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IMPARARE A PENSARE

DI CHRIS HEDGES
truthdig

Le culture che durano dedicano un spazio riservato a coloro che mettono in dubbio e sfidano i miti nazionali. Artisti, scrittori, poeti, attivisti, giornalisti, filosofi, ballerini, musicisti, attori, registi e ribelli devono essere tollerati se una cultura vuole evitare il disastro. I membri di questa classe artistico-culturale, che solitamente non sono benvenuti nelle stordenti aule accademiche dove trionfa la mediocrità, fungono da profeti. Sono allontanati o etichettati come sovversivi delle elite del potere, perché non condividono il narcisismo collettivo dell’autoesaltazione. Essi ci obbligano ad affrontare tesi mai prese in considerazione, quelle per cui andremmo verso la distruzione se non le affrontassimo. Essi ci presentano le elite governanti come false e corrotte. Essi manifestano l’insensatezza di un sistema basato sull’ideologia della crescita senza fine, dello sfruttamento continuo e della costante espansione. Ci ammoniscono del veleno del carrierismo e della futilità di ricercare la felicità accumulando benessere.

Ci mettono faccia a faccia con noi stessi, dall’amara realtà della schiavitù e delle leggi Jim Crow (*) alla strage omicida dei nativi americani, alla repressione dei movimenti operai, alle atrocità commesse dalle guerre dell’impero, all’assalto all’ecosistema. Ci rendono insicuri dei nostri valori. Loro mettono in discussione i cliché che utilizziamo per descrivere la nazione – il paese dei liberi, il miglior paese della Terra, il faro della libertà – per mettere in luce i lati oscuri, i crimini e l’ignoranza. Essi ci offrono la possibilità di una vita piena di significato e la capacità di avviare un cambiamento.

Le società civili vedono quello che vogliono vedere. Da una miscela di fatti storici e fantastici, creano miti di identità nazionale. Ignorano i fatti spiacevoli che disturbano l’auto-esaltazione. Credono ingenuamente nella nozione del progresso lineare e nella certezza del potere nazionale. Ecco su cosa si basa il nazionalismo: sulle bugie. E se una cultura perde la capacità di pensiero ed espressione, se realmente mette a tacere le voci dissidenti, se si rinchiude in quello che Sigmund Freud chiamava “ricordi di copertura”, un miscuglio rassicurante di fatti e finzione, allora quella cultura muore. Si arrende il suo meccanismo interno di blocco delle auto-illusioni. Dichiara guerra alla bellezza e alla verità. Abolisce il sacro. Trasforma l’educazione in un corso di formazione professionale. Ci rende ciechi. E questo è ciò che è avvenuto. Ci siamo persi in alto mare durante la tempesta. Non sappiamo dove ci troviamo. Non sappiamo dove stiamo andando. E non sappiamo cosa ci capiterà.

Lo psicoanalista John Steiner chiama questo fenomeno “chiudere un occhio”. Fa notare che spesso abbiamo la possibilità di avere conoscenze adeguate, ma poiché è spiacevole e sconcertante decidiamo inconsciamente, e spesso consciamente, di ignorarle. Usa la storia di Edipo per sostenere la sua affermazione. Sostiene che Edipo, Giocasta, Creonte e il “cieco” Tiresia si rendevano conto della verità del parricidio di Edipo e del suo matrimonio con la madre, come era stato profetizzato, ma lo avevano ignorato di comune accordo. Anche noi, scrisse Steiner, chiudiamo un occhio sui pericoli che dobbiamo affrontare, nonostante le numerose prove che, se non riconfigureremo radicalmente il nostro rapporto con la Natura, la catastrofe sarà assicurata. Steiner descrive una verità psicologica profondamente sconcertante.

Io ho riscontrato questa stessa capacità collettiva di auto-illusione tra le élite cittadine di Sarajevo e poi a Pristina, durante le guerre in Bosnia e in Kosovo. Queste raffinate élite si rifiutavano categoricamente di credere che la guerra fosse un’eventualità possibile, sebbene gli atti di violenza fra bande armate avversarie avessero già iniziato a lacerare il tessuto sociale. Durante la notte si potevano sentire gli spari. Ma loro furono gli ultimi a “venirne a conoscenza”. E anche noi siamo auto-illusi allo stesso modo. La prova tangibile della decadenza nazionale – lo sgretolarsi delle infrastrutture, l’abbandono delle aziende e di altri posti di lavoro, le file di negozi distrutti, la chiusura di librerie, scuole, stazioni dei pompieri e uffici postali – che vediamo accadere sotto i nostri occhi, passano in realtà inosservati. Il rapido e terrificante deterioramento dell’ecosistema, provato dall’aumento delle temperature, dalle siccità, dalle alluvioni, dai raccolti distrutti, le perturbazioni anomale, lo scioglimento dei poli e l’aumento dei livello dei mari, vanno perfettamente d’accordo con il concetto di “chiudere un occhio” formulato da Steiner.

