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IL PRIMO COLPO DI STATO DI OBAMA

DI EVA GOLINGER

[Note: Sono le 11:15, ora di Caracas, e il Presidente Zelaya è in diretta su Telesur da San Jose, Costa Rica. Ha confermato che i soldati sono entrati nella sua residenza nelle prime ore del mattino, sparando e minacciando di uccidere lui e la sua famiglia se si fosse opposto al golpe. È stato costretto a seguire i soldati, che lo hanno portato alla base aerea e imbarcato su un aereo per il Costa Rica. Ha chiesto al Governo degli Stati Uniti di condannare pubblicamente il colpo di Stato; non facendolo ammetterebbero di fatto la propria acquiescenza].

Caracas, Venezuela – L’sms che ho ricevuto questa mattina diceva “Attenzione, Zelaya è stato sequestrato, colpo di Stato in Honduras, far circolare”. Risveglio brusco per una domenica mattina, soprattutto per i milioni di honduregni che si stavano preparando a esercitare il loro sacro diritto di votare oggi per la prima volta in un referendum consultivo sulla convocazione di un’assemblea costituzionale per riformare la costituzione. Presumibilmente al centro della controversia c’è il referendum previsto per oggi, che non è vincolante ma semplicemente un sondaggio d’opinione per determinare se una maggioranza di honduregni desideri avviare un processo di modifica della costituzione.

Una simile iniziativa non ha mai avuto luogo nella nazione dell’America Centrale, la cui costituzione molto limitata prevede una partecipazione minima del popolo dell’Hunduras al processo politico. La costituzione attuale, scritta nel 1982 al culmine della sporca guerra dell’Amministrazione Reagan in America Centrale, doveva servire a far sì che l’élite che deteneva il potere, sia economico che politico, potesse conservarlo con minime interferenze da parte della popolazione. Zelaya, eletto nel novembre del 2005 per la piattaforma del Partito Liberale dell’Hunduras, aveva proposto il referendum consultivo per determinare se la maggioranza di cittadini concordasse sulla necessità di una riforma costituzionale. Godeva del sostegno della maggioranza dei sindacati e dei movimenti sociali del paese. Se il sondaggio dell’opinione avesse potuto svolgersi, a seconda dei risultati durante le elezioni del prossimo novembre si sarebbe tenuto un referendum per votare la convocazione di un’assemblea costituzionale. Ma il voto previsto per oggi non era legalmente vincolante.

Anzi, in precedenza la Corte Suprema dell’Honduras lo aveva dichiarato illegale, su richiesta del Congresso: entrambi sono guidati da maggioranze che si oppongono a Zelaya e da membri del partito ultra-conservatore, il Partito Nazionale dell’Honduras (PNH). Questa mossa ha causato proteste di massa a favore del Presidente Zelaya. Il 24 giugno il presidente ha rimosso il capo di stato maggiore delle forze armate, il Generale Romeo Vásquez, quando questi si è rifiutato di consentire ai militari di distribuire il materiale elettorale per le elezioni di domenica. Il Generale Romeo Vásquez ha tenuto il materiale sotto rigido controllo militare, rifiutandosi di distribuirlo perfino ai collaboratori del presidente, affermando che il referendum era stato dichiarato illegale dalla Corte Suprema e di non poter ubbidire all’ordine del presidente. Come negli Stati Uniti, anche in Honduras il presidente è Comandante in Capo e ha l’ultima parola sulle azioni dell’esercito. Zelaya ha dunque ordinato la rimozione del Generale. In risposa a questa situazione sempre più tesa si è dimesso anche il Ministro della Difesa, Angel Edmundo Orellana.

Ma il giorno successivo la Corte Suprema dell’Honduras ha restituito alle sue funzioni il Generale Romeo Vásquez, dichiarando che la sua deposizione era stata “incostituzionale”. Migliaia di persone si sono riversate nelle strade della capitale dell’Honduras, Tegucigalpa, manifestando il proprio appoggio al Presidente Zelaya ed evidenziando la propria determinazione ad assicurare che il referendum legalmente non vincolante di domenica avesse luogo. Venerdì il presidente e un centinaio di sostenitori hanno marciato verso la vicina base aerea per raccogliere il materiale elettorale che si trovava nelle mani dell’esercito. Quella sera Zelaya ha convocato una conferenza stampa nazionale insieme a un gruppo di rappresentanti di diversi partiti politici e movimenti sociali, chiamando tutti all’unità e alla pace nel paese.

