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INFORMAZIONE ? L’ARTIFICIO DI UNA SIMULAZIONE


DI EDUARDO ZARELLI
ilribelle.com

I media sono al servizio del modello economico che domina l’Occidente.

Ma i singoli contenuti c’entrano solo in parte.

La chiave di volta è nel modo in cui allontanano dalla realtà,

in una apoteosi di desideri puerili ed egoistici

Non è facile parlare di informazione senza scadere nella più scontata banalità. Partiamo però dal constatare l’ovvio: la comunicazione negli ultimi decenni ha raggiunto uno sviluppo tecnologico e quantitativo senza precedenti. Cablaggio digitale, satellitare, televisione ad alta definizione collegata in rete telematica, Internet, facebook, iPhone, palmari a console, ecc. Con queste nuove tecnologie – che sempre più si diffonderanno e affineranno – viviamo nell’era della globalità istantanea – per dirla con Paul Virilio – vale a dire della possibilità non solo di una diffusione o di una ritrasmissione, ma anche di un’interazione immediata di qualsivoglia accadimento.

I mezzi di informazione possono veicolare con rapidità sincopata quali idee bisogna accettare e quali respingere, quali prodotti acquistare, quali spettacoli bisogna andare a vedere. Non è esagerato dire che tali strumenti e un simile potere vanno largamente al di là delle capacità di propaganda di cui hanno potuto disporre in passato i regimi totalitari.

La potenza insita nella comunicazione contemporanea va surrogando la stessa legittimità statuale. La relazione fra la politica e la medialità non può quindi essere ridotta all’emancipazione della seconda dalla prima. L’autorità ha semplicemente cambiato senso. Ci si accorge di ciò constatando quanto ha in sé di anacronistico l’espressione “quarto potere”, spesso utilizzata per definire la stampa. Così come l’economia si è prima affermata come un contropotere nei confronti della politica e poi si è issata in posizione di egemonia, i mezzi di comunicazione hanno smesso da un pezzo di essere un contropotere. Il “quarto potere” è diventato il primo e non esiste più nessun contropotere che riesca a contenerlo.

La televisione e le sue tentacolari 

protesi digitali spingono ad isolarsi 

e nel contempo soddisfano un 

bisogno di evasione stimolato 

dal crescente isolamento. 

Esistono vari modi di esaminare il sistema massmediale. Il primo livello consiste nello studiarlo come uno strumento di propaganda o di disinformazione. Gli esempi sono tali e così palmari che nell’imbarazzo della scelta, evitiamo di disperderci nel copioso elenco a disposizione. 

Un secondo modo di analizzare il sistema dei media consiste nel considerarli uno strumento di controllo sociale. La tecnica, in effetti, non è mai neutra. Le caratteristiche tecniche degli organi di comunicazione ne definiscono non solo lo stile e il contenuto, ma anche le condizioni di esercizio dell’egemonia. Qui il discorso si fa molto ampio, ma anche in questo caso l’evidenza di una società passiva, solitaria e anonima a discapito di relazioni e partecipazione comunitaria è di drammatica evidenza. 

La televisione e le sue tentacolari protesi digitali spingono ad isolarsi e nel contempo soddisfano un bisogno di evasione stimolato dal crescente isolamento. In questa cultura di evasione, si consuma a mo’ di spettacolo ciò che la vita reale rifiuta: il sesso, il lusso, l’avventura, il viaggio ecc. Ma per acquisire questa distrazione bisogna pagare il prezzo di una sorta di anestesia, che nasce dall’impressione di avere il mondo in casa, di poter andare dappertutto senza muovere un dito, di poter essere al corrente di tutto senza aver bisogno di un’esperienza vissuta.

Vi è infine un terzo modo di descrivere i media oggi dominanti, che consiste nel trattare del sistema mediale in quanto sistema in sé, indipendentemente dall’uso che ne fanno i detentori. 

È senza dubbio quello più emblematico – a nostra opinione – per cogliere la condizione di fatto. Infatti, in altri tempi, si poteva identificare un gruppo sociale che esercitava l’egemonia sulla vita pubblica controllando i mezzi di comunicazione. Ciò può ancora accadere, beninteso; ma ormai la sostanza del problema è altrove. La novità radicale dell’oggi è che il medium dominante non è più un mezzo ma tende a porsi come fine di se stesso. In altri termini, i media – a dispetto del nome che si continua a dar loro – non sono più, fondamentalmente, intermediari fra gli autori di un messaggio e i suoi destinatari. Come aveva genialmente notato Marshall McLuhan, sono essi stessi il messaggio. I media non sono più istanze mediatrici, che permettono di passare da un livello all’altro, da uno stato del sociale ad un altro. Sono essi stessi il proprio contenuto: la notizia non è altro che il portatore di notizie.

L’avvento di Internet modifica questa situazione? Il giudizio non può che essere controverso. L’esplosione dei punti di informazione e opinione disponibili tramite il rizoma della rete moltiplica il pluralismo fino alla sua irrilevanza nella coscienza critica e, soprattutto, nella formazione reale dell’opinione pubblica generale. Così come la ridondanza industriale dei mezzi si rivela nella mancanza di fini, la quantità di informazioni e messaggi che transitano in rete tendono all’irrilevanza catatonica, in primis per mancanza di differenziazione e di gerarchia fra di essi.