Edipo, alla fine dell’opera di Sofocle, si strappa gli occhi e con sua figlia Antigone come guida viaggia nel paese. Una volta re, diventa uno straniero in un paese sconosciuto. Muore, come dice Antigone, “in un paese straniero, ma un paese che aveva desiderato ardentemente.”
William Shakespeare in “Re Lear” gioca sullo stesso tema della vista e della cecità. Chi ha gli occhi, in “Re Lear”, non è capace di vedere. Gloucester, cui sono stati cavati gli occhi, nella sua cecità si vede svelata una verità. “Io non ho strada, e perciò non ho bisogno degli occhi”, afferma Gloucester dopo essere stato accecato.
“Ho inciampato quando ho iniziato a vedere”. Quando Lear bandisce la sua unica figlia legittima, Cordelia, che lui accusa di non amarlo abbastanza, Lear urla: “Sparisci dalla mia vista!” A cui Kent replica:
Guarda meglio, Lear, e lascia che io rimanga ancora il vero punto di mira dell’occhio tuo.

La storia di Lear, così come la storia di Edipo, riguarda l’acquisizione della visione interiore. Riguarda l’etica e l’intelletto accecati dell’empirismo e dalla vista. Riguarda la visione dell’immaginazione umana, come diceva Blake, quale manifestazione dell’Eternità. “L’Amore senza immaginazione è morte eterna.”

L’allievo Shakespeariano Harold Goddard scrisse: “L’immaginazione non è la capacità di creare illusioni; è la facoltà grazie alla quale ogni uomo apprende la realtà.” L’illusione si scopre essere realtà. “Fai che la fede soppianti la realtà”, dice Starbuck in “Moby-Dick”.

“E’ solo il nostro assurdo pregiudizio ‘scientifico’ che la realtà debba essere fisica e razionale che ci rende ciechi di fronte alla realtà”, ammoniva Goddard. Come scrisse Shakespeare, ci sono “cose invisibili alla vista dei mortali”. Ma queste cose non sono professionali, fattive o empiriche. Non possono essere ritrovate nei miti nazionali di gloria e potere. Non si possono ottenere con l’imposizione. Non giungono per apprendimento o ragionamento logico. Sono intangibili. Sono le realtà della bellezza, del dolore, dell’amore, della ricerca del significato, della lotta per fronteggiare la mortalità di noi stessi e l’abilità di affrontare la realtà. E le culture che disprezzano queste forze immaginative commettono suicidio. Non possono vedere.

“Come potrà a questa rabbia opporsi la bellezza,” Scrisse Shakespeare, “che non è più forte di un fiore?” L’immaginazione umana, la capacità di avere visioni, di costruire una vita di significato piuttosto che di utilitarismi, è delicata come un fiore. E se viene soffocata, se uno Shakespeare o un Sofocle non vengono più ritenuti utili in un mondo empirico di affari, carrierismo e potere, se le università ritengono che un Milton Friedman o un Friedrich Hayek siano più importanti per i loro studenti, piuttosto che una Virginia Woolf o un Anton Cechov, allora diventiamo barbari. E così ci assicuriamo l’estinzione. Gli studenti cui viene negata la saggezza dei grandi oracoli della civiltà umana – visionari che ci esortano a non adorare noi stessi, a non inginocchiarci di fronte all’infima emozione della cupidigia – non possono ritenersi istruiti. Non possono pensare.

