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IN FAVORE DEL PROTEZIONISMO

DI MAURIZIO BLONDET
rischiocalcolato.it

La Apple delocalizza ancor di più, e finalmente il New York Times si inquieta di ciò che la globalizzazione ha fatto agli esseri umani americani. Praticamente tutti i 70 milioni di iPhone e i 30 milioni di iPad sono fabbricati fuori dagli USA. Apple ha ancora 43 mila dipendenti negli Stati Uniti; ma paga altri 700 mila lavoratori non americani che dipendono da sub-fornitori, contractors e progettisti. (How the U.S. Lost Out on iPhone Work)

Ora, altri posti di lavoro nell’industria più famosa del mondo stanno per emigrare, e non tornare più, piange il New York Times. Dalla sua inchiesta emergono alcune realtà sottaciute sui veri rapporti fra capitale e lavoro nel capitalismo terminale.

Nel 2011, Apple ha estratto 400 mila dollari di profitto puro da ognuno dei suoi dipendenti, più di Goldman Sach, Exxon o Google. Solo microscopiche briciole di questo titanico profitto sono state restituite ai lavoratori che l’hanno generato. Anzi il lavoro è pagato sempre meno.

Apprendiamo dall’inchiesta del massimo giornale americano quanto costa fabbricare un computer che viene messo sul mercato a 1.500 dollari: 22 dollari a Elk Grove (cittadina della Silicon Valley californiana), ma 6 dollari a Singapore, e 4,85 a Taiwan. Su un prezzo finale, ripeto, di 1.500 dollari, il costo del lavoro sembra risibile comunque. Eppure la differenza basta, secondo il dogma liberista, a giustificare la delocalizzazione.

Ma ciò che allarma il New York Times è la scoperta che, ormai, non sono nemmeno più le paghe basse il vero motivo delle ultime delocalizzazioni. Sono, invece, la rapidità ed alta qualità dei lavoratori cinesi impiegati nel montaggio, la vasta e integrata rete di industrie di sub-fornitura, la sua velocità ed adattamento nel rispondere alle richieste di Apple.

Il giornale cita un esempio che mette il freddo alla schiena: poche settimane prima dal lancio sul mercato dell’iPhone, Steve Jobs si accorge che lo schermo in plastica si riga facilmente, e pretende immediatamente, strepitando, uno schermo in vetro. Vi risparmio i dettagli sulla difficoltà tecnica di tagliare rettangolini di vetro temprato ad angoli smussati, problema che una ditta cinese si offre di risolvere. Si tratta di riprogettare la parte all’ultimo minuto, mettere in piedi una linea di montaggio nuova.

Soluzione: altra telefonata in Cina. A mezzanotte ora locale. Là, racconta il New York Times,

«un caposquadra sveglia 8 mila lavoratori che giacciono nei dormitori dellazienda, a ciascuno di loro viene dato un tè e un biscotto, vengono avviati alle stazioni di lavoro entro mezzora e cominciano un turno di lavoro di 12 ore per applicare i vetri nelle cornicette smussate. Entro 96 ore, la ditta stava producendo 10 mila iPhones al giorno».

«L’intera catena di fornitura oggi è in Cina», si esalta un dirigente di Apple: «Hai bisogno di mille guarnizioni in gomma? La fa la ditta a fianco. Vuoi un milione di viti? È la fabbrica nella strada accanto. Vuoi le viti fatte in modo un po’ diverso? Ci vogliono tre ore». E tutto benissimo, con grande qualità e flessibilità, lavorando tanto e con tanti uomini quando c’è bisogno, e poco con pochi uomini quando non occorre.

Conclude un altro dirigente Apple (tutti anonimi, per prudenza, ci vuol niente a farsi licenziare in tronco):

«Non ci dovete criticare per il fatto che usiamo lavoratori cinesi; gli Stati Uniti hanno smesso di produrre gente con le qualità richieste».

E questo, finalmente, allarma il grande giornale americano: la improvvisa consapevolezza che la delocalizzazione – sottoprodotto inevitabile della globalizzazione – ha provocato una perdita di competenze, di know-how e di tessuto industriale nella nazione, che sta diventando irreversibile.

Non ci saranno mai più in USA i lavoratori «ideali» per il capitalismo terminale – ossia alloggiati a migliaia nei dormitori aziendali, svegliabili nel cuore della notte per cominciare turni di 12 ore, nutriti con tè e un biscotto – perchè i lavoratori americani, pur disposti a quella nuova vita, non sono più capaci di fare il lavoro.

Ovviamente, il giornale di New York non arriva a dire esplicitamente che quelle capacità dei lavoratori cinesi ed asiatici, e il tessuto di distretti industriali integrati che risponde alle «esigenze della casa», non sono eventi naturali: sono stati «regalati» dall’ex Primo Mondo alla Cina e all’Asia, a forza di globalizzazione. È la conseguenza di aver ammesso la Cina nel «mercato globale» nonostante le sue violazioni delle condizioni dettate dal WTO per gli (altri) attori del mercato globale: libera fluttuazione della moneta nazionale, condizioni «decenti» di lavoro, adesione ai Protocolli di Kyoto sull’inquinamento, assenza di dazi doganali.

