Il tavolo dalle gambe storte. Prospettive del dissenso

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Di Guido Cappelli

La mancata elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica rappresenta senza dubbio una (relativa) battuta d’arresto nel percorso che in Italia porta al dissolvimento per le vie di fatto della democrazia parlamentare e all’instaurazione di un presidenzialismo “muscolare”. L’attuale situazione di stallo non fa che differire il problema di fondo, quello di una classe politica in gran misura asservita alle logiche delle oligarchie cosmopolitiche occidentali, di cui, più a torto che a ragione, si sente parte, voltando ancora una volta le spalle al popolo italiano, semplicemente perché nel popolo italiano non crede. È già accaduto, non una ma diverse volte nel corso dei secoli: fin dalla discesa di Carlo VIII di Francia, più di cinquecento anni fa, le élite italiane sono state abituate a diffidare dei propri popoli, a guardare piuttosto ai loro “pari” al di là delle Alpi, a cercare l’alleanza dinastica, le componenda, il compromesso al ribasso, l’accordo sottobanco, alle spalle di una cittadinanza che temono e che disprezzano. È uno dei tanti vizi italici. Secoli di sottomissione e di assenza di sovranità li hanno abituati a una slealtà strutturale verso il proprio Paese, cui fanno da precario contrappeso poche, ancorché decisive, fiammate di vitalità democratica e popolare. Francia o Spagna purché se magna. È con gli eredi di queste élite cortigiane e infingarde che abbiamo a che fare ora.

L’Italia si avvia a grandi passi verso lo Stato autoritario post-democratico, un’oligarchia presidenzialista che delle regole democratiche di convivenza, plasmate nell’ormai sfigurata Costituzione del 1948, mantiene solo il guscio vuoto, con una Carta fondamentale in balìa di “arbitri” in larga parte cooptati, che non rispondono se non alla volontà di chi li ha messi nel posto che occupano, e che perciò si permettono qualunque forzatura, qualunque manipolazione, anche la più delirante, per avallare, Codici e Costituzione in mano, lo scempio palese dello Stato di diritto che stanno perpetrando i loro mandanti. Non c’è bisogno di abolirla, forse nemmeno di modificarla la Costituzione: basta decostruirla, torturarla fino a farle confessare quello che vuole l’oligarchia rampante e allo stato attuale vincente – ancorché in larga parte per conto terzi.

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Il tavolo dalle gambe storte. Prospettive del dissenso

Intanto, un vasto, vastissimo movimento di opposizione, non più solo alle misure pseudo-sanitarie sempre più demenziali e distopiche, ma alla svolta pre-totalitaria in atto, si allarga a macchia d’olio, sostenuto dalla presa di coscienza di milioni di cittadini, vaccinati e non, ma uniti dalla ripulsa per un sistema ricattatorio che umilia il libero arbitrio e riduce il corpo politico e sociale a massa medicalizzata e obbediente. E questo è senza dubbio bene.

La pessima notizia è che tale vasto movimento di opposizione – che in sé sarebbe un vero moto di popolo nel senso più trasversale e ampio, un laboratorio politico degno delle fiammate di cui sopra – stenta a concretizzarsi in un’organizzazione stabile, credibile e visibile che canalizzi e razionalizzi le spinte di protesta. Nei territori si moltiplicano tumultuosamente sigle e progetti, comitati, associazioni, singole personalità, partiti politici in pectore o coordinamenti d’intellettuali votati al think tank e all’elaborazione concettuale, cosa anch’essa importante perché dire la catastrofe significa comprenderla e mettersi in condizione di combatterla. C’è il dire e c’è il fare, dunque. Eppure, l’unità politica stenta, più di quanto sarebbe desiderabile, a decollare.

La (sgradevole) sensazione è che il problema non stia nel numero e neanche nell’eterogeneità delle formazioni in campo, bensì in qualcosa di assai più profondo e in qualche modo inafferrabile: qualcosa definibile come la “soggettività politica”, la mentalità, il modo di vivere e intendere il conflitto politico nel nostro tempo, il tempo del rabbioso tramonto della Modernità. Perché un tale composito movimento funzioni, dobbiamo immaginare, naturalmente schematizzando, un tavolo a tre gambe: una “popolare”, legata ai movimenti sul territorio, assemblee, comitati, coordinamenti che sono sorti o si sono risvegliati in questo terribile anno e mezzo: stanno nelle piazze, organizzano la protesta, la resistenza, la disobbedienza. La seconda gamba è quella che possiamo chiamare politico-intellettuale-istituzionale: anche se cerca pur sempre la piazza, è espressione di un altro tipo di lotta, di una diversa mentalità, più legata al discorso istituzionale, al dibattito mediatico, più disposta a “contaminarsi” (con tutti i rischi che questo comporta) col Palazzo, e anche più socialmente connotata: intellettuali, giuristi, pezzi di borghesia “colta”, cittadini comuni, che intendono la lotta politica soprattutto come intervento discorsivo nello spazio pubblico, e meno come azione collettiva diretta (sempre schematizzando, al netto di scambi e interlocuzioni che pure ovviamente esistono). E poi c’è il sindacato, che concettualmente parteciperebbe di entrambe queste nature, e che nelle sigle più note ha vissuto una sconfitta che senza alcun dubbio lo porterà alla distruzione totale via mutazione genetica: un tradimento dei lavoratori di portata storica, cui si è sottratta integralmente una sola sigla, il Fisi (Federazione italiana sindacati intercategoriali), che non a caso sta crescendo impetuosamente per le ragioni che accenneremo più giù.

