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IN VOLO PER L’INDIA

DI GEORGE MONBIOT
Monbiot.com

Se vivete in un Paese di lingua inglese e gran parte del vostro lavoro si basa su telefono o computer, preparatevi a dire addio al vostro impiego. Quasi tutte le società che lavorano su transazioni a distanza stano iniziando a licenziare personale per assumere forza lavoro più economica all’estero. Tutti quelli che si preoccupano dell’equità economica e della diffusione del benessere in patria dovrebbero preoccuparsi. Chiunque invece si curi della giustizia globale e della diffusione del benessere nel mondo dovrebbe rallegrarsi. Nel caso in cui si tratti sempre delle stesse persone, abbiamo un problema.

A suo tempo, l’industrializzazione britannica fu assicurata dalla distruzione della capacità produttiva dell’India. Nel 1699 il governo inglese proibì l’importazione del tessuto di lana dall’Irlanda, e nel 1700 quella della stoffa di cotone (il calicò) dall’India. Entrambi i prodotti furono messi al bando in quanto superiori ai nostri. E visto che la rivoluzione industriale era fondata sull’industria tessile, se avessimo consentito ad altri di entrare nel nostro mercato, non avremmo potuto raggiungere il dominio sull’economia globale.Lungo tutto il diciottesimo e diciannovesimo secolo, l’India fu costretta a fornire materia prima ai produttori britannici, ma le fu impedito di produrre i propri beni competitivi. Noi siamo ricchi perché gli indiani sono poveri.

Ma ora i posti di lavoro che abbiamo sottratto trecento anni fa stanno tornando indietro in India. Il servizio informazioni delle Ferrovie Nazionali si trasferisce a Bangalore, nel sud est dell’India, e la banca Hsbc sposta 4 mila posizioni di servizio clienti dalla Gran Bretagna all’Asia. Bt, British Airways, Lloyds Tsb, Prudential, Standard Chartered, Norwich Union, Bupa, Reuters, Abbey National e Powergen hanno spostato i loro call center in India. I lavoratori on-line britannici hanno le ore contate.

C’è una forte ironia storica. Gli impiegati indiani sono in grado di surclassare oggi i loro colleghi inglesi perché il Regno Unito ha distrutto la loro capacità competitiva nel passato. Avendo distrutto l’industria indiana, la Compagnia delle Indie Orientali e le autorità coloniali obbligavano la popolazione locale a parlare la nostra lingua, adottare le nostre procedure di lavoro, e abbandonare la loro forza lavoro nelle mani delle società multinazionali. Gli impiegati nei call center tedeschi e olandesi sono meno vulnerabili dei nostri, perché Germania e Olanda hanno avuto meno successo come potenze coloniali, col risultato che meno persone oggi nei Paesi poveri parlano le loro lingue.

L’impatto sul mondo del lavoro britannico sarà devastante. Perché gli impieghi nel settore dei servizi che ora stanno subendo questo trasferimento, sono quelli che avrebbero dovuto compensare la perdita di posti nell’industria migrati all’estero negli anni 80 e 90.

Il governo aveva garantito occupazione nel settore dei computer in cambio dei posti persi a causa della chiusura delle miniere, i cantieri navali e le acciaierie, ma a quanto pare le società di call center hanno testato i loro sistemi a spese dello Stato per poi spostarli dove è più conveniente.

E non è difficile capire perché quasi tutte hanno scelto l’India: i salari nel settore dei servizi e della tecnologia sono a malapena un decimo di quelli britannici; lo standard di istruzione è molto elevato e quasi tutti gli indiani parlano inglese; mentre gli inglesi accettano il lavoro di call center solo se ritengono di non potere avere di meglio, per gli indiani si tratta di una professione alla moda.

Una società di supporto tecnico a Bangalore una volta ha messo un annuncio per 800 posti ricevendo in risposta 87 mila curriculum. E infine, i call center che si spostano in India hanno a disposizione i più accattivanti, pazienti, docili e intelligenti impiegati che il mercato possa offrire.

