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IMPARARE A ESSERE CRISTIANI

DI MIGUEL MARTINEZ
Kelebek

L’altro giorno, il regime militare che governa il Pakistan ha commesso un massacro in una moschea, attaccata con aerei e carri armati. Cosa che i nostri media trovano perfettamente normale; e in effetti, dati i tempi, è perfettamente normale.

In margine alla strage (ma i giornali scrivono “blitz“), Repubblica di mercoledì 11 luglio intervista lo scrittore pakistano Mohsin Hamid. E c’è un brano che ci dice molte cose:

“D.: E i raid contro i bordelli [compiuti dalle militanti della moschea appena rasa al suolo], la radicalizzazione religiosa non la preoccupano?

R.: Sono episodi che piacciono molto ai media occidentali mentre nessuno racconta dei centenari quartieri a luci rosse di Lahore. O dei programmi tv con travestiti e gay. L’alcol è in teoria proibito ma centinaia di gente dei villaggi muore di alcolismo. E andando a certe feste underground sembra di essere ad Amsterdam. Insomma c’è un processo di secolarizzazione in atto, solo che nessuno ne parla”.

Mohsin Hamid dice, giustamente, che ai media occidentali piace ciò che occidentale non è: è proprio così che si costruisce il tele-Oriente.

Detto altrimenti, i media occidentali non parlano di ciò che è familiare e accettabile per un occidentale.

Mohsin Hamid fa quindi un elenco di cose che un occidentale trova familiari e accettabili (e perciò stesso, prive di interesse mediatico). Un elenco che lui riassume sotto l’etichetta di “secolarizzazione“.

Primo, troviamo il mestiere più antico del mondo, esercitato nelle sue forme tradizionali. In realtà nulla di occidentale in sé: ciò che Mohsin Hamid sembra però volerci comunicare è che l’ipocrisia è un valore universale e quindi qualcosa che ci dovrebbe rendere simpatici i pakistani. Ha ragione: l’Italia, in effetti, è un paese in cui metà della popolazione si dichiara di destra (e quindi monogama e fedele) e metà di sinistra (e quindi custode dei diritti delle donne), eppure non ci sono abbastanza puttane per tutti i clienti.

Secondo, troviamo i “travestiti e gay in televisione“, come immagine gradita agli occidentali.

Qui è facile cadere nello sterile gioco delle parti opposte: chi sbraita contro i PACS, oppure chi sostiene che i diritti individuali siano tutto.

Al costo di farmi linciare da entrambi, preferisco notare un’altra cosa.

La televisione – inscindibile connubio di flusso di immagini e di merci – penetra nelle case delle persone, seducendo incessantemente. Proprio per sedurre, la televisione deve essere femminile o femminilizzante in ogni sua manifestazione.

Ma nel momento in cui produce femmine eterosessuali e maschi invece di orientamento omosessuale, li riduce a puro e intercambiabile oggetto seducente, più di quanto avesse mai fatto alcuna società patriarcale precedente: ecco che il simbolo ultimo dell’emancipazione femminile diventa Mara Carfagna, e della dignità degli uomini gay, Platinette.

Infine, Mohsin Hamid ci presenta le due forme di alienazione estrema: per i poveri, la morte per alcolismo; per i ricchi, le feste “degne di Amsterdam“.

Ed è giusto dire che, in entrambi i casi, abbiamo a che fare con la secolarizzazione. La festa e l’eccesso prima garantivano la riproduzione dei rapporti sociali e umani; quando il capitalismo li corrode, non resta che il godimento individualizzato, che sia a base di miseri distillati di arak o di cocaina di buona qualità.

La cosa interessante è che non abbiamo tagliato niente: Mohsin Hamid non ci offre altri esempi di ciò che chiama secolarizzazione.

E fa bene, perché l’occidentalizzazione altro non è che questo, e non c’è bisogno di ipocrita fuffa sui “giovani che anelano alla democrazia” e simili.

Insomma, anche in Pakistan, i pakistani stanno imparando a fare i cristiani.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com/
Link:
12.07.07

Pubblicato da Davide

  • Tao

    “Una nuova generazione di militanti sta emergendo in Pakistan. Benché ci si riferisca loro chiamandoli ‘Taliban’, sono un fenomeno recente. I Taliban originali, che hanno governato brevemente l’Afghanistan durante gli anni ’90, erano combattenti afghani, un prodotto dell’invasione sovietica del loro paese. Erano stati creati e plasmati dall’esercito pakistano, col supporto attivo e il denaro di Stati Uniti e Arabia Saudita e l’uso deliberato delle madrasse per sostenere i leader religiosi. […] Le nuove generazioni di militanti invece sono tutte pakistane; sono emerse dopo l’invasione statunitense dell’Afghanistan e rappresentano una rivolta contro il supporto agli Stati Uniti del governo. In maggioranza sono disoccupati, ma non tutti hanno ricevuto un’educazione nelle madrasse. Sono guidati da giovani mullah che, a differenza dei Taliban afghani, sono esperti di tecnologia e media, e sono anche influenzati da vari nazionalismi tribali indigeni, onorando il codice tribale che governa la vita sociale delle aree rurali pakistane. ‘Sono taliban nel senso che condividono la stessa ideologia dei Taliban afghani’, dice Rahimullah Yusufzai, colonnista del giornale di Peshawar ‘News’. ‘Ma sono completamente pakistani, ed hanno una migliore comprensione di come funziona il mondo'”.

    Perché il governo di Musharraf non agisce contro le organizzazioni dei Taliban e i partiti che li sostengono? In che mondo questo è legato ai futuri rapporti tra Pakistan e Afghanistan? Quali sono i piani di Musharraf per essere rieletto? E qual è il ruolo di Benazir Bhutto in questo?

    Devo forse rispondere io a queste domande? No, lo farete voi dopo aver letto la traduzione di Andrej Andreevič di questo articolo di Ziauddin Sardar, su 2.0. [mirumir.altervista.org] È un pezzo di due mesi e mezzo fa, ma illustra molto bene le origini di questi eventi.
    Spasibo bolšoe, AA 🙂

    Fonte: http://mirumir.blogspot.com/
    12.07.07