2). La prevista ma improvvisa fine del dollaro
sarà sicuramente economicamente disturbante, ma in un tempo leggermente più lungo il cedimento del sistema del dollaro fermerà l’emorragia dei risparmi mondiali verso il debito a rischio e verso l’esorbitante consumo americano. Ciò dovrebbe innalzare le ricchezze dei paesi della zona euro e anche dare respiro ai paesi più poveri del mondo.

In che modo si può paragonare l’Europa agli Stati Uniti e all’ex Unione Sovietica, per quanto riguarda il collasso?

L’Europa è in vantaggio rispetto agli Stati Uniti in tutti gli aspetti delle “carenze dovute al collasso” (3), come le abitazioni, il trasporto, il cibo, la sanità, l’educazione
e la sicurezza. In tutti questi settori c’è un qualche sistema di assistenza pubblica e alcuni elementi di resilienza locale. Il modo in cui l’esperienza soggettiva del collasso si raffronterà a ciò che è avvenuto in Unione sovietica è un qualcosa su cui dovremo pensare quando avverrà. Una delle differenze maggiori è che il crollo dell’Unione Sovietica fu seguito da un’ondata di privatizzazioni corrotte e anche criminali e da una liberalizzazione economica, ed è stato come subire un terremoto dopo un incendio criminale, mentre non vedo un nuovo sistema economico funesto all’orizzonte che sia pronto a imporsi in Europa nel momento in cui cadrà. D’altro canto, le vestigia del socialismo che sono state così utili dopo il collasso sovietico sono state poi erose in Europa dalla recente ondata di fallite sperimentazioni per liberalizzare i mercati.

Come interagisce il picco petrolifero col picco del gas naturale e del carbone? Ci dobbiamo preoccupare anche di altri picchi?

I diversi combustibili fossili non sono intercambiabili. Il petrolio fornisce la gran parte delle fonti energetiche per il trasporto, senza le quali gli scambi nelle economie
evolute giunge alla paralisi. Il carbone è importante per fornire la potenza elettrica di base a molti paesi, ma non alla Francia che dipende dal nucleare. Il gas naturale, il metano, fornisce l’azoto dei fertilizzanti
per l’agricoltura industriale e fornisce anche l’energia termica per il riscaldamento domestico, per la cucina e per numerosi processi di fabbricazione.

Tutte queste risorse hanno oltrepassato il picco in gran parte dei paesi e si d avvicinano al picco globale, quando non lo hanno già passato.

Circa un quarto del petrolio totale è prodotto solo da una manciata di giacimenti petroliferi giganteschi che sono stati scoperti da parecchi decenni. La vita produttiva di questi campi è stata prolungata dalle tecniche di trivellazione parallele e dalle iniezioni di acqua. Queste tecniche permettono di sfruttare in modo completo la risorsa e più rapidamente, provocando un declino
più pronunciato: il petrolio si trasforma in acqua, all’inizio lentamente, poi in modo improvviso. Il giacimento gigante di Cantarell nel golfo del Messico è un buon esempio di rapido esaurimento e il Messico non riuscirà a essere esportatore di petrolio per ancora molti anni. L’Arabia Saudita, il secondo produttore di petrolio dopo la Russia, è molto riservata sui propri giacimenti, ma è significativo il fatto che abbia ridotto lo sviluppo dei campi petroliferi e che stia investendo nella tecnologia solare.

Anche se è in corso un tentativo di non presentare come innovazione (mentre in realtà non lo sono) le tecniche di fratturazione idraulica e di trivellazione orizzontale per produrre il gas naturale a partire dalle formazioni geologiche – come lo scisto che era considerato in precedenza insufficientemente poroso -, si tratta in realtà di un gioco finanziario. Lo sforzo è al tempo stesso troppo costoso per le condizioni tecniche e i danni ambientali da risultare redditizio, a meno che il prezzo del gas naturale si alzi fino al punto di provocare dei danni all’economia, riducendo la domanda.

