Home / ComeDonChisciotte / IL MITO DEL LAVORO CHE NON ESISTE

IL MITO DEL LAVORO CHE NON ESISTE

DI URIEL
Wolfstep

Negli ultimi 10 anni si e’ diffuso un mito, che e’ quello del lavoro che non c’e’ piu’. Questo mito nasce per nascondere il fallimento dell’ideologia riformista, quella che e’ nata per ideare i paesi occidentali come paesi ove non ci sarebbe piu’ stato lavoro (perche’ delocalizzato) e ci saremmo limitati a gestire la complessita’, fornendo servizi avanzati. Begli slogan, che nascondono un fallimento.

Perche’ e’ nato questo paravento? E’ nato questo paravento perche’ un grande paese che stampava soldi a tutto andare (gli USA) ha dovuto chiedersi in che modo evitare un’inflazione mostruosa. E la maniera migliore e’ stata “teniamo i soldi che stampiamo fuori dal paese”.

A seguito: “La leggenda del negro che lavora gratis” (Uriel – www.wolfstep.cc);

Sia chiara una cosa: non e’ ne’ convincente ne’ cosi’ scontato che le delocalizzazioni siano economicamente vantaggiose. Tantevvero che oggi moltissime aziende stanno facendo marcia indietro. Ma non perche’, come amiamo illuderci, manchi qualita’ nel prodotto. E’ che per costruire processori dove prima c’era la savana dobbiamo prima portarci la corrente. Poi dobbiamo portarci le strade. Indi l’industria del vuoto spinto. Eccetera eccetera eccetera: un’infrastruttura sofisticata puo’ vivere solo all’interno di un sistema sofisticato.

Se quindi vogliamo prendere la Cina da uno stato comunista-medioevale e portarla ad essere la fabbrica del mondo, non dobbiamo solo finanziare la fabbrica di chip. Dobbiamo anche mettere su una centrale elettrica di potenza adeguata e di continuita’ garantita. E le scuole. E le strade. E tutto quanto.

Si e’ calcolato che il calo di investimenti dagli USA verso la Cina, l’ India sia stato pari, per via del credit crunch, ad un triliardo di dollari/anno per il biennio 2009-2010. Ora, proviamo a rifletterci: anche calcolando un solo triliardo di dollari l’anno, stiamo parlando del 7.1% del PIL americano. Che e’ una cifra enorme. Qual’e’ il guaio?

Se consideriamo che il volume della bilancia commerciale attiva dei cinesi e’ di circa 250 miliardi di dollari annui, rimane da chiedersi che fine abbiano fatto quei giganteschi fiumi di soldi. E la risposta e’, ovviamente, che sono serviti a costruire l’infrastruttura.

In definitiva, quindi, l’affare cina ci ha reso qualcosa come 250 miliardi di dollari di merci l’anno(1), ma ha richiesto investimenti esteri in R&D fino ad un triliardo di dollari annui. Magari per la singola azienda l’affare e’ stato conveniente, ma siamo certi che come sistema ci abbiamo guadagnato?

La risposta e’ , quasi sicuramente, NO. A quanto dicono queste agenzie governative , abbiamo buttato in R&D fino a 1400 miliardi di dollari in un anno, e il disavanzo commerciale, cioe’ le merci che sono uscite -al netto- da questa immensa fabbrica hanno un valore massimo che e’ arrivato ai 360 miliardi.

Investimenti in R&D in Cina (fonte http://www.fdi.gov.cn)

Investimenti in R&D in Cina (fonte http://www.fdi.gov.cn)

In un’ottica puramente liberista, questo non poteva succedere: il bene combinato di tutte le singole aziende che ci hanno guadagnato in Cina doveva corrispondere ad un risultato positivo globale. Cosa che non e’ stata: nel 2007, le merci che abbiamo fatto produrre la’ sono state, in totale , un plusvalore di 360 miliardi.(2)

Quindi ci abbiamo rimesso. Se supponiamo che la ricchezza si conservi e non si distrugga, chi ci ha guadagnato? Beh, ci hanno guadagnato quei 500 milioni di cinesi che hanno visto il loro stile di vita crescere. Lavoro migliore, piu’ igiene, tecnologia, eccetera. Bello.

