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IL TIBET E’ DIVENTATO IL FRONTE DI UNA NUOVA LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE ?

OPPURE LI’ STA ACCADENDO QUALCOSA ALTRO ?

DI GARY WILSON
Workers.org

I media di notizie USA sono riempiti con storie su avvenimenti che si svolgono in Tibet. Comunque, ogni rapporto di notizie, pare includere una nota che molto di quanto riferiscono non possa essere confermato. Le fonti dei rapporti sono vaghe e sconosciute. Se la procedura del passato è un indicatore, è probabile che le loro fonti primarie siano il Dipartimento di Stato USA e la CIA.

Una fonte spesso citata è John Ackerly. Chi è Ackerly? Come presidente della Campagna Internazionale per il Tibet, lui ed il suo gruppo sembra operino strettamente con il governo USA, entrambe il Dipartimento di Stato ed il Congresso, come parte delle loro operazioni riguardanti il Tibet. Durante la Guerra Fredda, il compito con base a Washington di Ackerly era di lavorare con “dissidenti” in Europa orientale, particolarmente della Romania nel 1978-80.

Una agenzia di sicurezza privata internazionale a Washington, la Harbor Lane Associates, elenca come suoi clienti Ackerly e la Campagna Internazionale per il Tibet, assieme all’ex Direttore della CIA e Presidente USA George H.W. Bush ed all’ex capo del Pentagono William Cohen.

La AP, la Reuters e le altre agenzie di news occidentali citano tutte Ackerly come una fonte principale per rapporti esagerati sugli scontri che sono appena avvenuti in Tibet. Per esempio, il 15 marzo la MSNBC riferiva:

“John Ackerly, della Campagna Internazionale per il Tibet, un gruppo che sostiene le richieste per l’autonomia tibetana, in una dichiarazione via e-mail ha detto di temere che ‘centinaia di tibetani siano stati arrestati e vengano interrogati e torturati'”.

Qiangba Puncog, un tibetano che è presidente del Governo Regionale Autonomo del Tibet, ha descritto la situazione in modo piuttosto differente ad un briefing per la stampa il 17 marzo a Pechino.

Secondo china.org.cn, il sito web di stato della Cina, il leader tibetano ha detto che il 14 marzo gli alleati dell’esiliato Dalai Lama “si sono impegnati in sconsiderate percosse, saccheggi, devastazioni ed incendi e le loro attività si sono presto propagate in altre parti della città. Queste persone si sono concentrate su negozi lungo la strada, scuole elementari e medie, ospedali, banche, impianti dell’energia e delle comunicazioni ed organizzazioni dei media. Hanno appiccato il fuoco a veicoli di passaggio, inseguito e percosso passeggeri sulla strada e hanno lanciato assalti a negozi, stazioni del servizio telecomunicazioni ed uffici governativi. Il loro comportamento ha causato gravi danni alla vita ed alla proprietà della gente locale ed indebolito seriamente la legge e l’ordine a Lhasa.

“Tredici civili innocenti sono stati bruciati o pugnalati a morte il 14 marzo nel tumulto a Lhasa e 61 poliziotti feriti, sei dei quali gravemente”, ha detto Qiangba Puncog.

“Le statistiche dimostrano anche che i rivoltosi hanno dato fuoco ad oltre 300 abitazioni, comprese case residenziali e 214 negozi e fracassato e bruciato 56 veicoli. …

“Qiangba Puncog ha anche affermato che il personale della sicurezza non portava o utilizzava nessuna arma letale lo scorso venerdì nell’occuparsi della sommossa. …

“Secondo Qiangba Puncog, la violenza è stata il risultato di una cospirazione tra gruppi interni ed esteri che sostengono la causa dell”indipendenza del Tibet’. ‘La cricca del Dalai Lama ha diretto, pianificato ed attentamente organizzato la sommossa”.

“Secondo Qiangba Puncog, il 10 marzo, 49 anni fa, i proprietari di schiavi del vecchio Tibet lanciarono una ribellione mirata a spaccare il paese. Quella ribellione fu rapidamente domata. Tutti gli anni dal 1959, alcuni separatisti all’interno ed all’esterno della Cina hanno condotto delle attività attorno al giorno della ribellione. …

“Qualsiasi tentativo secessionista di sabotare la stabilità del Tibet non otterrà l’appoggio del popolo ed è destinato a fallire, ha detto”.

Incontro a New Delhi

Qualunque cosa stia accadendo in Tibet è in preparazione da lungo tempo. Lo scorso giugno a New Delhi, India, è stata tenuta una conferenza degli “Amici del Tibet”. E’ stata descritta come una conferenza per la separazione del Tibet.

Il sito di notizie phayul.com allora riferì che alla conferenza si raccontava di “come le Olimpiadi potessero fornire l’unica possibilità dei tibetani per apparire e protestare”. Fu emanato un appello per proteste in tutto il mondo, una marcia di esiliati dall’India al Tibet e proteste all’interno del Tibet—tutto collegato alle prossime Olimpiadi di Pechino.

