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IN UN PAESE NORMALE

DI CARLO BERTANI

Clemente Mastella cita Fedro: “Gli umili soffrono, quando i potenti si combattono.”

In un paese normale, la Magistratura indaga. Su chiunque.

In un paese normale, quando la Magistratura indaga, non ci si dimette per ricattare il governo.

In un paese normale, finché non c’è una sentenza, si è innocenti come l’acqua di fonte.

In un paese normale, è inopportuno inserire i propri familiari nei posti chiave delle amministrazioni.

In un paese normale, deputati e bidelli rispettano in egual modo le sentenze definitive.

In un paese normale, prima di riciclare i politici trombati, si ricicla l’immondizia.

In un paese normale, l’immondizia non brucia nelle strade.


In un paese normale, riciclando l’immondizia, si evita che pessimi politici se ne giovino per tornaconto personale.

In un paese normale, non si confondono le biomasse con l’immondizia.

In un paese normale, non si fa pagare una tassa sulla fornitura elettrica per incenerire l’immondizia, raccontando che è una biomassa.

In un paese normale, quando una sentenza definitiva dice che una frequenza televisiva non ti appartiene, quella TV va sul satellite.

In un paese normale, non è il proprietario della stessa emittente a definire le leggi della comunicazione.

In un paese normale, non si fanno scambi fra le leggi sulla comunicazione e quelle elettorali.

In un paese normale, una legge elettorale permette ai cittadini di scegliere i candidati.

In un paese normale, non si fanno leggi elettorali con il solo scopo di cassare gli altri.

In un paese normale, si preserva la democrazia come un dono prezioso.

In un paese normale, queste cose è inutile dirle, perché tutti le sanno.

Caro Mastella,
visto che ricordi Fedro – a dire il vero in modo poco appropriato: chi sarebbero gli “umili”? Un Ministro?!? – ti voglio ricordare un altro, piccolo brano di un autore a me più caro. Medita un po’, per capire quale dei due “c’azzecca” meglio.

“Abbiamo davanti agli occhi i vizi degli altri, mentre i nostri ci stanno dietro.” Lucio Anneo Seneca.

Cordialità

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/in-un-paese-normale.html
16.01.08

Pubblicato da Davide

  • Tao

    DI MARCO TRAVAGLIO
    Beppe Grillo

    Caro Beppe,
    siamo tutti costernati e affranti per quanto sta accadendo al cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella e alla sua numerosa famiglia, nonché al suo partito, che poi è la stessa cosa. Costernati, affranti, ma soprattutto increduli per la terribile sorte che sta toccando a tante brave persone. Infatti, oltre alla signora Sandra, presidente del Consiglio regionale della Campania, sono finiti agli arresti il consuocero Carlo Camilleri, già segretario provinciale Udeur; gli assessori regionali campani dell’Udeur Luigi Nocera (Ambiente) e Andrea Abbamonte (Personale); il sindaco di Benevento dell’Udeur, Fausto Pepe, e il capogruppo Udeur alla Regione, Fernando Errico, e il consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro e altri venti amministratori dell’Udeur.

    In pratica, hanno arrestato l’Udeur (un mese fa era finito ai domiciliari l’unico sottosegretario dell’Udeur, Marco Verzaschi, per lo scandalo delle Asl a Roma, mentre un altro consigliere regionale campano, Angelo Brancaccio, era finito in galera prima dell’estate quando era ancora nei Ds, ma appena uscito di galera era entrato nell’Udeur per meriti penali). Mastella, ancora a piede libero, è indagato a Catanzaro nell’inchiesta “Why Not” avviata da Luigi De Magistris e avocata dal procuratore generale non appena aveva raggiunto Mastella, che intanto non solo non si era dimesso, ma aveva chiesto al Csm di levargli dai piedi De Magistris. S’è dimesso invece oggi, Mastella, ma per qualche minuto appena: poi Prodi gli ha respinto le dimissioni, lasciandolo al suo posto che – pare incredibile – ma è sempre quello di MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. La sua signora, invece, non s’è dimessa (a Napoli, di questi tempi, c’è perfino il rischio che le dimissioni di un politico vengano accolte): dunque, par di capire, dirigerà il Consiglio regionale dai domiciliari, cioè dal salotto della villa di Ceppaloni.

    Al momento nessuno sa nulla delle accuse che vengono mosse a lei e agli altri 29 arrestati. Ma l’intero Parlamento – con l’eccezione, mi pare, di Di Pietro e dei Comunisti Italiani – s’è stretto intorno al suo uomo più rappresentativo, tributandogli applausi scroscianti e standing ovation mentre insultava i giudici con parole eversive, che sarebbero parse eccessive anche a Craxi, ma non a Berlusconi: insomma la casta (sempre più simile a una cosca) ha già deciso che le accuse – che nessuno conosce – sono infondate e gli arrestati sono tutti innocenti. A prescindere. Un golpetto bianco, anzi nero, nerissimo, in diretta tv.

    Nessuno, tranne Alfredo Mantovano di An, s’è domandato come facesse il ministro della Giustizia a sapere che sua moglie sarebbe stata arrestata e a presentarsi a metà mattina alla Camera con un bel discorso scritto, con tanto di citazioni di Fedro: insomma, com’è che gli arresti vengono annunciati ore prima di essere eseguiti? E perché gli arrestandi non sono stati prelevati all’alba, per evitare il rischio che qualcuno si desse alla fuga? Anche stavolta, la fuga di notizie è servita agli indagati, non ai magistrati. E, naturalmente, al cosiddetto ministro.

    Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, anziché aprire una pratica a tutela dei giudici aggrediti dal ministro, ha subito assicurato “solidarietà umana” al ministro e ai suoi cari (dobbiamo prepararci al trasferimento dei procuratori e del gip di Santa Maria Capua Vetere, sulla scia di quanto sta accadendo per De Magistris e Forleo?). Il senatore ambidestro Lamberto Dini ha colto l’occasione per denunciare un “fatto sconvolgente: i magistrati se la prendono con le nostre mogli” (la sua, Donatella, avendo fatto fallimento con certe sue società, è stata addirittura condannata a 2 anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, pena interamente indultata grazie anche a Mastella). Insomma, è l’ennesimo attacco ai valori della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio: dopo l’immunità parlamentare, occorre una bella immunità parentale. Come fa osservare la signora Sandra Lonardo in Mastella dai domiciliari, “questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo”. Che aspettano a invitarli a parlare alla Sapienza?.