Bello, ma bisogna chiedersi se industrializzare la cina per usarne i prodotti sia stato un affare (e abbiamo detto di no) e se queste perdite abbiano avuto degli effetti. L’occidente (facciamo un miliardo di persone tra Ue ed USA) ha creato 500 milioni di nuovi redditi in Cina. Dobbiamo chiederci: se quel lavoro fosse rimasto qui, e se quegli investimenti in R&D fossero rimasti qui, quanto ci avremmo guadagnato in termini di occupazione?

Questo e’ il problema, e per comprendere le risposte basta rileggere vecchi articoli economici. Negli anni ‘70 e negli anni ‘80 si stimava che la furibonda crescita tecnologica avrebbe prodotto sempre piu’ lavoro, come in effetti e’ stato. Se consideriamo che un tasso di disoccupazione medio nell’eurozona significa qualcosa come 7 milioni di disoccupati in totale, e che negli USA (prima della crisi) stavamo sui 17 milioni, beh, in quei 500 milioni di redditi che abbiamo prodotti in cina ci stavamo larghi.

Del resto, tutti gli economisti del pre-globalizzazione avevano calcolato questo fenomeno, ed erano preoccupati del fatto che fosse possibile supportare una simile crescita tecnologica sul piano del mercato del lavoro. Gli economisti dell’epoca chiaramente fornivano due risposte: automazione di processo ed emigrazione. Ancora si parlava poco di outsourcing, perche’ si pensava (giustamente) che costruire una fabbrica di chip nella giungla richiedesse spese accessorie enormi, per rendere possibile l’infrastruttura necessaria.

Perche’ si e’ commesso uno svarione simile, e specialmente uno svarione cosi’ costoso? Perche’ si sono spesi triliardi per attrezzare una jungla a produrre chip, se poi ci servivano chip per un terzo di quella cifra?

La risposta sta nel gigantesco disavanzo commerciale americano: perche’ spostare enormemente la produzione all’estero era l’unica strategia di breve e medio termine che potesse tenere in piedi il valore del dollaro dopo le continue stampe di moneta post-kennediane.

Cosi’ si e’ inventata l’ideologia della globalizzazione, spacciandola per inevitabile: e’ verissimo che i commerci tra nazioni siano destinati a crescere col progresso. Non e’ detto, pero’ , che la maniera migliore di farlo sia di impedire ai singoli governi di gestire il traffico di frontiera.


Così com’e’ la globalizzazione e’ frutto di una visione ideologica, non perche’ il mercato libero sia “la legge del piu’ forte”(3), ma perche’ si sapeva fin dall’inizio che per trasformare alcuni paesi nelle “fabbriche del mondo” si sarebbe dovuto investire moltissimo, e il rischio di non rivedere gli investimenti sarebbe stato altissimo: se adesso si affermera’ una strategia protezionista o nazionalista per via del debit crunch, siamo proprio certi che rivedremo indietro tutti quei soldi?

Ecco il motivo di un’ideologia. Lo scopo essenziale di ogni ideologia e’ quello di costruire una serie di risposte prefabbricate che servano come tappo per fermare le domande prima che nascano o che diventino pericolose. Cosi’, quando in Europa e USA qualcuno ha cominciato a notare che il lavoro calava, la risposta e’ stata “in futuro ci sara’ sempre meno lavoro (come se scomparisse anziche’ venire spostato) e i nuovi giovani dovranno gestire la complessita’”. La stessa ideologia rispondeva che ovviamente ci avremmo guadagnato perche’ il mercato INTERNO cinese poi avrebbe comprato le nostre merci.

