Il «New York Times» invita a non usare il pensiero critico per non cadere vittima della disinformazione on line

nobufale.it

di Enrica Perucchietti

“Non scendete nella tana del coniglio. Il pensiero critico, come ci hanno insegnato a esercitarlo, non aiuta nella lotta contro la disinformazione”.

È questa la traduzione del titolo di un articolo pubblicato da «New York Times» a firma di Charlie Warzel.

Nel lungo editoriale viene citato il lavoro dell’accademico Michael Caulfield che invita il pubblico, per difendersi dalla disinformazione on line a smetterla «di pensare troppo a ciò che vedi online».

L’invito che Caulfield, esperto di alfabetizzazione digitale presso la Washington State University di Vancouver, è quello che troviamo nel sottotitolo: smettere di esercitare il pensiero critico che, come ci viene insegnato fin dalla giovane età, sarebbe pericoloso per la navigazione in Rete.Il rischio, infatti, sarebbe quello di cadere nelle trappole della disinformazione e del “complottismo”.

Il pensiero critico, infatti, secondo Caulfield, «può ritorcersi completamente contro» di noi.

In altre parole, l’invito è di resistere al richiamo delle tane dei (bian)conigli, reinventando l’alfabetizzazione mediatica. Quindi, evitare di esercitare la coscienza critica, e di approfondire le notizie e le informazioni che troviamo on line, che rischierebbero di farci avventurare, o meglio precipitare, nella cosiddetta Tana del Bianconiglio.

Per valutare le notizie che troviamo in rete dovremmo modellare il processo di alfabetizzazione mediatica sul modo in cui i fact checkers professionisti valutano le informazioni. Queste figure ormai vengono innalzate a modelli da seguire in ogni ambito, sebbene la maggior parte di costoro segua un lavoro non di verifica dei fatti (che è sacrosanto e che facciamo anche in questo blog) ma di derisione del giornalismo indipendente e di denigrazione di qualunque teoria o notizia alternativa che non collimi con gli interessi del potere e con la propaganda mainstream.

Caulfield ha perfezionato la pratica in quattro semplici princìpi che rientrano nel metodo chiamato SIFT:

  • Stop.
  • Indagare la fonte.
  • Trova una copertura migliore.
  • Rintraccia affermazioni, citazioni e contenuti multimediali nel contesto originale.

Il metodo SIFT e l’unità didattica che lo accompagna sono stati adottati da decine di Università americane e in alcune scuole superiori canadesi. SIFT si concentra sul dare rapidi giudizi: un factchecker SIFT può e dovrebbe richiedere solo 30, 60, 90 secondi per valutare un contenuto. Il che già mostra l’assurdità di applicare un tale metodo al giornalismo investigativo, per esempio, che richiede invece di approfondire le fonti e indagare il contenuto di una notizia, setacciando e battendo tutte le strade possibili, anche quelle che possono apparire in prima battuta azzardate o scomode.

I quattro passaggi si basano sulla premessa che spesso si prende una decisione migliore con meno informazioni rispetto a quando se ne ricercano e se ne utilizzano di più: si rientra nel cosiddetto Rasoio di Ockham. Inoltre, spendere 15 minuti per determinare un singolo fatto al fine di decifrare un tweet o una notizia proveniente da una fonte che non si conosce potrebbe aumentare i dubbi e la confusione.

La conclusione di Caulfield è la seguente:
«La domanda che vogliamo che gli studenti si facciano è la seguente: è una buona fonte per questo scopo o potrei trovare qualcosa di meglio in tempi relativamente brevi?».

E qua le riflessioni che si possono fare sono molte.

Innanzitutto, si trattano le persone come dei soggetti minorenni e minorati mentalmente, incapaci di usare correttamente la coscienza critica e di maturare un proprio pensiero su una tematica; in secondo luogo, si vuole che gli utenti siano e rimangano soggetti passivi, proni al principio di autorità che sta alla base dell’attuale tentativo di creare un’informazione certificata.

Questo editoriale dimostra come l’attuale battaglia contro le cosiddette “fake news” non sia altro che una articolata caccia alle streghe che ha come obiettivo la repressione del dissenso. Entrata nel vivo negli ultimi tre anni, essa ha raggiunto il suo apice durante il lockdown, con la censura in Rete di contenuti che l’algoritmo di turno non riteneva convergenti con la narrativa ufficiale sul Covid-19.

Da una parte questa moderna caccia alle streghe strumentalizza la questione del cyberbullismo, dell’odio e della disinformazione sul web, per portare all’approvazione di una censura della Rete. Dall’altra si sta cercando di spingere verso la creazione di un’informazione certificata accompagnata da un’attività censoria: solo le notizie con il bollino prodotte dagli autoproclamati “professionisti dell’informazione” saranno considerate affidabili.

Convincere le persone a non esercitare il proprio pensiero critico e a non approfondire le notizie è l’esatto opposto dell’invito che si dovrebbe invece rivolgere alla popolazione.

Un invito rivolto a tutti: tornare a riflettere, ragione e dubitare con la propria testa, in un periodo in cui il pensiero unico sembra voler plasmare, controllare e uniformare l’opinione pubblica creando un essere umano “intercambiabile” e “unidimensionale”.

Fonte: https://nobufale.it/2021/02/22/il-new-york-times-invita-a-non-usare-il-pensiero-critico-per-non-cadere-vittima-della-disinformazione-on-line/

Pubblicato il 22.02.2021