    Marco Travaglio
    Fonte: http://beppegrillo.it/
    Link: http://www.beppegrillo.it/2008/01/hanno_arrestato.html#comments
    16.01.08

  • Tao

    DI G.P.
    Ripensare Marx

    Tanti arresti in Campania e tutto il partito dell’Udeur praticamente azzerato. Le indagini, da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere, coinvolgono il Guardasigilli Clemente Mastella e sua moglie, Sandra Lonardo, quest’ultima già agli arresti domiciliari, nonché tutto l’entourage parentale della “Ceppaloni Connection”. Di primo acchito si potrebbe pensare che anche nella terra della Camorra, qualche volta, la magistratura riesca a fare il suo dovere e ad operare attraverso le leggi, tuttavia mi si consenta di dubitare e di avanzare il sospetto che questa operazione sia stata fortemente eterodiretta, quasi a voler coprire ben altre magagne.

    La situazione in Campania è piuttosto delicata (per essere eufemistici), l’emergenza rifiuti ha portato allo scoperto deficienze amministrative, corruzione, ladrocini di ogni risma e la solita logica partitocratrica per cui il potere si divide secondo feudi di pertinenza, lungo una scala gerarchica di differenziali notabilari.
    Far partire oggi l’inchiesta contro Mastella e la sua “mozzarella di bufala corporation” (poiché è vero che il Ministro è uno che comanda ma non mi sembra sia lui l’ “Al Capone” indiscusso di quella terra) a gestione familiare, con tutta la Regione Campania sepolta sotto un cumulo di rifiuti maleodorante, ha un non so che di pretestuoso e di sviante. Per altro, non mi pare che ai vertici degli organi regionali seggano solo uomini del suo partito, anzi la più grande città della Campania e la presidenza regionale sono in mano ai “mammasantissima” della sinistra.

    Forse era davvero giunto il momento che le manette scattassero di nuovo in Campania (ma non solo lì, perché la corruzione in Italia è generalizzata, soprattutto nelle regioni del sud), che si tornasse a risentirne il tintinnio dopo la stagione di Tangentopoli, la quale aveva colpito, anche allora, in un’unica direzione tralasciando corresponsabilità impossibili da non vedere, a meno di non essere teleguidati nelle indagini da condurre e negli arresti da effettuare.
    Credo che Mastella sia oggi il capro espiatorio, il suo sangue servirà a lavare anni di malgoverno campano, con l’obiettivo di salvare tutto il resto di un ceto politico di lestofanti che tra affari loschi, voto di scambio e infiltrazioni mafiose, meriterebbe in massa la galera, ad esclusione di nessuno.

    Del resto Mastella si stava spingendo troppo oltre nelle sue pretese arrivando a minacciare, da quello che si apprende dalle intercettazioni pubblicate sul Giornale, anche il governatore Bassolino, al quale aveva fatto capire che se la spartizione delle cariche negli enti regionali non fosse stata più equa sarebbe partita “una campagna di stampa per attaccare il governatore in relazione alla gestione dei rifiuti” (almeno secondo il teorema accusatorio costruito dai magistrati). L’audace Mastella era anche arrivato ad indicare, per una carica Asl, il cugino della moglie che di cognome fa Lonardo come lei; qualcuno, al proposito, gli aveva fatto notare che si trattava di una segnalazione troppo “scoperta”, ma lui non ne aveva voluto sapere tanto da affermare “se qualcuno dice che è mio parente, rispondi che non è parente solo mio ma che è anche parente della Mazzoni, segretario dell’UDC”.
    Arroganza e certezza d’impunità abbondano nelle parole del Ministro.
    Ma se Mastella dovrà subire un processo per concussione, il quale probabilmente finirà con il solito buco nell’acqua, non prima però di aver rimesso in riga l’ingombrante Ministro e il suo partito, ad “altri” (e chi vuol capire capisca…) spetterebbe una gogna pubblica e la cancellazione dal panorama politico italiano, oltre che la meritata dose di galera.

    Infine un ultimo sospetto. Mastella stava diventando una scheggia impazzita, parlava con un Berlusconi un giorno sì e l’altro pure sulle sorti del governo che aveva ormai i giorni contati e al quale bastava dare la spallata adeguata al momento opportuno.

    Si vede che qualcuno non la pensava come lui e glielo ha fatto capire a suon di avvisi di garanzia.
    Ciò che resta di questa vicenda, aspettandone i risvolti a livello politico, è la situazione di un’Italia violentata, sottoposta ad un processo di “libanizzazione”. Siamo diventati un paese di frontiera dove si giocano molte partite, a livello geopolitico e geostrategico (e gli attori principali non sono certo gli italiani).
    L’instabilità del nostro paese e l’imputridimento generalizzato delle nostre istituzioni dipende precisamente da questo stato di fatto

    G.P.
    Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com/
    17.01.08

  • Tao

    DI ANTONIO ESPOSITIO
    La voce delle voci

    CAMPANILE NERO

    E’ ormai un diluvio d’inchieste quello che si sta abbattendo sulle truppe del ministro Clemente Mastella. Ultime, in ordine di tempo, le indagini su poltrone e appalti, che coinvolgono il consuocero, mentre prosegue a Santa Maria Capua Vetere il maxi filone sul business dei rifiuti tossici. E alcuni “fans” orchestrano la crisi idrica a Benevento…

