IN MEMORIA DI LUIGI ROCA

DI CARLO GAMBESCIA

“Mi ammazzo perché insieme al lavoro ho perso la dignità”. L'”ottava vittima” della Thyssen,[ Luigi Roca] 39 anni, non ha mai lavorato nella fabbrica della morte. Ma la sua azienda, la Berco di Busano Canavese, faceva parte del gruppo tedesco. E il suo contratto, interinale, non è stato rinnovato perché la Thyssen adesso ha 150 persone “da collocare”, come si dice terribilmente in questi casi. Come se le persone fossero i pezzi di un incastro. Però Luigi era diventato il pezzo stagliato: di troppo, e già troppo vecchio. Trentanove anni, un’età da matusalemme se cerchi il posto fisso. Ma ci aveva creduto. Dopo quattro anni di rimbalzi, un mese, due mesi in fabbrica e poi a casa, era arrivato un impiego giusto, più solido. “Durerà” .
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Eventi come il suicidio di Luigi Roca, indicano quanto oggi sia grande la distanza tra la classe dirigente italiana e la realtà sociale. E non ci vuole grande dottrina sociologica per capirlo.
Da un lato abbiamo una campagna elettorale, intessuta di luoghi comuni, polemiche inutili, protagonismi imbecilli, e dall’altro un uomo di 39 anni, punta di iceberg di un malessere sociale sempre più diffuso, che si suicida, perché “insieme al lavoro ha perso la dignità”.

Il primo impulso, di chi scrive, è quello di gridare in faccia a coloro che governano (o che si apprestano a governarci) una sola parola: vergogna! Ma servirebbe a qualcosa? Chi ci legge crede che, ora, in campagna elettorale, di colpo, “il lavoro riacquisterà centralità”, come spesso si legge? Macché, tutto continuerà come prima.

Dal momento che siamo davanti a quello che si può indicare, usando un linguaggio oggi desueto, come il grande tradimento del “lavoro” da parte del “capitale”. Una delle conquiste del capitalismo welfarista è stata quella di attribuire al lavoro, stabile, remunerato, una funzione di “securizzazione” sociale e di consenso democratico. Per una serie ragioni, tra le quali, in primis, la globalizzazione neoliberista, questo patto tra lavoro e capitale è venuto meno. Di qui la crescente diffusione di quella precarizzazione che ha spinto Luigi Roca, che credeva nella dignità welfarista del lavoro, al suicidio.

Perciò questa tragica morte non è frutto di contingenze individuali, ma rinvia causalmente a un preciso fenomeno strutturale. Che tuttavia, alla lunga, dal momento che il capitalismo ha necessità di lavoratori-consumatori, potrebbe innescare una crisi sistemica. Ma si tratta solo di una possibilità. Si pensi, infatti, alla crescente capacità, in particolare dell’apparato informativo e mediatico-simbolico, di raccordare, in chiave di ipocrita leggerezza post-moderna, la precarietà lavorativa a stili di vita liberi, soprattutto moralmente. E basati sulla “manna” del credito al consumo e sulle possibilità di accesso, pur ridotte, a ipnotici beni di status.

Probabilmente Luigi Roca, come lavoratore metalmeccanico, e dunque in certo senso “tradizionale”, avvertiva, come accennato, più di altri lavoratori flessibili ma istituzionalmente e culturalmente dissimili (ad esempio i lavoratori di un call center o di un supermercato), la cesura tra il vecchio mondo del “lavori” e il nuovo mondo dei “lavoretti”. Condizione che non voleva, anzi non poteva accettare. Di qui la percezione di un’ assenza di “regole” lavorative certe, che ha condotto Luigi Roca a risalire gli accidentati e solitari sentieri prima della depressione e poi del suicidio.
Del quale sono moralmente responsabili quei politici, che in piena campagna elettorale, fanno finta di non vedere come molti lavoratori considerino la flessibilità (e la precarizzazione sociale che ne consegue) un vero e proprio tradimento morale, prima che economico, nei riguardi di una “dignitosa” visione del lavoro.
Certo, interna al sistema capitalistico, dunque poca cosa, ma che per Luigi Roca, e giustamente, era tutto. Luigi, in realtà, chiedeva solo un minimo di rispetto sociale. Legato a un lavoro sicuro, prima promesso e poi negato. E ora, invece, siamo qui a ricordarlo. Che tristezza.

Carlo Gambescia
Fonte: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/
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13.02.08

5 Commenti
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Tao
Tao
13 Marzo 2008 7:30

TEMPI DURI PER I LAVORATORI DI ANGELO CANI Ripensare Marx Qualcuno è disposto ancora a dar credito a questi politicanti? In questo ultimo decennio, la risposta alla persistente disoccupazione è stata trovata, in tutti i paesi industrializzati, nelle politiche di flessibilizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro. In Italia l’introduzione di nuove normative ha permesso al capitale di far ricorso sempre più frequentemente ai cosiddetti contratti atipici, che hanno frammentato lo status giuridico dei lavoratori, a cui corrispondono diversi gradi di tutela e di garanzia. Chi chiede maggiore flessibilità, magari affermando che è indispensabile per aumentare l’occupazione, mira a raggiungere i seguenti obiettivi: ridurre i costi, affidando una parte sempre più rilevante della propria produzione a ditte esterne; trasferire i dipendenti da un reparto ad un altro o da un’unità produttiva ad un’altra, senza che questi possano opporre la minima resistenza; licenziare, senza pagare nessuna penalità, una quota variabile di dipendenti quando diminuiscono le vendite. Si può capire, da questi pochi esempi, come le diverse forme di flessibilità, mirino in pratica alla completa subalternità del lavoro nei confronti del capitale. Tutti i governi che si sono succeduti di centro – sinistra o di centro – destra hanno varato e giustificato… Leggi tutto »