A queste condizioni, beninteso, solo gli occidentali obbediscono. La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento, alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere nelle multe miliardarie del WTO.

Il gioco è sleale, i dadi sono truccati. Ma metterli in discussione significa evocare una parola demoniaca, censurata, una parola tabù: protezionismo.

Nel 2009, la Francia è stata minacciata di sanzioni dalla Commissaria Europea alla concorrenza, Neelie Kroes, per aver condizionato il sostegno pubblico alla sua industria automobilistica a un impegno a non-delocalizzare e a proteggere i posti di lavoro interni. Nello stesso tempo, anzi da prima (dal 2000) Pechino ha imposto un dazio del 23% sull’importazione di aerei di medio raggio, obbligando Airbus e Boeing a fabbricare aerei in Cina, dunque ad insegnare là le competenze e creare le strutture che accetta di far sparire da questa parte del mondo; in attesa del momento in cui, inevitabilmente, la Cina avrà imparato a sostituire anche i quartier generali di progettazione. E allora ci sarà uno Steve Jobs clonato con occhi a mandorla. Perchè la perdita di know how non si ferma certo al livello dei tecnici di medio rango.

Ma non si può ripagare la Cina con la sua moneta, mettendo dazi contro le sue merci: è «protezionismo», e la dogmatica economica vigente sostiene che il protezionismo fu la causa della grande depressione 1929-39. Ora, i custodi del dogma sostengono che il protezionismo è una tentazione da respingere, perchè sarebbe la discesa nell’inferno della miseria e della rovina economica – specie dei nostri esportatori occidentali.

Ma è proprio così?

Recentemente il Mercosur (la sorta di mercato comune che unisce i Paesi sudamericani, compreso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, più Venezuela, Bolivia ed Equador come associati) ha introdotto di comune accordo misure di protezione del suo mercato interno contro le merci a basso prezzo provenienti dalla Cina e dagli USA, entrambi accusati di mantenere artificiosamente svalutata la loro moneta. Il Brasile ha imposto diritti di dogana del 30% sulle auto importate dall’estero. Vale la pena di notare che si tratta di Paesi in crescita, nei quali il protezionismo non porta alla rovina, ma al contrario ha provocato alcuni fenomeni di ri-localizzazione. L’Argentina, ponendo dazi sui Blackberry importati, ha «convinto» la ditta produttice, la multinazionale RIM, a produrre in Argentina i cellulari che vi vende.(Protectionnisme : l’exemple du Mercosur, par Jean-Luc Melenchon)

Un economista francese, Gael Giraud del CNRS (la Francia sembra il solo Paese dove si cerca di opporsi al tabù, portando il protezionismo nella discussione pubblica) (1) ha provato a valutare costi e benefici dell’elevare «una barriera di dazi doganali attorno alla UE», un mercato di 495 milioni di abitanti, il più vasto e (per il momento) ancora il più ricco mercato del mondo. Prima che perda ulteriori competenze e tessuto sociale, Giraud propone di imporre attorno all’Unione barriere doganali penalizzanti beni, servizi e capitali provenienti da Paesi che: a) non rispettino le condizioni di lavoro «dignitose» secondo la definizione di dignità elaborata dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro (un ente dell’ONU); b) che non rispettino gli accordi di Kyoto sull’inquinamento (che le imprese europee sono obbligate a rispettare dalla Commissione Europea; c) che tollerano o mantengono istituzioni che permettono di eludere la tassazione dovuta altrove, paradisi fiscali e simili, nei termini della «opacità finanziaria» come definita dal Tax Justice Network.

Come si vede, c’è il tentativo di appoggiare i dazi punitivi non già a convenienze d’interessi lobbistici, ma a criteri «oggettivi» definiti da organizzazioni internazionali rispettate.

Nè Giraud pensa alle barriere doganali come ad una comoda protezione dietro alle quali si limiti a vivacchiare un’Europa sempre meno concorrenziale e con industrie obsolete. No, i dazi devono essere accompagnati da un gigantesco piano di mutazione delle nostre industrie e dell’agricoltura:

«Ci occorre una rivoluzione industriale non meno fenomenale di quella del XIX secolo».

L’Unione Europea sembra voler promuovere l’economia «verde», la trasformazione in senso ecologista-biologico, più «pulito» e ad «energia rinnovabile» della produzione? E allora faccia sul serio: il clima e l’energia richiedono grandi investimenti infrastrutturali a lungo termine: la diffusione di treni ad alta velocità, la cattura del biossido di carbonio (il famoso gas ad effetto-serra), l’isolamento termico delle abitazioni esistenti per il risparmio energetico… Investimenti da forse 600 miliardi di euro, che non sono possibili sotto la pressione della concorrenza internazionale, che lima i profitti e il surplus. Invece, le tasse estratte coi nuovi diritti doganali fornirebbero i mezzi necessari per finanziare la grande transizione verso l’industria verde e l’agricoltura sostenibile.