    Storie di malapolitca e malaffare. Con dentro sempre rappresentanti autorevoli del partito di Clemente Mastella. Dal comune di Napoli, dove il fedelissimo Luca Esposito si e’ dovuto dimettere da capostaff del sindaco Rosa Russo Iervolino, perche’ coinvolto in una vicenda di appalti truccati, alla Calabria, dove il consigliere regionale Franco La Rupa e’ accusato di intrecciare affari con la ‘ndrangheta.
    E ad agitare ancor piu’ i sonni del ministro della Giustizia e’ la nuova inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere sul sistema imperante per l’assegnazione di appalti ed incarichi. Passando al setaccio numerose opere progettate o completate nei territori di Caserta, Benevento, Salerno e Matera, l’indagine sta portando alla luce un quadro impressionante di favoritismi e strane anomalie. Tassello dopo tassello sembra affiorare un fitto mosaico clientelare, una sorta di cabina di regia per distribuire commesse e nomine, una rete di controllo dei finanziamenti pubblici nel cuore della Campania ed oltre. Una ragnatela del potere, gestita ed orchestrata da politici e progettisti legati al partito del guardasigilli.
    Nel mirino della magistratura il grande attivismo dello studio di progettazione General Engineering di Carlo Camilleri, consuocero di Mastella. Il nome del poliedrico ingegnere beneventano compare, infatti, in svariati progetti di edilizia sanitaria e di opere idrauliche. Ad attirare l’attenzione dei giudici sarebbe stata in particolare la gara, poi saltata, per la costruzione del nuovo padiglione di medicina dell’ospedale di Caserta, aggiudicata lo stesso alla societa’ di Camilleri, nonostante fosse risultata quarta, perche’ le prime tre rinunciarono all’appalto.

    DINASTY CEPPALONESE

    Dall’inchiesta della procura di Santa Maria scaturisce che in alcune zone della Campania non si muove foglia che Mastella non voglia. Secondo lo scenario disegnato dai pm Alessandro Cimmino e Maurizio Giordano, la distribuzione di importanti incarichi professionali sarebbe avvenuta sotto la benedizione e la pressione di esponenti di spicco del Campanile, tra i quali lo stesso ministro, la moglie Sandra Lonardo, presidente del consiglio della Campania e il consigliere regionale casertano Nicola Ferraro.
    Il raggio d’azione di Camilleri va dalla provincia di Caserta a quella di Salerno, passando ovviamente per quella di Benevento. Tra gli atti al centro dell’inchiesta figurano alcune notevoli opere progettate nel comune di Cerreto Sannita. Qui il prolifico ingegnere ha firmato il consolidamento del centro storico, che sorge su tre torrenti. L’intervento di idraulica forestale, appaltato dalla Comunita’ Montana del Titerno, di cui e’ presidente il mastelliano Nino Lombardi, e’ venuto a costare circa un milione e mezzo di euro. Nello stesso comune Camilleri si e’ aggiudicato la gara di progettazione europea, indetta dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco forzista Antonio Barbieri (ma nella cui giunta siedono anche esponenti Udeur), per realizzare una strada di collegamento tra il centro e la montagna, utilizzando i fondi Pip a indirizzo turistico.
    I magistrati mirano, tra l’altro, a scoprire le ragioni della diffusa presenza di ditte beneventane e salernitane, vicine al Campanile, nei lavori di bonifica del Sarno e del Sele e sospettano in pratica che nella scelta di queste imprese di fiducia ci sia lo zampino di Camilleri che occupa la poltrona di Segretario Generale dell’Autorita’ di Bacino Sinistra Sele.

    CAMILLERI STORY

    Nel palmares del consuocero del ministro spiccano gli incarichi nel settore delle acque e in quello finanziario. Da anni, infatti, e’ presidente del Consorzio Fidi dell’Unione Industriali di Benevento e di recente e’ stato nominato consigliere della Gafi Sud. Fino al 2005, inoltre, Camilleri e’ stato una delle menti del Comitato Tecnico Scientifico della Regione Campania. Contemporaneamente il dinamico ingegnere ha coltivato la passione per la politica, ricoprendo in tempi non lontani la carica di segretario cittadino del Campanile. Sfortunata la sua candidatura alle ultime provinciali, perche’ mancarono pochi voti all’elezione, nonostante fosse sceso in campo con piglio sportivo, facendosi ritrarre sui manifesti di propaganda in pantaloncini corti, pronto a segnare il gol nella Rocca dei Rettori, sede della Provincia.
    Per sfoggiare le sue competenze in materia, ogni tanto si diletta a pubblicare qualche saggio su “Acqua e Territorio”, la rivista bimestrale dell’ambiente in Campania.
    L’inchiesta, coordinata dallo stesso procuratore capo Mariano Maffei, che vede come gip Francesco Chiaromonte, verte anche sui progetti di alcuni consorzi dei rifiuti ed in particolare sulla nomina di Luigi Abbate, ex presidente provinciale e segretario cittadino dell’Udeur, al vertice dell’Asi di Benevento, una scelta votata all’unanimita’ dalla giunta regionale, ma contestata dal presidente uscente, Pellegrino Paolucci.
    Nel giro di complicita’ e collusioni sarebbero coinvolti alti funzionari, come Paolo Salvatore, presidente del Consiglio di Stato, Vincenzo Russo, capo della procura di Foggia, Giuseppe Urbano, prefetto di Benevento, tre giudici amministrativi del Tar Campania, Carlo D’Alessandro, Ugo De Maio, Francesco Guerriero ed un vigile urbano di Alvignano, Luigi Treviso. Per tutti sono state chieste misure interdittive. La svolta nelle indagini sarebbe arrivata dalle intercettazioni telefoniche effettuate sulle conversazioni di Vincenzo Lucariello, segretario del Tar Campania e difensore civico regionale.
    La dominante presenza di uomini targati Campanile viene a galla anche nel governo delle acque. A cominciare dall’assessore regionale Luigi Nocera, e dal deputato Pasquale Giuditta, cognato di Mastella, che solo da qualche mese ha lasciato la presidenza dell’Ato Calore-Irpino. Nel settore, oltre a Camilleri, giocano un ruolo rilevante Tommaso Barbato per la zona vesuviana e Giuseppe Molinaro, responsabile dell’acquedotto che parte da Gioia Sannitica, consigliere comunale Udeur a Benevento.