L’influenza più notevole dei media non proviene da ciò che trasmettono, ma dalla loro stessa esistenza. Non incitano a pensare qualcosa: essi incitano a pensare attraverso i media.

È vero che i media contribuiscono a modellare le opinioni, i sentimenti e i gusti, e che da questo punto di vista sono uno straordinario strumento di influenza. Ma l’influenza più notevole che esercitano proviene non da quello che trasmettono, bensì dalla loro stessa esistenza. I mezzi di informazione non incitano a pensare qualcosa, incitano a pensare attraverso i media. Dice lucidamente a tal proposito Jean Baudrillard, «i media non stanno dalla parte di nessun potere perché sono una gigantesca forza di neutralizzazione, di annullamento del senso, e non una forza di informazione positiva, di accrescimento del senso. Neutralizzano sia le forze storiche sia le forze del potere, che diventa di conseguenza trasparente e fluttuante». 

Per questo sarebbe ingenuo e nel contempo anacronistico analizzare l’influenza massmediale in termini di “complotto”, cercando di identificarne i “veri padroni” o i “direttori d’orchestra clandestini”. 

I mezzi di informazione sono padroni di se stessi, e coloro che credono di dirigerli sono di fatto diretti da essi. La “mano invisibile” dei media sono i media. L’unanimismo massmediale non deriva da una deliberata volontà di applicare ovunque le stesse direttive, ma dalla natura sistemica, autoreferenziale, intrinsecamente omogeneizzante, del potere massmediale. 

I mezzi di comunicazione funzionano nei fatti come se ricevessero istruzioni da una qualche centrale, ma non esiste un centro dei media. Come nel caso della materializzazione dell’economia, dei mercati finanziari, delle reti planetarie, la loro circonferenza è dappertutto e il centro da nessuna parte. Il discorso massmediale è prima di tutto un discorso anonimo, perché non ha un’origine reperibile. Il sistema dei media è un operatore circolare perfetto. Il mezzo essendo già in sé il messaggio è nichilistico per essenza, non ci si può dunque limitare a criticare le idee che veicola o che si suppone veicoli. Questa critica deve estendersi agli organi di trasmissione, vale a dire al sistema che essi costituiscono. Tale sistema ha nome e cognome: mercificazione finanziaria; e in quanto tale diffonde universalmente l’ideologia economicista che sottende l’intera modernità. 

Il successo commerciale è l’obiettivo che prevale su tutti gli altri e che determina 

la qualità. Non è quel che è buono a vendersi meglio,

ma è quel che si vende bene a essere considerato buono. 

L’universo della comunicazione mobilita, lo sappiamo, somme di denaro sempre più iperboliche. Se ci si riflette un istante, ci si rende conto che in ciò vi è qualcosa di molto naturale. In quanto equivalente astratto universale, il denaro è, infatti, l’agente di comunicazione per eccellenza. In altre parole, l’informazione è diventata una merce come le altre. E come tutte le merci vale unicamente nella misura in cui si può vendere e acquistare. Ancora mezzo secolo fa, il successo commerciale immediato era sospetto, tanto più sospetto in quanto le elevate creazioni culturali facevano sempre fatica ad imporsi, e ci riuscivano solo opponendosi alla logica del mercato. 

Oggi accade il contrario. Il successo commerciale immediato è l’obiettivo che prevale su tutti gli altri e che determina la qualità. Non è quel che è buono a vendersi meglio, ma è quel che si vende bene ad essere considerato buono, e tanto migliore quanto meglio si vende.

La concorrenza obbliga ciascun medium 

a fare come tutti gli altri, a trattare gli 

stessi temi o a parlare degli stessi libri. 

Il presunto “pluralismo” si riduce alla 

moltiplicazione di un unico modello. 

I teorici liberali hanno sempre affermato che la concorrenza favorisce la qualità e la diversità. Ma vediamo tutti i giorni che essa ha effetti diametralmente opposti. La concorrenza non solo provoca la concentrazione del mercato, che ricrea monopoli e oligopoli, e all’abbassamento di livello che è reso obbligatorio dalla corsa all’ascolto; comporta anche l’uniformità dell’offerta a causa del generalizzarsi della rivalità imitativa. Il principio stesso di concorrenza obbliga ciascun medium a fare come tutti gli altri media, a trattare gli stessi temi o parlare degli stessi libri di cui gli altri parlano. Il presunto “pluralismo” si riduce perciò alla moltiplicazione di un unico modello. 

L’omogeneizzazione del discorso massmediale è ulteriormente rafforzata, al livello degli uomini, dalla straordinaria connivenza fra i giornalisti, i direttori di giornali, i commentatori televisivi e gli uomini di potere, connivenza che favorisce l’autocensura, fa sì che gli interlocutori non si affrontino più in maniera significativa e rafforza una complicità oggettiva fondata su una comune appartenenza alla Nuova Classe cosmopolita e, soprattutto, su interessi comuni. 