Sabato la situazione in Honduras veniva definita tranquilla. Ma all’alba di domenica un gruppo di circa 60 soldati armati è entrato nella residenza presidenziale e ha preso in ostaggio Zelaya. Dopo varie ore di confusione si è saputo che il presidente era stato portato in una vicina base aerea e condotto in aereo nel vicino Costa Rica. Finora non sono state diffuse immagini del presidente e non si sa se la sua vita sia ancora in pericolo.

La moglie del Presidente Zelaya, Xiomara Castro de Zelaya, in diretta su Telesur alle 10:00 circa, ora di Caracas, ha raccontato che nelle prime ore di domenica mattina i soldati hanno fatto irruzione sparando nella residenza e hanno portato via il presidente. “È stato un atto di vigliaccheria”, ha dichiarato la first lady riferendosi al sequestro, che ha avuto luogo a un’ora in cui gli occupanti della casa non erano in grado di reagire. Casto de Zelaya ha anche chiesto che fosse fatta salva la vita di suo marito, facendo capire che nemmeno lei sa dove si trovi. Ha affermato che le loro vite sono ancora in “grave pericolo” e ha chiesto alla comunità internazionale di denunciare questo colpo di Stato e di agire rapidamente per ristabilire l’ordine costituzionale nel paese, con la liberazione e il ritorno del presidente democraticamente eletto Zelaya.

Il Presidente della Bolivia Evo Morales e quello del Venezuela Hugo Chávez hanno entrambi fatto dichiarazioni pubbliche, domenica mattina, condannando il colpo di Stato in Honduras e chiedendo alla comunità internazionale di reagire per far sì che venga ristabilita la democrazia e il presidente costituzionale sia restituito alle sue funzioni. Mercoledì 24 giugno in Venezuela si è tenuto un incontro straordinario dei paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), di cui fa parte anche l’Honduras, per accogliere l’Ecuador, Antigua & Barbados e St. Vincent. Durante l’incontro, cui ha partecipato il Ministro degli Esteri dell’Honduras, Patricia Rodas, è stata letta una dichiarazione di supporto al Presidente Zelaya e di condanna di qualsiasi tentativo di minare il suo mandato e i processi democratici dell’Honduras.

Le notizie giunte dall’Honduras informano che il canale televisivo pubblico, Canal 8, è stato chiuso dai golpisti. Pochi minuti fa Telesur ha annunciato che in Honduras l’esercito sta interrompendo le forniture di elettricità in tutto il paese. Secondo il Ministro degli Esteri Patricia Rodas le stazioni televisive e radiofoniche che sono ancora in grado di andare in onda non stanno dando la notizia del colpo di Stato o del sequestro del Presidente Zelaya. “Sono state tagliate le linee telefoniche e la corrente elettrica”, ha confermato pochi minuti fa Rodas attraverso Telesur. “I media trasmettono telenovele e cartoni animati e non informano la popolazione dell’Honduras su ciò che sta accadendo”. La situazione ricorda in modo inquietante il colpo di Stato dell’aprile 2002 contro il Presidente Chávez in Venezuela, nel quale i media svolsero un ruolo cruciale prima manipolando l’informazione per spalleggiare il golpe e poi oscurando tutto quando la popolazione cominciò a protestare e infine riuscì a sopraffare e a sconfiggere i golpisti, liberando Chávez (anche lui era stato sequestrato dai militari) e ristabilendo l’ordine costituzionale.

Nel secolo scorso l’Honduras è stato vittima di dittature e di forti interferenze statunitensi, comprese diverse invasioni militari. L’ultimo intervento del governo degli Stati Uniti in Honduras ebbe luogo negli anni Ottanta, quando l’Amministrazione Reagan assoldò squadroni della morte e mercenari perché eliminassero ogni possibile “minaccia comunista” in America Centrale. All’epoca John Negroponte era l’ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras ed era responsabile del finanziamento e dell’addestramento degli squadroni della morte honduregni che furono colpevoli di migliaia di sparizioni e assassini in tutta la regione.

