DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com
Com’è strana la vita.
Così come, un poveraccio disperato, può vincere alla lotteria o ricevere la famosa eredità “dello zio d’America” (successe ad un mio amico, totalmente ignaro della sua esistenza), capita che – quando ti sembra d’avere in pugno il risultato di una vita di sforzi – con uno sberleffo, il destino ti tolga tutto.
E’ quello che ci viene in mente – in queste giornate di caldo e di afa – quando osserviamo l’effige d’Umberto Bossi.
Riflettendoci un po’, già c’aveva colpito la sicumera di Tremonti quando – a Bruxelles – gongolava, affermando che in Italia (avete visto com’è facile?) si “riforma” il sistema previdenziale, mandando in pensione la gente a 70 anni, senza nemmeno “una voce dissenziente”.
A dire il vero, le voci “dissenzienti” ci sono state – la prima, quella del più grande sindacato italiano, la CGIL – ma il governo, forte di numeri e di consensi, di certezze e d’impunità, aveva tirato diritto. Il Presidente del Consiglio sognava nuovi castelli nei quali invitare nuovi harem, il Gran Visir dell’Economia nuovi fondi previdenziali da saccheggiare, valvassori e valvassini nuovi cespiti di tangenti, da dilapidare nell’Estate da nababbi che li attendeva. E invece.
Avevamo posto all’attenzione dei lettori il risultato del referendum sul nuovo “impianto federale” del 2006, perché troppo presto dimenticato: nell’Italia berlusconizzata, mediasettizzata, briatorizzata, dellutrizzata e bertolasizzata, pochi ricordavano che – di fronte allo spauracchio del “federalismo” di matrice bossiana (in realtà, una secessione mascherata) – s’era levati persino i morti dalle tombe e le truppe verdeazzurre, radunate fra Varese ad Arcore, s’erano ritirate nei loro accampamenti, sconfitte.
Il significato di questi giorni, del “tormentone agostano” della politica e del futuro italiano, è tutto qui: questo dannato Paese ti lascia fare tutto, ti concede ciò che risulta inconcepibile appena oltre qualsiasi frontiera. Poi, ti mette di fronte al fatto compiuto, all’impossibilità di procedere: decreta in un lampo la fine politica di formazioni blasonate. Ed è già un passo avanti rispetto a ciò che avveniva un tempo, quando si bruciavano le persone insieme ai loro libri.
Tutto ciò avviene perché questa bellissimo a maledetto Paese non dialoga nei luoghi deputati al dialogo, non emana sentenze nei luoghi chiamati a sentenziare, non informa nelle redazioni destinate a farlo.
Questo Paese è composto da realtà così sfaccettate – sin dal 1861, abbiamo proprio poco da ricordare e da celebrare – da risultare un Giano polifronte: la realtà dipende soltanto dalla faccia nella quale incappi quel giorno, dal Fato, dal caso. E non c’entra nulla col Nord o col Sud.
Nessuno, qui, starebbe ad ascoltare un Primo Ministro che – mentre piovono bombe – afferma che il programma del suo governo saranno “lacrime e sangue”. Negli stessi anni, in questo Paese, s’eleggeva come successore di Mussolini quello che era stato il suo più importate consigliere militare. Di una guerra persa.
Perciò, questo paese non vive, non reagisce, non decide sulla base del raziocinio ma solo su quella della paura o del sogno, secondo i momenti, le situazioni, le convenienze personali.
Chi ha premuto sull’acceleratore di questa tendenza, da sempre insita nell’animo degli italiani, chi ha esaltato la loro debolezza sugli altari per dominarli, oggi non dovrebbe stupirsi se – di fronte alla paura – una parte d’italiani ha deciso di seguire le poche vie di certezza, di non abbandonarsi ad ulteriori sogni che svaniscono negli incubi dell’alba.
E’ stato facile creare, in tanti anni di TV spazzatura, centinaia di luoghi virtuali nei quali esaltare l’individualità a scapito della collettività, stappare milioni di sogni dai cappelli dei prestigiatori televisivi, rassicurare qualche spirito inquieto con l’apparenza del doppiopetto. Non ci vuole molto: soldi e tecnologia. Il resto, già l’aveva spiegato Pavlov.
