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IL RUOLO DELLA BANCA MONDIALE NELLA COSTRUZIONE DELL’APARTHEID ISRAELIANA


DI JAMAL JUMA
Mondialisation

Attraverso la violenta occupazione dell’Iraq, gli USA gettano le basi per una più grande apertura dell’Economia del Medio Oriente alle loro aziende. I paesi, un tempo protetti dai redditi petroliferi, fanno la coda per siglare accordi bilaterali che li conducano al Middle East Free Trade Agreement (MEFTA : accordo di libero scambio nel Medio Oriente ). Il MEFTA imporrà la politica del libero mercato che ha assoggettato altre regioni del Sud del mondo ai capitali internazionali. In Palestina, la Banca Mondiale ha giocato un ruolo chiave che ha facilitato la cooperazione del capitale globale con l’occupazione.

In Palestina, le potenti multinazionali sono desiderose di mettere in atto piani per utilizzare il dispositivo dell’apartheid dell’occupazione israeliana – in modo particolare l’infrastruttura creata con il Muro dell’Apartheid – per stabilire delle zone industriali che garantiscano la dipendenza e lo sfruttamento economico delle comunità palestinesi più che il controllo militare dell’occupazione.
Il Muro del’Apartheid è un’estensione devastatrice ed una accelerazione della politica d’occupazione, che è stata concepita per annettere la metà delle terre della Cisgiordania e per imprigionare la restante popolazione in meno del 12 per cento dei territori della Palestina Storica. Fino a qui il Muro ha distrutto centinaia di ettari di terra, sradicato gli ulivi, trasferito le famiglie e le comunità, e separato i Palestinesi dalle loro terre e dagli altri Palestinesi. Nel 2004, a dispetto della decisione della Corte Internazionale di Giustizia ( ICJ ), che ha accettato l’appello palestinese affinché il Muro fosse demolito e le comunità danneggiate risarcite – la costruzione del Muro non ha fatto altro che accelerarsi.

La legittimazione dell’occupazione

Gli organismi mondiali non hanno fatto che amplificare il loro sostegno alla politica del Muro e dell’occupazione nel corso dell’ultimo anno. La Banca Mondiale controllata dal G8 ha abbozzato il quadro di questa politica nei suoi rapporti sulla Palestina pubblicati nel dicembre 2004 : “Ristagno o Rinascita? Il disimpegno israeliano e le prospettive economiche palestinesi” [1].

Nel rapporto, la Banca Mondiale adotta la terminologia strategicamente subdola dell’occupazione per il Muro, riportandosi ad esso ed alla sua collegata infrastruttura come ad una “barriera di sicurezza” o “barriera di separazione”. Questo approccio della Banca Mondiale cerca di legittimare la confisca delle terre palestinesi e di offuscare la realtà sul terreno, dove l’80 per cento del tracciato distruttore del Muro si discosta dalla Linea dell’Armistizio del 1967, separando Palestinesi da altri Palestinesi, dalla loro capitale Gerusalemme, dalla terra e dalle fonti essenziali di sopravvivenza.

La visione dello “sviluppo economico” che ha la Banca Mondiale elude ogni discussione sull’illegalità del Muro, sull’occupazione, e sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Al contrario essa prende il “fatto israeliano sul terreno” come uno scenario stabilito una volta per tutte e pone le basi della durabilità economica dei ghetti palestinesi creati dal muro. La banca Mondiale pensa di poter aggirare il suo problema con la CIJ se giustifica il Muro come un …… progetto umanitario!

Al centro della visione della Banca Mondiale per uno “Stato” palestinese prosperoso e coronato di successo si trova lo sviluppo di un’economia orientata verso l’esportazione, nella quale coloni palestinesi spodestati sono sfruttati come mano d’opera a basso costo, dominati dal mercato e dal libero scambio. Gli interessi degli israeliani e della Banca mondiale convergono per distruggere le forme locali di commercio, i modelli suscettibili di sviluppo della produzione agricola, e le strutture sociali esistenti.

L’agricoltura, tradizionalmente il cuore del settore economico palestinese, è a malapena menzionata nel rapporto, verosimilmente perché la Banca Mondiale si rende conto che i Palestinesi vengono ad essere spodestati dalle loro terre. La sola menzione di un futuro per l’agricoltura nelle zone di Gaza si focalizza sull’utilizzo della terra per la produzione orientata verso l’esportazione, non sullo sviluppo duraturo e nemmeno sul consumo autoctono.

LE ZONE INDUSTRIALI

Al centro delle proposte della Banca Mondiale: la costruzione di enormi zone industriali, finanziate dalla Banca Mondiale e da altri donatori, e controllate dall’occupazione israeliana. Queste zone sono considerate come se dovessero formare la base dello “sviluppo” economico stabilito nelle terre palestinesi attorno del Muro. Delle iniziative precedenti nella Striscia di Gaza sono viste come “catalizzatori” e modelli del modo in cui i Palestinesi imprigionati dal Muro possono essere messi al lavoro nelle zone industriali.

