IN DIFESA DEI FURBETTI DEL CARTELLINO

IN DIFESA DEI FURBETTI DEL CARTELLINO

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Difendo i “furbetti del cartellino”. Intanto nel decreto legge le misure punitive non sono graduate e rischiano di dar luogo a sperequazioni e a iniquità sostanziali. Un conto è se io sono un assenteista cronico, ed è giusto quindi che sia sanzionato, altro è se, “una tantum”, bigio un giorno di lavoro o, eludendo il controllo del dirigente, esco un ’ ora per prendere una boccata d’aria e un caffè sfuggendo alle mefitiche macchinette aziendali. In questi casi essere sospeso dal lavoro entro 48 ore e avviato in termini molto rapidi a una procedura di licenziamento che mi butterà sulla strada mi pare un provvedimento eccessivo e sproporzionato.

Provvedimenti del genere possono essere presi, forse, in Germania o in Svizzera. Non in Italia dove, per fare solo un esempio fra i tantissimi, l’onorevole Giancarlo Galan, condannato in via definitiva nel luglio del 2015 per corruzione, scontata ai comodi arresti domiciliari, continua a prendere una cospicua parte dello stipendio parlamentare (5 mila euro) nonostante sia un assenteista, benché forzato, dato che non può partecipare ad alcuna seduta.

Ma è l’intero sistema del “cartellino” a essere psicologicamente sbagliato. Perché sottintende una totale sfiducia nel lavoratore che si ripagherà ricorrendo a ogni sorta di gherminella per far fessa l’azienda che così poco considerandolo lo umilia. Ho lavorato due anni alla Pirelli e so quel che mi dico (andavo alle raccolte dell’Avis, che l’azienda organizzava di frequente, non per spirito di volontariato ma perché un mezzo litro di sangue dava diritto, oltre che a un bicchiere di vino e a una fetta di panettone, a un agognato pomeriggio di libertà). Ho fatto il liceo classico al Berchet di Milano. In quarta e quinta ginnasio noi somari copiavamo a manetta le versioni di latino dai compagni più bravi e non c’era insegnante, per quanto cerbero, che riuscisse a scoprirci. In prima liceo venne uno straordinario professore, si chiamava Lazzaro, che oltre a saper comunicare il suo sapere conosceva bene la psicologia dei ragazzi e, più in generale, degli uomini.

Dettava la versione di latino e poi usciva di classe. Nessuno copiò più perché il suo modo di fare ci toglieva il piacere della trasgressione e ci faceva capire quanto sciocco e autolesionista fosse il nostro comportamento. Non c’è niente di più umiliante del “cartellino”perché ti fa capire, in modo tangibile, che sei solo uno “schiavo salariato” mentre intorno a te prilla un’opulenza sfacciata acquisita a volte in modo legale ma più spesso, soprattutto nella classe dirigente, illegale. Scrive bene Nietzsche: “Una società che postula l’uguaglianza avendo bisogno di una moltitudine di schiavi salariati ha perso la testa”. Così infatti si innescano meccanismi di frustrazione e rancore che, oltre a farci viver male, possono diventare pericolosi. Nella società preindustriale non esistevano cartellini di sorta. Era formata al 90 per cento da contadini e artigiani. Il contadino lavorava sul suo, viveva del suo e quindi autoregolava i propri ritmi di lavoro. Lo stesso valeva per l’artigiano.

In quanto a quel dieci per cento, e anche meno, di nobili fainéant oltre ad avere alcuni obblighi (difendere il territorio e amministrare giustizia nel proprio feudo) partecipavano a un altro campionato e quindi il meccanismo della frustrazione e dell’invidia su cui si regge la nostra società spingendoci a raggiungere un’impossibile uguaglianza non scattava. Non è colpa mia se non sono nato Re. Non è colpa mia se non sono nato nobile. È avvilente per un impiegato, per un operaio, per la cassiera di un supermarket, per un ragazzo o una ragazza dei call center sapere, o comunque intuire, di essere un paria, un ciandala, all’ultimo o al penultimo posto della scala delle caste, funzionale a quello che un tempo si chiamava “il sistema”. Ribellati “popolo dei cartellini ”, pubblici o privati. Distruggi quelle carte, quei timbri, quelle macchinette che certificano, in modo simbolico quanto concreto, la tua servitù. Insorgi.

Massimo Fini

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

28.01.2016

Commenti (25)

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    1. Coilli 27 gennaio 2016

      Perla ai porci

    1. Orsone 27 gennaio 2016

      Condivido in parte la storia che la timbratura del cartellino rende schiavi e controllati, ma non è questo il problema. Chi vuole rubare ruba a prescindere e non è solo una questione di cartellino.

      Quello su cui si dovrebbe riflettere è che rispetto a solo 15 anni fa il lavoro è cambiato specialmente nel settore dei servizi, tante aziende non fanno più business e non macinando "numeri" non possono tenere impiegati lavoratori per 8 ore piene al giorno, la gente vede l'ufficio come un costrizione in parte inutile.
      L'informatizzazione con il digitale e l'esternalizzazione dei servizi ha diminuito il lavoro. A questo punto che fa un impiegato per 8 ore al giorno? Ha sempre 8 ore piene di lavoro? Soprattutto nella PA? Ma non scherziamo.
      C'è da dire che chi ha un ruolo di pubblica sicurezza o controllo ad esempio un vigile urbano dovrebbe essere tenuto quantomeno a recarsi sul posto di lavoro, ma un impiegato del ministero X o della municipalizzata Y?
      Devono essere previste diverse forme di lavoro, più flessibile e non basate unicamente sull'orario, diminuirebbero anche i costi fissi delle aziende. Questo presuppone sistemi di controllo e valutazione della performance, ecco questo punto insieme al riconoscimento della meritocrazia sono cose che in Italia faremo molto fatica ad applicare....
    1. FBF 27 gennaio 2016

      Il cartellino serve a garantire il vero lavoratore altrimenti la schiavitú sarebbe totale visto che uomini travestiti da sindacalisti sono diventati capi pur di non dar fastidio. Intorno a loro si forma il clan e il più bravo se non si converte alla sudditanza viene crocifisso.

      Inoltre sono travestiti anche da cattolici. Hanno imparato a stare dalla parte di chi comanda.
      Se non ci fosse il cartellino le ore sarebbero infinite e non pagate o almeno recuperate oppure saremmo a loro disposizione senza garanzie.
      Potrebbero dire che non eravamo presenti e toglierci il buono pasto ad esempio.
      Ci vorrebbe invece un microchip sotto la pelle. Chi ha da perdere é il dipendente da 1200 euro al mese.
      Insomma abbiamo capito. Non si cambia nulla. In Italia paese dei gattopardi non potrebbe essere diversamente.

    1. AcidBoy 27 gennaio 2016

      Grazie al ca**o, verrebbe da dire, poi ci mantieni tu?
      Fermo restando che in
      Italia un provvedimento di "non controllo" come quello applicato dal suo
      professore non avrebbe altro che l'effetto di desertificare ulteriormente i
      luoghi di lavoro.
      Pessimo articolo di Fini che si vanta di descriversi come
      un allergico al lavoro (e infatti poi diventa un parassitoso giornalista - ed è
      uno di quelli validi!)

    1. Aironeblu 27 gennaio 2016

      O magari, licenziati direttamemte, popolo del cartellino, che fai ancora prima!

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