I giornalisti selezionano, consapevolmente o inconsapevolmente, le informazioni a seconda del fatto che corrispondano oppure no alla loro deformazione professionale, cioè alla visione del mondo che è loro imposta dai media. Ciò spiega l’assoluta mancanza di curiosità e senso critico che dimostrano nei confronti di tutto quello che considerano “fuori campo”. Allo stesso modo, in televisione, il telespettatore non assiste mai ad un evento, contrariamente a ciò che crede, bensì a una rappresentazione di un evento, a una trasposizione in immagini, in altre parole a una messinscena, che implica sempre una selezione e un montaggio. L’informazione, si potrebbe dire, si è esaurita nella messinscena dell’evento, ovvero, in definitiva, nell’artificio della simulazione.

Eduardo Zarelli
Fonte: www.ilribelle.com

Numero 11/12 – agosto/settembre 2009

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Pubblicato da Davide

  • vic

    Si leggano le godibilissime pagine introduttive del libro sull’11 settembre di Roberto Quaglia.

    vedi blog qui sotto, sono su Google books

    Saluti

  • redme

    ” la società dello spettacolo ” guy debord….. edizione italiana 1973……
    tutto questo e ancora di più…saluti

  • redme

    “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la oro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.

    Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero Paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

    P.P.Pasolini 1973

  • Tonguessy

    mitico…

  • cesare52

    Un ringraziamento a cui mi associo anche io. L’amico Tonguessy, come al solito mi ha preceduto. Ma l’apprezzamento. sia per De bord che per Pasolini e per li ha richiamati è di dovere.

  • Kevin

    Cristo mi hai tolto le parole di bocca.

  • sentinella

    >>I giornalisti selezionano, consapevolmente o inconsapevolmente, le informazioni a seconda del fatto che corrispondano oppure no alla loro deformazione professionale, cioè alla visione del mondo che è loro imposta dai media>>>
    Ma dov’è la macchina che produce giornalisti e uomini di spettacolo così ripetitivi e univoci, o meglio unidirezionali in direzione della più bassa mediocrità?? Perchè se qualcuno sa dove si trova sarebbe molto rivoluzionario distruggerla!>>>>
    Quanto è vero …..
    E che dire della demenzialità del prodotto televisivo che esula dalla cosidetta “informazione” ma dovrebbe essere puro intrattenimento infarcito solo di culi e tette gonfiate al silicone, nonchè volgare appiattimento, totale mancanza di creatività dai telequiz ai reality. E’ quello che la massa chiede perchè ne ha bisogno per rilassarsi dopo una giornata di problemi?? Oppure è solo un Grande Fratello alla Orwell che siamo costretti a seguire in mancanza di un alternativa o come alternativa alla solitudine e al silenzio??

  • vic

    Per sentinella

    Non e’ che la macchina produca giornalisti, si limita a sceglierli.

    Sarebbe un grande errore pensare che non ci siano in giro persone in gamba, sia nel giornalismo che in politica che altrove. E’ la selezione naturale della macchina in cui si trovano che pian piano li emargina. Oppure li plasma a sua immagine e somiglianza. Per quieto vivere o per altre ragioni, quali la naturale tendenza verso la mediocrita’, quando e’ un gruppo ad agire. Anche la democrazia e’ questo, in fondo.

    Faccio un esempio, estremo ma verosimile, nel campo scientifico, con un personaggio conosciuto praticamente da tutti: Einstein.
    Oggi come oggi, verrebbe filtrato ed emarginato dalla sua macchina di settore. La macchina mai permetterebbe ad un outsider sconosciuto che lavora come impiegato di terzo livello in un oscuro ufficio brevetti, dunque fuori dall’ambiente della macchina (l’accademia), di scrivere in qualsivoglia media della macchina stessa.

    In politica vige lo stesso principio di filtraggio preventivo. Idem in campo giornalistico. Non parliamo poi di settori come quelli della finanza o della grande industria. O ti omologhi al pensar comune o sei out.

    Da quando in qua si sceglie come top manager di una grande azienda uno che vede favorevolmente la decrescita? Nemmeno se fosse un paladino sfegatato della marcia sul posto lo prenderebbero! Non per niente le rarissime eccezioni vengono da industrie a conduzione familiare, dove a volte si puo’ scoprire un’interessante filosofia industriale che altrimenti sarebbe esclusa dal gotha dominante.

    Chi filtra e decide all’interno della macchina di settore e’ troppo spesso l’emblema stesso della mediocrita’ di giudizio o d’intelligenza.

    La soluzione? Facile a dirsi ma non a farsi: distruggere periodicamente la macchina e ricominciare con forze fresche da zero o quasi. In tempi antichi era la norma, anche per motivi di forza maggiore.

    Il famoso diluvio universale ci ricorda che una situazione del genere puo’ sempre succedere.

    Lo so, e’ esagerato come esempio.

    Saluti dalla carpenteria Arca2000 ai piedi dell’Ararat.