Il carbone era considerato dapprima una fonte molto abbondante, con riserve per centinaia di anni al livello attuale di consumo. Ma queste stime sono state riviste in questi ultimi anni e sembra che il più grande produttore di carbone al mondo, la Cina, sia molto vicina al suo picco. Poiché è il carbone ad aver alimentato direttamente la recente crescita economica cinese, ciò implica che la questa crescita sia alla sua fine, con i severi dissesti economici, sociali e politici che seguiranno. Gli Stati Uniti dipendono dal carbone per quasi la metà della loro produzione di elettricità e sono allo stesso modo incapaci di aumentare l’utilizzo di questa risorsa. La maggior parte dell’antracite ricca di energia degli Stati Uniti è stata esaurita e quella prodotta adesso, dalle tecniche ambientalmente devastanti come la decapitazione delle montagne (4) è di una qualità molto inferiore. Il carbone si trasforma lentamente in scorie. A un certo punto, il carbone smetterà di fornire un guadagno energetico: minarlo, frantumarlo e trasportarlo d una centrale diventerà una perdita netta di energia.

È essenziale comprendere che è il petrolio – assieme ai carburanti da trasporto da esso derivati – che consente tutte le altre attività economiche. Senza il diesel per le locomotive, il carbone non può essere trasportato fino alle centrali elettriche, la rete elettrica si spegne e tutte le attività economiche si fermano. È essenziale comprendere che anche piccole carenze nella
disponibilità di combustibili per il trasporto può avere effetti economici contundenti. Questi effetti sono inaspriti dal fatto che è la crescita economica e non la decrescita (5) economica (che sembra invece inevitabile, considerando i fattori sopra menzionati) che forma la base di tutta la pianificazione economica e industriale. Le economie industriali moderne, a livello finanziario, politico e tecnologico, non sono concepite per poter reggere una contrazione, o per rimanere in una fase stabile. Di conseguenza, una crisi petrolifera di minore importanza (come nel caso del recente e costante aumento del prezzo del petrolio punteggiato dai forti rialzi) può diventare una calamità socio-politica.

Infine, vale la pena menzionare il fatto che i combustibili fossili sono davvero utili solo nel contesto di un’economia industriale che sia capace di utilizzarli. Un’economia
industriale in un stato avanzato di decadenza e di collasso non può né produrre né utilizzare le vaste quantità dei combustibili fossili che vengono bruciati quotidianamente. Non c’è un metodo conosciuto
per ridurre l’industria a una dimensione artigianale per servire solamente i bisogni dell’élite, o per mantenere in vita le istituzioni sociali, finanziarie e politiche che si sono coevolute con l’industria in sua
assenza. Deve essere anche sottolineato che l’utilizzo dei combustibili fossili fu correlato molto strettamente con l’aumento della popolazione umana, e che lo resterà verosimilmente anche nel periodo di calo. Quindi, non sarà forse necessario osservare troppo oltre il picco globale della produzione petrolifera per assistere a forti perturbazioni nella produzione, e ciò renderà privi di importanza gli altri combustibili fossili.

Come va la Russia post-collasso (6)? È pronta per il suo secondo picco (7)?

La Russia rimane il più grande produttore di petrolio al mondo. Sebbene sia stata incapace di aumentare la produzione di petrolio convenzionale, ha affermato di poter raddoppiare la sua produzione trivellando in mare aperto nell’Artico in fase di scioglimento. La Russia è e rimane la seconda carta energetica vincente dell’Europa. A dispetto della politica tossica delle pipelines (a cui è stato recentemente trovato un parziale rimedio con la costruzione del gasdotto
North Stream (8) che attraversa il Baltico), è storicamente il fornitore di energia europea più affidabile e mostra tutta l’intenzione di volerlo restare anche in futuro.

C’è una qualche speranza per un declino europeo sicuro e indolore, o tutte le società industriali sono condannate a crollare di colpo quando il carburante si esaurirà?