    ACQUA IN CLAN

    Nella recente crisi idrica che ha colpito il capoluogo del Sannio, la locale azienda municipalizzata, “Gesesa”, e’ apparsa esautorata, mentre le responsabilita’, ancora tutte da chiarire, risalgono sicuramente all’ambito regionale e forse anche ad una guerra tra le correnti del Campanile. Da un lato il presidente della comunita’ montana dell’Alto Tammaro, Costantino Fortunato; dall’altro il sindaco udeur di Foglianise ed ex presidente del consiglio provinciale, Giovanni Mastrocinque e un suo “amico”, il titolare della chiacchieratissima cava-acchiappa rifiuti Giuseppe Ciotta, sorvegliato speciale tra il 1998 e il 2000. L’impresa di Ciotta, intestata alla moglie Anna Procaccini, ha avuto credito facile (soprattutto sotto forma di anticipo fatture, peraltro emesse prima ancora di effettuare lavori per il comune di Benevento, capitanato dal mastelliano Fausto Pepe) alla Banca del Lavoro e del Piccolo Risparmio di Benevento e Foglianise, il cui vice presidente e’ lo stesso Mastrocinque.
    Del resto nel partito di Mastella non sono tutte rose e fiori. Come dimostra la recente defenestrazione di Bruno Casamassa dal vertice della Comunita’ Montana del Fortore. Qui un gruppo di sindaci udeurrini, in accordo con un pezzo dei Ds e con la Margherita, hanno eletto presidente il mastelliano Zaccaria Spina, gia’ assessore in quell’ente da diversi anni.
    Allo sconfitto Casamassa, ex presidente del consiglio regionale, non resta altro che accontentarsi di fare il commissario al Consorzio Agrario di Benevento, in attesa di tempi migliori per tornare alla ribalta politica. Altre spaccature e lacerazioni, in casa Udeur, si registrano nella Comunita’ Montana del Taburno, dove il partito e’ diviso tra la pattuglia di Antimo Papa che siede in giunta ed il gruppo capitanato dall’ex presidente Umberto Principe, che sta all’opposizione. Per la controversia giuridica, nata in questa comunita’, il prefetto di Benevento e’ finito nel registro degli indagati per falso ideologico, avendo espresso due pareri discordanti sulle modalita’ di convocazione del consiglio generale.

    DA CHERNOBYL A CEPPALONI

    Grattacapi e dispiaceri per il ministro della Giustizia arrivarono nei mesi scorsi anche dall’Operazione Chernobyl, partita sempre dalla procura della repubblica di Santa Maria Capua Vetere (vedi Voce di settembre 2007). I giudici scoprirono un pericoloso traffico di rifiuti tossici e liquami, riversati nel territorio sannita ed oltre, dalla Fra.Ma. del ceppalonese Giustino Tranfa, fratello dell’ex vicesindaco e braccio destro di Mastella, Concettina Tranfa. Un’altra societa’ dell’imprenditore indagato, la Socedim, si aggiudico’ l’appalto di un milione 615 mila euro, indetto dall’Arpa Campania, per la ristrutturazione e l’adeguamento funzionale del Dipartimento provinciale, tecnico e territoriale dell’Arpac di Benevento. Ma i lavori sono intervenuti su un immobile privato, appartenente agli eredi della famiglia Pescatore, preso in fitto dall’ente regionale per la protezione ambientale.
    «Siamo al colmo dei colmi – evidenzia il consigliere comunale cristiano democratico Luigi Bocchino – non e’ prova di buona amministrazione che l’Arpac, demandata alla vigilanza sull’ambiente, si sia rivolta ad un’impresa il cui titolare e’ incappato in una brutta storia di veleni. L’Arpac di Benevento si contraddistingue, inoltre, per il ricorso sproporzionato a lavoratori precari e contrattisti, molti dei quali provenienti da Ceppaloni». Tra questi l’ex segretario provinciale dei giovani Udeur, Nino Russo. Da piu’ parti si invoca l’intervento della Corte dei Conti, per impedire che questo ente diventi un carrozzone clientelare.
    La Socedim, comunque, e’ stata sciolta ed ha ceduto l’attivita’ alla Pro.Co.Gest. con sede ad Aversa. Sulla vicenda ha presentato un’interrogazione parlamentare il senatore di An Pasquale Viespoli.
    Il direttore provinciale dell’Arpac beneventana e’ Enzo Mataluni, targato Campanile. Nel campo ambientale i mastelliani possono contare anche su Lucio Lonardo, presidente dell’Asia, che provvede ai rifiuti di Benevento.
    Un uomo di Mastella occupa anche il vertice della Scuola Regionale di Polizia Municipale. Si tratta di Ugo Barbieri, segretario della sezione Udeur di Cerreto Sannita.

    Antonio Esposito
    Fonte: http://www.lavocedellevoci.it
    Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste.php?id=119
    16.01.08

  • Tao

    FONTE: MOVIMENTO ZERO

    Giustizia a orologeria. Giustizia non imparziale. Frange estremiste della magistratura. Il ministro guardasigilli Clemente Mastella indagato e sua moglie Sandra Lonardi (presidente del Consiglio regionale della Campania) agli arresti domiciliari, hanno ridato fiato alle trombe della tartuferia politica.

    La responsabilità penale è personale. Il caso giudiziario che vede coinvolto Mastella e consorte (assieme a uno stuolo di amministratori tutti targati Udeur, fra cui il consuocero del ministro) dovrà essere vagliato dalla magistratura nelle circostanze e nei riscontri che essa troverà. Ci dicano lorsignori politici quando un’indagine non sarebbe parziale, visto che ogni politico è per definizione di una parte; quando non sarebbe a orologeria (forse quando non avviene mai?); quando un pm o una procura sia o non sia “estremista”.

    Mastella ha rassegnato le dimissioni, “getta la spugna”. Il premier Prodi, almeno così pare, le ha già respinte. La signora Lonardi in Mastella neppure ha fatto il gesto di presentarle: “questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo”. D’altronde, come non collegare subito i reati attribuiti a Clemente (concorso esterno in associazione per delinquere, due episodi di concorso in concussione e uno di tentata concussione, un concorso in abuso d’ufficio e due concorsi in falso) con la difesa dei sacri valori della Chiesa?

    E lui, l’homo democristianus di Ceppaloni, spara a zero contro la procura di Santa Maria Capua Vetere e grida al complotto. Lui, che è ministro della Giustizia (sic!). Se anche dovesse mollare la poltrona, Mastella (sotto indagine anche per l’inchiesta Why not di Luigi De Magistris a Catanzaro) ci lascia un bel ricordino: la legge-bavaglio sulle intercettazioni. Quelle stesse intercettazioni che lo hanno coinvolto in questa storia di nomine pilotate nell’Asl di Benevento. Ce lo ricorda nell’articolo sotto Elia Banelli. (a.m.)