Per pensare, come aveva già capito Epicuro, dobbiamo “vivere appartati”. Dobbiamo costruire mura per tenere lontani le ipocrisie e il chiasso della folla. Dobbiamo ritirarci in una cultura a base letteraria, dove le idee non sono deformate dai rumori e dai cliché che abbattono il pensiero. Il pensiero è, come scrisse Hannah Arendt, “un dialogo silenzioso tra me e me stessa”. Ma il pensiero, scrisse, presuppone sempre la condizione umana della pluralità. Non ha alcuna funzione utilitaristica. Non ha un fine o uno scopo esterno a se stesso. Differisce dal ragionamento logico, che è incentrato su un scopo definito e identificabile. Il ragionamento logico, gli atti di cognizione, promuovono l’efficienza di un sistema, incluso il potere commerciale, che solitamente è moralmente neutro nel migliore dei casi, se non malvagio, come spesso accade. L’incapacità di pensare, scrisse la Arendt, “non è una debolezza di molti cui manca la capacità cerebrale di farlo, bensì un possibilità eventuale per chiunque – scienziati, studenti e non si escludono altri specialisti in attività intellettive.”
La nostra cultura commerciale ci ha effettivamente separato dall’immaginazione umana. I nostri strumenti elettronici si insinuano sempre più in profondità negli spazi che un tempo erano riservati alla solitudine, alla riflessione e al privato. Le nostre radio sono piene di baggianate e assurdità. L’istruzione e le comunicazioni disprezzano le discipline che ci permettono di vedere. Celebriamo mediocri capacità professionali e i ridicoli requisiti di test standardizzati. Abbiamo condotto in disgrazia chi pensa, inclusi molti insegnanti di materie umanistiche, cosicché non possano trovare occupazione, né sussistenza, né visibilità. Seguiamo il cieco nel precipizio. Facciamo guerra a noi stessi.

La vitale importanza del pensiero, scrisse la Arendt, appare solo “in tempi transitori, quando l’uomo non si affida alla stabilità del mondo e al suo ruolo in esso, e quando le domande riguardanti le condizioni generali della vita umana, che come tali ci seguono dall’apparizione dell’uomo sulla terra, acquistano inconsueta intensità emotiva.”. E’ proprio nei momenti di crisi che abbiamo bisogno dei nostri pensatori e dei nostri artisti, ci ricorda la Arendt, perché ci forniscono racconti sovversivi che ci permettono di tracciare un nuovo corso, uno che ci possa assicurare la sopravvivenza.

“Quando erediterò la vita eterna?” Fyodor Pavlovich Karamazov, citando la Bibbia, chiede a Padre Zossima ne “I fratelli Karamazov”. A cui Zossima risponde: “Prima di tutto, non mentire a te stesso”.

Ed è qui il dilemma che dobbiamo affrontare come civiltà. Ci dirigiamo collettivamente verso l’autodistruzione. Il capitalismo commerciale, se lasciato a briglia sciolta, ci ucciderà. Ciò nonostante, rifiutiamo di vedere cosa ci accadrà, perché non possiamo pensare né ascoltare ancora quelli che pensano, per capire cosa ci aspetta. Abbiamo creato meccanismi di intrattenimento che offuscano e mettono a tacere la verità nuda e cruda, dal cambiamento climatico al collasso della globalizzazione, alla schiavitù del potere commerciale, il che significa per noi autodistruzione. Se non possiamo fare nient’altro dobbiamo, come individui, alimentare il dialogo privato e la solitudine che sviluppano il pensiero. Meglio essere un emarginato, uno straniero nel proprio paese, piuttosto che emarginati da se stessi. Meglio vedere quello che ci accadrà e resistere, piuttosto che ritirarci nelle fantasie condivise da una nazione di ciechi.

Chris Hedges
Fonte: www.truthdig.com/
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09.07.2012

Traduzione a cura di GIADA GHIRINGHELLI per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    A nostra parziale discolpa c’è da dire che non solo il nostro pensiero non interessa ma dato che siamo schiavi meglio se non pensiamo, chi governa il mondo e non parlo delle “elittes” ma del “male” nel senso satanico del termine usa tutti i mezzi per condizionarci distoglierci dalla retta via. I suoi adepti e i suoi schiavi preferiti, quelli che piú male fanno, di solito si trovano ai vertici delle socetá nelle elittes, se notiamo la depravazione della socetá umana, che comprende anche il clero, è facile intravedere che la profezia di Leone XIII era veritiera e che anche il baluardo del clero è caduto, in questa desolazione di rovine che è la socetá umana attuale dove tutto sembra essere perduto io personalmente spero in un domani migliore e piú equo. L’umanita deve essere gudata dalla luce della veritá e sorretta da bastone della giustizia.