Poi, la realtà fa capolino perché non s’era messo in conto un crollo del 30% dei consumi, che fa apparire nella sua crudezza lo scempio delle retribuzioni, fra le più povere d’Europa. La realtà avanza, si fa strada, accompagnata da migliaia di scrittori – chiamati spregiativamente blogger – i quali mettono all’indice le smagliature dei sorrisi, le tette rifatte dei bilanci, i denti cariati delle amministrazioni.
La nave affonderà?
No – rassicurano – sono soltanto onde, onde e ghiaccio che il Polo c’invia per metterci alla prova: continuiamo così, rotta per 270°, sicuri, macchine avanti tutta.
Ma, nei ponti inferiori, l’incertezza prende piede e la cospirazione prende corpo, sospinta a gran voce dal turbinare, minaccioso, delle onde dell’Oceano fattosi nero, cupo, incombente.
Una piccola scialuppa lascia – forse in preda alla paura, forse all’esaltazione – ma prende il coraggio e le cime per farle urlare nei bozzelli, fin quando la chiglia incatramata a dovere non accarezza le acque nere, vorticose, apparentemente senza speranza.
Di là del Mare Oceano, appena sotto l’orizzonte, ci saranno altre navi dove ancora è permessa e gradita l’assemblea dell’equipaggio: basterà vogare ed inviare lampi di segnalazione.
Sembra che siano stati soccorsi: per ora, soccorsi e nulla più.
Ora, sulla grande nave, ci si chiede se l’equipaggio rimasto sarà in grado di mantenere la rotta, oliare i grandi cuscinetti dell’albero dell’elica, se le vedette avranno occhi aguzzi a forare il buio della notte, se la “squadra nera[1]” avrà muscoli ben temprati.
E salgono i dubbi. Fin su, in plancia.
Il comandante spande certezze: che può fare un comandante?
Ma gli ufficiali tentennano, scuotono il capo: cosa succederà quando avremo scapolato questo Capo d’Agosto – quando la fine delle calme equatoriali e lo scatenarsi dei primi uragani metteranno alla prova cime e bozzelli, pennoni e sartie? – quando lasceremo questa “Panama”, che per ora ci protegge nel suo gongolare del nulla, aggraziato solo dal volo solitario degli albatross, e la stasi terminerà?
Qualcuno sorride con scaltro abbrivio del labbro, altri s’accompagnano alla bottiglia di rum, pochi s’addentrano nelle galanterie, normali attività delle lunghe navigazioni.
Fra tutti – quando il comandante lascia intendere di voler “fare del Senato la nuova ridotta della Valtellina” – solo uno comprende che la navigazione sta per terminare, e risponde a dovere “qui, al Nord, sono pronte 20 milioni”. Di persone, di baionette? Quasi in rima con la Valtellina.
Oggi, un personaggio come Umberto Bossi, fa quasi pena.
Dopo aver stampato manifesti con il Nord “gallina dalla uova d’oro”, essersi alleato con Berlusconi, averlo abbandonato insultandolo e dandogli del mafioso, averlo riabbracciato in cambio di un posto a tavola ogni Lunedì in villa, aver persino indicato nel figlio Renzo “Trota” la successione, in un refolo di Zeffiro ha visto volar via bandiera e suggelli di sante alleanze, speranze e sogni coccolati per le vie, umide e scivolose, dei borghi lacustri. Per anni, decenni: una vita.
A sua parziale discolpa, segnaliamo la pochezza della persona in oggetto – ben diversa, per cultura, da suo “maestro” Miglio – che lo ha condotto a seguire una sorta di leninismo da periferia urbana nella ricerca dei menscevichi, che non c’erano, da turlupinare.
Appoggiandosi ora allo zar, ora ai circoli rivoluzionari, ha creduto che quei pochi – i quali lo accompagnavano nelle sue scorribande, dalle sorgenti del Po a Venezia – fossero l’avanguardia dei tanti. Ancora una volta: leggere male e di fretta Lenin può fare brutti scherzi.
Così, oggi, la pattuglia fuggita sulla scialuppa pone come condizione “la revisione del federalismo” pensato da Calderoli e Tremonti, ossia da Bossi Senior, che nel regno di Bossi II Junior, “Trota”, sarebbe dovuto essere un regno illuminato, con qualche immaginario Elettore di Sassonia a proteggere si tanta sagacia. In altre parole: niet.