IVANOE
IVANOE
13 Marzo 2008 9:58

Questi fatti lasciano interdetti tutti quelli che dentro di loro hanno una sensibilità di altri tempi… agli altri purtroppo e purtroppo dico sono la maggioranza se nè fragano altamente… tanto mica è parente loro.
Questa mentalità piuttosto diffusa in italia ha radici storiche passate che partono da quando almeno e30 anni fa si erano gettati i semi per creare una vera alternativa a questo perverso sistema sociale che mano mano sta ditruggendo ogni tessuto sociale ed annullando ogni forma di solidarietà.
Come la storia passata insegna, gli italiani, i ceti sociali ( bassi e anche parte dei ceti medi ) che oggi sono maggiormente colpiti, non hanno saputo cogliere 30 anni fa ( per vigliaccheria ) l’opportunità che si presentava loro, non appoggiando e non schierandosi apertamente verso certi orientamenti anti-politici dell’epoca, anzi rinnegandolii ( sempre per codardia ) con enfasi.
E’ allora di cosa ci vogliamo lamentare se oggi assistiamo impotenti all’inesorabile corruzione di tutto e di tutti. Ormai non c’è più nessuno “sceriffo” in giro capace di mettere almeno un pò di paura agli attuali fuorilegge. Siamo riusciti ad annientare anche la legge.
Dice un proverbio : chi è causa del suo mal pianga se stesso !!!

mat612000
mat612000
13 Marzo 2008 11:28

Sono di base d’accordo con la denuncia della precarizzazione del posto di lavoro quale strumento di ammortizzazione del rischio dell’imprenditore di diminuire i profitti o limitare le perdite scaricato sui lavoratori, anche se bisognerebbe meditare un po’ più approfonditamente se il “vecchio” contratto di lavoro a tempo inedeterminato sia ancora e fino a che punto un valido strumento nell’attuale sistema produttivo basato sempre meno sulla produzione di beni materiali e sempre di più sulla logistica, i servizi e la produzione di beni immateriali di straordinaria e rapidissima obsolescenza (mi riferisco a tutto il settore dell’informatica ad esempio). Io penso però che gran parte della tragedia di cui parliamo sia anche dovuta al profondo deteriorarsi del rapporto di solidarietà esistente tra i lavoratori anche al di fuori della realtà produttiva in cui prestano il loro lavoro, credo che il sentimento di solidarietà nei confronti di chi è “rimasto indietro” sia stato in larga misura soppiantato da una mortale corsa alla sopravvivenza nella quale chi arranca diventa oggetto di riprovazione sociale generando nello stesso sentimenti di colpa e vergogna. Certo, entrare nella testa e nell’anima di un suicida è sempre difficile però c’è solo una cosa peggiore di sentirsi disperati ed è… Leggi tutto »

Tao
Tao
14 Marzo 2008 14:01

Ieri, nella mia città, un ragazzo ha cercato di gettarsi da un cavalcavia perchè non gli avevano confermato il contratto di lavoro precario. Un altro lavoratore, Luigi Roca, operaio interinale alla “Berco” di Busano, del gruppo ThyssenKrupp, quelli degli estintori scarichi in fonderia, si è impiccato ad un albero perchè l’azienda lo aveva lasciato a casa. “Senza lavoro ho perso la mia dignità”, ha lasciato scritto. Aveva 39 anni, quell’età in cui chi perde il lavoro capita che non lo trovi più. Non avere uno stipendio, anche misero, da 1000 euro o meno al mese (il prezzo di una trombata con una mignotta di lusso), vuol dire non poter più vivere. Perchè tutta la nostra vita è condizionata dal denaro: senza non ci paghi l’affitto di una casa, non mangi, non paghi le bollette. Non puoi nemmeno crepare perchè poi lasci da pagare ai parenti il funerale, con le banche che bloccano loro il conto. E’ un sistema di merda e ci sono stronzi che in questa merda galleggiano beati. E ci fanno pure le battute. Vuoi ridere? Allora senti questa. Piuttosto che il figlio di Berlusconi si trombi una precaria, preferiamo e ci auguriamo che milioni di precari trombino… Leggi tutto »

illupodeicieli
illupodeicieli
17 Marzo 2008 6:49

Capisco bene la situazione in cui si è trovato Luigi Roca in quanto ,per certi versi, l’ho vissuta e in parte la vivo ancora. La mia sventura (e chi ha letto occasionalmente il mio blog lo sa) è stata quella di essere stato un piccolo commerciante che è stato dichiarato fallito. Mi sono trovato senza un centesimo in tasca, senza lavoro, sputtanato a destra e a manca, senza telefono e senza luce, senza poter andare a lavorare. Ora le cose vanno un po’ meglio. Sto cercando di rimettere fuori la testa ma,come spesso accade, ciò che si vede non è un bello spettacolo. Infatti come giustamente qualcuno ha fatto notare,forse della questione lavoro se ne parlerà ,ora in periodo elettorale, così alla lontana: ma già si parla di regolarizzare i precari, ma non certo di dare lavoro a chi non ne ha o ,come per quelli un po’ stagionati e over 40 o 50, senza prospettive reali e ,sopratutto a brevissimo termine. Non possono e non devono succedere fatti come quelli di Luigi Roca: lui ha perso davvero la speranza e si è suicidato,mentre io non l’ho fatto pur avendolo spesso meditato .Solo aver ricevuto aiuto , in primis morale,… Leggi tutto »