Ebbene, non solo la Cina non ha comprato le nostre merci (altrimenti non avrebbe un simile disavanzo commerciale) ma non abbiamo piu’ queste complessita’ da gestire: le complessita’ da gestire oggi si trovano in cina, perche’ “complessita’” indicava la complessita’ della produzione, e questa e’ scomparsa.

Certo, rimaneva da gestire la complessita’ di questa scellerata operazione, cosa nella quale si sono specializzati paesi come l’ Inghilterra: ma al di fuori di questo, la generazione di europei nata per “gestire la complessita’” si trova in un’europa ove il70% dei lavori disponibili NON implica complessita’. Perche’ la PMI non e’ complessa. Perche’ non lo e’ l’azienda che ha delocalizzato. Perche’ la complessita’ e’ figlia del lavoro, ed il lavoro se n’e’ andato.

Che cosa rispondono gli ideologi a queste cifre? Come mi sanno giustificare frasi quali “e’ conveniente che la Cina cresca perche’ il mercato interno cinese e’ una grande opportunita’”, di fronte ad un disavanzo commerciale verso l’estero di 360 miliardi di dollari? Dove sono queste opportunita’, se per vendere 10 dobbiamo comprare 13,6?

E specialmente, se per arrivare a vendere 10 dobbiamo prima investire 14?

La realta’ che emerge dai numeri di queste economie e’ che per quanto riguarda la globalizzazione si sono raccontate tante balle. Il disavanzo commerciale dei paesi in via di sviluppo significa, senza ombra di dubbio, che non e’ affatto vero che si tratti di grandi opportunita’ per le nostre imprese.

A questo punto il liberista dice “si’, ma spesso quelle imprese sono occidentali”. Il che, secondo lui, chiude la questione. Il che non e’ vero, perche’ in ultima analisi gli investimenti in R&D sono 3 volte il disavanzo commerciale, il che significa che se anche il 100% delle imprese cinesi che esportano fosse occidentale, siamo ancora a debito, eccome.

E quindi i conti non tornano, punto e basta. La crescita dei paesi emergenti, finanziata dall’occidente, non e’ stata un buon affare. E’ vero che LA’ si sono creati milioni di posti di lavoro. Ma e’ vero che per fare questo si sono distolti dei flussi enormi di capitale, che non sono rientrati e che probabilmente non rientreranno MAI, e che per via di questo crollo di investimenti in loco le condizioni dei lavoratori occidentali sono letteralmente crollate, con la sola eccezione di quelli che gestiscono la complessita’ ed i servizi DI QUESTA SCELLERATA OPERAZIONE.

Sarebbe ora di andare da questi signori che ripetono che la Cina sia una grande opportunita’, e chiedere loro conto delle cifre in ballo. Chiedere loro come sia possibile affermare che le nostre industrie ci guadagnino per via del mercato interno cinese se la cina ESPORTA piu’ di quanto importi. Chiedere loro quale conto economico sia in attivo se , anche ammettendo che la Cina sia la grande fabbrica del mondo, gli investimenti in R&D superano di tre volte le merci che escono da questa fabbrica.

Chiedere conto delle cifre, laddove le ideologie ci danno solo slogan.

Perche’ quando si e’ inventata la palla del lavoro che “calava inevitabilmente” in occidente, per tener buoni quelli che si lamentavano, si stava solo mettendo una pezza al fatto che si stava usando la Cina non come fabbrica, ma come pozzo di smaltimento per dollari in eccesso. Solo che cosi’ facendo si e’ preparato un disastro. E specialmente, lo si e’ giustificato dicendo “non possiamo continuare a crescere cosi’”, arrivando a dire che se il lavoro calava era perche’ il mondo “non puo’ crescere sempre esponenzialmente”, quando in Cina venivano creati 500 milioni di posti di lavoro.

Cosi’ tutte queste ideologie del fumo fritto sono state create per mettere una toppa, per sviare dall’evidenza: forse il mondo non puo’ crescere sempre, nessuno lo mette in dubbio, ma ADESSO sta crescendo, solo che noi siamo tagliati fuori. Ed e’ questo che l’ideologia del “non possiamo crescere sempre” vuole nascondere: allora chiediamo: e perche’ loro si’? Perche’ loro ADESSO crescono?