Un’Europa così fortificata e dedita alla propria mutazione interna esporterebbe di meno? Non dimentichiamo che nè l’Inghilterra nella prima rivoluzione industriale, nè gli USA e nemmeno la Germania hanno fatto ricorso alle esportazioni per il loro decollo economico. Il successo della Germania che ha fondato la sua ripresa nell’export, e che è la causa degli squilibri interni alla UE che penalizza i Paesi mediterranei (2), non è sostenibile a lungo termine – e nessuna concorrenza alla Cina può durare.

Il cordone sanitario dei dazi non significa rinunciare alla concorrenza. Al contrario, significa ristabilire condizioni di concorrenza leali all’interno del mercato europeo, in quanto le aziende estere che intendono continuare a profittare del grande mercato europeo dovranno portare almeno parte della produzione in Europa – insomma la protezione porta alla ri-localizzazione – e dovranno produrre nelle stesse condizioni della aziende europee. Naturalmente anche gli Stati europei che finora si sono esentati dalle norme europee dovranno assoggettarsi ad una armonizzazione fiscale per rendere la concorrenza leale: Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda sono oggi dei veri e propri paradisi fiscali che attirano aziende con le basse imposizioni tributarie. Dovranno decidere se restare dentro o fuori.

Il protezionismo abbasserà il costo della vita, attraverso il rincaro dei prodotti importati e gravati da dazi doganali?

Giraud ci ricorda questa semplice verità: i prezzi bassi dei cellulari e computer asiatici sono un’illusione. Ciò che oggi in Europa guadagniamo come consumatori di merci a buon mercato, lo perdiamo come salariati, data la compressione dei salari dovuta alla globalizzazione (le nostre paghe stanno scendondo verso quelle cinesi); senza contare il gravissimo costo, mai conteggiato, della perdita posti di lavoro, di competenze e tessuto industriale irreversibile, che è niente meno che il degrado della civiltà occidentale. Per contro, la protezione doganale renderebbe possibile il recupero dei salari che incide crudelmente in tutta Europa, Germania compresa. Oltretutto, come abbiamo già detto, le imprese estere, per evitare i dazi, non avrebbero che da spostare la produzione per il mercato europeo all’interno del continente europeo: la fuga delle delocalizzazioni potrebbe conoscere un’inversione. Com’è già avvenuto in Argentina per i Blackberry, e in Brasile per lo iPad, che la cinese Foxconn ha accettato di produrre in Brasile.

Bisogna tenere in conto che alle elevazioni di dazi o tariffe europee il resto del mondo, Cina anzitutto, risponderebbe con ritorsioni, con dazi sulle nostre esportazioni. Le imprese esportatrici europee ne soffrirebbero, ci viene detto coi toni più allarmistici. Ma è mai stato fatto il calcolo dei costi-benefici? Giraud è il primo a provarci, buttando giù due cifre: che valgono per la Francia, ma sostanzialmente anche per l’Italia.

Nel 2008, erano 100 mila le imprese francesi che esportavano all’estero: sembrano tante, ma sono una impresa su 20 (le altre 19 lavorano per il mercato nazionale). Per giunta, solo 1.000 (mille) di queste imprese assicurano il 70% della cifra d’affari all’export; sono i grandi gruppi francesi, oppure gruppi stranieri con basi in Francia. La parte delle piccole-medie industrie resta limitata.

Non basta: la metà delle piccole-medie imprese esportatrici ha come sbocco Paesi dell’Europa, dunque non sarebbero penalizzate dal cordone sanitario dei dazi doganali. Solo un quarto esportano verso un Paese emergente. Gli introiti prelevati coi dazi potrebbero essere impiegati a sostenere queste piccolo-medie imprese penalizzate dalle ritorsioni commerciali estere. Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di mercati esteri.

Ad essere veramente penalizzato in Europa sarebbe il settore finanziario: come sappiamo, è questo il settore che ha imposto le «politiche» a sè favorevoli, che oggi passano come il Vangelo del buon-governo, e che la Commissione Europea e la BCE applicano con dura diligenza: bassa inflazione (che fa comodo ai creditori finanziari) e abbassamento dei salari reali (la «grande moderazione» applicata da Ciampi su ordini dei superiori incogniti, ed accettata dai sindacati). D’altra parte, la bassa inflazione ha reso socialmente sopportabile la deflazione salariale alle classi lavoratrici (non parlo dei dipendenti pubblici, che in Italia hanno strappato aumenti maggiori dell’inflazione). Però è proprio l’inflazione mantenuta artificialmente bassa dal «rigore» dei banchieri centrali ad aver favorito l’esplosione dei rendimenti finanziari, nonostante una crescita dell’economia reale assai fiacca da vent’anni. Il che significa, per parafrasare Paul Krugman, che il settore finanziario «ha estorto valore anzichè crearlo», il capitale s’è ritagliato la fetta più grande a spese del lavoro… fino a quando l’insufficienza del potere d’acquisto delle famiglie occidentali ha portato al ricorso massiccio al credito al consumo, del resto attivamente offerto dalla finanza speculativa, che a sua volta ha portato al crack del 2007, con le famiglie americane insolventi sui mutui che non potevano permettersi. E adesso, per salvare il sistema parassitario, hanno dimenticato il dogma della «stabilità dei prezzi»: stampano moneta al galoppo, il che presto o tardi riprodurrà inflazione, e forse iper-inflazione.