Non è una novità che le multinazionali delocalizzino il lavoro in parti del mondo lontane fra loro per spingere al ribasso i salari. Quello che è nuovo è l’ordine di grandezza della minaccia rappresentata dalla forza lavoro delle nazioni povere nei confronti della nostra classe media. Tempo fa, l’Evening Standard è entrato in possesso di alcuni documenti di consulenza riservati da cui si evinceva che, nei successivi cinque anni, almeno 30 mila posti nel settore delle assicurazioni e della finanza erano destinati a essere spostati in India. E nello stesso periodo la società di consulenza americana Forrester Research ha previsto che il mercato del lavoro Usa perderà, nel settore impiegatizio, 3,3 milioni di posti entro il 2015. la maggior parte a favore dell’India, e solo poco più della metà sono umili posti di operatore telefonico, inserimento dati e back office. Il resto sono posizioni da caposervizio, ragioniere, agente assicurativo, programmatore, consulente nell’It, tecnico biologo, architetto, designer e avvocato.

Per la prima volta nella storia i professionisti britannici e americani si trovano in diretta competizione con quelli di un altro Paese. E, nei prossimi anni, ci si potrà aspettare di trovare molto meno entusiasmo nei confronti del libero mercato e la globalizzazione da parte di quei giornali e partiti che li rappresentano. Il libero mercato va bene finché mette in crisi il lavoro di qualcun altro.

Insomma sembra che sia in atto una sorta di nemesi storica: centinaia di migliaia di posti di lavoro, molti dei quali buoni, volano verso un’economia che noi stessi abbiamo a suo tempo mandato in rovina.
Per quanto, poi, possano essere bassi i salari se paragonati ai nostri, sono comunque molto più alti di quelli generalmente pagati dai datori di lavoro locali. E dove prima regnava il sistema delle caste, si sta creando una nuova classe media cittadina, il cui potere di acquisto stimolerà l’economia, che a sua volta probabilmente risponderà con un aumento dei salari e migliori condizioni di lavoro.

A quel punto, ovviamente, le corporation torneranno a spostarsi in un Paese in cui il costo del lavoro sia inferiore. Ma non prima di essersi lasciate dietro un po’ dei loro soldi. Secondo le società di consulenza Nasscom e McKinsey, l’India – che è sempre a corto di valuta per gli scambi internazionali- entro il 2008 guadagnerà, grazie ai posti di lavoro importati, circa 17 miliardi di dollari all’anno.

Ma dall’altra parte, le classi più deboli della Gran Bretagna stanno perdendo quei posti di lavoro da cui ci si aspettava sarebbe venuta la salvezza. Quasi i due terzi degli operatori di call center, ad esempio, sono donne: il sesso svantaggiato viene ulteriormente danneggiato. E con l’aumento della precarietà del posto di lavoro, le multinazionali avranno modo di inasprire ancora di più le condizioni lavorative, in un’industria che è già una di quelle che maggiormente sfrutta la forza lavoro in Gran Bretagna. E allo stesso tempo, riprendendo le stesse pratiche dei loro predecessori coloniali, le corporation costringeranno i loro impiegati indiani a imitare non solo il nostro metodo di lavoro, ma anche il nostro accento, i nostri gusti e il nostro “entusiasmo”, per convincere il cliente inglese di essere al telefono con qualcuno che gli stia parlando da dietro l’angolo. L’abilità che più ha mercato oggi in India è quella di sapere abbandonare la propria identità per vestirsi di quella di un altro.

In conclusione, il volo verso l’India è una cosa buona o cattiva? L’unica risposta ragionevole è tutte e due: i benefici non cancellano i danni. Aspetti positivi e negativi coesistono, e devono coesistere, fianco a fianco. Questa è la realtà dell’ordine mondiale creato dalla Gran Bretagna. Mantenuto in essere dagli eredi della Compagnia delle Indie Orientali e dalle multinazionali. Che operano nell’ottica dei propri interessi. A volte questi interessi possono coincidere con quelli di una classe svantaggiata, ma solo a spese di un altro gruppo ancora.

Per secoli ci siamo concessi il lusso di ignorare quanto il nostro benessere sia dipendente dalla negazione del benessere altrui. E iniziamo a capire le conseguenze del sistema che abbiamo creato solo ora che ci si sta rivoltando contro.

George Monbiot

Versione originale:

George Monbiot
Fonte: http://www.monbiot.com
Link: http://www.monbiot.com/archives/2003/10/21/the-flight-to-india/
21.10.2006

Versione italiana:

Fonte: http://www.isinsardegna.it
Link: http://www.isinsardegna.it/modules.php?name=News_Pro&file=article&sid=3547
Traduzione a cura di Is In Sardegna.it

Pubblicato da Davide

  • nettuno

    Noi dobbiamo ritornare a lavorare nei campi e modificare il nostro stile di vita. Questa è una guerra economica dove le vittine sono i disoccupati. Solo uno stato collettivo può dare un poco a tutti. Gli ibecilli hanno scelto il liberalismo …e ora pagano senza capire il perchè ?
    Tutti potete diventare ricchi .(vi hanno detto)…se siete poveri è solo colpa Vostra..!
    Capitoo , pirlotti.

