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IL MITO DI UN ATTACCO ISRAELIANO CONTRO L’ IRAN

DI KAVEH AFRASIABI

BERLINO, 7 aprile 2005 – In questi giorni s’è parlato molto riguardo un imminente attacco militare israeliano contro impianti nucleari iraniani, voci alimentate di recente da un articolo del “London Times” il quale afferma che il parlamento israeliano avrebbe dato il primo “via libera” al progettato attacco – per occuparsi di quella che politici israeliani di varie matrici politiche descrivono regolarmente come la “più grande minaccia esistenziale” dello stato ebraico.
Tuttavia un attento esame dei vari aspetti logistici, di attuabilità operativa così come geopolitici e regionali, o delle conseguenze di questo scenario tanto dibattuto, ci ha condotti alla conclusione opposta, vale a dire l’impraticabilità della cosiddetta “opzione Osirak”, dal nome del riuscito bombardamento aereo israeliano contro il reattore nucleare iracheno nel 1981.Ricordiamo che, sebbene non ancora tutti i dettagli dell’operazione Osirak siano stati rivelati, è quasi certo che gli aeroplani da combattimento israeliani avessero attraversato lo spazio aereo di uno o più vicini dell’Iraq per raggiungere l’unico obiettivo del loro attacco. Per colpire i molteplici siti nucleari iraniani, disseminati in tutto il paese e particolarmente nell’Iran centrale, dovendo perciò spingersi molto al di là dei confini, la migliore opzione d’Israele sarebbe quella di più attacchi simultanei che utilizzassero differenti tragitti d’avvicinamento, ad esempio attraverso la Giordania e l’Iraq così come lungo una rotta mediterranea che devî verso la Turchia o l’Azerbaigian, per non menzionare l’incubo logistico della lunga distanza che richiederebbe sia rifornimenti aerei sia postazioni intermedie.

Tuttavia al momento nessuna opzione è disponibile per Israele, né vi sono prospettive immediate d’una loro attuabilità a breve periodo, date le relazioni cordiali tra l’Iran e i suoi vicini e i timori e preoccupazioni che questi nutrono d’una rappresaglia iraniana nel caso permettano l’utilizzo del loro spazio aereo per un attacco israeliano.

La Turchia, “alleato strategico” d’Israele nella regione, nutre eccellenti relazioni economiche e diplomatiche con l’Iran, dal momento che i due godono di un ingente scambio energetico, della cooperazione regionale tramite l’Organizzazione per la Cooperazione Economica, e di una politica comune verso l’Iraq e la “questione curda”; quest’ultima è stata affrontata in tutti i suoi aspetti pratici dopo il 2001 colla istituzione d’un comitato congiunto per la “sicurezza dei confini”, che ha risolto le divergenze insolute tra Tehran e Ankara sulla questione dell’insorgenza curda. Quindi al momento, non ostante i loro differenti orientamenti politici, essendo una secolarista e l’altro islamista e teocratico-repubblicano, Iran e Turchia godono dei profitti derivanti da stabili relazioni di vicinato che difficilmente saranno silurate da un’incursione israeliana dentro l’Iran attraverso il territorio turco.

Ovviamente, la Turchia resta preoccupata riguardo la natura dei programmi nucleari iraniani, ma i suoi dirigenti non condividono la paranoia allarmista d’Israele riguardo un “Iran nuclearizzato”, in assenza di qualsiasi prova credibile che possa giustificare tale timore, e anzi tenendo conto dell’adesione iraniana all’intrusivo Protocollo Addizionale della AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e il recente rapporto del capo della stessa che conferma l’assenza di qualsiasi prova in grado di corroborare le accuse (statunitensi e israeliane) rivolte all’Iran di stare costituendo un arsenale nucleare. (Di recente Aharon Ze’evi, un generale israeliano, ha dichiarato ufficialmente che “l’Iran non è attualmente in grado di arricchire l’uranio per costruire una bomba atomica…”. Ciò è in contrasto con quanto affermato da Brenda _affer, un’ex ufficiale israeliana ora allieva di Harvard, la quale ha ripetutamente scritto che l’Iran sarebbe “alle soglie del nucleare”).