Le istituzioni internazionali di finanziamento propongono una serie di zone industriali nuove o rivitalizzate. Per prima viene la zona della “Linea Verde” che sarà localizzata nei pressi o sulla Linea Verde[2], includendo siti vicino a Jenin, Tarkumiya e Rafah, che hanno già il sostegno di parecchie imprese europee e USA. Le porte costruite sul 20 per cento del Muro che cadono sulla Linea verde sono indispensabili per i piani della Banca Mondiale, poiché le porte esistenti faciliteranno la sua capacità di finanziare dei punti di controllo ad alta tecnologia, per il trasporto di merci ed il controllo delle persone, con poche barriere giuridiche derivanti dalla decisione della CIJ. Dei parchi industriali sono progettati nelle “Zone di moda” nelle terre palestinesi isolate dietro al Muro dell’apartheid e la Linea Verde. Visto che l’ 80 per cento del Muro si allontana dalla Linea verde, vi è posto per differenti progetti sulle terre isolate e confiscate dall’occupazione israeliana.

Un luogo spicca nel rapporto della Banca Mondiale è il cosiddetto Parco della Pace di Tulkarem la cui costruzione è già in corso. La costruzione ha implicato l’utilizzo di circa 75 ettari di terra dei villaggi di Irta e di Farun, che sono stati confiscati dal Muro.

Le zone industriali sono concepite per servire i bisogni dei mercati industriali d’Israele, sia che questo stia facendo il massimo della produzione distruttiva dal punto di vista ambientale nelle zone palestinesi o fornisca della mano d’opera a buon mercato. In più queste zone porteranno benefici all’occupazione israeliana agli stranieri dove le merci “Made in Palestina” hanno delle condizioni commerciali più favorevoli sui mercati internazionali.

E mentre l’occupazione israeliana progetta di smettere di fornire dei permessi di lavoro nel 2008, liquidando all’incirca 30.000 impiegati palestinesi (che si aggiungono alla potenziale mano d’opera all’interno delle zone industriali), la Banca Mondiale contemporaneamente agli elementi del piano d’insieme economico incoraggia l’emissione di qualche lasciapassare di sorta per il quale l’economia dell’occupazione possa approfittare maggiormente dei Palestinesi.

IL LAVORO IMPRIGIONATO

Grazie al Muro dell’apartheid, l’occupazione e le istituzioni internazionali di finanziamento mirano a costruire l’avvenire dei Palestinesi partendo da diverse realtà. La principale tra queste è il mantenimento a lungo termine della ghettizzazione dei Palestinesi.

Questa visione post-Muro include il controllo completo sui movimenti palestinesi. Il rapporto propone delle porte e dei punti di controllo militare ad alta tecnologia, attraverso i quali i Palestinesi e le esportazioni possano essere comodamente trasportati e controllati. Questo sarà completato da un “sistema di avvicinamento” di strade murate e di tunnel per incanalare gli operai palestinesi verso il loro lavoro, tutto rifiutando simultaneamente l’accesso alle loro terre che si trovano attorno a loro all’esterno dei bantustan [3] creati dal muro.

La Banca Mondiale pone queste condizioni d’imprigionamento in uno scenario di sfruttamento di operai, che sarebbero canalizzati dal sistema di controllo dell’occupazione. Le galere sarebbero una delle sole possibilità dei Palestinesi per guadagnare le loro vite nei Bantustan dispersi nella Cisgiordania. La banca Mondiale dichiara :

“ In un ambiente operativo migliorato, gli imprenditori palestinesi e gli investitori stranieri ricercherebbero un terreno industriale ben servito ed una infrastruttura di sostegno. Essi cercherebbero anche un regime di controllo con il minimo di scartoffie e di procedure chiare per condurre gli affari. Le zone industriali, in particolar modo quelle alle frontiere dei territori palestinesi ed israeliani, possono colmare questo bisogno e giocare così un ruolo importante sostenendo una crescita basata sull’esportazione.”

Si può presumere che le “scartoffie” alle quali fa riferimento la Banca Mondiale sono i sindacati, un salario minimo, delle buone condizioni di lavoro, la protezione dell’ambiente e altri diritti dei lavoratori, che saranno più flessibili che quelli del mondo ”sviluppato”. La Banca Mondiale dichiara esplicitamente che i salari attualmente troppo elevati per la regione dei Palestinesi “ compromettono la competitività internazionale” anche se questi salari si elevano solamente ad un quarto della media israeliana. In più all’occupazione militare e all’espulsione forzata, i Palestinesi devono essere sottomessi al colonialismo economico, attuale in tutto l’emisfero Sud, tale da causare povertà e miseria.

AIUTO ALLO SPOSTAMENTO

I governi del G8 hanno dimostrato un vivo interesse allo spostamento, all’imprigionamento e all’oppressione delle comunità palestinesi sotto il pretesto dello sviluppo e dell’aiuto umanitario. In violazione della decisione della CIJ, gli USA hanno già contribuito con 50 milioni di dollari per costruire delle porte in queste prigioni per “aiutare” a servire i bisogni dei Palestinesi. Forse è maggiormente di disturbo la normalizzazione di tali schemi, per la loro incorporazione ai programmi dei donatori (come l’USAID) che forniscono progetti motivati politicamente sotto la voce dell’aiuto umanitario.