La gravità del collasso dipenderà dalla velocità con cui le società riusciranno a ridurre il loro utilizzo di energia, a ridurre la dipendenza dall’industria, a produrre il proprio cibo, a tornare ai metodi di produzione manuale per rispondere ai bisogni immediati e così via. Bisogna aspettarsi che le grandi città e i centri industriali siano quelli che si spopoleranno più rapidamente. D’altro canto, le zone rurali lontane e isolate non avranno le risorse locali per poter ripartire in modalità post-industriale. Ma c’è speranza per le città piccole e medie circondate da terra arabile e che hanno accesso a un corso di acqua. Per vedere quello che consentirà di sopravvivere, si bisogno osservare gli schemi di insediamento antichi e medievali, ignorando i luoghi che si sono troppo sviluppati durante l’era industriale. Sono i luoghi dove traslocare, per superare gli avvenimenti che si avvicinano.

Mia nonna mi raccontava che durante l’occupazione tedesca i cittadini affluivano in campagna di domenica, con le valigie vuote, in cerca di un po’ di cibo da comprare dai contadini prima di saltare sul treno del ritorno. Ci sono dei vantaggi per vivere in città in un’epoca post-collasso rispetto alla campagna?

Sopravvivere in campagna necessita di un’altra mentalità e di un altro insieme di capacità rispetto al sopravvivere in una città o in una metropoli. Di certo la maggior parte dei nostri contemporanei che passano le loro giornate a manipolare dei simboli e si aspettano per questo di essere nutriti, non sopravvivrebbero se lasciati a loro stessi in campagna. Comunque, quelli che vivono in campagna mancano anche adesso di una buona parte delle conoscenze e delle abilità che avevano una volta per riuscire a sopravvivere in mancanza della produzione industriale e mancano delle risorse per ricostituirle durante una crisi. Ci potrebbe essere una collaborazione fruttuosa, dato un grado sufficiente di attenzione e di preparazione.

Si può riuscire a coltivare cibo sufficiente coi metodi a bassa tecnologia e bassa energia a partire dalle terre agricole esauste e altamente inquinate? Sembra che potremmo finire in una situazione agricola peggiore rispetto a quella dei nostri antenati di solo due o tre generazioni fa.

È certamente vero. Aggiungiamo il riscaldamento climatico che causa già una forte erosione dei suoli a causa delle piogge torrenziali e delle inondazioni, le siccità e
le ondate di caldo in altre regioni. È probabile che l’agricoltura come è esistita nel corso degli ultimi diecimila anni diventi inefficace in molte regioni. Tuttavia, ci sono altre tecniche per coltivare il
cibo, che implicano la formazione di ecosistemi stabili in cui vivono sinergicamente varie specie di piante e di animali, uomini compresi. Verrà abbandonato per necessità il sistema attuale, dove i fertilizzanti
e i pesticidi sono sparsi sulla terra arata (invece che sul terreno vitale) per uccidere tutti gli organismi eccetto uno, il
cash crop, che viene poi raccolto meccanicamente, trasformato, ingerito, evacuato e rigettato nell’oceano. Questo sistema incontra già un severo limite per la disponibilità del fosfato fertilizzante. Ma è possibile creare dei sistemi a ciclo chiuso, dove i nutrienti restano sul terreno e possono accumularsi nel tempo. La chiave della sopravvivenza umana post-industriale sarà quella di utilizzare bene gli escrementi e l’urina.

Se le metropoli e le grandi città sopravvivono al collasso, quali saranno le loro principali attività? Perché abbiamo bisogno delle città?

La dimensione delle città e delle metropoli è proporzionale ai surplus che la campagna è capace di produrre. Questo surplus è diventato gigantesco durante il periodo di sviluppo industriale, dove l’uno o il due per cento della popolazione era capace di nutrire il resto. In un mondo post-industriale, dove i due terzi della popolazione saranno implicati direttamente nella coltivazione o nella raccolta di cibo, ci saranno molte meno persone che saranno capaci di vivere dei surplus agricoli. Le attività centralizzate sono di solito quelle che hanno a vedere col trasporto a lunga distanza (i porti per la navigazione) e la fabbricazione (mulini e manifatture alimentati dalle ruote a pale). Alcuni centri di apprendistato potrebbero anche essere mantenuti, anche se la gran parte dell’educazione superiore contemporanea – che formare giovani in occupazioni che non
esisteranno più – sarà certa di venir lasciata sul ciglio della strada.