Alla luce delle dichiarazioni dei dirigenti turchi soddisfatte per la costante cooperazione dell’Iran colle ispezioni della AIEA e per i negoziati iraniano-europei sul nucleare, è difficile prevedere ch’essi s’assumano il rischio di compromettere la sensibilità, e mutua gratificazione, in campo economico, di sicurezza e gli altri legami con l’Iran permettendo ad Israele di usare il loro spazio aereo contro di esso.

Sfortunatamente, l’alta improbabilità di un’operazione israeliana contro l’Iran attraverso la Turchia è decisamente sfuggita all’attenzione dei media occidentali e degli esperti militari che hanno scritto riguardo a tale scenario. Per fare un esempio, nel suo ultimo libro, The Persian Puzzle, Kenneth Pollock ha trascurato il diniego della Turchia ad acconsentire alle richieste israeliane laddove discute la “opzione Osirak”. Analogamente, l’esperto giornalista investigativo Seymour Hersh, nell’articolo pubblicato dal “New Yorker” su di un tema analogo, ha semplicemente dato per scontato che, visti gli stretti legami della Turchia con Israele e USA, essa potrebbe essere una base di partenza per offensive militare contro le installazioni nucleari iraniane.

Chiaramente, così comode sviste, e il consistente stravolgimento delle relazioni turco-iraniane, descritte come prevalentemente competitive, quando di fatto il lato cooperativo ha preso chiaramente il sopravvento, ha semplicemente buttato benzina sul fuoco del mito di un imminente attacco israeliano contro l’Iran, mentre ciò che servirebbe è un’analisi appropriata delle variabili chiave, come il danno a lungo termine alle relazioni turco-iraniane che ricadrebbe sull’intera regione, semmai la Turchia acconsentisse alla richiesta israeliana di utilizzare il suo spazio aereo per un’azione militare contro l’Iran.

Ciò che rende quest’ultimo uno scenario ancor meno probabile, è il recente stallo nelle relazioni turco-israeliane causato dalle rivelazioni dei media sull’attivo civettare d’Israele coi gruppi curdi della regione, un’accusa categoricamente respinta da Israele allorché, non molto tempo fa, si è duramente confrontata sul tema con Ankara. Le relazioni della Turchia colla UE potrebbero risentirne a loro volta, e dunque le prospettive d’inclusione in qualità di membro nell’Unione ulteriormente posticipate, se la Turchia dovesse porsi a disposizione degli USA e di Israele per azioni militari non sostenute dall’Europa.

Da qui in poi, lo scenario più plausibile per l’uso israeliano dello spazio aereo turco contro l’Iran prevede una precedente consultazione turco-europea per la comprensione della faccenda, improbabile a materializzarsi nell’ambiente post-invasione dell’Iraq caratterizzato da un’Europa stanca della guerra e per nulla interessata a vanificare tutte le relazioni tessute con l’Iran sulla questione nucleare.

Lo stesso argomento va applicato, mutatis mutandis, all’altro vicino dell’Iran, l’Azerbaigian, il cui nuovo capo di stato recentemente in visita a Tehran ha assicurato che in alcun caso permetterebbe un attacco straniero contro l’Iran tramite il suo paese. Infatti, a paragone con la Turchia, l’Azerbaigian ha ancor più da temere da una forte reazione iraniana nel caso d’un raid israeliano attraverso lo stato caspico, il quale guarda all’Iran per essere sostenuto nella sua lunga contesa volta a recuperare il terreno ceduto all’Armenia durante gli anni ‘90. In altre parole, Baku avrebbe molto da perdere e poco o nulla da guadagnare, facendosi manipolare da USA e Israele, il che inoltre rovinerebbe le sue relazioni attentamente coltivate con Mosca (scontenta dell’accoglienza che Baku ha concesso ai militari statunitensi).

Al pari dell’Azerbaigian, tutte le altre porte caucasiche o centrasiatiche per un attacco d’Israele contro l’Iran sono al momento sbarrate, data la prominente influenza militare russa sulla regione, e l’intrinseca opposizione di Mosca a qualsiasi piano israelo-statunitense volto a indebolire un suo potente e riguardevole alleato, vale a dire la Repubblica Islamica d’Iran. Come per il Pakistan, che molto similmente a Turchia e Azerbaigian, ha semplicemente interessi troppo vasti con l’Iran, che coprono tra l’altro l’Afghanistan e la bilancia di potere indo-pakistana, per permettersi di sostenere un qualsiasi ruolo in un’invasione dell’Iran condotta dallo stato ebraico, odiato dalle masse pakistane e dai fondamentalisti musulmani. Il Presidente Generale Pervez Mu_arraf e i suoi assistenti hanno ripetutamente già annunciato in via ufficiale che non permetterebbero mai al Pakistan d’essere utilizzato contro l’Iran.

