Il processo stalinista a Julian Assange

di John Pilger
counterpunch.org

Discorso che il grande giornalista e inviato di guerra John Pilger ha pronunciato oggi davanti alla Corte penale centrale di Londra mentre l’udienza per l’estradizione del direttore di #WikiLeaks entrava nella sua fase finale.
#FreeJulianAssange #FreeAssange

Quando incontrai per la prima volta #JulianAssange più di dieci anni fa, gli chiesi perché avesse fondato WikiLeaks. Mi rispose: “La trasparenza e la responsabilità sono questioni morali che devono essere l’essenza della vita pubblica e del giornalismo”.
Non avevo mai sentito un editore o un giornalista invocare la moralità in questo modo. Assange crede che i giornalisti siano gli agenti dei popoli, non del potere: che noi, i popoli, abbiamo il diritto di conoscere i segreti più oscuri di coloro che affermano di agire in nome nostro.

Se i potenti ci mentono, abbiamo il diritto di saperlo. Se dicono una cosa in privato e il contrario in pubblico, abbiamo il diritto di saperlo. Se cospirano contro di noi, come hanno fatto Bush e Blair sull’Iraq, e poi fingono di essere democratici, abbiamo il diritto di saperlo.
Questa moralità di intenti minaccia la collusione di poteri che vogliono far precipitare gran parte del mondo in guerra e vogliono seppellire Julian vivo nell’America fascista di Trump.

Nel 2008, un rapporto top secret del Dipartimento di Stato americano descriveva in dettaglio come gli USA avrebbero combattuto questa nuova minaccia di natura etica. Una campagna di diffamazione personale, diretta segretamente contro Julian Assange, che avrebbe portato a “diffamazione e persecuzione penale”.
L’obiettivo era mettere a tacere e criminalizzare WikiLeaks e il suo fondatore. Pagina dopo pagina descriveva una guerra imminente contro un singolo essere umano e contro il principio stesso di libertà di parola e di pensiero e la democrazia.

Le truppe d’assalto imperiali sarebbero stati quelli che si definiscono giornalisti: i grandi battitori del cosiddetto mainstream, soprattutto i “liberali” che segnano e pattugliano il perimetro del dissenso.
Ed è andata proprio così. Sono giornalista da più di 50 anni e non ho mai conosciuto una campagna diffamatoria come questa: la diffamazione fabbricata di un uomo che si è rifiutato di entrare nel club, credendo che il giornalismo sia un servizio per il pubblico, mai per i potenti.

Assange ha svergognato i suoi persecutori. Ha prodotto scoop dopo scoop. Ha denunciato la frode delle guerre promosse dai media e la natura omicida delle guerre USA, la corruzione dei dittatori, i mali di Guantanamo.
Ha costretto noi Occidentali a guardarci allo specchio. Ha esposto come collaborazionisti quelli che rappresentano le verità ufficiali sui media: quelli che chiamerei giornalisti di Vichy. Nessuno di questi impostori ha creduto ad Assange quando ha avvertito che la sua vita era in pericolo: che lo “scandalo sessuale” in Svezia era una impostura che la sua destinazione finale era un inferno statunitense. Aveva ragione, ripetutamente ragione.

L’udienza di estradizione a Londra questa settimana è l’atto finale di una campagna anglo-americana per seppellire Julian Assange. Non è un giusto processo. È vendetta calcolata. L’accusa americana è chiaramente truccata, una farsa dimostrabile. Finora, le udienze hanno ricordato equivalenti stalinisti durante la Guerra Fredda.
Oggi, la terra che ci ha dato la Magna Carta, la Gran Bretagna, si distingue per abbandonare la propria sovranità permettendo a una potenza straniera maligna di manipolare la giustizia e per la feroce tortura psicologica di Julian – una forma di tortura, come l’esperto delle Nazioni Unite Nils Melzer ha sottolineato – che fu perfezionata dai nazisti e resa più efficace nello spezzare le loro vittime.

Ogni volta che ho visitato Assange nella prigione di Belmarsh, ho visto gli effetti di questa tortura. L’ultima volta che l’ho visto aveva perso più di 10 chili; le sue braccia non avevano muscoli. Incredibilmente, il suo malizioso senso dell’umorismo era intatto.
Per quanto riguarda la patria di Assange, l’Australia ha mostrato solo una vergognosa codardia perché il suo governo ha segretamente cospirato contro un suo cittadino che dovrebbe essere celebrato come eroe nazionale. Non per niente George W. Bush consacrò il primo ministro australiano come suo “vice sceriffo”.

Si dice che qualunque cosa accada a Julian Assange nelle prossime tre settimane ridurrà se non distruggerà la libertà di stampa in Occidente. Ma quale stampa? Il Guardian? La BBC, il New York Times, il Washington Post di Jeff Bezos?
No, i giornalisti di queste organizzazioni possono respirare liberamente. I Giuda sul Guardian che hanno flirtato con Julian, hanno sfruttato il suo cruciale lavoro, hanno fatto i soldi e poi lo hanno tradito, non hanno nulla da temere. Sono al sicuro perché sono necessari.
La libertà di stampa ora compete a poche persone rispettabili: le eccezioni, i dissidenti su Internet che non appartengono a nessun club, che non sono né ricchi né carichi di Pulitzer, ma producono un giornalismo eccellente, disobbediente e morale – quelli come Julian Assange.
Nel frattempo, è nostra responsabilità sostenere un vero giornalista il cui puro coraggio dovrebbe essere fonte di ispirazione per tutti noi che crediamo ancora che la libertà sia possibile.

Lo saluto.

Articolo scelto e tradotto da Leopoldo Salmaso per ComeDonChisciotte.org
FONTE: https://www.counterpunch.org/2020/09/07/the-stalinist-trial-of-julian-assange/