Questo fu seguito da un appello questo trascorso gennaio per una “rivolta” in Tibet, emanato da organizzazioni basate in India. Il rapporto di notizie del 25 gennaio diceva che il “Movimento di Rivolta del Popolo Tibetano” era stato costituito il 4 gennaio per concentrarsi sulle Olimpiadi del 2008 a Pechino. La data di inizio per la “rivolta” doveva essere il 10 marzo.

Al momento al quale l’appello venne emanato, l’ambasciatore USA in India David Mulford si incontrava con il Dalai Lama a Dharamsala, India. Il Sottosegretario di Stato USA Paula Dobriansky fece una visita simile a Dharamsala lo scorso novembre. La Dobriansky è anche membro del neocon Project for a New American Century. E’ stata coinvolta nelle cosiddette rivoluzioni colorate in Europa orientale.

Phayul.com riferisce che la dichiarazione del gruppo della “Rivolta” del Tibet dice che agisce “nello spirito della Rivolta del 1959”.

La rivolta del 1959

Conoscere di più della “rivolta” del 1959 potrebbe aiutare nella comprensione degli avvenimenti di oggi in Tibet.

Nel 2002 è stato pubblicato dalla University Press of Kansas un libro intitolato “La guerra segreta della CIA in Tibet”. I due autori—Kenneth Conboy della Heritage Foundation e James Morrison, un veterano dell’esercito istruttore alla CIA—espongono dettagliatamente con orgoglio come la CIA avviò e diresse il cosiddetto movimento di resistenza del Tibet. Lo stesso Dalai Lama era nel libro paga della CIA ed approvò i piani della CIA per la rivolta armata.

La CIA mise a capo del sanguinoso attacco armato del 1959 il fratello del Dalai Lama, Gyalo Thodup. Un esercito contra venne addestrato dalla CIA in Colorado e poi paracadutato in Tibet con aerei dell’aeronautica militare USA.

L’attacco del 1959 è stato un tentativo di colpo di stato progettato ed organizzato dalla CIA, molto come la successiva invasione della Baia dei Porci della Cuba socialista. Lo scopo era di rovesciare l’esistente governo tibetano ed indebolire la Rivoluzione Cinese cercando allo stesso tempo di legare il popolo del Tibet agli interessi imperialisti degli USA. Cosa dice questo della rivolta di marzo di oggi, che viene compiuta nello stesso spirito?

Versione originale:

Gary Wilson
Fonte: www.workers.org
Link: http://www.workers.org/2007/world/tibet_0327/index.html
19.03.2008

Versione italiana:

Fonte: http://freebooter.interfree.it/
23.03.08

Traduzione italiana a cura di Freebooter

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Il Coordinamento Progetto Eurasia stigmatizza
    il comportamento del circo mediatico e politico del cosiddetto
    Occidente che in questi giorni si sta scagliando contro la Repubblica
    Popolare Cinese, seguendo un copione già applicato nel caso del
    Myanmar. Il CPE intende precisare che la questione dell’indipendenza
    del Tibet non ha nulla a che fare coi motivi religiosi che vengono
    addotti a pretesto e tanto meno con il diffondersi dell’emigrazione e
    della produzione cinese in Europa.

    Il circo politico e mediatico sta
    cercando di unire le varie questioni per convalidare la dottrina
    statunitense dello “scontro di civiltà”, declinandola in chiave
    anticinese. Il CPE, che tra i suoi obiettivi prioritari ha proprio
    quello della difesa e della salvaguardia delle tradizioni dei popoli
    eurasiatici, ritiene gravemente contraddittorio pensare che ciò possa
    avvenire con le armi ed i soldi degli Stati Uniti. La preservazione
    delle culture tradizionali dei popoli dell’Eurasia può e deve avvenire
    solo all’interno di una più vasta forma di aggregazione politica del
    continente.

    Si rileva, anche in questo caso, che i collaborazionisti
    atlantici delle varie tendenze convergono nel sostenere la figura del
    Dalai Lama, un personaggio stipendiato dalla CIA e reclamizzato dal
    circo mediatico occidentale, che rappresenta solo se stesso. Il Dalai
    Lama è lo stesso che ha benedetto i “bombardamenti umanitari” sulla
    Serbia, che ha approvato l’ideologia sionista andando a pregare al muro
    del pianto ed infine che si è più volte recato in visita negli Stati
    Uniti ricevuto dai presidenti americani; l’ultimo incontro, con Bush
    Jr, è stato da lui definito “una riunione di famiglia”. L’estrema
    destra e l’estrema sinistra, pur con motivazioni all’apparenza opposte,
    anche in questo caso si ritrovano a svolgere la funzione di utili
    idioti dell’Occidente, sostenendo la strategia americana di sovversione
    della sovranità di Cina e Russia, gli ultimi Stati che resistono alla
    pressione dell’unipolarismo dell’attuale potenza egemone nel mondo. I
    due fronti sedicenti “anti-sistema” dimostrano per l’ennesima volta di
    non avere alcuna concezione geopolitica, abboccando alle sirene dei
    “diritti umani” da una parte e di un vacuo “tradizionalismo” in salsa
    new age da quell’altra. E’ bene ricordare che il Dalai Lama ha deciso
    di esiliarsi solo a seguito dell’offerta degli USA di fornire
    all’India, in cambio dell’ospitalità al Dalai Lama, la tecnologia per
    dotarsi di un arsenale nucleare. Anche se il diritto internazionale è
    ormai carta straccia, la Repubblica Popolare Cinese ha tutto il diritto
    di fare ricorso all’uso della forza per impedire la secessione
    unilaterale di una parte del suo territorio fomentata da potenze
    straniere, così come anche l’Italia avrebbe il diritto di fare
    nell’ipotesi di una secessione unilaterale della cosiddetta “Padania” o
    della Sicilia.