Ciò che rimane allora di una “opzione Osirak”, è un attacco israeliano condotto attraverso la Giordania e quindi l’Iraq, difficilmente concepibile nell’attuale situazione politica irachena dominata dagli Shi’iti. Assumendo, in argumendo, che Israele “violi” lo spazio aereo iracheno per condurre le sue operazioni, ciò potrebbe avvenire solo colla complicità degli Stati Uniti, sicché, in cambio, s’avrebbero una seria complicazione delle relazioni statunitense col nuovo governo iracheno – vanificando l’annuncio degli USA per cui “l’occupazione è terminata” e la sovranità irachena “restaurata” – e, peggio ancora, l’esplosione d’un nuovo imprevedibile capitolo dell’ostilità Iran-USA entro l’Iraq, che potrebbe facilmente montare e inglobare tutta la regione petrolifera del Golfo Persico. Per prima cosa, ciò si ripercuoterebbe negativamente sull’economia mondiale causando un sostanziale aumento del prezzo del greggio, a maggiore detrimento delle economie occidentali già sofferenti per gli alti costi energetici.

Inoltre, è piuttosto sorprendente come in maniera semplicistica, e ingenua, molta roba pubblicata su un attacco israeliano contro l’Iran abbia condotto un’illecita comparazione tra l’impianto energetico di Osirak in Iraq, ch’era situato a cielo aperto e si trovava ancora nella fase iniziale della costruzione quando fu bombardato, e il reattore nucleare di fabbricazione russa che si trova a Bushehr, il quale impiega centinaia di lavoratori russi che stanno giusto ora apportandovi le ultime rifiniture; l’impianto di Bushehr è completo per più del 90%, Russia e Iran hanno raggiunto un accordo per la restituzione del materiale fissile utilizzato, e oltre alla perdita di vite russe, che manderebbe Mosca su tutte le furie tanto da mettere a repentaglio i legami energetici d’Israele colla Russia, un bombardamento provocherebbe una gigantesca catastrofe ambientale che coinvolgerebbe i vicini dell’Iran nel Golfo Persico.

Così, a parte la questione su cosa Israele otterrebbe alfine distruggendo l’impianto di Bushehr, oltre che infuriare i Russi, gli Arabi e l’intero mondo musulmano e rendere l’Iran ancor più determinato a vendicarsi e a costruire senza esitazione un arsenale nucleare, almeno le più semplici problematiche riguardanti le dissomiglianze tra gli obiettivi di Osirak e Bushehr avrebbero dovuto esser considerate dagli “esperti” e statisti che a Washington e a Tel Aviv consigliano un attacco militare contro il reattore di Bushehr.

Ed ora vi sono gl’incubi “operativi” relativi ai sistemi di difesa aerea iraniani, in particolare nel momento in cui gli aerei israeliani dovrebbero volare sopra l’Iran per raggiungere gli obiettivi a Isfahan, Tehran, Arak o altrove, affrontando risposte alquanto formidabili dalla forza aerea iraniana e dai missili terra-aria. Per colpire questi obiettivi, Israele infliggerebbe grossi danni “collaterali” ai civili iraniani, e questo fattore da solo avrebbe un’implicazione a lungo termine ben poco desiderabile per Israele, e cioè la trasformazione dell’Iran in un suo nemico giurato.

A dispetto di una virulenta retorica antisraeliana, oggi in Iran dirigenti e statisti considerano Israele come un paese “fuori dall’area”, non connesso alle preoccupazioni per la sicurezza nazionale dell’Iran. Infatti, nessuno in Iran prende sul serio la propaganda sionista riguardo alle minacce iraniane contro Israele, eppure ciò potrebbe cambiare nello spazio d’una notte se Israele attaccasse l’Iran, provocando nuove sostanziali minacce alla sicurezza d’Israele ai confini col Libano ed anche colla Siria.

Un nuovo allineamento globale arabo-iraniano contro Israele prenderebbe forma all’indomani di un attacco israeliano contro l’Iran, ben differente dalle relazioni relativamente benigne che oggi s’osservano tra le due parti.

