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INTERVISTA A DANIELE LUTTAZZI: VITA DURA PER I TROPPO LIBERI

Intervista raccolta da Federico Zamboni
La Voce del Ribelle

Fatto fuori dalla Rai, da Mediaset e da La7.

Altri si atteggerebbero a martiri della satira:

lui tira dritto come sempre. E riempie i teatri.

Partiamo dalla stretta attualità: negli Usa hanno eletto Obama e i media magnificano l’evento, come se i guasti del passato fossero definitivamente alle spalle e ci attendesse una rinascita generale. Come minimo occidentale. Forse addirittura planetaria. Ti associ anche tu all’euforia generale?

L’euforia generale è dovuta soprattutto al cambiamento che Obama ha promesso. A settembre ero a New York da Letterman il pomeriggio che ha intervistato Obama. Ero in prima fila, Obama era a cinque metri da me, me lo sono studiato bene. Dopo la sua prima risposta il pubblico era già in visibilio: Obama non dice nulla di diverso da quello che i democratici USA hanno sempre detto, ma sa dirlo in maniera avvincente. E con meno ambiguità rispetto a una Hillary. È ancora presto per giudicare. Le questioni cruciali, come si sa, saranno la politica estera (ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan, rilancio della diplomazia e delle relazioni internazionali) e la politica economica (new deal, fine della speculazione finanziaria). Non ci resta che aspettare.

Adesso un passo indietro. Torniamo al famigerato “editto bulgaro”. Biagi ha fatto in tempo a rientrare in Rai, Santoro ha recuperato stabilmente il suo spazio; com’è che tu sei ancora fuori?

Perché sono un cane sciolto. L’Italia è divisa in clan che si spartiscono il potere. Se non appartieni a nessuno di essi, ti fanno fuori in due secondi.

E come lo si vive questo ostracismo? Al di là dell’orgoglio per non essere scesi a compromessi, viene mai il dubbio che alla fine non ne valga la pena?

Ma la satira è un’arte! Gli artisti non ragionano in termini di convenienza materiale: obbediscono alla loro musa. I greci la sapevano lunga. Va da sé che la mordacchia alla satira, oltre a essere anticostituzionale, è insopportabile. I bacchettoni mi fanno schifo. Chi ne giustifica le azioni censorie, ancora di più.

Di nuovo il presente. L’unico aspetto positivo della crisi in cui stiamo sprofondando è che ha messo in luce, come non mai, i vizi e le contraddizioni del capitalismo, specialmente di quello finanziario. La tua impressione qual è?

Il capitalismo troverà il modo di proseguire nello sfruttamento. È il suo mestiere. Fra qualche decina d’anni, però, la crisi ambientale romperà il giocattolo: quello capitalistico è un modello insostenibile.

Si sta avviando un vero ripensamento dello schema nevrotico “nasci produci consuma crepa”, oppure c’è solo il rammarico per non poter continuare a inebriarsi con lo shopping, eventualmente con la carta di credito e i pagamenti ”in comode rate”?

La decrescita è una necessità. A poco a poco diventerà un sapere di tutti.

I tuoi spettacoli? A proposito: va bene che li definiamo così o preferisci qualche altro termine?

Il termine è giustissimo. I monologhi sono rappresentazioni teatrali.

Che aspettative hai da parte del tuo pubblico, e come sono cambiate, se sono cambiate, nel corso del tempo?

Scrivo e recito cose che fanno ridere me. Quando il pubblico si rivolge a te come a un guru senza macchia, o come a un leader che è lì a indicarti la verità e la via, sbaglia e gli va detto. In questo Paese, i demagoghi attecchiscono troppo facilmente, coi risultati che vediamo e da cui la storia del secolo scorso pare non averci immunizzato. Il mio punto di riferimento è Lenny Bruce. Diceva: ”Io faccio parte della corruzione che metto alla berlina.” Un atteggiamento molto più sano.

E quest’ultimo testo che hai scritto, come è nato? A cosa mira?

Ogni testo comico/satirico ha come obbiettivo la risata più grande possibile. Col monologo Decameron estendo ai fatti nuovi la satira dell’omonimo programma tv che La7 interruppe un anno fa per motivi misteriosi e ancora tutti da spiegare (c’è un processo in corso) dopo appena 5 puntate, nonostante gli ascolti mastodontici. Sono due ore di satira incandescente contro la politica reazionaria del governo Berlusconi, contro l’opposizione molle del PD, contro l’oscurantismo del Vaticano, e contro il potere della satira.

In Italia sembra impossibile, passare dal dissenso individuale a una controcultura diffusa e in qualche modo coesa, sia pure con tutte le possibili (e magari anche auspicabili) diversità interne. Come va con gli altri che fanno satira non addomesticata, come Beppe Grillo o Sabina Guzzanti?

C’è una differenza enorme: loro si fanno forti del numero di chi li segue, io no. Una controcultura ha i suoi tempi. Coagulerà.

Un’ultima cosa: chi o che cosa ti fa incazzare di più in Italia o nel mondo?

I soprusi del potente sul debole. Soprusi che oggi sono sistema: il pensiero unico reazionario e guerrafondaio sta governando il mondo col precariato di massa, le politiche antisociali e le speculazioni finanziarie. È la peste attuale, cui alludo col mio Decameron. La peste del Boccaccio segnò la fine del medioevo e l’inizio del Rinascimento. Auguriamocelo.

Gran finale: una battuta inedita per i nostri lettori.

L’altra mattina ho acceso la tv. “Borghezio ricoverato per un malore.” E io: -Uh, ha vinto Obama!-

Federico Zamboni
Fonte: www.ilribelle.com/
Dicembre 2008 – Anno 1, Numero 3 – Sommario

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Pubblicato da Davide