Tante ideologie, specialmente quelle che confondono le conseguenze del problema con la soluzione del problema (decrescita, risparmio, eccetera(4) ), sono nate a scopo consolatorio, mediante un meccanismo intellettuale che produce il grande sbaglio (”adattarsi alle conseguenze nefaste del problema e’ una soluzione al problema e non una conseguenza“) , iniziano a spacciarla come soluzione. Dire che se manca energia bisogna consumarne meno e’ come dire alle donne: beh, in caso di stupro prendilo dentro. Il che e’ ovvio, visto che non hai scelta. Se manca energia ne consumi di meno per forza.

Cosi’, se manca crescita, ci dicono, e’ meglio convertirsi alla decrescita. Il che e’ ovvio: non ho bisogno di un genio per capire che senza crescita siamo in decrescita. Ma non e’ neanche una scelta: la decrescita e’ semplicemente una conseguenza del problema della difficolta’ a crescere: non puo’ essere una soluzione perche’ e’ una semplice conseguenza del problema. Crescere meno= decrescere. Se uno dice “siamo in crisi” non puoi rispondere “allora decresciamo”: lo stai gia’ facendo, era gia’ implicito nel problema.

Cosi’ come si e’ risposto ai milioni di lavoratori che hanno perso il posto perche’ si e’ deciso di fare questo investimento folle sulla Cina: “non potevamo continuare col consumismo”. Strano, perche’ consumiamo ancora di piu’, visto che i cinesi producono per loro ED esportano anche. Stiamo continuando eccome!

Dunque?

Dunque e’ tutta una leggenda. Magari non si puo’ crescere per sempre (dipende da COME si cresce, imho) ma adesso si sta crescendo, e nessuno di questi genialoni della decrescita ci spiega come mai questo destino “inevitabile” stia toccando noi e non altri. Eccetera.

Ecco, la storia che mancano posti di lavoro perche’ “non si puo’ crescere sempre” era una palla. Qualcuno e’ cresciuto e ci ha fatto 500 milioni di nuovi posti di lavoro. Con capitali costruiti qui. E nessuno sa ancora fornire un bilancio positivo.

Il lavoro c’era. Lo abbiamo spostato. E sarebbe ora di chiederne conto. Senza farsi seghe sul destino cinico e baro della decrescita mondiale inevitabile (che tocca solo noi).

Uriel

Fonte: www.wolfstep.cc
Link: http://www.wolfstep.cc/481/il-mito-del-lavoro-che-non-esiste/
11.02.2009

(1) Sto facendo questa valutazione nell’ottica di usare la cina come fabbrica, e quindi di valutarne la produttivita’.

(2) Calcolo in questo modo perche’ ovviamente comprando le merci si paga la materia prima con cui sono fatte: di conseguenza, la vera quantita’ di beni che esce dal sistema-cina e’ data dal disavanzo commerciale.

(3) In economia non vince il piu’ forte ma il piu’ redditizio, semmai sarebbe “la legge del piu’ efficiente”.

(4) L’idea che il risparmio energetico sia una soluzione alla mancanza di energia e’ ridicola: e’ come dire che mangiare meno sia la soluzione alla mancanza di cibo: e’ solo un effetto del problema, non la soluzione. Adattarsi agli effetti di un problema non e’ una soluzione al problema. “Vado a piedi” e “riparo l’automobile” sono due cose diverse: una delle due frasi e’ una soluzione, l’altra indica gli effetti del problema.