La Banca Mondiale, al fianco degli USA e d’una parte importante della comunità internazionale, utilizza l’Autorità Palestinese (AP) come un’istituzione attraverso la quale queste politiche possono essere applicate e un “ambiente attraente per gli investitori” possa essere creato. L’AP è investita del ruolo di aguzzino che impedisce i Palestinesi di difendere le loro terre ed i loro diritti. La responsabilità dell’AP nei confronti del suo popolo necessita ch’essa s’innalzi contro questi progetti – non “modificandoli” o “sostenendoli solo parzialmente”, ma opponendosi completamente ad essi.

IL DIRITTO ALL’ESISTENZA

Le zone industriali ed i Bantustan non sono delle nuove idee : esse evocano i modelli capitalisti razziali promossi dall’apartheid in Sud Africa nei bantustan come il Ciskei [4] ed il Bophuthatswana [5]. Esse riflettono la scelta consapevole della Banca Mondiale per sostenere i bisogni e la visione dell’occupazione che necessita della distruzione della nazione palestinese. Sposando la politica del libero mercato e del libero scambio, la Banca Mondiale mostra il suo disinteresse per la nascita di un popolo libero. Ma al contrario, i suoi interessi sono meglio serviti mantenendo i Palestinesi nella schiavitù economica.

Lo smacco della comunità internazionale e delle istituzioni finanziarie nell’operare in vista dell’esecuzione della decisione della CIJ di demolire il Muro ed assicurare il rispetto dei diritti dei Palestinesi ha un costo umano enorme. Nondimeno, contro questa realtà triste ed opprimente, le comunità palestinesi difendono attivamente il loro diritto a esistere. I Palestinesi applicano la decisione della CIJ con le proprie mani, quando nei villaggi come Bil’in, le fondamenta in cemento del Muro sono state smantellate fisicamente da una resistenza attiva.

I villaggi si mobilitano con manifestazioni regolari contro la costruzione del Muro a margine delle violente rappresaglie delle forze d’ occupazione e continuano ad indirizzare le loro proteste al di là di queste frontiere-prigione verso la comunità internazionale nel suo insieme. Come la storia illustra costantemente, il tentativo di pacificazione della resistenza all’occupazione sarà sempre messa in discussione dalla volontà accanita all’autodeterminazione di un popolo.

Ora più che mai è cruciale che i movimenti intensifichino gli sforzi per isolare la segregazione israeliana e per sostenere i Palestinesi nella loro lotta per la loro terra. E’ importante l’essere preparati a resistere a nuovi assalti mascherati sotto l’ apparenza dello “sviluppo” o “d’aiuto”, e trattenersi dietro alle richieste intransigenti di un movimento diretto dai Palestinesi – non per ghetti confortevoli o dei muri colorati ma per la liberazione e la giustizia.

Note del traduttore

1 – Rapporto della banca Mondiale del dicembre 2004 – “Ristagno o Rinascita ? Il disimpegno israeliano e le prospettive economiche palestinesi” . Il rapporto presenta cinque documenti a cui si può accedere da
“>qui

2 – La Linea Verde – In questo contesto, designa la frontiera tra la Palestina occupata del 1948 (Israele ) e la Palestina occupata nel 1967 ( “Territori autonomi” ): http://fr.wikipedia.org/wiki/Ligne_verte

3 – Bantustan – ….Oggi, il termine bantustan ha una connotazione peggiorativa quando viene associato al nome di un territorio o di una regione i cui abitanti sono vittime di discriminazioni e si sentono considerati come dei cittadini inferiori nel loro proprio paese: http://fr.wikipedia.org/wiki/Bantoustan

4 – Il Ciskei è stato un Bantustan incluso nell’antica provincia del Capo in Sud Africa :
http://fr.wikipedia.org/wiki/Ciskei

5 – Il Bophuthatswana è stato un Bantustan del Nord-Ovest del Sud Africa :
http://fr.wikipedia.org/wiki/Bophuthatswana

Jamal Juma è il coordinatore della Campagna internazionale delle organizzazioni palestinesi di base contro l’apartheid in Palestina. La campagna ha organizzato dal 9 al 16 Novembre 2006 la quarta settimana internazionale d’azione contro il Muro. Vedere Stop the Wall

Traduzione dall’ inglese al francese a cura di Pètrus Lombard, membro associato e preso in esame da Fausto Giudice, membro di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per tutti gli usi non commerciali : essa deve essere libera a tutte le riproduzioni, a condizione di rispettare la sua integrità e di menzionare autori e fonti.

Jamal Juma
Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link

05.11.2006

Traduzione per wwww.comedonchisciotte.org a cura di CICE G.O.

Pubblicato da Truman