Alcuni americani vedono il picco petrolifero e il collasso come un’altra opportunità di investimento. Avete già scritto sugli errori della fede nel denaro. Questo ci lascia una domanda più utile: cosa possono fare le persone durante o prima del collasso? Che cosa si può acquistare che sia realmente utile? Suppongo che la risposta possa variare fortemente a seconda della quantità di denaro che ancora si possiede.

È una domanda molto importante. Finché resta del tempo, il denaro dovrebbe essere convertito in merci che resteranno utili anche dopo la sparizione della base industriale. Queste merci possono essere stoccate nei container e siamo sicuri che perderanno valore molto più lentamente rispetto agli asset di carta. Un esempio sono gli attrezzi per compiere i lavori manuali, per fornire i servizi essenziali che sono al momento compiuti dal lavoro meccanizzato. Un altro sono i materiali che saranno necessari per ridare vita ai servizi post-industriali essenziali come il trasporto a vela: i materiali come la fune e la vela in fibra sintetica devono essere stoccati in anticipo
per facilitare la transizione.

Non menzionate la terra coltivabile o la casa. Pensate che un certo tipo di proprietà immobiliare possa rivelarsi un bene di valore dopo il collasso, supponendo che si potrà acquistarlo senza annegare nel debito, o che il troppo indebitamento finanziario e fiscale prima del collasso non sia di alcuna utilità?

Le leggi e costumi che governano l’immobiliare non sono utili o propizi per il tipo corretto di cambiamento. Quando l’età dell’agricoltura meccanizzata vedrà la sua fine, dovremmo aspettarci che ci siano grandi superfici di terra a maggese. Non importerà, sulla carta, chi le possiede, perché il proprietario non sarà verosimilmente capace di fare un uso produttivo dei grandi campi senza il lavoro meccanizzato. Dovranno emergere, necessariamente, altre modalità di occupazione del paesaggio, come i piccoli appezzamenti tenuti dalle famiglie per la sussistenza. I proprietari vacanti – quelli che detengono i titoli di proprietà della terra senza risiederci effettivamente ma che lo utilizzano solo come un attivo finanziario – verranno presumibilmente scacciati , una volta che gli integratori finanziari e meccanici della loro debole energia fisica non saranno più a loro disposizione. Mi aspetto ancora parecchi decenni di iniziative infruttuose a coltivare i cash crop su una terra sempre più esausta utilizzando le tecniche agricole meccaniche e chimiche sempre più inavvicinabili e aleatorie. Questi sforzi condurranno sempre più all’insuccesso a causa delle perturbazioni climatiche, che provocheranno un rialzo del prezzo degli alimenti e priveranno le popolazioni dei propri risparmi in una spirale discendente. Ci vorrà del tempo prima che emergano le nuove modalità di sussistenza
basate sulla terra, ma questo processo può essere accelerato dalle persone che condividono le proprie risorse, e che acquisteranno, affitteranno o semplicemente occuperanno dei piccoli appezzamenti di terreno praticando le tecniche di permacultura. I giardini comunitari, gli sforzi di guerrilla gardening, la semina con le palle di argilla, i campi stagionali per coltivare e raccogliere il cibo e altri sistemazioni umili e rudimentali possono spianare la strada a qualcosa di più grande, permettendo ai gruppi di persone di evitare lo scenario peggiore.

Come possono le persone prepararsi al collasso o al declino senza perdere i contatti col proprio ambiente sociale odierno, gli amici, i vicini, il lavoro o i clienti, e tutto quello che funziona ancora regolarmente attorno al loro? È una domanda sia psicologica che pratica.