    Questa “crisi” tibetana non esplode a caso, ma rientra
    in una più ampia e decennale strategia di “balcanizzazione” del Mondo,
    come chiaramente spiegato da François Thual nel libro Il mondo fatto a
    pezzi: il narcisismo identitario delle comunità etniche e la loro
    aspirazione a un’indipendenza puramente formale producono una
    polverizzazione geopolitica funzionale a una nuova strategia di dominio
    dell’Occidente. Il Myanmar come il Tibet rappresentano i punti avanzati
    di questa strategia, che secondo alcune elaborazioni (ad es.
    Brzezinski) prevede lo smembramento della Russia e della Cina e
    comunque mira all’accerchiamento militare di questi due grandi paesi
    per indurli infine a capitolare ed aprirsi ancora di più
    all'”occidentalizzazione”.

    Non è difficile immaginare, infatti, che
    il primo passo di un Tibet finalmente indipendente sarebbe quello di
    entrare nella NATO o comunque di concedere basi ai soldati americani
    che in questo modo si troverebbero a ridosso dei confini cinesi,
    fomentando ulteriori separatismi come quello della minoranza islamica
    dello Xinjiang. Per questi motivi il CPE esprime la più ferma condanna
    della campagna anticinese scatenata in Italia e in Europa.

    Il Coordinamento Progetto Eurasia
    Fonte: http://www.cpeurasia.org
    Link:http://www. cpeurasia.org/?read=7418
    22.03.08

  • Lestaat

    ohhh….finalmente si sta tornando su toni meno piagnucolosi e più intelligenti.
    L’inizio non è stato dei più felici sulla faccenda Tibet nemmeno qui su comodonchisciotte….ci si è fatti prendere un po la mano dall’emotività.

  • Tao

    MONACI O POPOLO DEL TIBET

    [Sul Tibet esiste una pessima informazione, specie in questi giorni in cui la regione è all’onore delle cronache. Per fare un minimo di chiarezza sulla questione tibetana, riportiamo questo articolo della celebre sinologa Enrica Collotti Pischel, scomparsa nel 2003. L’articolo fu pubblicato da Il manifesto il 9 gennaio 2000. Naturalmente, narrare gli antecedenti e liberarli dalle speculazioni non significa legittimare la repressione violenta delle attuali autorità cinesi contro la protesta tibetana. Ringrazio l’amico Roberto Sassi per la segnalazione.] (Valerio Evangelisti)

    La notizia della fuga dalla Cina del giovanissimo Lama Ugyen Trinley Dorje, terza autorità nella gerarchia delle reincarnazioni del buddhismo tibetano è stata ritenuta molto ghiotta dai giornali italiani e viene considerata un grave scacco per il governo cinese che non sarebbe riuscito a impedirla, nonostante il proprio apparato militare.

    Quest’interpretazione ignora che i cinesi non hanno mai fatto nulla per fermare la fuga dei rappresentanti politici e religiosi tibetani dalla Cina: nel 1959 l’intera classe dirigente tibetana, con alla testa il Dalai Lama, si allontanò da Lhasa con una lunga fuga a piedi, nonostante il pattugliamento degli aerei da combattimento cinesi. Fa parte della politica delle autorità cinesi il pensare che gli avversari è sempre meglio tenerli fuori del paese che dentro, meglio lontani dai loro adepti che vicini. Se poi le circostanze equivoche di quest’ultimo episodio – cioè la mancata condanna di Pechino – possano far pensare a ipotesi di contatti con il Dalai Lama e di trattative di conciliazione, è difficile dirlo ora. Certamente il fatto che la grande organizzazione propagandistica che negli Stati Uniti (ma anche in Europa e nello stesso nostro scafato e realistico paese) sostiene la causa dell’indipendenza tibetana si sia buttata sull’episodio, non rende certo facile un’intesa: i cinesi sanno fare molto bene i compromessi e sono disposti a concluderli quando siano convenienti. Ma ritengono che debbano essere cercati e raggiunti con la massima discrezione e comunque al di fuori di pressioni che li possano far apparire come una resa a pressioni straniere. E non dimentichiamo mai che “straniero” per l’intera Asia orientale nell’ultimo secolo e mezzo ha significato umiliazione e asservimento: di essa fece parte anche il tentativo pi volte condotto di staccare il Tibet dalla Cina.