Venerdì l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) si è riunita per discutere la crisi in Honduras e ha poi diffuso una dichiarazione in cui condanna le minacce alla democrazia e autorizza il viaggio in Honduras di un gruppo di rappresentanti dell’OAS. Ciononostante venerdì il Segretario di Stato aggiunto degli Stati Uniti, Phillip J. Crowley, si è rifiutato di chiarire la posizione del governo degli Stati Uniti in merito al potenziale colpo di stato contro il Presidente Zelaya, rilasciando invece una dichiarazione più ambigua che sottintendeva il sostegno di Washington agli oppositori del presidente honduregno. Mentre la maggior parte dei governi latinoamericani ha chiaramente espresso una netta condanna dei piani golpisti in corso in Honduras e il proprio sostegno al presidente costituzionalmente eletto dell’Honduras, il portavoce degli Stati Uniti ha dichiarato: “Siamo preoccupati per la rottura del dialogo politico tra i politici honduregni in merito alla consultazione del 28 luglio sulla riforma costituzionale. Sollecitiamo tutte le parti in causa a ricercare una soluzione democratica consensuale nell’attuale stallo politico che rispetti la costituzione honduregna e le leggi dell’Honduras e sia coerente con i principi della Carta Democratica Interamericana”

Alle 10:30 di domenica mattina Washington non aveva diffuso altre dichiarazioni sul colpo di Stato militare in Honduras. La nazione centro-americana dipende fortemente dall’economia degli Stati Uniti, che le assicura una delle principali fonti di reddito: si tratta delle rimesse di denaro mandate dagli honduregni che lavorano negli Stati Uniti in base al programma dello “statuto protetto temporaneo” attuato durante la guerra sporca di Washington negli anni Ottanta in seguito alla massiccia immigrazione verso il territorio statunitense di honduregni in fuga dalla zona di guerra. Un’altra importante fonte di entrate in Hunduras è USAID [United States Agency for International Development, Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, N.d.T.], che ogni anno fornisce più di 50 milioni di dollari per programmi di “promozione della democrazia” e generalmente finanzia organizzazioni non governative e partiti politici favorevoli agli interessi americani, come è accaduto in Venezuela, Bolivia e altri paesi della regione. Inoltre il Pentagono mantiene la base militare di Soto Cano in Honduras, con circa 500 soldati e molti aerei ed elicotteri da combattimento.

Il Ministro degli Esteri Rodas ha detto di aver cercato più volte di entrare in contatto con l’Ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras, Hugo Llorens, il quale finora si è negato. Il modus operandi del golpe fa capire che Washington vi è coinvolta. Né l’esercito honduregno, che è in gran parte addestrato dalle forze statunitensi, né la dirigenza politica ed economica agirebbero per deporre un presidente democraticamente eletto se non godessero del sostegno e dell’appoggio del governo degli Stati Uniti. Il Presidente Zelaya è stato frequentemente oggetto di attacchi da parte dell forze conservatrici honduregne per i suoi rapporti sempre più stretti con il paesi dell’ALBA, soprattutto il Venezuela e il Presidente Chávez. Molti ritengono che il golpe sia un mezzo per far sì che l’Honduras non continui a perseguire il processo di integrazione con i paesi più progressisti e socialisti dell’America Latina.

Versione italiana:

Eva Golinger
Fonte: www.tlaxcala.es
Link: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=7966&lg=it
29.06.2009

Traduzione a cura di Manuela Vittorelli membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

Pubblicato da Davide

6 Commenti


  1. L’HONDURAS E IL “COLPO DI STATO TROGLODITA”

    DI ALESSANDRO TAURO
    alessandrotauro.blogspot.com

    Articolo 3 della Costituzione della Republica dell’Honduras: “Nessuno deve obbedienza ad un governo usurpatore né a coloro che assumono funzioni o ruoli pubblici con la forza delle armi o usando mezzi o procedimenti che violino o disconoscano ciò che questa Costituzione e le leggi stabiliscono. Gli atti verificatisi per tali autorità sono nulli. Il popolo ha diritto a ricorrere all’insurrezione in difesa dell’ordine costituzionale”.