La barriera doganale consentirebbe un rilassamento della stretta salariale in Europa. Non si deve dimenticare che i Paesi europei hanno conosciuto i loro periodi di crescita, persino di «miracolo economico», in tempi di relativa inflazione. Le rendite finanziarie se ne trovano meccanicamente erose. Non è detto sia un Male Assoluto.

D’altra parte, i Paesi grandi esportatori hanno bisogno di rivalorizzare la domanda interna, anzichè spingere l’export con tutti i mezzi. In Cina, il consumo delle famiglie rappresenta meno del 35% del PIL nazionale; era il 50% nel 1998. La massa salariale cinese è stata nel 2010 pari al 48% del PIL, mentre era il 52% nel 2001. È evidente che i successi che la Cina ha tratto dalla globalizzazione non sono distribuiti ai suoi salariati; e che i cinesi consumano troppo poco.

Prima della apertura ai mercati mondiali, la Cina aveva un’assicurazione sanitaria rudimentale, ma universale; è stata abolita per accrescere il suo «vantaggio competitivo» abbassando ulteriormente il suo costo del lavoro. È a questa logica aberrante che l’erezione di barriere doganali europee farebbe da ostacolo. Non è sano un mondo in cui l’OPEC e la Russia, esportatori di petrolio, realizzano da soli il 50% delle esportazioni mondiali; nel 1998, era il 27%. Anche quei Paesi devono volgersi allo sviluppo del mercato interno.

Con i suoi 450 milioni di abitanti che hanno ancora competenze e solvibilità, l’Europa resta il mercato più vasto e ricco del mondo e potenzialmente con una buona misura di autosufficienza; ha dunque argomenti da far valere a quei Paesi che minacciassero ritorsioni commerciali, onde negoziare le condizioni a cui accetta di acquistare da fuori beni e servizi. Del resto, abbiamo già detto che la Cina pone un dazio del 23% sugli Airbus, e che il Brasile mette un dazio del 30% sulle auto importate. Il che significa che già subiamo «ritorsioni», senza aver nemmeno cominciato a praticare il protezionismo.

Scoppiata la crisi, gli Stati si sono indebitati – precisamente, hanno indebitato i contribuenti – per salvare le banche; le norme della concorrenza del Trattato di Lisbona sono state rovesciate dalle concentrazioni bancarie operate a causa (o col pretesto) della crisi, ancorchè il rischio sistemico connesso a banche troppo grandi per esser lasciate fallire contravvenga platealmente alle regole della concorrenza. Come si vede, la Commissione sa fare eccezione ai suoi sacri principii, quando conviene alla finanza.

È ora che queste «sacre» regole siano oggetto di un vero dibattito democratico. Occorre che si acquisti coscienza della perdita di competenze e reti industriali irreversibile, che è il vero costo della globalizzazione. Bisogna dare la coscienza di massa che il dumping salariale, la «deflazione interna» e l’austerità, non è la sola via che ci resta per risanare l’economia.

Ovviamente, ci si devono aspettare forti e varie opposizioni. L’Inghilterra resterà ostile per tradizione (ha inventato il liberismo mondializzato) e per le sue relazioni transatlantiche (buon pro le faccia). La Germania ha scelto la via delle esportazioni extra-europee come motore principale della sua crescita; dato il suo attuale successo, si sente come il grande beneficiario del libero-scambismo globale. Occorrerà attendere che l’illusorietà di questa soluzione sia manifesta, come inevitailmente avverrà. L’America che credeva di essere la grande favorita della globalizzazione, sta scoprendo amaramente – come rivela il New York Times – di aver perso la produttività dei suoi lavoratori e la loro alta qualità, a vantaggio dei cinesi che hanno imparato – nelle imprese delocalizzate dall’Occidente – il lavoro di qualità, per giunta più flessibile, più rapido, più integrato in distretti industriali nuovi di zecca, e a basso costo. L’illusione tedesca è, a termine, insostenibile. Le sue classi medie hanno visto calare il loro potere d’acquisto in questi 15 anni, e l’hanno disciplinatamente accettato per conquistare le posizioni di grande esportatore sul mercato globale; ma verrà il giorno in cui scoprirà di non essere competitiva di fronte alle competenze acquisite (anzi, che abbiamo regalato) ai giganti demografici asiatici. Allora si troverà davanti ad una dolorosa revisione di strategia, e di ideologia.

Quando? «Una revisione profonda del concetto stesso di concorrenza», conclude tristemente Giraud, «non è oggi alla portata intellettuale della Commissione Europea, nè della Organizzazione Mondiale del Commercio».

Maurizio Blondet
Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/01/in-favore-del-protezionismo-maurizio-blondet.html
31.01.2012

1) Per esempio, un saggio dal titolo Inévitable protectionnisme, di Franck Dedieu, Benjamin Masse-Stamberger e Adrien de Tricornot viene ampiamente discusso su LExpress (Le libre-échange en échecs)
2) Un recentissimo studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) accusa i bassi salari tedeschi di essere la causa dello squilibro strutturale della zona euro. «Il costo del lavoro in Germania è caduto da un decennio in rapporto ai concorrenti, mettendo la loro crescita sotto pressione, con conseguenze nefaste per le loro pubbliche finanze». (Les bas salaires allemands accusés d’être à l’origine de la crise en zone euro).