    Può anche darsi che le dimissioni di Mastella vengano confermate (per adesso sono state solo presentate), ma è troppo tardi per arginare i danni compiuti nei confronti della giustizia a delle libertà di questo paese.
    Il Ddl Mastella sulle intercettazioni è stato approvato alla Camera il 17 aprile e adesso passerà al vaglio del Senato (con un parlamento bipartisan schierato compatto per mettere il bavaglio ai giornalisti).
    Riassumendo brevemente, la genialata del ministro (speriamo ex, ma poco cambia) prevede un aumento delle sanzioni per i giornalisti (astuta arma ricattatoria nelle mani del potere politico) e vieta anche la pubblicazione, parziale o riassunta, di tutti gli atti d’indagine o intercettazioni telefoniche.

    In pratica finchè non si conclude il processo in corso (che in Italia si sa rimanda alle calende greche), la stampa non potrà svolgere il suo ruolo principale nei confronti degli indagati: informare correttamente i cittadini sul contenuto delle indagini e sulle “malefatte” degli imputati, che essendo personaggi pubblici eletti, rappresentano il popolo (anche se la porcata della legge elettorale ha ridotto anche questo elemento fondamentale) e devono rispondere ad esso per la condotta delle loro azioni.
    I cittadini hanno bisogno di sapere e di essere informati se i loro politici hanno preso tangenti, corrotto un giudice o commesso illeciti di vario genere (non solo di rilievo penale, anche i comportamenti moralmente deprecabili dovrebbero essere messi a conoscenza della pubblica opinione). Senza considerare le pesanti sanzioni che incombono su quei (pochi) cronisti che fanno bene il loro mestiere (informare i lettori ed i cittadini): rischio di un arresto fino a 30 giorni o di un’ammenda da 10mila a 100mila euro.

    Tutto questo sarà possibile grazie al Ministro Mastella.
    Se questo disegno di legge passerà anche al Senato, com’è probabile nonostante le ripetute proteste della Fnsi e dell’Ordine dei Giornalisti, potremmo dire di aver assestato un ulteriore duro colpo al già fragile sistema democratico del nostro paese.
    Elia Banelli

    Fonte: http://www.movimentozero.org/mz/
    17.01.08

  • cocis18

    in un paese normale se ne andrebbero tutti a casa !!!!!!!!

  • governanti

    MASTELLA E SIGNORA INQUISITI: LA SOLIDARIETA’ DELLA “CASTA”
    Un intero partito, l’Udeur, è stato inquisito: non solo il ministro Mastella e la moglie, presidente del Consiglio della Regione Campania, ma anche il capogruppo, due assessori e il sindaco di Benevento, ventitre in totale, la maggior parte dei quali agli arresti..
    La signora Mastella è agli arresti domiciliari, mentre al marito vengono contestate ben sette reati.
    Il Ministro, al termine di un accorato e violento, nonché applaudito, intervento, ha dato le dimissioni che il premier Prodi si è premurato di respingere. Sapremo in breve, se “tra l’amore per la famiglia e il potere” sceglierà il primo. Intanto la signora Sandra ha dichiarato che non si dimetterà. Bene, vuol dire che dirigerà in video conferenza il Consiglio regionale!
    Se è istintivo stare vicino all’uomo Mastella, è difficile esprimere solidarietà al politico Mastella che ha espresso giudizi inaccettabili, almeno in un Paese che non è il nostro, nei confronti di un’istituzione e di un suo rappresentante in particolare.
    Le sue affermazioni, oltre a buttare fango e a delegittimare un’istituzione paritetica, la Costituzione è chiara a tal proposito, rappresentano, assieme agli applausi della “casta” il buio della Repubblica.
    Sono dichiarazioni inaccettabili: “…devo prendere atto che …sono stato percepito da frange estremiste come un avversario da contrastare, se non un nemico da abbattere”; vede un “…tiro al bersaglio nei miei confronti, quasi una caccia all’uomo, un’autentica persecuzione”; “un’ingiustizia enorme è la fonte inquinata di un provvedimento perseguito con ostinazione da un procuratore che l’ordinamento giudiziario manda a casa per limiti di mandato e di questo mi addebita la colpa”. E’, inoltre, inqualificabile affermare che lo stesso procuratore “non ravvisa (colpa) nell’esercizio domestico delle sue funzioni per altre vicende che lambiscono i suoi stretti parenti e (quasi una minaccia) delle quali è bene che il CSM e altri (?) si occupino”.
    Infine dichiara di dimettersi per riaprire “la questione delle intercettazioni a volte manipolate, a volte estrapolate ad arte…”. Aspettiamoci, quindi, nell’immediato una “moratoria” delle intercettazioni, almeno di quelle che sono invise al potere, a quella casta d’intoccabili che ha steso attorno a se una rete di garanzie legali che spesso ne determina l’impunità.
    Ma la cosa più vergognosa è la solidarietà, con alcuni distinguo, bipartisan della casta, l’applauso complice, senza che alcuno di loro conoscesse le motivazioni dei provvedimenti. E’ bastato scagliarsi contro la magistratura.
    Vale la pena elencare alcune dichiarazioni a caldo dei nostri intrepidi leaders politici:
    – Berlusconi: “E’ successa una cosa di una gravità assoluta”.
    – Schifani: “Film che conosciamo già.Con una tempistica più che sospetta la magistratura scende in campo per influenzare l’attività politica e legislativa”.
    – Casini: “Siamo all’emergenza democratica: Questa giustizia ad orologeria è frutto non di una causalità ma di una concertazione”.
    – Fini: “Una parte della magistratura agisce per ragioni esclusivamente politiche e personali”.
    – Fabris: “ Siamo sconcertati e colpiti dalla tempistica”.
    – Dini: “A volte la magistratura se la prende con le mogli e io ne so qualcosa…”.
    – Mancino (vice presidente del CSM): “Esprimo umana solidarietà a Clemente Mastella e alla moglie e spero che la vicenda giudiziaria si possa chiarire al più presto.
    Il ministro Di Pietro si allontana dal coro affermando che “Mastella ha fatto un discorso eversivo. Non può più fare il Guardasigilli se non ritratta quelle dichiarazioni”.
    Altri esponenti del centro sinistra hanno espresso perplessità cercando di separare il discorso umano dal politico. Casson parla di “toni da abbassare”; il ministro Chiti butta acqua sul fuoco
    perché “Mastella ha parlato di frange di giudici”; Finocchiaro invita a “scacciare il fantasma dello scontro tra politica e magistratura”. Di Lello è più duro in quanto afferma che “L’attacco generalizzato della magistratura ci riporta indietro di molti anni..Mastella si è lasciato andare, è difficile che possa tornare a fare il Guardasigilli”.
    Questa squallida vicenda, che presumo essere solo all’inizio, rappresenta lo stato di decadimento delle istituzioni, in primis della politica, i cui esponenti si sentono al di sopra di tutti e di tutto pretendendo di controllare uno dei tre poteri fondanti di ogni democrazia che è la magistratura. Forse per ignoranza, forse per puro calcolo di potere la Repubblica sta vivendo uno dei periodi più oscurantisti della sua breve storia, che potrebbe condurre al disastro.
    E’ infine deprimente l’affermazione della signora Mastella secondo cui “ci fanno pagare la nostra battaglia per vedere affermati i principi di moderazione e di tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo. Basta guardare alla vicenda del Papa per capire cosa avviene a noi cattolici”.
    Il sasso è lanciato, qualcuno di sicuro lo raccoglierà!