    Mai articolo costituzionale fu più utile per comprendere la realtà di ciò che sta avvenendo nel piccolo paese dell’Honduras.

    Leggendo i quotidiani italiani la situazione non sembra poi troppo complessa; sembra di essere di fronte al più banale scontro tra poteri politici. Il Presidente in carica, Manuel Zelaya, avrebbe proposto per la giornata di ieri un referendum costituzionale che, in caso di approvazione, gli avrebbe garantito la possibilità di ricandidarsi per un secondo mandato.
    La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il referendum (la Costituzione vieta espressamente la rieleggibilità del Presidente e impone la decadenza politica per chiunque la proponga), ha mobilitato l’esercito contro la tornata elettorale anticostituzionale e ha deposto il Presidente Zelaya, deportato in Costa Rica.
    I paesi sudamericani, l’Europa e gli USA hanno condannato il golpe perché in ogni caso il colpo di stato non è mai un evento troppo carino.

    Una quantità di inesattezze, superficialità e semplificazioni degne della Pravda sovietica nel 1952. O del TG1 nel 2009. Fate voi.

    Manuel Zelaya è stato eletto con voto popolare Presidente della Repubblica dell’Honduras nel novembre del 2006, anno in cui il suo partito, il Partido Liberal (centro conservatore), ha conquistato la maggioranza dei seggi al Congreso Nacional, battendo i rivali del Partido Nacional (destra liberal-nazionalista).

    Ma nel corso dei mesi Zelaya ha commesso il più grave crimine della storia politica hondureña, il “peccato originale”: ha dato vita alla vera democrazia. Ha trasformato un sistema politico dominato da 2 partiti di centrodestra in un nuovo sistema fondato sull’alternativa politica. Ha trasformato il Partito Liberale in un partito di sinistra, sullo stampo dei partiti socialisti europei e sudamericani.

    E’ stato il prologo della sua fine. Una fine culminata nella proposta del famoso referendum. Le testate giornalistiche e le agenzie di stampa parlano di “referendum costituzionale” per la rielezione.

    Tanto per fare un esempio l’agenzia giornalistica AGI scrive: “Alla già grave crisi istituzionale tra i vertici dello Stato, si era aggiunta la richiesta di un referendum costituzionale voluto espressamente da Zelaya per ottenere la possibilità di un secondo mandato presidenziale di quattro anni”.

    Una palese menzogna. Che si ripropaga da un’agenzia di stampa a tutti i quotidiani d’Italia come una verità inconfutabile, dal momento che molti nostri eccellenti giornalisti riducono il proprio lavoro alla lettura delle agenzie e ad un copia e incolla corredato di termini aulici e intervista al politico di turno.

    Non si tratta di referendum costituzionale. Gli elettori honduregni erano chiamati alle urne per un referendum consultivo, non-vincolante, sulla possibilità di eleggere durante le prossime elezioni generali di novembre un’Assemblea Costituente per redigere eventuali modifiche al testo costituzionale.

    Stando ai sondaggi l’85% degli elettori avrebbe detto sì ad una riforma della Costituzione, nata dalle ceneri del vecchio regime militare.
    Modifiche costituzionali invise però alle élite economiche tradizionali, all’esercito, alle gerarchie cattoliche, ai media e alla classe politica di entrambi i partiti, sempre vicini e indistinguibili di fronte alla possibilità di un reale cambiamento.

    Immaginate cosa avrebbe potuto significare una riforma costituzionale progressista in un paese dove le multinazionali eludono legalmente il sistema fiscale e dove 3/4 della popolazione vive in povertà.
    Immaginate che in questo paese una riforma costituzionale dichiarasse bene pubblico le risorse del sottosuolo e beni primari come l’acqua, che istituisse una progressività delle imposte, così da permettere processi di redistribuzione del reddito mai affrontati e che vietasse il lavoro minorile, accettato invece dalla Costituzione in vigore.