Pubblicato da Davide

  • materialeresistente

    Uriel continua a fare post che sono un accrocchio di dati messi lì alla carlona e di spunti polemici che non hanno un filo logico.
    Intanto non è vero che se noi non cresciamo gli altri crescono. Basta leggersi i dati ultimi che riguardano i vari stati.
    La delocalizzazione è un processo interno alle dinamiche del capitale. Una volta, anche in presenza di economie “autarchiche”, si colonizzavano intere aree del pianeta per trovare risorse “umane” a basso costo e risorse naturali da sfruttare.
    da come scrive ho idea che la Cina l’ha vista solo in cartolina.
    Secondo lui i “cinesi” sono così “coglioni” da mettere aree industriali di subfornitura in mezzo al deserto, e gli altri sono così imbecilli da andare lì senza prima aver cercato di capire qual’è il vantaggio alla fine dell’operazione.
    Per non dire di un discorso in cui si lamenta della disoccupazione frutto delle delocalizzazioni (senza dire che le industrie che vanno via sono proprio quelle a basso valore aggiunto, dove il costo della manodopera è una variabile critica) e nello stesso tempo scrive che consumiamo di più.
    Ma dove vive?
    Certo che smanettare da casa e scrivere minchiate dà una profondità agli argomenti che crea solo polvere.
    Cosa ci vuole proporre una guerra ai cinesi?
    Prima di quella forse è meglio farla ai capitalisti. Non è che è in crissi proprio un modello economico che si porta con sé un modello ed una idea di società e di relazioni che continua da secoli? E allora la questione sono 500 milioni di lavoratori cinesi sfruttati da questo ingranaggio?
    Questo è come Tremonti, quel tipo di fascista che prima crea la finanza creativa (tipo cartolarizzazioni) e poi si lamenta dei derivati. Gente coerente e conseguente nelle azioni e nelle cose dette.

  • DCOME

    il problema di voi “resistenti” e’ stata in questi ultimi anni la credibilita’, siete spariti dal parlamento e continuate a comportarvi alla stessa maniera, vomitando insulti a destra (soprattutto) e a manca (pochi e delicatamente), e non proponendo nulla di costruttivo.
    Pensate probabilmente ancora alla rivoluzione distruttiva come mezzo per arrivare alla vittoria del proletariato e non vi accorgete che qua siamo tutti proletariato e che l’unica cosa di cui c’e’ bisogno e’ costruire.
    C’e’ qualche insulto a qualcuno nell’articolo di Uriel? Io ci vedo un tentativo di spiegare le dinamiche economiche, non serve insultare per dire che si sbaglia, tirare fuori il fascismo e insultare Tremonti cosi’ a caso per partito preso..l’unica cosa che serve e’ dire a Uriel, questo dato e’ errato e questo e’ giusto, quindi le cose funzionano cosi’..
    E’ cosi’ difficile?
    Certo e’ molto piu’ divertente urlare berlusconi vaffanculo, distruggere macchine e vetrine e poi andare con gli amici a bere la birra ridendo del casino fatto sapendo che nessuno vi chiedera’ conto, pero’ io penso proprio che il tempo delle ragazzate al liceo sia finito per quelli che pensano e sperano di dare un indirizzo alla societa’ in cui vivono, e finche’ prevarra’ l’insulto e questo comportamento la credibilita’ rimarra’ molto bassa.
    Avevate in mano l’oro, una credibilita’ altissima, su cui poter costruire tutto, data da princìpi inequivocabilmente condivisibili, e la state gettando alle ortiche.
    Ripeto, servono contributi costruttivi, leggiamo questo sito per capire, non per urlare insulti come allo stadio.
    Grazie
    Davide

  • alez

    interessante la tesi:
    globalizzazione=utilizzo dollari finti senza creare inflazione interna

    errata logicamente la tiritera:
    decrescita=conseguenza e non scelta

    lo ammette U stesso “(dipende da COME si cresce, imho)”
    contraddicendo onestamente l’assunto arbitrario alla base del
    ragionamento, e cioè che la crescita sia buona “tout court”.