  • Tao

    DI MAURIZIO BLONDET
    Effedieffe

    Ricevo questa lettera: «E’ contento Blondet? Finalmente hanno fatto fuori l’UDEUR (tutti in galera, letteralmente).
    Dopo avergliene tirate per parecchi anni, finalmente Mastella s’è dimesso. Scherzi a parte, molti suoi commenti avrebbe potuto evitarseli.
    Ho notato che sul caso De Magistris è rimasto abbottonato: in effetti sarebbe sembrato assurdo ad alcuni suoi lettori una difesa di Mastella, avrebbero detto “pur di andare contro i magistrati è disposto a tutto”.
    Ed ecco il contrappasso: ora sarà COSTRETTO a difendere Mastella, se non a schierarsi con lui nella – probabile – battaglia che si scatenerà tra magistratura e politica (forse l’ultima, perché ha colpito un governo un po’ amico e questo non si fa).
    Mastella non è così coglione come lo si dipinge.
    Sarà pure ladro, ma Visco non è più innocente di lui.
    Bassolino, invece, a vedere dai frutti, sarà almeno 10 volte più colpevole dell’ex ministro.
    Saluti,
    Totò»

    Questo lettore non ha capito praticamente nulla della mia posizione.
    Capita a molti, perché molti vi leggono una posizione di parte, che non mi appartiene.
    «Ora sarà costretto a difendere Mastella», immagino contro i magistrati che detesterei per odio di parte: ma dove?
    Quando?
    Mastella lo difendono già tutti.
    Io, mai.
    Penso che Mastella e ciò che rappresenta debba sparire dalla vita pubblica.
    Con tutti i mezzi.
    Ma difendere De Magistris e simili, nemmeno.
    Perché penso quello che ha finalmente detto anche la Boccassini: «Una corporazione ripiegata su se stessa», che «non ha mai fatto autocritica», che «non ha il coraggio di guardare dentro se stessa», che non pretende da tutti «professionalità, rigore, indipendenza, autonomia».
    Che fa, insomma, «come fanno i napoletani con la monnezza: la colpa è sempre degli altri, loro non c’entrano mai».
    Insomma: lo stesso spirito di casta anima la magistratura e i politici di mestiere.
    Stessa mentalità.
    Stesso malcostume.
    Stesso disprezzo per i principi del diritto e per i cittadini.
    E soprattutto, la conseguenza di tutti questi atteggiamenti, vera tragedia italiota: la perdita di ogni autorità morale.
    Che è essenziale per governare, molto più di quel che si creda.

    Una delle accuse a Mastella & signora sarebbe quella di aver minacciato Bassolino: ti tolgo l’appoggio e così ti faccio cadere, se tu non ti prendi come assessore uno dei miei.
    Ebbene?
    Lo fanno tutti, si sbracciano a dire tutti i politici.
    Formigoni e Prodi, Fini e Larussa, fate voi altri nomi, quando sono in una coalizione di governo fanno il mercato delle vacche, esercitando, se occorre, il ricatto; si accaparrano posti, forniscono appalti lucrosi agli amici, mettono a dirigere le municipalizzate e le ASL i loro candidati trombati, si scambiano favori e persino veline TV.
    Che male c’è?
    E’ «un malcostume, ma non è un reato».
    Questa distinzione tra «malcostume» e «reato» l’hanno evocata anche quelli che prendono un poco le distanze da Mastella.
    Ed è questo il segno della bassezza morale cui siamo caduti.
    Se non vi rivoltate a questa distinzione, siete degradati moralmente anche voi.
    Mastella fa come tutti gli altri?
    Eh no, c’è una differenza di grado.

    Egli ha fondato un suo partito personale, che non usa il «malcostume» come mezzo, ma come scopo finale.
    Che ha il clientelismo come unico fine dichiarato, e arrogantemente dichiarato.
    Ovviamente, è l’accettazione corrente del «malcostume» che glielo ha consentito.
    Basta non avere alcuno scrupolo, e specie nel Meridione, ti puoi costituire un partito locale fatto di elettori che ti devono qualcosa, e che perdono qualcosa se tu non sei al potere: una base microscopica come quella di Ceppaloni, ma solidissima.
    Da qui, con l’1%, puoi diventare ministro.
    Restando nello stesso tempo sindaco di Ceppaloni, e mettendo la moglie alla presidenza della Regione.
    Il sistema elettorale è fatto apposta per questo.
    Premia chi ha pochi voti in un territorio concentrato, anche piccolo: voti che, ovviamente, vengono da favori fatti.
    Non esiste un collegio unico nazionale dove possano presentarsi progetti nazionali, idee, menti intellettuali capaci di pensare in grande.
    Da noi un filosofo non può entrare in parlamento, perché non ha posti da dare.
    Non può uno scrittore e saggista, che ha magari un milione di lettori, però sparsi nel territorio nazionale.