    Ed ecco che per evitare un reale ammodernamento di un paese immerso nel più assurdo conservatorismo si agita lo spauracchio del regime. Un regime fondato sulla paura della possibilità di ricandidatura per un secondo mandato.

    Cosa dovremmo dire noi, popolo italiano, che abbiamo avuto praticamente due soli capi di governo negli ultimi 15 anni?

    Uno spauracchio inutile, dal momento che per novembre il Partido Liberal avrà comunque un nuovo candidato diverso da Zelaya e molto più ben accetto dalle gerarchie del PL.

    La sequenza di eventi reali è molto più esplicativa di quella fittizia riportata dalla stampa nazionale: il governo Zelaya propone un referendum consultivo, il parlamento approva a larga maggioranza una legge ad hoc che vieta di tenere consultazioni referendarie 6 mesi prima delle elezioni, il governo mantiene in vigore la consultazione referendaria, l’esercito rifiuta di organizzare il voto (per la legge l’esercito è obbligato a gestire le tornate elettorali), il Presidente fa dimettere il Capo di Stato Maggiore e questi, spinto dalla Corte Costituzionale, dai 2 partiti e dai colossi economici e finanziari del paese, blocca il voto nelle città e destituisce con la forza il presidente, arrestando e deportando lui ed altri membri del governo.

    Come se questo non bastasse opera il blocco di tutti i mezzi di informazione e lascia accesa la sola radio HRN, della destra filo-golpista.
    Testimoni parlano inoltre di almeno un morto e di gravissime violenze indiscriminate contro cubani e venezuelani.
    Il Presidente del parlamento, Roberto Micheletti, dell’ala conservatrice dei “liberali”, viene eletto con il beneplacito dell’opposizione e della componente centrista del PL, dopo la lettura di una falsa lettera di dimissioni di Zelaya, terminando in via politica la destituzione armata del legittimo presidente “Mel” Zelaya.

    Nonostante il feroce golpe, il popolo dell’Honduras pare non sottostare piacevolmente alle prove di forza dittatoriali, e sta manifestando ad oltranza nelle strade di Tegucigalpa, violando il coprifuoco militare, a rischio della vita.
    Tutto per rispetto al Presidente democraticamente eletto e all’articolo 3 della Costituzione. Una prova di forza e dignità che molti popoli, il nostro in primis, dovrebbero imparare. O quantomeno comprendere.

    Concentrazione dei media nelle mani di pochi grandi imprenditori, collusioni tra media e forze politiche di centrodestra, vicinanza e similitudine sempre maggiore tra i due più grandi partiti politici del paese, fronte comune tra Chiesa, esercito, imprenditoria, partiti e media contro il possibile cambiamento.
    Vi ricorda qualcosa?

    Alessandro Tauro
    Fonte: http://alessandrotauro.blogspot.com
    Link: http://alessandrotauro.blogspot.com/2009/06/lhonduras-e-il-colpo-di-stato.html
    30.06.2009

  2. 10 a 1 che il generale Vàsquez non verrà chiamato “golpista”.

    100 a 1 che in questo paese non ci sarà nessuna “rivoluzione colorata”.

    1000 a 1 che la resistenza al golpe non produrrà nessun martire, con relativa foto, per la “libertà e per la democrazia”.

    10000 a 1 che lo zio Sam è innocente, come una volpe nel pollaio con la bocca ancora piena di penne.

    1 a 1 che Obama sapeva.

  3. Che quello in Honduras sia stato un colpo di stato troglodita non v’e’ alcun
    dubbio:sul fatto che sia stato organizzato e preparato da Obama avrei
    moltissimi dubbi.L’elezione di questo presidente e’ stata salutata con grande
    piacere ed orgoglio dalle forze progressiste e non di tutto il mondo,ora,
    a pochi giorni dal suo insediamento,viene accusato da quelle stesse forze
    di aver concepito un colpo di stato “reazionario” in Honduras e anche di
    aver messo lo zampino nei disordini iraniani magari in combutta col mossad.
    Non era dunque forse un po’ affrettato il giudizio positivo nei suoi confronti
    prima e dopo l’elezione a presidente e non e’ un po’ avventato il giudizio
    negativo invece rispetto a questi due recenti avvenimenti su cui non si e’
    ancora fatta sufficiente chiarezza?Come puo’ il giudizio su un uomo politico
    cambiare in maniera cosi’ radicale e cosi’ repentinamente?