    è invece la crescita negativa nella sua qualità di consumare risorse
    sempre più rare e produrre sempre più rifiuti.
    è negativa poiché il consumo riempie vite e cervelli di stronzate
    modellando cittadini passivi
    è negativa poiché crea cittadini indebitati e cioè schiavi:

    per chi (contrariamente a U) considera quindi la “crescita” un problema, la “decrescita” è proprio una soluzione

  • Kiddo

    Secondo me c’è un errore di fondo. Le fabbriche che sono andate a produrre in Cina, l’hanno fatto per la manodopera a basso costo, per la quasi inesistente tassazione, per l’assenza di sindacati ecc, ma le infrastrutture necessarie se le sono fatte fare dal governo cinese, non le hanno dovute finanziare loro e se lo hanno fatto è solo in minima parte.

    Se in Italia devo costruirmi una casa in una zona non urbanizzata, il comune mi da il permesso ma solo se IO mi occupo degli oneri di urbanizzazione, e cioè di una eventuale strada (completa di marciapiedi, illuminazione pubblica ecc), degli allacci fognari, elettrici idrici ecc. Almeno, questo succede dalle mie parti.

    Il governo cinese ha visto di buon occhio le fabbriche straniere che andavano ad investire e a creare lavoro per milioni di cinesi, volete che non abbia dato nulla in cambio?? Solo la struttura repressiva in caso di scioperi?

    Secondo me gli industriali che hanno delocalizzato non sono dei fessi, i conti non mi tornano.

  • idea3online

    L’articolo è semplice, la realtà è diversa, il problema di fondo è che la Cina non è stata conquistata dagli Occidentali, ha mantenuto la sua ideologia, anzi ha abbinato comunismo e liberismo, un mix nuovo mai applicato in altri stati, in poche parole in Cina l’Occidente ha fallito perchè non ha occupato il TERRITORIO CINESE, ma come dissi precedentemente i CINESI mentre “arrostivano i pesci guardavano la gatta……..ho meglio mentre producevano per gli Occidentali erano attenti ai veri fini coloniali degli stessi

  • kant

    forse a Uriel non è chiaro che i governi occidentali lavorano per il bene delle multinazionali e non dei popoli. Con le delocalizzazioni le multinazionali hanno fatto quattrini a palate. Con la creazione di enormi infrastrutture nel terzo mondo le multinazionali (banche e imprese) hanno fatto quattrini a palate, con in più l’effetto collaterale di indebitare per sempre i paesi del terzo mondo, ridotti alla schiavitù di produrre per pagare gli interessi (sempre alle nostre multinazionali). Se ancora non lo ha fatto consiglio a Uriel la lettura dei libri di John Perkins: confessioni di un sicario dell’economia e la storia segreta dell’impero americano.

  • Tao

    LA LEGGENDA DEL NEGRO CHE LAVORA GRATIS

    DI URIEL
    Wolfstep

    Vedo che e’ un luogo comune diffusissimo questa leggenda dello sviluppo delle “tigri d’oriente” come risultato di un sistema schiavista basato sullo sfruttamento. Sebbene sicuramente esistano realta’ simili, non e’ a queste che si deve la crescita di paesi come Cina ed India, ma a decisioni politiche ben strutturate a riguardo. Vorrei prima di tutto smentire la leggenda semplicemente usando i numeri, e poi andare a vedere che si e’ deciso di subire la loro crescita per motivi ideologici.

    Innanzitutto, come ho documentato nel post precedente , ci sono 1.400 miliardi di dollari /anno di investimenti in ricerca e sviluppo: di certo non stiamo parlando di gente che cuce palloni in una cantina buia. Ricerca e sviluppo significa che la differenza la fa il cervello migliore, che devi cercarlo, tenerlo stretto, metterlo nelle condizioni di produrre. Solo questa cifra, in contrasto con le miserie stanziate in occidente per la ricerca, basterebbe a smentire questa teoria del negro che lavora per una ciotola di riso e quindi conviene andare li’ per questo.

    La seconda ragione e’ semplice: quello che conviene investendo in Cina e’ il prezzo del prodotto finale. Che e’ inferiore anche del 70%. Adesso voi direte che questo e’ dovuto al costo del lavoro. Bene. Mettiamo insieme le due affermazioni e vediamo cosa succede.