Pubblicato da Davide

  • AlbertoConti

    Già, occorre penalizzare i delocalizzatori, i “general contractors”, l’import-export dei capitali, i trust più o meno mafiosi, la finanza autoreferenziale, gli immobiliaristi e i cartolarizzatori, i rentiers degli ex-servizi pubblici, i privatizzatori dei beni comuni, le caste e le corporazioni, i parassiti dei “servizi” finanziari, gli impuniti dei rincari ingiustificati, evasori ed elusori fiscali, ecc. ecc. In breve gli accumulatori di ricchezza tramite cicli monetari parassitari, ovvero l’intera classe dirigente mondiale. Non è che si fa prima a rifondare la moneta e i suoi gestori su principi di vera economia sociale e solidale? Il “tasso” è la prima specie artificiale da estinguere, prima che estinga noi.

  • Kerkyreo

    Ma perche’ proprio la Cina e’ diventata la fabbrica del mondo! Forse perche possiede il 95% delle terre rare?
    Conveniente no?
    Poi, i cinesi hanno maggiori capacita’ , sono piu’ veloci e flessibili! Che puttanata! Ora la disperata corsa alla sopravvivenza viene chiamata capacita’! Sfruttamento, schiavismo,nessun rispetto delle regole, concorrenza sleale. Punto. Guadagni stratosferici, nessun vincolo con i prestatori di manodopera(schiavi). Totale liberta al puro capitalismo di esprimersi nella sua forma piu crudele e piu bastarda! Le cose in Europa non si sistemeranno! almeno per diversi anni! Le sfide che in passato abbiamo affrontato le abbiamo tutte perse! La colpa e’ della gente , dei politici, dei banchieri, degli operai, degli imprenditori, insomma un po di tutti!Saluti

  • AlbertoConti

    Certo, l'”emersione” è stata pagata a caro prezzo, ma meno male che la Cina c’è, nel senso di alternativa. La “rivoluzione culturale” di Mao è misera cosa rispetto a quella capitalistica, ma al fondo dell’umanità le differenze storiche restano, e si vedono, anche nelle dinamiche egemoniche di tipo economico (teatro di guerra del XXI secolo, sperando che rimanga solo tale).

  • nuvolenelcielo

    Articolo interessante. Comunque prima di fare qualsiasi cosa, protezionismo eccetera, i paesi dovrebbero avere una sovranità, monetaria e anche legislativa… perché oggi non esiste neanche una sovranità legislativa, non si può non solo decidere, ma nemmeno proporre niente di non-omologato senza che salti su qualche burocrate non eletto europeo, oppure qualche funzionario americano, con tutti i loro lecchini del mondo dei media a ricordarci qual’è il bene, e che non dobbiamo fare il male (altrimenti siamo nazifascisti antisionisti eccetera). La democrazia non esiste, è un illusione televisiva. E la maturità e la consapevolezza della gente è ancora quella del medioevo, quella del bene contro il male.

  • embros13

    Questi fanno e disfanno a loro piacimento, e noi gli andiamo dietro. Abbiamo voluto la bicicletta e adesso ci tocca pedalare, perché la biclicletta l´hanno voluta altri 7 miliardi di persone e quindi la concorrenza dalle imprese é passata agli stati ed a noi, consumatori di quello che non produciamo e produttori di rifiuti e devastazioni. É vero che possiamo prendercela con i grandi speculatori finanziari ed i loro lustrascarpe nella politica ma significherebbe ignorare le nostre responsabilitá e quindi allontanarci dall´unica soluzione possibile che, appunto, parte dalla nostra mente, comprendendo come il sistema del potere ha agito per mezzo di ognuno di noi per arrivare a questo e, addirittura, preparare lo stadio successivo, paradossalmente tramite la demolizione controllata dello stesso sistema attuale. Come ho letto in un commento in passato, questi criminali si sollazzano giocando a Risiko e Monopoli utilizzando per tavolo da gioco il pianeta e come pedine tutti noi, ma é vero che al Monopoli ed al Risiko siam diventati anche noi dei campiocini di tutto rispetto. Piú vai in alto nella piramide piú aumenta l´appetito, piu aumenta l´appetito piú si vuol scalare la piramide…. Ed alla fine quando nell´apice si é concentrato tutto il potere e tutte le risorse l´apice stesso si stacca e lascia crollare tutto il resto. A quel punto non c´é piú un cazzo da fare. Quindi l´unica cosa da fare se si vuole realmente combattere il sistema é cominciare ad usare la propria testa ed agire coerentemente nelle scelte di ogni giorno e magari….scendere dalla biciclettina ed andare a piedi.

  • dana74

    interessante e condivisibile, a parte la boiata sul Tav che visto che nomina l’inquinamento e l’ecologia sarebbe ora approfondisse sul serio che non c’entra nulla con l’ambiente.
    “Ora, i custodi del dogma sostengono che il protezionismo è una tentazione da respingere, perchè sarebbe la discesa nell’inferno della miseria e della rovina economica – specie dei nostri esportatori occidentali.”