    Il più povero

    Molte cose dovrebbero essere dette a proposito del mito del Tibet che ha preso piede, anche nei ranghi della sinistra. Dal cinematografico Shangri-la, al di fuori del tempo, dello spazio e del clima, alle ovvie seduzioni di turismo “estremo”, dalle tendenze a vedere esempi validi in civiltà rimaste primitive e tagliate fuori dal processo della storia, alla sistematica disinformazione diffusa da potenti mezzi mediatici statunitensi e al fascino che sugli occidentali delusi esercitano le religioni e le ideologie esotiche ed esoteriche, tutto confluito in un’affabulazione della quale sono stati vittime in primo luogo proprio i tibetani.
    Certamente sono uno dei popoli più poveri del mondo, esposti a molteplici forme di oppressione: tra esse quella cinese è stata con ogni probabilità meno gravosa di quella esercitata dai monaci e dagli aristocratici, dei quali i pastori e i contadini erano fino al 1959 “schiavi”, nel senso letterale del termine, in quanto sottoposti al diritto di vita e di morte dei loro padroni. Che poi tutti, ma con ben diverso vantaggio, trovassero conforto nel ricorso a una delle forme più degradate di buddhismo (il buddhismo tantrico tibetano popolato di fantasmi e di incantesimi ha ben poco a che vedere con la meditazione intellettuale e la creatività artistica dello Zen), si può anche comprenderlo.

    Per fare un minimo di chiarezza è necessario comunque precisare alcune cose. Il Tibet non è stato “conquistato dalla Cina comunista nel 1950”: dopo precedenti più discontinui rapporti, fu conquistato dall’impero cinese nella prima metà del secolo XVIII, e da allora è stato considerato parte dello stato cinese da tutti i governi della Cina, anche dal Guomindang. La Cina (in cinese “Stato del Centro”) è stato ed è uno Stato multietnico nel quale è in corso da millenni un processo di trasferimenti di gruppi etnici e soprattutto di fusione dei gruppi periferici entro quello più importante, che rappresenta nove decimi dei cinesi ed è sempre stato capace di offrire ai suoi membri una maggiore prosperità e i benefici di una cultura più concreta. Mettere in discussione la natura multietnica della civiltà e dello Stato cinesi significherebbe mettere in moto la più spaventosa catastrofe degli ultimi secoli. Quella praticata dalla Cina non è mai stata una politica di “pulizia etnica”, bensì di fusione entro un insieme non etnico ma contraddistinto da una comune cultura e da comuni pratiche produttive: più che sterminarle, i cinesi hanno comprato le minoranze.
    E’ vero che i tibetani per ragioni geografiche sono, entro lo “Stato del Centro”, il gruppo più lontano dalla comune cultura, però da 250 anni sono stati sempre governati da funzionari cinesi nominati dal governo centrale: giuridicamente e istituzionalmente ciò ha un senso. Gli inglesi, all’apice del loro potere sull’India all’inizio del secolo XX, intrapresero, tuttavia, una serie di manovre per staccare il Tibet dalla Cina e porlo sotto la loro influenza, giungendo, nel 1913, a convocare una conferenza a Simla nella quale le autorità tibetane cedettero vasti territori all’India britannica. Nessun governo cinese ha mai accettato la validità di quella conferenza. Nel periodo precedente il 1949 il governo del Guomindang considerava il Tibet, a pieno diritto, parte del proprio territorio, tanto che durante la Seconda guerra mondiale concedeva il diritto di sorvolo agli aerei alleati.

    Il ruolo della Cia

    Non ha quindi alcun senso dire che la Cina conquistò il Tibet nel 1950; nel 1950 le forze di Mao completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell’assedio statunitense alla Cina, i servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di tibetani arroccati sulle montagne delle regioni cinesi del Sichuan e dello Yunnan, lungo la strada che dalla Cina porta al Tibet. I cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro: nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente. Alla fine del 1958 i servizi segreti inglesi annunciarono che, all’inizio del 1959, la rivolta si sarebbe trasferita a Lhasa e avrebbe cercato l’appoggio del Dalai Lama. Ed è infatti ciò che avvenne: sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l’accordo per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio centro di propaganda. Nessun governo al mondo ha riconosciuto questa compagine. Recentemente la Cia (i servizi segreti americani sono infatti obbligati a rendicontare prima o poi le loro spese di fronte ai contribuenti) ha ammesso di avere finanziato tutta l’operazione della rivolta tibetana.