  • Lif-EuroHolocaust

    1) Monbiot afferma che l’industrializzazione britannica fu resa possibile dall’aver impedito la capacità produttiva indiana. C’è un difetto in questo modo di argomentare: l’Impero britannico era il dominatore, mentre l’India era il dominato. Inutile credere che le posizioni potessero essere virtuose. Ma la sottolineatura della capacità produttiva indiana sposta l’attenzione rispetto al fatto che era l’Impero ad avere la forza e le capacità per imporsi, comunque sia. Il resto, come la produzione di tessuti, sono dettagli.

    2) La rivoluzione industriale era fondata sul tessile? In realtà erano il dominio marittimo e lo sfruttamento di determinate risorse (carbone, ferro) a permettere tale rivoluzione. L’India aveva questi requisiti? Bah…

    3) Perchè l’argomento è ulteriormente sbagliato? Perchè far credere che ci sia in atto una sorta di “nemesi storica” è semplicemente offensivo. L’industrializzazione britannica, e lo sappiamo benissimo, prima e più che grazie a commerci fantasiosi (quanto era forte il commercio indiano verso l’Europa, prima dell’Impero britannico?), era un prodotto dello sfruttamento delle élites di allora nei confronti del proletariato britannico. Che nemesi sarebbe, se, dopo pochissime generazioni, a subire, per mano delle élites contemporanee, sono i discendenti di quei lavoratori?

    Monbiot afferma che, dopo secoli di indifferenza a come il nostro benessere dipenda dallo sfruttamento altrui, è tempo di capire come il sistema economico “occidentale” sia la fonte del male. Vero e sbagliato: vero che il liberalismo sia l’elemento principale dell’attuale nefasto sviluppo globalista, ma sbagliato, come già accennato, che i britannici (o gli statunitensi o gli altri europei) abbiano goduto addirittura di secoli di sfruttamento altrui. Un po’ perchè è complesso porre su una bilancia quanto conti il proprio lavoro e i propri meriti, rispetto all’eventuale sfruttamento altrui, ma soprattutto perchè se andiamo indietro di soli 100 anni, quanti britannici godevano di quel benessere? Se andiamo a Londra o Liverpool o Edimburgo nel 1907, cosa vediamo? Vediamo lo sfruttamento altrui? In realtà vedremmo, per la gran parte, piccole abitazioni, magari abitate da famiglie numerose, condizioni di vita spesso difficili, scarsi divertimenti, condizioni igieniche difficili, ecc. Tranne i quartieri abitati o frequentati dalle élites di allora, questo è il quadro.

    Dire che noi europei godiamo dello sfruttamento altrui, significa in realtà parlare, in modo molto opinabile, di un periodo storico estremamente breve, individuabile tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e questo decennio. In pratica due sole generazioni, utili a creare forme sociali degradanti come il consumismo e l’individualismo, ma anche la colpevolizzazione degli europei per la loro storia (di secoli), proprio utilizzando quelle forme sociali (al contrario, recentissime). Che le questioni siano sbilanciate è evidente: o ci si decide per riconoscere la storia dei popoli (compresi i nostri, una buona volta!), oppure si accetta solo quella delle élites, ma allora che senso ha piangere per le disgrazie altrui?

    Chi deve pagare per cosa? Chi, solo l’altro ieri, era in miseria o lavorava come artigiano o contadino? E deve pagare per cosa? Per il dominio élitario passato e per quello presente, che sposta lavoro e ricchezze a propria convenienza?

    Inutile menarla tanto: nell’accusare l’europeo c’è una forte componente di (auto)razzismo, che reputa l’europeo solo come simbolo di cupidigia e predazione e indegno di sopravvivere etno-culturalmente. A pagarla saranno la storia e la cultura e le genti europee, non di certo le élites e le lobbies globaliste “europee”, le quali, semplicemente, muteranno di natura per vivere o dominare ancora.

    4) Per concludere (e solo accennando): ma riconoscere che una parte della miseria del Novecento presente in India era dovuta anche allo smantellamento del sistema castale causato dall’influenza britannica e “occidentale”? No, eh, proprio no… Che non sia mai!