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IL MITO DE L'ESERCITO PIU' MORALE DEL MONDO

DI SILVIA CATTORI
MichelCollon.info

In Israele le persone sono generalmente molto fiere del loro esercito. Le autorità israeliane si sono sempre premurate a presentarlo come puro, nobile, unico e ripetere che è “l’esercito più morale del mondo“.

Tsahal (Forza di difesa israeliana) non è un esercito di difesa, come indica il suo nome, ma un esercito offensivo, xenofobo, responsabile della più vasta epurazione etnica e della più lunga occupazione militare del mondo moderno.

Creato nel maggio 1948, con la partecipazione delle organizzazioni terroristiche Haganah, Lehi, Irgoun, il Tsahal è un esercito offensivo al servizio dell’ideologia razzista del Grande Israele. Le sue prime imprese militari e di brutalizzazione sono state quelle di pianificare ed eseguire i massacri così come la distruzione di città e villaggi che dovevano spingere i palestinesi all’esodo e sfociare nella loro deportazione per edificare negli stessi luoghi uno Stato riservato “esclusivamente agli ebrei”. Questa pulizia etnica, che ha svuotato la Palestina dei tre quarti della sua popolazione autoctona e l’ha cancellata dalla carta è cinicamente qualificata come guerra di indipendenza dagli israeliani. Una guerra coloniale ed una epurazione etnica che non hanno mai avuto fine. È questo terrore organizzato, istituzionalizzato da centinaia di leggi razziste e da misure di apartheid dette di “separazione“, che regolamentano la quotidianità dei palestinesi in modo da mantenerli sotto il dominio e sotto il controllo totale dell’esercito israeliano, che ha permesso ad Israele di imporre la sua “supremazia ebraica“.

L’esercito israeliano ha il diritto di fare tutto. Servirsi di un arsenale militare, concepito per affrontare dei moderni eserciti esperti, contro dei civili completamente disarmati, donne e bambini compresi. “Israele ha il diritto di difendersi” è l’argomento ricorrente delle autorità israeliane quando le proteste dell’opinione la chiamano in causa. Il problema è che questo “diritto di difendersi” che Israele rivendica, è a senso unico, esclusivo, come tutto ciò che concerne il suo progetto di espansione coloniale. Negli anni 80, i soldati di Tsahal miravano alle gambe dei bambini, negli anni 90 alle braccia, dal 2000 al torace e alla testa. “Israele ha il diritto di difendersi” replicano vilmente i “grandi” di questo mondo quando la vista di questi massacri odiosi indignano i cittadini. In altre parole, l’esercito israeliano ha il diritto di massacrare delle popolazioni del tutto impunemente. Ora, anche i bambini riescono a capire che, quando Israele invia dei battaglioni di soldati e di carri a sparare con dei cannoni sulle popolazioni poste in situazione di inferiorità e nell’incapacità di rispondere, non è per “difendersi”, evidentemente, ma per avvilire, umiliare, sterminare, e far capire agli arabi che si ostinano a restare, malgrado la durezza, sul poco di terra che resta loro, che Israele è il padrone.

Nel 2006, i soldati israeliani hanno tolto la vita a 742 palestinesi (di cui 145 bambini), ne hanno feriti 3735 e rapito 5671 di cui 360 bambini, 210 palestinesi sono stati uccisi in esecuzioni mirate. Durante lo stesso periodo, i palestinesi hanno tolto la vita a 23 Israeliani e rapito un soldato. [1]

La politica di “difesa” dello Stato di Israele non è altro che “terrorismo di Stato“. Con i suoi squadroni della morte (Forze speciali) che irrompono all’improvviso nella vita precaria degli abitanti dei villaggi palestinesi e non lasciano che cadaveri e dolore dietro di essi, con i suoi agenti segreti che fomentano attentati terroristici che poi attribuiscono agli arabi, con più di 600.000 soldati e riservisti che, una volta nelle zone occupate, non conoscono che il linguaggio dell’omicidio e dell’umiliazione, (israeliani o doppia nazionalità di origine russa, polacca, moldava, americana, francese, ecc.). Tsahal non è dunque questa entità aureolata di virtù come è presentata dai giornalisti asserviti ad Israele. Ma un esercito selettivo, barbaro.

Per queste popolazioni arabe occupate da forze straniere è una cosa umiliante vedere questi marmittoni venuti da fuori puntare le loro armi ed il loro odio verso di loro e sentirsi dire che la Palestina appartiene ad essi, che “questa terra, è Dio che gliel’ha data“. Vi è un razzismo latente in Israele che si esprime del resto apertamente, un rifiuto maggioritario di considerare i vicini arabi come degli esseri degni di essere trattati umanamente, da eguali.

L’idea di sacrificarsi per lo Stato di Israele è molto radicata nello spirito di questi israeliani “cresciuti nella culla del sionismo“. Non c’è una famiglia israeliana che non tragga beneficio, direttamente o indirettamente, dall’occupazione militare. Sin dall’età di 18 anni, le ragazze e i ragazzi hanno l’obbligo di compiere tre anni di servizio militare (2 anni per le donne), poi un mese per anno sino ai 50 anni.

Il nostro esercito è puro. Non uccide i bambini. Abbiamo una coscienza e dei valori e a causa della nostra morale ci sono poche vittime” dicono i generali israeliani nel film Tsahal di Claude Lanzmann. Così, come lo si può constatare, coloro che in Israele hanno le mani sporche di sangue sono sempre mostrati come degli agnelli e l’opinione internazionale è mantenuta nell’ignoranza da questi cineasti, giornalisti e scrittori che, mascherando la realtà, si rendono complici dei loro crimini di guerra.