    Può Mastella.
    Che io considero un delinquente molto più di quanto appaia ai media: un delinquente politico.
    Uno che ha trasformato uno dei mezzi della politica nel suo unico fine.
    Ciò dovrebbe essere vietato, perché ci trascina giù tutti, di livello in livello: fino alle montagne di monnezza, alla rovina economica di una nazione intera che manda un’immagine di sporcizia e malcostume invincibile.
    Certo che questi scostumati non commettono «reati»: anzitutto perché le leggi se le fanno loro, e decidono loro cos’è la «legalità».
    Ma in termini di giustizia, di diritto naturale, essi rubano denaro dei contribuenti.
    A questo si riducono le loro trame e manovre, a furto di denaro pubblico.
    Non lo fanno (sempre) in modo diretto, intascandosi i soldi.
    Lo fanno quando assegnano una poltrona da 400 mila euro di stipendio non a un competente ma a un «cliente» partitico.
    Ciò non è reato.
    Viene inteso come «malcostume».
    Ma quando il «malcostume» è la regola, quando è diventato così comune che il sistema lascia crescere il sindaco di Ceppaloni fino a ministro della Giustizia; quando nessun gruppo o coalizione si vergogna di avere l’appoggio di un Mastella, qui è il problema.
    Un problema che supera di molto la «legalità».
    Mastella, semplicemente, non ha la credibilità per governare la magistratura.

    Quando fa trasferire un magistrato discusso dai suoi stessi colleghi, com’è sua prerogativa di ministro, è inevitabile che tutti si chiedano se non lo fa per impedire indagini su malversazioni e «malcostume», che è l’unica cosa per cui – per sua ammissione – è al potere.
    E così lo Stato cessa di funzionare, in una marea di veleni e sospetti: che non si sa più nemmeno quanto siano giustificati, e quanto inventati.
    Ecco perché Mastella non doveva pretendere la Giustizia (se avesse avuto qualche decenza); e una volta avutala, doveva dimettersi dopo che si è scoperto che era inquisito dai magistrati che ha ordinato di trasferire.
    Qui il «malcostume» diventa qualcosa di peggio, e mi stupisco che non si capisca: è un ministro che perde il diritto a compiere i suoi atti d’ufficio, di cui lo investe l’autorità dello Stato, perché la sua personale autorità è quella di un piccolo ricattatore di paese.
    Nel diritto naturale, questo configura vilipendio dello Stato.
    Della cui autorità tutti abbiamo bisogno.

    Può configurare anche un golpe: non un golpe alla Pinochet, dove un corpo dello Stato impone la sua visione del progetto nazionale con la forza, ma peggio: il golpe di una cosca, attuato allo scopo di mettere parenti e amici e clientes ai posti che contano.
    Per un Paese, subire un golpe coi carri armati in strada non è necessariamente una vergogna: si cede a una forza reale, che può ucciderti.
    Ma farsi governare dalla norma non scritta del «malcostume», che è il contrario della lealtà, perché ha preso il potere un sindaco mafiosetto di mezza tacca, questa sì è una vergogna.
    Ma questo non significa che difendo De Magistris.
    Anche lui, come tanti magistrati, pratica il «malcostume»: fa appello alle folle (di Santoro) portando le indagini in piazza.

    Quella magistratura intercetta tutto e tutti non da notizia di reato, ma per cercare, con registrazioni di mesi, se parlando quei conversatori commettono un reato.
    E’ molto diverso.
    Anzi, spiare migliaia di persone per vedere se commettono reati, è il contrario della giustizia.
    Peggio ancora se quei magistrati danno adito al sospetto di utilizzare i mezzi di cui l’autorità dello Stato li fornisce, per colpire una parte politica e favorirne un’altra: com’è accaduto in Mani Pulite.
    Chiunque sa che mettendo sotto controllo per mesi i telefoni di gente che crede di parlare in privato, si possono ascoltare spropositi, volgarità, segreti ripugnanti: basta farlo abbastanza a lungo, e il gioco è fatto.
    Se poi non risulta alcun reato, si possono sempre passare ai giornalisti amici, perché le diffondano, quelle parti più grassocce e ripugnanti delle conversazioni tra privati.
    In modo, se non si riesce a incarcerare l’avversario, da sputtanarlo.

    Sono le fughe di notizie: e chi le dà ai giornalisti?
    I magistrati, è ovvio.
    E’ un reato, ma per accertarlo ci vorrebbero altri magistrati, che mai e poi mai hanno condannato un loro collega di casta per violazione di segreto istruttorio.
    Si accetta questo reato come «malcostume».
    Ma qual è la conseguenza?
    Che quando un magistrato apre un’inchiesta su un ministro, magari il suo ministro, e un personaggio dei più loschi – anche se ne ha motivi autenticamente gravi – può essere accusato di agire per interessi di casta ed odio di parte, di cui ha dato abbondanti prove in precedenza.
    Insomma: anche lui ha perso l’autorità morale per compiere gli atti del suo ufficio.
    Esattamente come Mastella non ha autorità morale per esercitare gli atti di ministro.
    Ho sentito che il leghista Castelli, nel periodo in cui è stato ministro della Giustizia, ha ricevuto una quarantina di avvisi di reato: evidentemente da magistrati che s’erano messi in testa di farlo cadere, o anche solo di esibire il loro odio per la sua parte politica e le «riforme» che questa minacciava
    (e non ha fatto).
    Motivazioni serie, fattispecie penali non ce n’erano, perché appena Castelli ha perso il posto ministeriale, quelle inchieste sono finite nel nulla.
    Volevano solo impedirgli di governare, di esercitare il mandato che gli aveva dato il popolo col voto.
    Ci sono riusciti.