È forse la domanda più difficile. Il livello di alienazione nelle società evolute industriali, in Europa, negli Stati Uniti e altrove, è assolutamente stupefacente. Le persone non sono capaci di formare delle amicizie durature a scuola e sono incapaci di avvicinarsi in seguito, con la possibile eccezione delle relazioni sentimentali che sono spesso fugaci. A partire da una certa età le
persone si adattano alle proprie abitudini, sviluppano i modi specifici del proprio ceto e le loro interazioni con gli altri diventano studiate e limitate alle interazioni commerciali socialmente autorizzate. Una transizione profonda e fondamentale, come quella di cui discutiamo, è impossibile senza la capacità di improvvisare, di essere flessibili, di essere effettivamente capaci di abbandonare quello che si è stati
e di cambiarsi a seconda di ciò che il momento esige. Sono, paradossalmente, di solito i giovani e i vecchi che non hanno niente da perdere a uscirne meglio e sono i vincitori, le persone produttive tra trenta e i sessanta anni sono quelle che ne escono peggio. Ci vuole un certo distacco da tutto quello che è astratto e impersonale e un approccio personale con tutti quelli che sono attorno a noi, per esplorare il nuovo paesaggio.

Note:

1. Nel testo money politics, la politica condotta sotto l’influenza dei gruppi di interesse, in opposizione alla “electoral politics”, la politica che deriva dal processo elettorale.

2. La Russia ha mostrato, nel 2009, la capacità di imporre le proprie condizioni ai clienti europei e ai paesi di transito, in questo caso all’Ucraina, chiudendo semplicemente il rubinetto del gas.

3. Se non siete familiari con la nozione “carenza dovute al collasso”, non mancate di leggere Combler le retard d’effondrement.

4. Nel testo mountaintop removal, un metodo di sfruttamento minerario di superficie che utilizza abbondantemente gli esplosivi.

5. In francese nel testo.

6. In un colloquio con Lindsay Curren (No shirt, no shoes, no problem), Dmitry descriveva così la Russia contemporanea:

La Russia è un paese che, in questo momento, riesce ad essere stranamente abbastanza stabile. Per stabile voglio dire che terrà ancora almeno per alcuni decenni perché è davvero ricca di energia e di risorse. Non ci sono altri motivi. So che la società sovietica aveva alcuni vantaggi nei termini di sopravvivenza al collasso, ma si sta disgregando nel corso di questo ultimo cedimento. Ciò che abbiamo in Russia ora è questo capitalismo demente dove i redditi del petrolio e del gas naturale filtrano attraverso l’economia con vari tipi di tangenti, di accordi di sottobanco e di corruzione, che gonfiano in gran parte la società urbana, una prospera classe media che comprende solo una piccola percentuale della popolazione. Il resto del paese sta sparendo. Il russo come popolo sta sparendo. Ci saranno sempre meno grandi città. La campagna è devastata grandemente e si sta svuotando. E oltretutto ci sono molti disastri ambientalisti che si susseguono e che potrebbero fare della produzione alimentare in Russia un’impresa più aleatoria che altrove.
Dunque la Russia, come paese, si sta rattrappendo in modo dolce. Non ci sono più frontiere tra Russia e Cina. Penso che ci siano accordi in fase di preparazione che vedranno tutta la parte orientale della
federazione russa affittata alla Cina per vari utilizzi. Grandi parti di territorio sono già in questa condizione.

7. Il picco della produzione petrolifera sovietica (1988) è stato seguito dal collasso dell’Unione Sovietica (1990). Si può leggere su questo argomento “Leçons post-soviétiques pour un siècle post-américain”.

8. Il North Stream è un gasdotto che collega direttamente la Russia alla Germania passando per il Mar Baltico, aggirando l’Europa orientale.

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Fonte: Un entretien avec Dmitry Orlov

15.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Pubblicato da Davide

  • borat

    un grande, come sempre.