    Certo, come dire che anche Romney ha ragione quando sostiene che tassare le rendite finanziarie fa scappare il capitale che poi non viene investito, come se i capitali di lor signori parassiti non stanziasse stabilmente alle Cayman.

    Ci vuole sovranità e protezionismo per tutelare posti di lavoro e redditi ossia il bene della collettività. Chi sostiene il contrario è a favore del capitale.
    Riguardo alla disoccupazione, la nostra ministra Frignero ha detto che non ci dorme la notte al pensiero dei disoccupati, ora ci pensa lei.

  • nettuno

    soluzione =non comperare l’iPhone

  • modo16

    Se leggi le opinioni sui dati della disoccupazione all’8,9 % dei lettori del sole24 ore ti vien da piangere..La tendenza comune consiste nel criticare ferocemente il laureato che non va a pulire le scale..Se questo è il problema felice di aver scelto(e la fortuna) di fare il tanatoprattore con laurea e master..ah, a saperlo prima..

  • nuvolenelcielo

    purtroppo se si comincia con questo ragionamento, si finisce che per essere coerenti non si compra più niente: benzina, pneumatici, computer, telefoni, vestiti, caffè, bibite, acqua, banane, eccetera. Mi ricordo quelli che dicevano boicottiamo la coca-cola…, sì e allora la pepsi? la nestlè? la suez ?…
    comunque io non ce l’ho l’iPhone, ho un Nokia di quelli vecchio stile se cadono non si rompono mai.

  • ryden

    Aziende quotate in borsa, finanza globalizzata, industrie delocalizzate tutto il verbo massonico capitalista andrebbe raso al suolo. Prima riforma chiudere la borsa, aziende di proprietà individuale e dichiarata, aziende non esportabili fuori dal territorio di origine.

  • misunderestimated

    Tutti bei discorsi, ma in un’Italia dove il grosso dei lavoratori è costituito dal ceto impiegatizio quarantenne, con i piedi al caldo, il contrattino indeterminato, le mani pulite, cosa volete fare la morale sulle competenze in via di estinzione della vera forza lavoro e il dissanguamento industriale che affligge la nostra economia?

    Firmato: uno che si è stancato di tirare la carretta per altri nell’artigianato.

  • RicBo

    Il protezionismo da solo non risoverà questa crisi di sovraproduzione e finanziarizzazione del capitalismo.
    La complessità del problema è tale da dover ricorrere ad una sinergia di tutti gli strumenti possibili per risolverlo, che si chiamino neo-keynesismo, MMT, democrazia diretta, protezionismo, europeismo e chi più ne ha più ne metta.
    Ma soprattutto occorre pensare ad un modello nuovo.
    C’è un aforisma di B.Fuller che ho scoperto da poco e mi sembra che descriva bene con che atteggiamento si può affrontare questa fase del capitalismo:

    Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa , costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta

  • Tao

    Il protezionismo è uno di quei temi che si presenta periodicamente, nonostante ogni volta venga puntualmente smentito. Ma poi qualcuno inizia a riproporre le stesse tesi (fallimentari) e il ciclo si ripete. Questa volta il “portavoce” è Maurizio Blondet.

    A distanza di un secolo l’uno dall’altro, due grandi pensatori liberali – Bastiat e Hazlitt – avevano già affrontato le teorie protezioniste. In questo articolo non si dirà nulla di nuovo, insomma. Dal punto di vista etico, il protezionismo è una violazione della libertà individuale: impedisce a adulti consenzienti (che abitano in paesi diversi) di avere rapporti commerciali tra loro. Dal punto di vista economico, il protezionismo danneggia il paese che lo applica. Vediamo come. Il commercio consiste nello scambio volontario di beni tra due persone: entrambe ne beneficiano, altrimenti lo scambio non avrebbe luogo. Se Tizio ritiene che il suo denaro valga più del vino di Caio, Tizio non compra il vino di Caio. E viceversa. Lo scambio può avvenire solo se Tizio ritiene più utile il vino di Caio rispetto ai propri soldi e se Caio ritiene più utile il denaro di Tizio rispetto al proprio vino. Dunque qualsiasi misura volta ad impedire o ostacolare il commercio danneggia sia chi vorrebbe comprare, sia chi vorrebbe vendere. Questa affermazione è sempre valida, anche quando le persone coinvolte appartengono a paesi diversi. Dunque qualsiasi affermazione che sostiene il protezionismo, evitando questo argomento, è fallace: bisogna solo trovare l’errore (più o meno velatamente) nascosto in essa.

    Nel suo articolo, Blondet sostiene che la Cina pratichi un “gioco sleale” verso l’Occidente. Cito:

    La Cina invece può infischiarsene delle norme sull’inquinamento,
    alloggiare i suoi schiavi nei dormitori, violare i minimi sindacali, e
    distorcere il valore della sua moneta nazionale tenendolo
    artificialmente basso con interventi monetari di Stato, senza incorrere
    nelle multe miliardarie del WTO.