Purtroppo, la prospettiva israeliana verso l’Iran appare fissata sulla retorica, ignorando sia la distanza tra l’oratoria decisamente simbolica e generata dalla massa e la politica attuale, sia i segnali positivi d’una posizione dell’Iran in evoluzione sul conflitto israelo-palestinese, malgrado l’Iran abbia dichiarato di rispettare la volontà dei Palestinesi, soprattutto, una soluzione con due stati. Ma non importa quanto profonda sia la loro errata percezione dell’Iran, o le loro disillusioni riguardo una “opzione Osirak” contro l’Iran: i dirigenti israeliani e i loro esperti sui media, stanno coscientemente propagando il mito d’una azione militare che cozza contro i formidabili ostacoli che la rendono impraticabile e, sempre più, si riduce a una lista dei desideri puramente teorica, che ciò non ostante aggiunge molta instabilità politica e psicologica dell’imprevedibile regione, e oltre.

Kaveh L. Afrasiabi, dottore in filosofia, è l’autore di After Khomeini: new directions in Iran’s foreign policy (Westview Press) e di “Iran’s foreign policy since 9/11”, “Brown’s Journal of World Affairs”, no. 2/2003, realizzato insieme all’ex ministro degli esteri Abbas Maleki. Afrasiabi insegna scienze politiche all’Università di Tehran.

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/GD07Ak01.html
7.04.05

Traduzione a cura di Daniele Scalea
(Diritti riservati 2005 Asia Times Online Ltd.)

Pubblicato da Davide

  • ataman

    L’analisi dell’articolo di Afraisiabi è sicuramente condivisibile ma non tiene conto di due fattori: uno tecnico ovvero la possibilità di Israele di attaccare i siti nucleari Iraniani con un lancio di missili da crociera operato dai modernissimi sommergibili recentemente donati dalla Germania a Israele dei quali uno è permanentemete disloccato tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Un attaco con queste modalità permetterebbe oltretutto di negare la propria responsabilità di fronte al grande pubblico mediatico .I l secondo fattore è la paranoia che affligge i governanti israeliani di fronte a qualsiasi possibilità che un paese islamico non controllato dagli USA raggiunga una capacità di ritorsione efficace nei loro confronti

  • asael

    Le argomentazioni dell’articolo sono fondamentalmente di due tipi: improbabilità pratica dell’attacco israeliano contro l’Iran, e non convenienza (politica, economica, strategica e quant’altro) dello stesso attacco. Quanto all’aspetto pratico, a prescindere dalle osservazioni di ataman, le argomentazioni a sfavore dell’attacco partono dal presupposto che l’attacco israeliano avverrebbe SOLTANTO se fosse in grado di distruggere i siti nucleari iraniani (più magari altri obbiettivi di carattere militare), e quindi di azzerare l’industria atomica di Teheran, e che le notevoli conseguenze a livello di rapporti con altri paesi (Turchia, Azerbaigian, Russia, lo stesso Iran, il “governo” iracheno) renderebbero IRRAZIONALE tale attacco. Bene, argomentazioni analoghe ci dovrebbero portare a concludere che l’invasione statunitense dell’Iraq non sia di fatto mai avvenuta. Perché gli Stati Uniti dovrebbero imbarcarsi in una guerra costosissima e difficile, che comprometterebbe i loro rapporti con l’Europa, scatenerebbe un’odio nei loro confronti (nei paesi islamici) ancora maggiore di quello già esistente, rimpolperebbe le file dei bombaroli antiamericani, una guerra oltretutto contro un paese che non costituisce una seria minaccia per loro? Già, perché? Ma DI FATTO gli USA hanno invaso l’Iraq. L’articolo di Afrasiabi sembra commettere l’errore di prendere per vere le preoccupazioni di Israele che l’Iran stia sviluppando un armamento nucleare per usarlo contro di esso. Sì, e Bush ha demolito l’Iraq perché Saddam aveva le armi di distruzione di massa. Ciò che è davvero inquietante è che probabilmente Afrasiabi ha ragione: un attacco israeliano contro l’Iran è impraticabile e irragionevole. Purtroppo l’esperienza ci insegna che tutto questo non implica affatto che l’attacco non ci sarà. Come si dice in teatro: tanta merda!