    Pechino: autonomia no

    Dopo il 1959 il governo cinese spossessò monasteri e aristocratici e “liberò gli schiavi”, iniziando una politica di modernizzazione forzosa (vaccinazioni, costruzione di opere pubbliche) e di formazione di una classe dirigente locale, figlia di schiavi, sottoposta a un bombardamento educativo razionalista e anti-religioso. Furono questi giovani che durante la rivoluzione culturale distrussero templi e monasteri.
    Dopo la morte di Mao, i governanti cinesi hanno cercato di ristabilire i rapporti con i tibetani, migliorando le sorti economiche dell’altipiano ma importando anche gran numero di cinesi, non solo militari. Hanno anche trattato indirettamente con il Dalai Lama, che – politico asiatico molto scaltro – non chiede l’indipendenza, ma una più o meno larga autonomia: Pechino non ha mai tuttavia voluto concedere un reale autogoverno, che aprirebbe rischi di secessione e metterebbe in discussione tutti i rapporti etnici del vasto paese. Alle spalle del Dalai Lama si è sviluppato, intanto, un vasto insieme di interessi della classe dirigente tibetana che ormai è nata all’estero e vi ha ricevuto una formazione culturale moderna: è questa che chiede un’indipendenza che potrebbe essere ottenuta solo con una guerra spietata alla Cina e potrebbe essere innestata dal reclutamento di giovani guerriglieri in India – segnali “terroristici” in questo senso ci sono già stati. Erano proprio dissennati i governanti cinesi che ritenevano che l’attacco alla Serbia, motivato dalla difesa dei “diritti umani” in Kosovo, fosse in effetti la prova generale di un attacco alla Cina?

    Enrica Collotti Pischel
    Fonte: http://www.carmillaonline.com
    Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/03/002584.html#002584
    25.03.2008

  • silviu

    Adesso vorrei proprio vedere cosa (e se) commenteranno quelli che, professor Bertani in testa, hanno sbertucciato il Fulvio Grimaldi. Ma mi sa tanto che, dopo l’indignazione (pelosa), seguirà un silenzio tombale.