Di quali “valori morali” ci si può avvalere quando si inviano dei soldati travestiti da arabi ad effettuare le esecuzioni, senza nessuna forma di processo, dei palestinesi che non sono né armati né in posizione di combattimento e missioni di caccia per bombardare case abitate da donne e bambini? Quanto accade realmente contraddice sfortunatamente questi generali a cui Claude Lanzmann ha dato la parola.

Israele viola tutte le leggi internazionali. Ha legalizzato la tortura, la presa in ostaggio delle famiglie di cui un membro è ricercato, le punizioni collettive, gli arresti e le esecuzioni extra-giudiziarie, le requisizioni di terre, il controllo dell’80% delle risorse d’acqua, l’assedio di città e di villaggi che impediscono lo spostamento e imprigionano milioni di palestinesi. Questa lista non è esaustiva.

La quotidianità dei palestinesi è sempre stata sconvolta dagli omicidi, le devastazioni, i rapimenti perpetrati da questi battaglioni di soldati che fanno irruzione a qualsiasi ora del giorno e della notte, invadono le loro abitazioni in modo violento, pesante, distruggono tutto, terrorizzano, umiliano i genitori in presenza dei loro figli, rapiscono gli uomini; assassinii, devastazioni e rapimenti che non hanno smesso di moltiplicarsi e raddoppiare in crudeltà dal 2000. Fu durante questo periodo, molto traumatizzante per i palestinesi che si è sentito parlare degli israeliani chiamati “refizniks“, che rifiutavano di servire in Palestina. Cosa che fece nascere la speranza che la pace potesse trovare una opportunità in questo rifiuto.

Nel luglio 2006, l’esercito israeliano invadeva il Libano. È in questo momento che abbiamo incontrato dei vecchi soldati conosciuti per aver firmato il manifesto “Coraggio di rifiutare“. In 4 anni, soltanto 600 israeliani lo hanno firmato. Allorché il loro paese era impegnato in una nuova guerra disumana, squilibrata, illegale, che portava alla morte centinaia di libanesi, era sorprendente che questi refuzniks il cui rifiuto di servire aveva fatto sognare folle di persone fossero favorevoli a questa guerra orribile cominciata da Israele. Ne sono testimoni le parole di Elad, 32 anni, fisico, vicino agli “Anarchici contro il muro” [2] che abbiamo raccolto mentre era in attesa di partire, con una borsa europea in tasca, al Centro universitario europeo in Ungheria.

– Fate sempre parte del movimento “refuzniks”?

– Ho firmato l’appello “Coraggio di rifiutare”, ma non ne faccio più parte. I loro membri sono sionisti.

– Si può essere refuznik e sionisti?

– Naturalmente! Cosa vuol dire il termine sionista per voi? Potete essere sionisti ed essere contro l’occupazione. Il sionismo presenta differenti significati. Per i palestinesi, vuol dire che brutalizzate le loro terre. Dunque per essi, ogni israeliano che sostiene l’occupazione è sionista, una cattiva persona. Ma, in Israele, il sionismo significa qualche cosa di positivo. Questo termine ha un significato positivo. Aiutare una vecchia signora ad attraversare la strada, ad esempio, è qualificato come un gesto sionista. Nell’opinione comune, parlando in generale, il sionismo significa che Israele deve essere uno Stato ebraico. Molte persone appartenenti al movimento “Coraggio di rifiutare” si definiscono sionisti. Non sono sionista. Non credo che il concetto di Stato ebraico sia un concetto giusto: credo che implichi il razzismo ad un livello molto profondo.

– Cosa provate, in questo momento in cui il vostro paese è di nuovo impegnato in una guerra in Libano e in cui i vostri fratelli radono al suolo città e villaggi?

– Credo che il Libano deve decidere se è uno Stato oppure no. Vi sono due eserciti in Libano. Un esercito che è democratico, che è la parte minore e meno efficace dei due, e che non esercita la sua sovranità. E l’esercito di Hezbollah che è, secondo tutti i criteri, un buon esercito, ma che non risponde al popolo libanese; che agisce nel nome di Nasrallah e risponde alla Siria e all’Iran. È un esercito da guerra. Hezbollah vuole la guerra; la guerra è un buon affare per Hezbollah. Non credo che spettasse al popolo libanese pagarne il prezzo. D’altra parte, ho letto che Israele ha ucciso centinaia di persone in pochi giorni. È orribile e moralmente non vi sono scuse per questo. E strategicamente questo non serve ad alcun obiettivo. Hanno solo distrutto il Libano. Credo che sia quello che Hezbollah voleva e che sia una buona cosa per lui.

A questo punto, siamo stati sconcertati nell’ascoltarlo fare propria la propaganda più schematica. Quest’uomo, che abbiano di fronte e che abbiamo desiderato incontrare pensando che il suo modo di vedere si scontrasse con quello dello Stato Maggiore israeliano e dei suoi compatrioti in generale, non si distingueva dalle loro opinioni.

– A Bil’in sostenete i palestinesi che l’esercito israeliano combatte, e in Libano, sostenete l’esercito israeliano? Non è contraddittorio?

– Sì, è così. In effetti, se considero le cose profondamente, quando mi oppongo a quanto fa l’esercito, lo faccio nella speranza di avere una vita migliore, non lo faccio per i palestinesi, ma per me stesso.

– Avete ucciso dei libanesi quando eravate in Libano negli anni 90?

– Avevo 18 anni quando sono entrato nell’esercito. Dopo un anno di addestramento in Israele, tra il 1995 e il 1996 sono andato nel Libano meridionale e sono tornato all’età di 21 anni. