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IL TOTALITARISMO DEI CONSUMI

DI GOFFREDO ADINOLFI
www.ilmanifesto.it

La liberalizzazione degli orari di vendita ha portato con sé, in Portogallo, quella delle licenze di costruzione. E la città ne è uscita sfigurata.
C’è una cosa su cui il Portogallo è sicuramente molto avanti rispetto all’Italia: le liberalizzazioni.
Qui questo annoso e antipatico problema degli orari dei negozi è stato risolto da tempo: la libertà di scelta dei negozianti è ampia e così i clienti non sono più vincolati da «assurde» leggi dal carattere vagamente bolscevico (come accade ad esempio in Germania, Svizzera o Belgio) che impediscono loro di acquistare quando meglio credono. Dalle 9 del mattino alla mezzanotte, dal lunedì alla domenica supermercati, libri, farmacie, tecnologie varie, vestititi eccetera: non resterete mai a secco.Concomitante, o conseguente, a questo processo di liberalizzazione degli orari di vendita anche la liberalizzazione sostanziale delle licenze di costruzione. La Lisbona dei quartieri arabi come l’Alfama e la Mouraria, del Fado di Amalia Rodriguez e della Rivoluzione dei Capitani di aprile si è «finalmente» modernizzata. Nuovi panorami caratterizzano oggi la città, fra i quali certamente merita di essere citato l’avveniristico centro commerciale «Colombo» che, fino a pochi anni fa, era uno degli spazi di vendita più grandi d’Europa, facilmente raggiungibile con la metropolitana.

Un luogo, o meglio un non luogo, fatto di strade, piazze, parchi e, non ci crederete mai, anche una piccola cappella. Si sa quando facciamo acquisti ci sentiamo sempre un po’ in colpa, nel caso ci si confessa e via possiamo alleggerire oltre che il portafogli anche il nostro cuore.

Anche la meravigliosa Praça de Touros, a Campo Pequeno, è stata devastata dal centro commerciale: sotto il circo delle corride, potrete trovare para-farmacie, supermercati e, chiaro, fast food in abbondanza. Chissà, potrebbe essere un modo per finanziare i costosi restauri del Colosseo o per dare una nuova vita al Pantheon o a Campo dei Fiori, non vi pare?

Beh certo ogni processo di modernizzazione ha i suoi contraltari, ma si sa un prezzo va pure pagato per il progresso. Avere un negozio al centro commerciale è caro e se ne sei fuori nessuno ti conosce, difficile reggere sul mercato. Chi se lo può permettere? Così le grandi catene prendono il posto dei vecchi, slabbrati e polverosi negozietti: Zara, Massimo Dutti, Vobis, Calzedonia e Mediaworld tanto per citare a memoria. Processo di uniformizzazione? Forse, ma suvvia non facciamo i polemici, in fondo il fatto che ci si vesta tutti negli stessi negozi potrebbe avere anche qualche aspetto positivo: ricordate il tanto criticato modello sovietico?

A ben guardare c’è però un altro piccolo regalo che i processi di liberalizzazione di orari e licenze hanno portato: la desertificazione delle città e questo per due motivi. Innanzitutto, il piccolo commerciante i soldi per tenere aperto il suo negozio dalle 9 del mattino alla mezzanotte non li ha e quindi deve chiudere.

In secondo luogo perché le catene si concentrano in pochi spazi, oltre ai centri commerciali ci sono le vie del centro, solo quelle più trafficate, chiaro! Così la rua Augusta, che porta alla maestosa praça do Comercio, quella della scena finale del film Sostiene Pereira, diventa uguale a tante vie del centro di altri luoghi sparsi un po’ in tutto il mondo, ma questo è problema studiato. Lo aveva previsto Pasolini nel 1974 che una società ancora troppo contadina come quella portoghese male avrebbe resistito al «totalitarismo del capitalismo del consumo».

Le implicazioni sono molto più pesanti di quanto ci si aspetterebbe, perché si finisce col perdere completamente i rapporti tra le persone e il loro quartiere, che diventa soltanto un triste, cadente e pericoloso dormitorio. Si perde il rapporto umano con il proprio farmacista, libraio, edicolante, perché dentro quei posti ci sono solo persone sfruttate che lavorano su turni e che probabilmente ruotano su più negozi della stessa catena e, visto che nella maggior parte dei casi sono precari, probabilmente li vedrete poche volte e poi spariranno. Insomma vivrete, e viviamo, in ambienti sempre più asettici dove saremo sempre meno conosciuti e riconosciuti: sempre più clienti e sempre meno cittadini.

C’è infine un ultimo «piccolo» problema che la questione della liberalizzazione degli orari dei negozi porta con sè: la assoluta scomposizione dei rapporti umani di chi vive nel commercio. Lavorare su turni che vanno dalle 9 del mattino alla mezzanotte 7 giorni su 7, 12 mesi all’anno significa fare fatica ad avere relazioni. I turni non li sceglie il lavoratore, ma il datore di lavoro, che da queste parti viene chiamato patrão, tanto per essere chiari su chi e su come si comanda.

Se disgraziatamente anche tua moglie, marito, fidanzato lavora su turni, diventa difficile trovare un momento in cui incontrarsi, in cui andare al parco a passeggiare o andare in vacanza insieme. Non si cena più, non si pranza più, ci si incrocia e basta, ogni tanto, se tutto va bene. Una vita che ricorda molto da vicino quella descritta da Calvino nel suo racconto «l’avventura di due sposi» dove appunto i due sposi, che lavoravano uno di giorno e l’altro di notte, si incrociavano, di fretta, al bagno, quando uno finiva e l’altro iniziava la propria giornata.

Siamo sicuri che per potere comprare più «liberamente», cioè istigati da una pubblicità sempre più invasiva e penetrante, magari risparmiare qualche centesimo di euro, valga davvero la pena accettare quello che sembra essere sempre di più lo scenario descritto da George Orwell in 1984, dove ogni aspetto sociale veniva controllato dal Grande Fratello e ogni sentimento tassativamente proibito?
Oppure una realtà simile a quella di Metropolis di Fritz Lang, dove, nella città sommersa, una sirena scandiva in due turni simmetrici da 12 ore la vita di uomini trasformati in automi, attaccati a macchine, privi di qualsiasi coscienza? Siamo sicuri che la completa deregolamentazione di tutto sia una questione di civiltà? Siamo sicuri che le liberalizzazioni portino posti di lavoro e non ulteriori fonti di sfruttamento di manovalanza a basso e bassissimo costo?

Forse vale la pena tenerci il negozio sotto casa che chiude alle sette ma il cui gestore si ricorda di noi, ci tiene il giornale o il pane da parte e la domenica andarcene a fare una passeggiata, perché, vi assicuro, se il supermercato è aperto voi ci andrete a comprare!

Goffredo Adinolfi
Fonte: www.ilmanifesto.it
11.01.2012

Pubblicato da Davide

  • fernando20

    Bell’articolo fà riflettere e poi diciamo la verità quanti posti di lavoro ci sarebbero in più con cento negozietti al posto di un supercompratuttoquellochenontiserve. Ogni giorno controllo quanti iscritti in più sul Blog…troppo pochi ancora, gli altri stanno al centro commerciale convinti di aver raggiunto il loro Limbo.

  • ammortizzato

    non so dove porterà la liberalizzazione degli orari ma non mi sembra corretto criticarne l’efficacia adducendo un’ipotetica liberalizzazione anche delle concessioni edilizie:
    “Concomitante, o conseguente, a questo processo di liberalizzazione degli orari di vendita anche la liberalizzazione sostanziale delle licenze di costruzione”
    in atto (a quanto ne sappia) nessuno del governo ha espresso tale idea e non ne è una naturale conseguenza.

    Inoltre quando sono stato a barcellona (spagna) per vacanza ho notato che gli esercizi commerciali aperti di notte erano i piccoli market (spesso gestiti da extracomunitari) molto lontani dalle realtà della grande distribuzione. Il numero relativamente esiguo dei clienti non consente ad un ipermercato di restare aperto (i costi del personale necessario per la sua attività risulta elevato) mentre tali clienti sono appetibili per quelle realtà come i piccoli market che prevedono la presenza di uno/due lavoratori.

  • embros13

    Per caritá articolo condivisibile, meno il tempismo.
    Non so dalle parti dell´Adinolfi ma dalle mie parti é gia da un pó di anni che i negozietti e le botteghe son scomparsi ed i centri commerciali son cresciuti come funghi e senza liberalizzazioni….Le passeggiate che faccio nel tempo libero dalla cittá alla campagna son diventate quasi irreali e se prima incontravo ciclisti, famiglie con bimbi allegri, persone con il proprio cane, escursionisti e gruppi di anziani adesso sembrano territori evacuati…

  • borat

    L’articolo e’ suggestivo ma anche molto falso: al centro commerciale i prezzi sono uguali per tutti e le economie di scala sono ‘anche’ a favore del cittadino consumatore. Se cosi’ si fa in tutto il mondo e’ perche’ cosi’ e’ meglio di prima: se poi vogliamo tornare agli anni 60/70 quando i piccoli commercianti si compravano un appartamento all’anno e i professori di scuola facevano le rate per comprare le scarpe, io non sono d’accordo.

  • misunderestimated

    Però adesso i professori pigliano comunque meno del blasonato idraulico, e i “schèi” racimolati dalla GDO non vanno certo a finire nelle tasche delle cassiere. E’ un po’ lo stesso bias che sta colpendo i taxisti: ora si pretende che il signorotto di turno (mettiamo pure uno ogni cento o mille taxisti) possa comprare un mucchio di licenze e mettere sotto torchio decine di poveri sfruttati: a NY infatti i cab drivers sono tutti immigrati dell’ultima ora che a malapena riescono a parlare inglese, pagati 5 dollari l’ora.

    Preferisco 100 mezzi ricchi che un solo riccone con 100 poveracci malpagati alle sue dipendenze.

  • aquilanera

    siamo alla frutta signori,banane per tutti a qualsiasi ora,non c’e problema,ci servira al banco il professor dei miei stivali,saluti a tutti e buona fortuna,c’e ne di bisogno

  • Tulkas

    questo tuo commento sul tempismo mi ha fatto venire in mente questo bel articolo http://mon-dart.blogspot.com/2011/11/l-eccezionale-tempismo-di-arrivare.html

  • embros13

    Tempismo sospetto infatti….Ti ringrazio per avermi fatto scoprire Mondart