  • WONGA

    Pongo la questione centrale che finora tutti abbiamo eluso.
    Il pensiero controinformativo nasce in occidente,a sinistra soprattutto nella lodevole intenzione di smascherare i maneggi di chi comanda in occidente e le versioni faziose che vengono date dai media.
    Ora però sta accadendo qualcosa di diverso ed insieme di prevedibile:una nuova potenza sorge(Cina)e l’altra(America) fa quello che può per cercare di mantenere il controllo.
    Perchè il problema di fondo è che noi spesso,pur opponendoci con forza ai disegni imperialisti occidentali noi fondamentalmente ne condividiamo l’impostazione di fondo.
    L’occidente soffre di un complesso di centralità in tutte le sue manifestazioni,anche quelle che dicono di opporsi ad esso,per esempio in questo caso, la controinformazione.
    Siamo istintivamente portati a pensare che il centro del mondo sia a Washington,anche quando non è più così.
    Per metà dell’occidente,quello filoisraeliano neocon noi siamo i buoni della storia.
    Per l’altra metà noi siamo i cattivi della storia,quelli della colonizzazione.
    C’è una sola cosa su concordano:la nostra centralità nella storia.
    Ora che stiamo uscendo dalla storia non capiamo più quello che sta accadendo,appunto perchè siamo preda di quel complesso.
    Questo complesso di superiorità dirò, aveva le sue ragioni di essere in un mondo in cui la tecnologia apparteneva solo all’occidente.
    Ora accade che l’occidente perde la tecnologia e la trasferisce in Cina che cosa succederà secondo voi?
    Presto detto,ad un imperialismo se ne contrapporrà un altro.E chi vincerà non lo sappiamo,però possiamo ipotizzare che l’America ne uscirà perdente.
    Perchè la strategia di prendere la Cina trasformandola in senso capitalistico,si fonda nongià su una strategia intelligente bensì su un’assunto ideologico,anch’esso condiviso da destra e sinistra:ovvero che la ”democrazia sia il migliore involucro del capitale”.(parole di Lenin non di Giavazzi).
    Falso.La Cina è lì bella per dimostrarlo al mondo.
    La Cina per contro sembra essere immune dalle ideologie,flessibile e capace di buttarle via quando non servono più ai propri scopi di potere.
    Quello che mi sembra si faccia fatica a capire da parte di tutti,filoamericani o antiamericani è che l’America sta uscendo di scena,e noi con essa.
    Ogni giorno vedo qualcuno che dice ”ok,l’America è cotta”,ma tutti faticano a trarne le conseguenze.
    Se la Cina sta sottraendo l’America Latina,tradizionale area di estensione degli interessi americani,agli Stati Uniti,quali conseguenze dobbiamo trarne?
    Io dico che è presto per trarne conseguenze,tuttavia una cosa è certa:il nostro mondo non è più quello del 1989,dove gli Stati Uniti erano ”l’unico imperialismo”.
    Il mio pensiero è che la parola imperialismo oggi si deve declinare al plurale,ed è giusto che ogni popolo si ribelli all’orbita imperialista nella quale si trova geograficamente,politicamente o militarmente a cadere.
    Dunque se noi diciamo no alla base di Vicenza,il Tibet deve accettare sei milioni di Han nel suo territorio?
    Il fatto è che il Tibet è in una condizione particolare direi io,di storica ragione,per cui non si fa fatica a dire che il Tibet è stato invaso nel 1959,i tibetani al 30% sterminati,quelli rimasti confinati in luoghi appositi in cui vengono deportati.
    Il problema non è il Tibet.
    La Birmania per esempio è stato un caso più sfumato,ma anche in esso si è vista la stessa contrapposizione.
    Il problema è che qui fallisce la visione la visione della controinformazione che a dispetto di quel che dice mostra di essere occidentocentrica.
    L’occidente sta venendo sconfitto dal nuovo imperialismo cinese e tenta come può di mettere una pezza a i suoi fallimenti qua e là,in Darfur,come in Tibet e noi vediamo in questo ”la politica neocoloniale dell’America”.
    Ci rendiamo conto di quale errore stiamo commettendo?
    E’ l’errore che mirabilmente ha sintetizzato Confucio quando ha detto:”il miglior sistema per nascondere qualcosa è mostrarlo”.
    Qui si vede la maggiore sottigliezza degli orientali rispetto a noi.
    Su questo sito si fa un granparlare degli ”stegocrati”e si vede,lodevolmente ripeto,ciò che è nascosto.
    Però non riesce a vedere ciò che è palese,per esempio la presenza in Tibet di 6 milioni di Han.
    Vediamo il massacro americano di New York,compiuto da mani occidentali,nascoste,ma non vediamo il massacro palese di TienAmmen.
    Il capitalismo e l’imperialismo si stanno spostando a oriente,ma l’anticapitalismo e l’antiimperialismo rimangono rivolti ad occidente,solo ad occidente.
    In un mondo futuro si può prevedere la contesa tra India e Cina,ma l’occiente è out,raus,non conta più nulla.
    Bisogna che noi impariamo a porci in questo paradigma,altrimenti ci ridurremo ad avere una comprensione limitata della realtà,perchè di Tibet ce ne saranno sempre di più giacchè se la Cina si espande gli Stati Uniti tenteranno di contrastarla e noi vedremo sempre di più situazioni come quella tibetana o quella birmana,ed io non riesco a capire perchè i tibetani dovrebbero rinunciare ad approfittarsi della situazione contingente per liberarsi dalla pesante dominazione cinese.
    Se cadranno nell’orbita nato infatti non verranno sei milioni di americani in Tibet.E come farà l’America ad imporre la propria volontà al Tibet se è lontana diecimila chilometri ed ha gli eserciti impegnati in Afghanistan e Iraq?La ”Cina è vicina” per contro.
    Loro hanno fatto i loro conti già prima di noi,siamo noi che non li abbiamo ancora fatti,e non ci rendiamo conto che se l’America ha i suoi difetti la Cina è decisamente più mostruosa.
    Ora mettiamo che al posto dell’America ci sia la Cina in Iraq.
    L’America ha i suoi problemi a sacrificare diecimila uomini.
    La Cina per contro ne può sacrificare dieci milioni senza problemi.
    Mi sembra dunque che la Cina abbia gli elementi per vincere e dominare nel mondo.
    Tanto più che non fa guerra a nessuno,nemmeno a Taiwan,i loro governanti hanno capito quel che noi abbiamo disimparato ovvero la più occidentale delle proposizioni,ovvero quella che”la guerra è la continuazione della politica sotto altre forme”.
    IL Sudan gliel’hanno fregato così sotto il naso,prendendosi il petrolio senza troppe guerre,pagando i janjaweed perchè lo facessero al posto loro.Alla faccia degli stegocrati.
    Quindi noi dobbiamo considerare il mondo attuale come vittima non di un unico imperialismo,ma di più imperialismi.
    Io non ho la sfera di cristallo quindi non so se il futuro sarà cinese,però esistono le premesse razionali per domandarsi se ha senso avversare soltanto l’America ed i suoi maneggi in un mondo in cui l’America conterà sempre di meno.
    Mi rendo conto che quanto ho detto non rispecchia la visione della controinformazione, però l’ho detto appunto per questo.
    Fatemi cambiare idea,perchè come avete potuto capire un futuro ”cinese” non mi piace per nulla.

  • WONGA

    E’ la Cina la nuova potenza imperialista in Africa?

    di Lucien van der Walt e Michael Schmidt

    Il giro per l’Africa del premier cinese Wen Jiabao nel 2005 ebbe come scopo principale lo sviluppo di rapporti commerciali tra la Cina ed i paesi africani ed arabi e segna un importante fenomeno recente.