  4. “…La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il referendum …” non e’ la Corte Costituzionale” ma il Tribunal Supremo Electoral, che non fa parte della magistratura ma e’ eletto dal parlamento (e’ similare alla commissione del nostro parlamento sulla elezione).

    Il referendum, referendum consultivo, serviva solo a decidere se ci dovesse essere una quarta urna, quella per decidere su una costituente (che come tutte le costituenti durano mesi se non anni) e pertanto Zelaya NON era NE poteva NE voleva ricandidarsi in novembre, vigente la vecchia costituzione e prima di sapere CHI avrebbe vinto nell’assemblea costituente e SE ci fosse la proposta di potersi ricandidare.

    L’opposizione ad una EVENTUALE nuova costituzione e’ stata spiegata sopra (regime dei suoli, tasse, partecipazione, acqua, ecc.), da non dimenticare che chi in Honduras e nel MAINSTREAM si nasconde dietro al fantasma della rieleggibilita’, glissa sul fatto che Uribe in Colombia lo faccia con i voti dei narcodeputati alle modifiche costituzionali.

    L’altra cosa che su cui il MAINSTREAM glissa e’ il fatto che la costituzione del 1982 sia stata fatta in anni di squadroni della morte imperanti, di contras, di Negroponte uber alles, di affari Iran/Contras (che usavano Honduras per retrovia e stazione di passaggio).

  5. zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

  6. http://www.gennarocarotenuto.it/8953-la-costituzione-dellhonduras-meglio-un-golpe-piuttosto-che-cambiarla/

    La Costituzione dell’Honduras, meglio un golpe piuttosto che cambiarla?

    E’ straordinario come in questi giorni siano spuntati tanti comparativisti esperti addirittura di costituzioni centroamericane. Soggetti tendenti alla menzogna e ad evocare fantasmi e paure ataviche, spiegano che il solo proporre di riformare o riscrivere la sacra e perfettissima costituzione del 1982 prova che si voglia imporre una dittatura comunista e che pertanto sia sacrosanto o per lo meno inevitabile il golpe in Honduras piuttosto che permettere la deriva antidemocratica di un’Assemblea Costituente.

    E’ proprio così? Forse è bene chiarire alcuni aspetti sulla Costituzione e la Costituente che facciano capire quanto viziata è l’informazione che i grandi media stanno dando sui motivi del golpe che a parole condannano ma al quale con i fatti tengono il gioco.

    di Gennaro Carotenuto

    In primo luogo non c’è bisogno di essere esperti di diritto costituzionale, tantomeno comparato, per sobbalzare nel sentir trattare la costituzione (c minuscola) dell’Honduras come se davvero fosse una Costituzione (C maiuscola). Ricordo che l’Honduras è (purtroppo e detto con rispetto per un popolo nobile) una vera “Repubblica delle Banane”. E lo è nel senso politico del termine, oltre che economico, giacché chi ha fatto e disfatto la storia politica dell’Honduras fin dalla fine del XIX secolo, imponendo governi costituzionali o dittature a secondo della convenienza, è stata la United Fruit Company. Si potrebbe scrivere un tomo su come la United Fruit è stata la vera padrona del paese e, senza tornare all’epoca di Tiburcio Carías Andino, basta ricordare che ancora nel 1978 il generale Policarpo Paz, amico intimo del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza, fu imposto come dittatore dalla United Brands (il nuovo nome della United Fruits).

    Erano tempi di guerra sporca, squadroni della morte, sparizione di persone. Lo stesso dittatore Policarpo Paz, d’accordo con la CIA e con l’immancabile compagnia bananiera, scrisse la sacra costituzione dell’82, entrata in vigore giusto prima di consegnare il potere a un presidente costituzionale, Roberto Suazo Córdoba. La costituzione, democratica ma scritta da un dittatore, era una sorta di estensione della “Legge Antiterrorista” per la quale almeno fino al 1993 nel paese continuò impunemente a sparire gente nelle camere di tortura della già felice democrazia costituzionale honduregna.