Infine, di tante energie profuse, rimangono una città lagunare nella quale regna l’opposta fazione mentre, sulle sorgenti del Po, dovrà pronunciarsi un Tribunale.
Mai si sarebbe immaginato che, il regal dettato di Re Lear:
Resti dunque assegnato a te e ai tuoi
in possessione e perpetuo retaggio
questo terzo di tutto il nostro regno…
Si sarebbe tramutato nell’epopea fantastica del Sogno di una notte di mezza Estate:
Mettiti il cuore in pace:
non basta tutto il regno delle fate
a comprare da me quel fanciulletto…
Sic stantibus rebus et…sic tansit gloria mundi…padani!
Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/08/il-vero-trombato.html
3.08.2010
[1] Così erano chiamati, nelle navi a carbone, gli addetti a spalare il carbone nei forni delle caldaie
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
cyrano-65 7 agosto 2010
Se le differenze fossero culturali sarebbe anche facile, dirò dopo proprio che le differenze culturali non ci sono, e che questa per me è la cosa più allarmante. Personalmente io non vedo solo la Lega, se non altro perchè essendo cresciuto al Nord ed avendoci frequentato tutte le scuole ho finito per apprezzare moltissime cose buone della gente che ho conosciuta. Tuttavia la lega, che, lo ripeto, reputo politicamente inutile per risolvere i problemi del paese e potenzialmente dannosa, esiste e deve pur essere vista, esattamente come la mafia. E qui sta il punto: crescere e avere vissuto e lavorato al nord e vivere e lavorare al sud significa proprio: andare oltre l'esteriorità dell'arrivare in ritardo o puntuali e oltre gli stereotipi e vedere come davvero vive la gente e se davvero lavora o non lavora. Io non riesco ad avere altra identità che quella di un Italiano, sono nato in Sicilia, cresciuto in Lombardia, ho fatto l'alpino a Trento, mi sento e mi posso solo sentire cittadino di un Paese che va da dalle cime di Lavaredo a Pantelleria e che un giorno, citando Borsellino "sarà bellissimo". I meridionali che ho conosciuto non lavorano meno dei loro colleghi settentrionali, spesso sono più gentili, a volte in un modo imbarazzante e non sempre disinteressato che inizialmente mi ha spiazzato - non c'ero abituato - che poi ho imparato a capire e, quando è giusto, ad apprezzare; lavorano spesso in un contesto meno favorevole, sottoposti a pressioni superiori e con meno sostegno, specie logistico e di ascolto, dal centro (Roma). La Basilicata è adorabile, confermo di amare moltissimo Matera, che mi ricorda molto Modica. E io non credo di avere scritto di vivere nel migliore dei mondi possibili, anzi. Sulle differenze culturali non sono, invece, affatto d'accordo: se i, magari più rudi lombardi tra i quali sono cresciuto non valgono, finezze a parte, di meno dei meridionali, non valgono neanche di più, come dirò. La cultura del nepotismo e degli accordi economico politici, ad esempio, anche con la criminalità non è - ormai è ampiamente dimostrato - un'esclusiva del sud. Sotto questo aspetto molti leghisti mi ricordano certi politici meridionali del passato che negavano in parlamento l'esistenza della mafia: si comportano come se il problema non fosse ANCHE loro. Così facendo creano in molti settentrionali la stessa sensazione che c'era in meridione: che il problema non ci fosse o fosse altrui. Il problema invece c'è, ed è NOSTRO, di tutti gli Italiani, e non può essere circoscritto con un federalismo. il sentire e l'agire mafioso infatti possono soffocare ed uccidere la società civile e non ne usciamo tirandoci la croce addosso tra di noi: dobbiamo fermarli assieme colpendoli dove fa più male, cioè nella politica sia nella destra che nella sinistra, visto che sono presenti in ambedue le fazioni. Non ho fatto un discorso molto chiaro, ma credo di avere fatto capire meglio come la penso: gli onesti non dovrebbero farsi la guerra ma guardarsi le spalle tra di loro. Rinnovo l'invito, magari a Nero d'Avola. :)