    I rivoluzionari dell’Africa anglofona hanno sempre visto la Gran Bretagna e la Francia come le potenze imperialiste dominanti nel continente africano, ma altre forze stanno emergendo dall’ombra per sfidare la continuazione del potere post-coloniale anglo-francese; e non si tratta solo degli Stati Uniti.

    I comunisti anarchici dell’Africa meridionale hanno sempre considerato la ex-colonia inglese del Sud Africa come una potenza sub-imperialista che agisce nella regione per conto delle grandi potenze capitaliste e della propria classe dirigente capitalista, una sorta di guardiano regionale: infatti, se gli interessi britannici nello Swaziland fossero minacciati dal movimento per la democrazia, siamo certi che il Sud Africa interverrebbe militarmente (come già successo per il Lesotho nel 1998) per sostenere l’élite swazi.

    Ma la scena internazionale sta oggi cambiando e dobbiamo registrare la crescita della Repubblica Popolare Cinese come una delle maggiori potenze dirigenti in Africa, sia sostenendo il regime sanguinario di Khartoum, sia finanziando progetti su vasta scala come il nuovo aeroporto di Luanda (in cambio di 10.000 barili di greggio al giorno) o il Number One Stadium di Kinshasa, una città che con la gigantesca statua d’oro del grasso e Mao-forme Laurent-Desire Kabila sembra più una città sul fiume Yangtze che sul fiume Congo (la somiglianza tra la bandiera della Repubblica Democratica del Congo e quella della RPC, prima dell’adozione della nuova bandiera quest’anno, è stato più che ovvia).

    CAPITALISMO DI STATO

    A differenza della vecchia Unione Sovietica, la Cina è riuscita a gestire una vincente transizione dal chiuso capitalismo di Stato dell’era maoista verso un modello neoliberista basato sulle esportazioni. La sua rapida crescita economica e le merci a basso prezzo – sotto la supervisione del Partito Comunista Cinese, (PCC) – proiettano il paese ai vertici della produzione manifatturiera mondiale, sovrastando gli USA, entro il 2010.

    Questa esplosione capitalista è stata costruita grazie ad una brutale soppressione della classe operaia ed agricola. Gli scioperi sono illegali, i dissidenti vengono uccisi, il primo 20% dei proprietari di casa incamera il 42% della ricchezza urbana, mentre il 20% più povero incamera solo il 6%.

    C’è stata una forte acutizzazione della lotta di classe, con gli scioperi che sono saliti da 8.150 nel 1992 a 120.000 in 1999. Nell’aprile dello scorso anno, gli abitanti del villaggio di Huaxi, nella provincia di Zhejiang, si sono scontrati con la polizia e le autorità locali in uno scontro corpo a corpo, cacciandoli via. In dicembre, centinaia di contadini armati di dinamite e bombe-molotov hanno attaccato la polizia a Dongzhou, nella provincia del Guandong, dopo che la polizia aveva ucciso 20 abitanti che avevano protestato contro il sequestro delle terre per costruire una centrale elettrica. Una fonte vicina al comitato centrale del PCC ha rivelato che nel corso del 2006 circa 3 milioni di lavoratori hanno partecipato a manifestazioni di protesta.

    La Cina è un paese in cui il salario minimo mensile ufficiale è di 63 dollari (mentre in Vietnam è di $45 nelle campagne e di $55 nelle città, livelli conquistati nel 2006 grazie agli scioperi a gatto selvaggio dei lavoratori vietnamiti contro i loro padroni comunisti), che ha probabilmente il peggior dato di morti nelle miniere al mondo (l’agenzia ufficiale Xhinhua News Agency conta in 5.986 i morti nelle sole miniere di carbone nel 2005, un fatto che ha spinto alcuni minatori armati di dinamite di attaccare i loro padroni), e che consente alle multinazionali dello sfruttamento come la Nike e la McDonalds di insediarsi in speciali “zone economiche di esclusione”.

    Mentre il terrore e la repressione alimentano l’economia cinese, la classe capitalista a capo del paese cerca fuori dai confini lavoro, materie prime e forniture di carburanti, tutti a buon mercato. L’Africa, economicamente emarginata dalla crisi economica mondiale iniziata negli anni ’70, è diventata rapidamente un’area “calda”. Nel 2005, l’economia complessiva del continente è cresciuta del 5% – la più veloce dopo decenni – in seguito all’esplosione della domanda per le materie prime africane, con in testa la Cina. Se gli anni ’80 e ’90 avevano visto il crollo degli investimenti in Africa, fino a meno dell’1% degli investimenti privati nei paesi del “terzo mondo” nel 1995, ora i capitalisti cinesi (e sudafricani) hanno rapidamente colmato il vuoto ed invertito la tendenza.

    LA CINA IN AFRICA

    La Cina aveva già rapporti economici clandestini con il Sud Africa dell’apartheid, nonostante aiutasse i movimenti di liberazione nel paese ed in quelli vicini come lo Zimbabwe. Le relazioni formali tra i due paesi sono state ristabilite nel 1998.

