IL SUICIDIO COME FORMA DI PROTESTA IN ROMANIA E TUNISIA

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DI OANA PARVAN
th-rough.eu

E che differenza c’è tra questi uomini coraggiosi e i suicidi della Foxconn di Shenzhen o della Telecom francese, o dell’ATC di Bologna?

Il 24 dicembre 2010, nel Parlamento rumeno, un uomo in fin di vita urla “Libertà!” a squarcia gola, mentre, insanguinato, viene portato via dai soccorsi. Si era appena gettato nel vuoto, dal balcone dei giornalisti, poco prima che il premier iniziasse il suo discorso.
Quest’immagine surreale contiene in sé la rappresentazione impietosa della società rumena. Una classe politica autistica e un’opinione pubblica afasica.

“Abbiamo paura di essere uniti. Ci siamo abituati a essere poveri. Abbiamo paura di aprire bocca, per non diventare ancora più poveri”. E’ così che si spiega l’assenza di reazione della società rumena, l’elettricista quarantaduenne Adrian Sobaru (nella foto), autore sopravvissuto del tentato suicidio, visualizzato da internauti curiosi di tutto il mondo.Una settimana prima, il suicidio incendiario del giovane disoccupato Mohamed Bouaziz aveva travolto la Tunisia e l’intero Maghreb, infiammato da proteste e nuovi suicidi contro il carovita e la corruzione dei governi.
Ma che differenza c’è tra il gesto del rumeno e quello del tunisino? E perché scelgono la stessa forma espressiva, pur declinata diversamente: Adrian si getta dal balcone del Parlamento, Mohamed si dà alle fiamme? E che differenza c’è tra questi uomini coraggiosi e i suicidi della Foxconn di Shenzhen o della Telecom francese, o dell’ATC di Bologna? Sono forse espressioni del disagio dell’epoca della crisi oppure rifiuti di continuare a pagare una crisi generata dall’alto?
Oppure si tratta di crisi di espressione, di società che non sentono di potersi manifestare  diversamente, se non attraverso questi gesti estremi?

Nel biennio 2010-2011, e forse non solo, il suicidio può essere visto come indice del livello di coesione sociale. Il gesto di Mohamed catalizza il malcontento tunisino e dei paesi vicini, perché quei paesi sono ancora in grado di reagire. La Tunisia è popolata da una gioventù esplosiva, come lo erano le banlieue francesi del 2005. Questa gioventù non si piega all’umiliazione quotidiana e rivendica la sua necessità di essere rispettata, con la violenza e perfino con il sacrificio del sé. Il disoccupato tunisino s’immola di fronte alle sedi del potere oppure in piazza, in attesa di una risposta. E la riceve dai suoi connazionali, che nobilitano quel gesto, dandogli una continuità.

L’empatia che si crea tra i giovani tunisini li trasforma istantaneamente in un corpo unico, intollerante al parassitismo politico e immortale di fronte alla repressione, fino a determinare la deposizione del presidente. Adrian e Mohamed hanno qualcosa in comune: entrambi interrogano le società in cui vivono. Il loro gesto avviene in luoghi pubblici perché è proteso verso gli altri, perché ritengono che la loro crisi interiore possa essere compresa e condivisa dagli altri. È un messaggio, un monito, una domanda. I suicidi dei lavoratori cinesi, francesi e bolognesi, invece, sembrano più introspettivi, rassegnati, soluzione di un problema che non si condivide con gli altri. Nel caso di Adrian, però, nonostante la spettacolarità del gesto e il fatto che l’atto suicida si rivolga direttamente al potere parlamentare, resta senza risposta. O quasi.

I parlamentari rumeni piangono, di fronte alla tragedia di un cittadino comune. Sorpresi e traumatizzati. Nelle loro dichiarazioni a caldo tutti indicano un elemento perturbante: la vicinanza. Quel gesto ha un che di irritante, forza troppo la vista di persone quotidianamente cieche. Nessuno di loro avrebbe versato mai una lacrima per un altro elettricista della televisione rumena, che, un mese prima, si era suicidato nel suo ufficio. Lui, almeno, non si è visto. E così, Adrian Sobaru – il rumeno che si getta nel vuoto con addosso una maglietta con la scritta “Avete ucciso il futuro dei nostri figli. Ci potete prendere la vita e i soldi, ma non LA LIBERTA’” – impietosisce i media e il popolo rumeno.

Psicologi autorevoli spiegano al pubblico traumatizzato i meccanismi della depressione e della paranoia. “Deve essersi sentito in colpa di non essere riuscito a mantenere la famiglia”, commentano distaccatamente. Con grande generosità, gli vengono offerti soldi, per curare il figlio autistico. E la coscienza viene messa a posto. L’importante è che non sia morto. Se no, chissà cosa si aspettava che facessimo ?

Oana Parvan
Fonte: http://th-rough.eu
Link: http://th-rough.eu/writers/parvan-ita/il-suicidio-come-forma-di-protesta-romania-e-tunisia#comments
25.01.2011

via Crisis

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