    Il prezzo di un prodotto fatto in Cina puo’ essere inferiore anche del 70% rispetto a quello europeo.
    Questo e dovuto alla differenza tra le retribuzioni dei lavoratori.
    Risultato: in Europa il 70% del costo del prodotto va ai lavoratori. Non del plusvalore, come diceva Marx. Del costo del prodotto. Perche’ questa teoria stia in piedi si devono realizzare in occidente delle condizioni che nemmeno Marx aveva mai sognato: il poveretto aveva detto di dare al lavoratore il GUADAGNO (plusvalore), e non il fatturato dell’azienza (che e’ poi il prezzo totale dei manufatti).

    Per raddrizzare le cose, bisogna splittare quel 70% di differenza sui costi in diverse voci:

    Pressione fiscale. Le aziende straniere hanno goduto di un trattamento di favore, sino al 2008, dell’ 11% di tassazione sul reddito, contro il 33% medio cinese. (adesso sono stati parificati, dal 2009)
    Pressione fiscale: le aziende straniere hanno goduto, sino a meta’ del 2008, di un rimborso dell’ IVA che andava dal 13% al 18% (e che oggi e’ sceso al 4%)
    Rivalutazione dello Yuan: solo nel 2008 si e’ rivalutato del 21% sul dollaro, togliendo un altro 21% di margine.
    Solo questi tre fattori, che fanno il 22% + il 15%(1) +21% fanno un 58% di differenza sui prezzi. Capite bene che adesso , per discutere di paghe piu’ basse, se vogliamo arrivare al 70% di risparmio (che non c’e’ su tutti i prodotti) abbiamo un 22% di gioco.(2)

    Puo’ sembrare allora che questo 22% sia chissa’ cosa (beh, sputaci sopra) ma bisogna capire che la merce viene prodotta a 8000 km di distanza da noi, per cui occorre un overhead organizzativo di trasporti , quindi logistica, quindi organizzazione.

    Non ne resta mica tanto, da giocare sulla pelle dei lavoratori. Ed infatti, la stragrande maggioranza del risparmio veniva da questi fiscali e monetarie.

    E qui e’ il problema. E’ un problema perche’ nel mondo, da sempre, la concorrenza fiscale e’ stata considerata un atto sleale e meritevole di ritorsioni: o meglio, si pensava che fosse naturale (non si vede neanche in termini di conflitto) che una nazione a pressione fiscale piu’ alta si proteggesse con una tassazione favorevole dalle nazioni piu’ aggressive sul piano fiscale.

    Dico che sia naturale e non necessariamente un atto ostile perche’ il divieto di concorrenza fiscale e’ nei trattati di amizia e cooperazione: nell’ Unione Europea sia il pacchetto Monti sia l’ OCSE hanno stigmatizzato la concorrenza fiscale, vietandola e sanzionandola (3). Colpire la concorrenza fiscale non e’ quindi attivita’ ostile o segno di attrito, ma frutto e mezzo di cooperazione: un atto comprensibile e normale.

    Di conseguenza, non sarebbe stato nulla di strano se la UE avesse risposto alla concorrenza fiscale cinese compensandola con dazi fino al 37%, somma del -22% di imposte dirette e del -15% di rimborso IVA praticato dai cinesi agli investitori stranieri che investivano li’.

    Oppure, praticando le stesse condizioni ad aziende orientali che investissero in UE o in USA.

    Questo non si e’ fatto, e non e’ che non si sia fatto perche’ impossibile o impensabile: recuperare la concorrenza fiscale e’ un atto storicamente normalissimo e norma interna UE. Si e’ fatto per scelta politica: si poteva decidere cosi’ o diversamente, fino a quel momento si era fatto diversamente, verso qualsiasi altro paese che pratichi concorrenza fiscale l’ OCSE pretende ritorsioni alla frontiera, verso la Cina si e’ deciso di fare diversamente.

    E’ stata una decisione, non e’ stato il vento e non era obbligatorio.