    Secondo Martin Davies, direttore del Centro Studi Cinesi presso la Stellenbosch University (ed uomo d’affari con interessi a Shanghai), lo scambio commerciale tra Cina e Sud Africa nel 2006 ha toccato i 35 milioni di dollari, con gli investimenti cinesi mirati soprattutto sull’industria petrolifera, specialmente in Nigeria, Angola, Sudan e Guinea Equatoriale.

    Le severe condizioni di questi paesi non turbano affatto la dittatura cinese: che si tratti della totale mancanza di democrazia nella Guinea Equatoriale, della guerra razzista alimentato dallo Stato in Sudan, o del fatto che i clamorosi furti dei proventi del petrolio da parte delle cricche al potere in Angola e Nigeria hanno alimentato i conflitti, con l’UNITA ed il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND), rispettivamente alla ricerca di riprendersi una fetta della torta.

    Per cui non c’è da sorprendersi se erano di fabbricazione cinese gli elicotteri da guerra usati contro i civili nel Darfur, come sostengono gli attivisti per i diritti umani. La Cina – che mantiene una postazione di ascolto elettronico nelle Comore – ha dato al Sudan massicci aiuti militari tra il 1996 ed il 2003, compresi velivoli da guerra, ha inviato tonnellate di armi all’Etiopia ed all’Eritrea prima della conflitto sui rispettivi confini nel 1998, ed ha venduto al regime dello Zimbabwe velivoli da guerra ed equipaggiamenti radio (per impedire l’ascolto di trasmissioni radio estere all’interno dei suoi confini).

    SUD AFRICA

    La Cina ha oliato i suoi ingranaggi imperialistici in Africa cancellando il debito estero di ben 32 paesi africani di oltre 1 miliardo di dollari, mentre lo scambio Cina-Sud Africa nel 2006 è cresciuto del 26% su base annuale.

    Il Sud Africa è il migliore partner commerciale della Cina in Africa, con una crescita dello scambio del 400% negli ultimi 6 anni. Il Sud Africa fornisce ferro, metalli grezzi ed altre materie prime e riceve manufatti, mentre un recente accordo commerciale prevede una limitazione delle esportazioni tessili cinesi in cambio di un rafforzamento della cooperazione in settori come l’energia nucleare. Nel frattempo, lo scambio commerciale del Sud Africa con i partners tradizionali come la Gran Bretagna, è in piena contrazione.

    Tuttavia, l’importanza delle relazioni con la Cina è relativamente limitata, data la forza e la diversità del capitalismo sudafricano. Dall’altro lato, gli investimenti cinesi appaiono più ampi in paesi dall’economia debole come la Guinea Equatoriale. Gli interessi cinesi nell’assicurarsi materie prima – ad esempio il petrolio al di fuori dell’OPEC – tendono ad intensificare le relazioni commerciali, portando le élite africane a consolidare i loro legami con la potenza dell’est asiatico. Attualmente l’Africa copre il 30% delle importazioni di petrolio della Cina.(continua)

  • Lestaat

    ahahahahahah WONCA…impareggiabile.
    Adesso si tira fuori la filosofia pur di continuare sulla stessa linea. Suvvia, non è la centralità dell’occidente, è solo buonsenso

  • silviu

    E, comunque, Bertani & Co., farebbero bene a farsi un giretto su Carmilla dove c’è un articolo (vecchio ma sempre valido) della celebre sinologa Enrica Collotti Pischel che rimette le cose nella giusta prospettiva.

  • silviu
  • nikiniki

    Ragazzi, io ritengo che tutti i popoli abbiano diritto all’autodeterminazione. Anche se amo la Cina e i cinesi, sono un popolo stupendo, conosco da molti anni un sacco di tibetani in Tibet e fuori e non vedo perché debbano essere visti come individui privi di diritti. Per loro la religione è il fulcro della vita. La cosa più bella che puoi fare per un villaggio di tibetani, dal loro punto di vista, è ricostruirgli il monastero che i cinesi gli anno distrutto.
    Un mio amico, adesso ha 75 o 76 anni, è stato massacrato di botte perché rifiutava di abbandonare la fede buddista, quindi è stato incarcerato per anni. Suo figlio è stato così massacrato che è diventato cieco. Di strorie vere come questa ne ho sentite una marea. Un Lama che io amavo molto e che è sempre rimasto in Tibet ha passato 22 anni della sua vita in carcere speciale. Un giorno a Lasha, volevamo fare delle fotocopie di un testo religioso, siamo dovuti scappare perché il tizio del negozio, cinese, ha fatto una soffiata alla polizia che era venuta per arrestarci. Quando si va in Tibet, si è sempre accompagnati da una spia del governo cinese, che a volte si comporta da agente provocatore. Una delle nostre, dato che parlavamo in italiano, registrava le nostre conversazioni: noi ce ne siamo accorti così avranno avuto il piacere di imparare un sacco di ricette italiane, non parlavamo di altro.
    Non vorrete gabbellarmi che queste cose sono giuste?