    Non sorprende in questo contesto che la meravigliosa costituzione dell’82, quella in difesa dell’inviolabilità della quale decine di commentatori “indipendenti” sembrano disposti in questi giorni ad immolarsi come Ian Palach, non si preoccupasse minimamente di cambiare due problemucci da poco del paese: il fatto che l’80% della popolazione vivesse nell’indigenza e che appena 225 latifondisti fossero proprietari del 75% della terra del paese. In compenso l’articolo 239 puniva con decorrenza immediata a dieci anni di interdizione dai pubblici uffici chiunque “proponesse” la rieleggibilità del presidente.

    Siamo quindi di fronte ad una Costituzione antidemocratica che, come quella cilena scritta da Augusto Pinochet, è firmata da un solo costituente per durare in eterno, chiusa in cassaforte, buttando via la chiave di qualunque modifica, riforma, o nuova carta potesse venire dal basso. Chiunque propone di convocare un’Assemblea costituente (scriverne una nuova vuol dire necessariamente modificare o abrogare l’articolo 239) infatti può essere accusato di “proporre” di modificare l’articolo 239 e quindi decadere immediatamente, che è l’appiglio legale dei golpisti contro il povero Manuel Zelaya che, nonostante non abbia mai detto di volersi ricandidare, è stato rovesciato con un colpo di stato per aver (forse) fatto un pensiero impuro.

    Pensi all’idea di Costituzione e ti viene in mente quella degli Stati Uniti, bella perfetta, levigata, che viaggia ben oltre i due secoli di vita praticamente intonsa continuando ad assicurare la felicità dei cittadini di quel fortunato paese. Così ti convinci che anche quella honduregna deve essere stata scritta nel marmo [tombale degli squadroni della morte all’epoca in azione] e pronta a sfidare i secoli. Altrimenti la Corte Suprema (che incute autorità a nominarla ma è formata da un gruppo di oligarchi rappresentanti delle famiglie che si considerano padrone del paese) ha ordinato niente di meno che un colpo di stato per impedire la semplice convocazione di un referendum consultivo non vincolante per valutare se eleggere un’Assemblea costituente che, magari di passaggio, garantisse un po’ più di equità tra cittadini.

    Marmo un corno. L’inviolabile costituzione dell’Honduras, scritta nel 1982, è stata modificata nello stesso 1982 (si erano scordati qualcosa) quindi nel 1984, 1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1993, 1994, 1995, 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004 e 2005. Lo stesso articolo 239, quello che proibisce perfino di “proporre” la rieleggibilità del presidente, è stato modificato nel 1998, quindi nel 2002 e di nuovo nel 2003 senza che ci fosse alcun rumor di sciabole. Evidentemente erano tutte modifiche che rispondevano agli interessi dei poteri forti del paese, piccolezze che al padre della patria Policarpo Paz, nella sua lungimiranza infinita, erano sfuggite. Quindi non siate ridicoli, quando parliamo di Costituzione honduregna stiamo parlando praticamente di un regolamento condominiale che ha come unica funzione quella di far continuare a vivere l’80% dei condomini nel sottoscala.

    Fuori dall’ironia. Quello che ha mosso le oligarchie honduregne al colpo di stato è il sacro terrore che queste sentono per la sovranità popolare. E’ un rifiuto premoderno e preventivo che scatta automaticamente ogni volta che sentono di lontano l’odore di democrazia. Chi in questi giorni ha difeso anche indirettamente il golpe in Honduras, dando spazio alla menzogna della rielezione e nascondendo il vero oggetto del contendere, una Costituzione che possa essere agente di democrazia e non di conservazione, si è reso complice dei golpisti.

    In America latina la convocazione di assemblee costituenti che superino costituzioni che, come quella honduregna o quella cilena, sono state scritte da dittatori o sono state scritte in epoche nere della storia è lo strumento reale, legittimo e non violento di trasformare l’esistente in pace e democrazia. Ognuno può decidere da che parte stare.