  • Primadellesabbie

    Interessante sviluppo a partire dal pretesto iniziale. Mi permetto un’osservazione: l’autore, che mi sembra esser cristiano (posso sbagliare) non usa citazioni evangeliche a proposito dell’importanza del “vedere” ma non manca di fare riferimenti psicoanalitici: questo é molto ‘americano’. Grazie a chi lo ha scovato. (Non mi riesce di trovare l’articolo originale a partire dal link).

  • Tao

    Il link ora dovrebbe essere attivo.

  • ProjectCivilization

    Il mio pensiero…esattamente….e una lunga vita che molti scelgono di non vedere .

  • redme

    Sull’Olimpo, mentre Apollo e Athena discutevano di Bellezza e Sapienza passo tra di loro la vecchia mezza cieca Ananke la quale vagava, subito i due si ritirarono silenziosi al suo passaggio: essa rappresentava la Necessità davanti alla quale tutte le Idee si inchinano…..inoltre non capisco questo “noi”, ma non si era detto che i destini del mondo vengono decisi dall’1% della popolazione….Il nemico sono i “padroni”.

  • Primadellesabbie

    Trovato, grazie! Prima diceva di non trovare l’articolo.

  • Simulacres

    Non bisogna mai confondere i fantasmi della ragione con i fantasmi dell’immaginazione; gli uni sono equazioni, gli altri sono esseri e ricordi.

    Gli uni ignorano fortemente le lanterne che rischiarano il sentiero dell’ideale; ignorano anche gli effetti che si possono trarre da un certo numero di pensieri diversamente combinati, che la fede nella ragione moderna e nell’orgoglio moderno hanno sollevato molto in alto in certi punti nei loro discorsi, ma che, ahimé, hanno subìto fatalmente tutti gli inconvenienti dell’auto-illusione (e le convenienze di regime basate storicamente sulla forza e sulla scienza) del genere prescelto.

    Gli altri, in un mondo affamato di materialismo, esplorano, invece, nei meandri più bui e profondi dello spirito umano, le cui visioni dopo aver contemplato sulle distese prospettive del passato o dell’avvenire, come un lampo precursore sprigionano pensieri che rimbombano nel cuore del microcosmo e fanno vibrare le corde dei sentimenti, irradiando anche alle cose più prostrate, dolenti e scoraggiate nuova linfa generatrice di freschezza e nuove illuminazioni di realtà. Una sfolgorante aurora.

    L’autore del post se avesse evitato qualche citazione sulla Arendt (nulla in contrario, beninteso) e invece potuto meglio chiarificare la parte panteistica e naturalistica dell’argomento, il suo pensiero avrebbe brillato d’un più sincero splendore.

  • Jor-el

    Chiacchiere reazionarie travestite e condite di fatti inventati. Io nel 1990 mi trovavo a Saraievo e tutti, dico tutti, dicevano: fra un anno qui ci sarà la guerra civile. Il passo del (troppo e inutilmente) lungo articolo che mi ha dato più fastidio è questa: “il capitalismo commerciale – SE LASCIATO A BRIGLIA SCIOLTA – ci ucciderà”. Non può esistere un capitalismo commerciale controllato, bisogna urgentemente togliersi dalla testa questa favola, pena altri 100 anni di graticola. Il capitalismo non è più un sistema economico, è diventato un’arma. Che ci sta sparando addosso.

  • Aironeblu

    Mi dissocio dal “noi” che si insinua in tutto l’articolo, come se fossimo stati “noi” a decidere per le nostre società, le nostre economie, e le nostre manifestazioni culturali. Io non mi assumo nessuna responsabilità per le scelte scellerate di chi ci ha governato con l’inganno, sacrificando la nostra libertà, la nostra coscienza e il nostro habitat, al raggiungimento dei propri miserabili fini. Anzi, chiedo il conto, voglio indietro quello che mi è stato sottratto: le risorse del mio pianeta, il mio tempo, e la mia comunità umana.

  • ProjectCivilization

    Allora faccia la forza con l’unione con persone che vivono questa squallida tragedia come lei .

  • Primadellesabbie

    Esiste una elite culturale oltreoceano (uso questa espressione per non sollevare polveroni a sfondo razziale) che con grande spregiudicatezza, sistematicitá (e competenza) denuncia da decenni, senza apparenti conseguenze, i crimini della società di cui non solo fa parte ma nella quale gode di una posizione altamente privilegiata e, per alcuni versi, influente. Verificheró meglio, ma questo mi pare un esempio. – P.S. Sottoscrivo le sue recriminazioni ma preferirei invertire l’ordine in cui deve essere restituito il maltolto.