    Il secondo punto e’ quello della concorrenza monetaria. E’ vero che la svalutazione della moneta e’ un diritto di ogni banca centrale: tenere la moneta a quei livelli con il PIL che cresce del 13% annuo e’ pero’ un atto meno comprensibile. E’ come se Trichet decidesse di svalutare del 80% l’ EURO: certo che sarebbe suo diritto, e probabilmente l’europa avrebbe un gigantesco sussulto di produzione: se a questo si aggiungessero tassi come quelli cinesi e l’inflazione cinese, beh, con ogni probabilita’ ci dichiarerebbero guerra o ci si ritorcerebbero contro con misure di frontiera.

    La svalutazione e’ uno strumento che si usa, ma bisogna usarlo dove ci sono i margini: e la Cina NON aveva i margini per tenere la propria moneta il 21% piu’ bassa del dollaro con l’ Euro (unica moneta mondiale da contrappeso nel forex) in crescita e lo Yen sotto i tacchi con tassi a zero.

    In questi casi le nazioni reagiscono tassando i flussi finanziari e monetari adeguatamente, in modo da bilanciare i vantaggi della moneta svalutata: non possono cancellarli del tutto , qundi svalutare da’ ancora vantaggi, ma possono attenuarne gli effetti.

    Nessuno ha preso questo provvedimento: presi da questa ideologia, si e’ lasciato che i cinesi facessero, oltre che concorrenza fiscale, anche concorrenza valutaria, raccontando in patria che i prodotti costassero meno perche’ la manodopera costava di meno. Ma non e’ vero: il costo di mantenimento della manodopera semischiava, rispetto alla produttivita’ che si ottiene con macchine+ operatori scolarizzati, e’ minimo.

    Se una caverna di schiavi fosse in grado di competere con un’industria automatizzata, del resto, la rivoluzione industriale non sarebbe mai nata, perche’ le baracche di schiavi del 1700 avrebbero schiacciato le nuove tecniche industriali. Se l’industria ha distrutto l’artigianato del 1700 e’ perche’ era piu’ conveniente il telaio a vapore che il bambino schiavo delle campagne , ragione per cui evidentemente non c’e’ la possibilita’ di sconfiggere l’industria giocando solo sul costo del lavoro e sulle sue condizioni.

    In definitiva, quindi, la situazione cinese e’dovuta, piu’ che altro, alla decisione di permettere ai cinesi di fare concorrenza fiscale al mondo intero senza intraprendere nessuna delle misure che di solito si attuano in questi casi, e di tollerare una quantita’ monetaria del tutto ingiustificabile se non con la volonta’ di distruggere le altre economie industriali.

    Si e’ trattato di scelte, di scelte fatte coscientemente, delle quali nessuno e’ stato ancora chiamato a rispondere perche’ non e’ mai stato chiarito abbastanza, e magari coi numeri, di che cosa si stia parlando. La storia del negro che lavora a due lire nella baracca cinese e’ falsa. Ma ci e’ stata raccontata cosi’: per nascondere il fatto che si sia DECISO di operare in un certo modo.

    Uriel
    Fonte: http://www.wolfstep.cc/
    Link: http://www.wolfstep.cc/485/la-leggenda-del-negro-che-lavora-gratis/
    13.02.009

    (1)calcolo una media fra 13 e 17

    (2) per gli amanti delle fonti: Il Sole 24 Ore – Luca Vinciguerra 30.10.2008 , Sergio Miele, UniCredit-Shanghai Representative Office ( http://uninews.unicredito.it/it/articoli/page.php?id=10047 )

    (3) per gli amanti delle fonti: “Integrazione economica e convergenza dei sistemi fiscali nei paesi U.E.”, AA. VV., Giuffrè Milano, 2000.

  • Marceddu

    Grande articolo, analisi fantastica e visionaria.
    Anche se non correttissima inb toto è avvincente come un romanzo di P.K. Dick, una bella mazzata al qualunquismo che si sente in giro.
    Grande che ha postato l’articolo.