    Iniziamo dal fatto che, per definizione, questa non è concorrenza sleale (utilizzo di tecniche e mezzi illeciti per ottenere un vantaggio sui competitori o per arrecare loro un danno). Il fatto che la Cina abbia delle leggi sul lavoro diverse non comporta alcun illecito: ogni paese adotta le leggi che ritiene più opportune. A parte il fatto che in Cina esiste il salario minimo (altra misura statalista che condanna alla disoccupazione le fasce più deboli della società), non ci sarebbe alcuna slealtà qualora non esistesse. Se in un paese esiste una legge e un’azienda non la rispetta, allora quest’ultima pratica “concorrenza sleale” perchè le altre sono obbligate a fare diversamente. Ma nessuno obbliga Italia, Francia etc a far rispettare una legge sul salario minimo, è una libera scelta di questi paesi. La stessa logica vale anche per l’inquinamento e per la svalutazione monetaria: si tratta di scelte che competono alla Cina e, per definizione, non possono essere considerate “illecite”. Ciò non toglie che, dal punto di vista liberale, la Cina violi parecchi diritti individuali. Tuttavia, a meno di voler intervenire manu militari, quello che fa un paese coi suoi cittadini è affar suo. Se invece si vogliono boicottare i suoi prodotti, si lasci a ogni cittadino la libertà di scegliere se farlo o no.

    In secondo luogo, i lavoratori cinesi accettano liberamente stipendi più bassi e contratti più flessibili perchè, prima dell’arrivo delle imprese occidentali, vivevano in condizioni peggiori. Da una parte abbiamo dimostrato che la globalizzazione abbia beneficiato i Cinesi, dall’altra non si capisce perchè quest’ultimi dovrebbero essere penalizzati per il fatto che offrono lo stesso servizio dei loro omologhi occidentali a un costo minore. Il concetto di “merito” dov’è andato a finire ? Resta da spiegare come la globalizzazione abbia beneficiato anche gli Occidentali (lo vedremo tra poco).

    Uno degli argomenti dei protezionisti consiste nel sostenere che, se un paese adotta dei dazi verso di noi, allora anche noi dobbiamo applicarli a lui. Ma se il commercio è vantaggioso, allora diminuirlo è sempre sbagliato. Se una parte del nostro commercio internazionale viene ostacolata da un paese, ostacolare il resto non migliora certo la situazione! Tantopiù che, se un paese esporta beni di consumo verso un altro, quest’ultimo si sta arricchendo – mentre l’altro si sta riempiendo di pezzi di carta (banconote). E’ interesse di chi esporta spendere le banconote accumulate per importare beni di consumo dal paese che le ha emesse. Se invece tale paese ostacola le importazioni, continuerà ad accumulare pezzi di carta e a “perdere” beni di consumo (che sono la sua vera ricchezza) a vantaggio dell’altro.

    E’ evidente che i consumatori occidentali abbiano goduto di una maggiore quantità
    di beni di consumo. I Cinesi li hanno prodotti e scambiati col nostro denaro, aumentando la ricchezza materiale a nostra disposizione. L’idea che la concorrenza cinese abbia danneggiato paesi come l’Italia (o gli USA) è totalmente infondata. Sarebbe come sostenere che la libera concorrenza all’interno dell’Italia abbia danneggiato una regione (o una città) a vantaggio delle altre. Ammettiamo pure che un certo numero di aziende italiane fallisca a causa della concorrenza cinese: quante persone hanno perso il lavoro ? Non potrà che essere un numero piccolissimo rispetto ai 60 milioni di Italiani che hanno beneficiato di prezzi più bassi. Inoltre chi ha perso il lavoro può trovarne un altro, in cui è più utile alla società di quanto fosse in precedenza. Alla fine della fiera, il commercio internazionale rende più efficiente la produzione di ricchezza all’interno dei paesi che vi prendono parte. Basta fare una semplice constatazione: prima che iniziasse il boom cinese, la produzione mondiale pro-capite di beni era inferiore a quella attuale. Dunque la ricchezza disponibile è aumentata: non è una quantità fissata, quindi non deve necessariamente diminuire il nostro consumo affinchè possa aumentare quello cinese. Anzi: poichè il commercio con la Cina rende più efficiente la produzione di ricchezza, tende ad aumentare sia la ricchezza degli Italiani sia quella dei Cinesi. Ovviamente non si può incolpare la Cina per le leggi e le tasse che ostacolano l’attività imprenditoriale (cioè la produzione di ricchezza) in Italia.

    Infine, Blondet è preoccupato dal fatto che le imprese occidentali trasferiscano know-how alla Cina. Si verifica cioè una “perdita di competenze e reti industriali”. Certo, se un tipo di impresa si trasferisce completamente all’estero, il paese non avrà più lavoratori specializzati in quel settore. Ebbene ? E’ così drammatico avere meno lavoratori nel settore secondario e, per esempio, averne di più nel settore terziario ? C’è qualcosa di preoccupante se gli Americani producono “solo” oggetti ad alto contenuto tecnologico, mentre si dimenticano come cucire delle scarpe ? Si tratta della divisione del lavoro: se un paese è maggiormente portato alla produzione di qualcosa, è bene che si dedichi a quella. Il libero mercato (quando è davvero libero) alloca le risorse nella maniera più efficiente, spostando la produzione di un oggetto laddove è più opportuno produrlo. Qualora un giorno fosse conveniente tornare a cucire scarpe negli USA, non ci sarebbe alcun problema.