    Insomma: magistratura e politicanti sono due caste eguali.
    A volte contrapposte, ma per interessi di casta.
    E il risultato è che, a forza di «malcostume», lo Stato non funziona, e diventa quel teatrino di sospetti e nido di veleni in cui consiste la «politica» in Italia.
    Tutto perché tolleriamo il «malcostume», purchè non sia «reato».
    E’ una mentalità.
    Da cui dobbiamo liberarci noi, ma soprattutto i magistrati.
    Proprio perché ci sarebbe bisogno di loro contro i Mastella, ma non possiamo fidarci di loro per la loro mentalità.
    Questa mentalità è una cancrena inestirpabile.
    L’ha dimostrato la stessa Boccassini, quando giorni fa ha svuotato il sacco contro i colleghi (non aveva ricevuto una promozione): la magistratura è politicizzata, la magistratura applica le leggi in modo diverso ad «amici» e nemici, la magistratura è piena di improduttivi («fancazzisti»), ci sono casi di corruzione, i magistrati si promuovono da sé secondo logiche di corrente e di fazione.
    Ma poi, subito dopo, la Boccassini ha aggiunto: «C’era una attenuante, fino a qualche tempo fa, quando il governo Berlusconi aveva dichiarato guerra alla magistratura e dunque l’esigenza primaria era quella di difendersi coi denti, oggi quell’attenuante non vale più».
    Capito?

    Dice, la procuratrice, che avevano usato mezzi extralegali, fughe di notizie, violazioni del segreto istruttorio, apparizioni in TV, insomma il «malcostume» e l’abuso di potere, perché «Berlusconi aveva dichiarato guerra alla magistratura, e bisognava difendersi coi denti».
    Concepisce la sua azione contro Berlusconi come una difesa della sua corporazione, e come una battaglia politica.
    Ma la magistratura non deve «difendersi coi denti» (ossia: con le carcerazioni preventive per estorcere confessioni, intercettazioni illegali a tappeto, violazioni del segreto istruttorio a mezzo stampa).
    A difenderla sono le leggi dello Stato.
    Per questo i magistrati hanno stipendi fissi ed alti, per questo le loro carriere sono automatiche e sono praticamente insindacabili, se non dal loro stesso ordine (ordine, non corporazione né «potere»): perché non cedano per timore di perdere i loro benefici a chi gli fa «guerra».
    Persino in Pakistan la magistratura ha mostrato più dignità e coraggio, e terzietà autorevole, contro il generale Musharraf, che è un po’ più pericoloso di Berlusconi.
    Rimedi?
    Se ne possono immaginare, certo.

    Stabilire precise incompatibilità: magistrati non possono lasciare la toga per una carriera politica.
    Non devono parlare in TV delle inchieste in corso.
    Ministro non possono restare sindaci della loro clientela elettorale.
    Senatori a vita che si drogano devono dare «spontaneamente» le dimissioni, per senso di vergogna e offesa allo Stato.
    Parenti non possono avere posti assegnati dal parente ministro o governatore.
    Il conflitto d’interessi non deve essere invocato solo per Berlusconi.
    E ancora: il parlamento non può esprimere il governo né fornire ministri dai parlamentari, occorrono due votazioni distinte, per mantenere la tensione conflittuale tra i due poteri dello Stato, esecutivo e legislativo.
    Ancor più: il parlamento non deve riunirsi in permanenza, bastano due sessioni mensili in autunno e primavera; parlamentare non è un mestiere.
    A meno che non si ritenga normale che le assemblee di condominio o i consigli d’amministrazione si riuniscano tutti i santi giorni a decidere al posto del gestore condominiale o dell’amministratore delegato.
    Ma soprattutto, bisogna cominciare col togliere loro gli enormi emolumenti.
    Dimezzare le paghe ai parlamentari o ai loro grand commis, obietta qualche lettore, non recupera abbastanza denaro da coprire il disavanzo pubblico.
    Osservazione stupida.
    Il vero senso di una «riforma» del genere è impedire che la politica diventi un mestiere, e così lucroso da giustificare ogni malcostume.
    Come oggi: ogni mese che la legislatura Prodi dura, sono altri 15 mila euro.
    E ci tengono non solo i parlamentari filo-Prodi, ma anche quelli dell’opposizione.
    Sono loro che non fanno cadere Prodi.
    Anche loro.

    Ecco il malcostume, dove porta: un giorno apprenderemo che la legislatura durerà cento anni. Sempre le stesse facce, Visco, Napoletano, Fini,…
    Prodi, mettendo i suoi amiconi ai posti del potere economico pubblico, prepara appunto la sua immortalità extra-legale.
    Ma non è un reato, attenzione: è solo «malcostume».
    Ma ha ucciso la democrazia, la legalità, la competenza.

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    Link: http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2572&parametro=politica
    17.01.08

  • Grossi

    mi faccio buddista…
    Perchè mi sembra che abbia fatto la fine di Al Capone (noto criminale mafioso), non arrestato per i reati che ha realmente commesso, ma per evasione fiscale, un escamotage per fare giustizia di un mafioso che non si riusciva ad incastrare.
    Mi diffido dal dare solidarità ad una persona di cui il fetore mi raggiunge a questa distanza, e mi chiedo come possa Prodi, dare solidarità a quest’uomo.
    Forse gioca lo stesso meccanismo che lega Berlusconi a Previti e Dell’Utri, ogni fazione ha i suoi servi per colloquiare con la parte malata della società, ognuno ha i suoi referenti mafiosi. ecco quindi probabilmente da cosa deriva il far finta di non sapere di entrambi.
    La mafia serve per gestire i voti delle regioni dove non è lo stato a comandare, la Campania putroppo è una regione “persa” in mano alla camorra e ai disonesti.
    Mi dispiace, amo molto Napoli e la Campania, sarei contento se fossimo nella stessa nazione, ma così purtroppo non è più.

  • Grossi

    L’onestà e l’odio per ogni mafia travalicano ogni appartenenza religiosa.
    Chi si dice cattolico faccia le opere cattoliche, non si mischi con il potere e il magna magna caratteristico dei nostri politici.
    Spero nei giovani, non quelli della Sapienza sinistronazista (sappiamo bene che per ogni persona marcia ce ne sono 100 buone fra loro), ma i nei giovani che nauseati dalla mafia che ci circonda inizino a tirare sassi, e che colpiscano pure, a destra e a sinistra, basta che ci liberino da questo fetore.

    P.S.
    Fatelo ragazzi e anche noi vecchi correremo al vostro fianco, per aiutarvi !