Ora, è evidente, purché si adotti un’adeguata distanza teorico-politica, che solo il funzionamento armonioso e sinergico di queste “tre gambe” ha qualche possibilità di far funzionare “il tavolo” del dissenso, cioè di mettere in campo un’opposizione efficace che sia in grado di disputare il potere all’oligarchia cosmopolitica da cui siamo partiti: “armonioso e sinergico” significa prima di tutto che, fatto salvo il sindacato, gli altri due fattori in gioco dovrebbero reciprocamente contaminarsi e, per così dire, mescolare le rispettive forme di azione e, più ancora, di mentalità politica: non una fusione, ma una sinergia, un coordinamento organico, in modo tale da massimizzare le potenzialità di ciascuna gamba: quella “territoriale” guadagnerebbe esponenzialmente in presenza mediatica e peso istituzionale; quella “politico-istituzionale” acquisterebbe la legittimazione necessaria a non cadere nel loop autoreferenziale del partitino da talk show.

Si tratta, in termini storico-filosofici, di sovrapporsi allo Zeitgeist liquido e molecolare in cui siamo immersi o piuttosto sommersi, pena il restare stritolati dall’inerzia dei tempi, per molti sforzi nobili o anche eroici di opposizione che si sia disposti a fare.

Ma è altrettanto evidente che per arrivare a ciò il cammino è irto di ostacoli e non ben tracciato, o forse – diciamolo a costo di sollevare qualche mugugno – obiettivamente ancora non praticabile: del resto, è un tempo acceleratissimo, in cui un mese vale come se fosse un anno. Perché non si tratta solo di banali personalismi o interessi di bottega; si tratta, appunto, di mentalità, di concezioni strutturali, di convinzioni radicate, profonde (tanto più se scarsamente elaborate) sul senso stesso del politico: qui Lacan si dà la mano con Laclau. Con la ragionevolissima attenuante della gigantesca sproporzione di forze rispetto al nemico e della novità e la raffinatezza della sua proposta eversiva, che rendono le cose difficili sino allo scoramento, le due gambe non riescono, speriamo in via transitoria, a camminare insieme: quella “politico-istituzionale” non ha ancora trovato il codice di comunicazione, la forma di amalgama, il metodo di rapporto con quella “territoriale”; tasta il terreno, chiede e offre interlocuzione, ma fa fatica a intendere la complessità, e a volte persino l’inconcludenza o l’incoerenza, reale o solo apparente, dell’attivismo sociale, con i suoi riti, le sue procedure di coinvolgimento, le sue assemblee fiume, la sua molteplicità a volte caotica, ma anche fonte di coscienza e in ultima istanza di forza politica. L’attivismo, a sua volta, che, come abbiamo visto, si concretizza in una miriade crescente e in sé feconda di sigle e movimenti locali, non riesce a uscire dalla logica orizzontale, di “democrazia radicale”, secondo la quale – malgrado le smentite sdegnate dei leader – conta più il procedimento che il risultato, più la continua riaffermazione identitaria che l’azione concreta, più la rivendicazione dell’essenza che la contaminazione produttiva – tutte cose che in un periodo di conclamata e imposta emergenza è difficile permettersi. Quest’affermazione identitaria è forse inevitabile, e certo dà vita e forza ai movimenti territoriali che stanno fattivamente sul terreno; ma ne impedisce la proiezione, la diffusione, il riscontro (per parafrasare Machiavelli), dunque ne limita l’efficacia per debolezza comunicativa e, diciamo così, logistica. Il tavolo c’è, ma ancora non è stabile. Questo lo stallo, si spera in quale misura risolvibile, del Movimento no green pass allo stato attuale.

In un caso come nell’altro, mentre portavoce maggiori e minori proclamano, con le migliori intenzioni, l’unità e anzi la fratellanza di tutto il Movimento, la dura realtà è che le forze in campo, numerose oramai ma pericolosamente eterogenee, non riescono a federarsi, non per mancanza ma per sovrabbondanza di volenterosi federatori. Se domani si celebrassero elezioni politiche, non meno di quattro liste “no green pass”, forse più, si contenderebbero il voto della dissidenza. Il risultato, al momento non troppo incoraggiante, è che, tra il “salotto” e il “centro sociale”, non siamo ancora riusciti a costruire una stanza di soggiorno abbastanza confortevole per tutti. Il Sindacato, intanto, attende, battendosi ad armi impari nelle piazze, nei tribunali, nei luoghi di lavoro.

In mezzo c’è la gente. Sì, la gente comune, tanto disprezzata o tanto corteggiata, fatta di lavoratori indignati dal ricatto, medici e professori sospesi dal lavoro, studenti con la schiena dritta… eccetera eccetera eccetera: qualcuno la quantifica in un trenta per cento di elettorato “in libera uscita”. Gente che anela, che si aggrappa alla speranza di un soggetto politico capace di coniugare il meglio di quelle tre dimensioni del politico che abbiamo fin qui faticosamente descritto.

In un precedente contributo, parlavo di “magnanimità o estinzione”, sollevando forse qualche sorrisino di compatimento per l’ingenuità, naïve ai palati raffinati, di tali proposte o ragionamenti teorico-politici che dir si voglia. La cruda verità è che sinora non siamo riusciti a esibire la Magnanimità necessaria alla sfida storica che abbiamo davanti. Faremmo bene a tenerlo presente, perché l’alternativa è l’estinzione.

Di Guido Cappelli, docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Napoli L’Orientale

03.02.2022

Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

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