    Molti dei problemi segnalati da Blondet, in realtà, sono conseguenze di politiche stataliste. E’ chiaro che la produzione si allontana dai paesi con rigidità nel mercato del lavoro, tassazione e burocrazia elevate (come l’Italia). Se ne rende conto pure lui, quando sostiene che bisognerebbe “armonizzare fiscalmente” Regno Unito, Lussemburgo, Malta e Irlanda col resto d’Europa. Le sue proposte, in sostanza, sono mirate ad aumentare il carico fiscale in Europa (fino al livello italiano, temo) e il potere discrezionale in mano alla politica. Altre politiche stataliste, insomma. Cito l’ultima affermazione:

    Si tenga contro che il lancio della «riconversione verde» della
    produzione, il risanamento immobiliare e del territorio, creeranno posti
    di lavoro capaci probabilmente di compensare l’eventuale perdita di
    mercati esteri.

    Un Governo non trova mai difficoltà nel creare posti di lavoro inutili come quelli appena citati (NB: se fossero utili, verrebbero svolti dal settore privato). Il problema è creare posti di lavoro utili, cioè che producano beni/servizi richiesti dalle persone. Più persone fanno lavori inutili, meno persone fanno lavori utili – e dunque meno ricchezza viene prodotta. Come al solito, non esistono pasti gratuiti; ma non bisogna scomodare la globalizzazione per capirlo.

    Weierstrass, Contributor Riecho Economia e Libertà
    Fonte: http://www.rischiocalcolato.it
    Link: http://www.rischiocalcolato.it/2012/02/contro-il-protezionismo.html#ixzz1l87srXXc
    1.02.2012

  • AlbertoConti

    Mai visto una collezione simile di corbellerie. Se volevi smontare la tesi di Blondet il risultato è di averla rafforzata.

  • misunderestimated

    Lascia perdere, secondo l’articolista gli operai delle fabbriche delocalizzate finiscono immancabilmente a lavorare nel “fumoso terziario”, come, non ce lo spiega: eppure io non vedo tutti questi impiegati, commessi, portalettere, casellanti in giro, anzi, pure i bancari se la passano male e i grossi gruppi contraggono la loro forza lavoro agli sportelli. Eppure gli immigrati continuano ad affluire in Italia. Hai ragione, certi enunciati hanno proprio il sapore di una presa in giro. Già in certe realtà multinazionali per ogni due tute blu in officina c’è un colletto bianco in amministrazione che certifica la loro produttività, tra un po’ ci troveremo costretti a lavori usuranti per paghe cinesi, mentre un terzo della popolazione lavorativa ci rosicchierà gli stipendi per starsene al calduccio davanti alla scrivania (sbirciando FB ogni 5 minuti).

  • patrocloo

    Va bene, ma siccome dobbiamo vivere, in attesa che qualcuno pensi a un modello nuovo: PROTEZIONISMO!

  • onitorinco

    Se le multinazionali di un determinata nazione trovano conveniente cercare la propria forza lavoro in nazioni estere dove vigono regole sociali diverse che gli consentono di sfruttare i propri dipendenti peggio degli animali, forse IL PROBLEMA andrebbe ricercato all’interno di quelle nazioni che consentono alle proprie multinazionali di ridurre i propri lavoratori in schiavitù!
    Una nazione che assiste ad un simile massacro della dignità sociale e dei diritti inviolabili dell’uomo, e non fa nulla per evitarlo, e anzi acquista i prodotti frutto del maltrattamento di esseri umani, merita di soccombere!
    Del resto, anche senza fare discorsi moralistici, è noto che in Italia, fumo e alcool, fino a qualche anno fa, venivano visti come una risorsa economica da sfruttare. Il fumo come l’alcool, era un buisness! Poi però, un po’ di conti alla mano, e lo stato italiano si è reso conto che forse forse erano più soldi in spese sanitarie per curare le persone che aveva fatto ammalare che guadagni.
    Lo stesso discorso vale per le nazioni che credono sia un buisness avere delle multinazionali sul proprio territorio che realizzano prodotti di alta qualità ed a basso costo, ma non si rendono conto che i propri cittadini non troveranno più lavoro, nè nelle multinazionali, perchè preferiranno sfuttare sempre più i lavoratori stranieri, nè in aziende nazionali, dato che i loro prodotti costerebbero di più. E tutto questo processo si chiuderà in un circolo vizioso che ha come linea guida quella di guadagnare sempre di più a discapito della salute sociale… nonchè dell’integrità morale.
    A chi gioverà tutto questo? Proprio a nessuno!
    Ma allora, non sarebbe il caso di riconquistare un po’ di coerenza ideologica e di dignità sociale favorendo l’ingresso nel nostro paese
    SOLO di quei prodotti di cui è certo che vengono realizzati nel rispetto dei DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UOMO e non solo dei REQUISITI IGIENICI?!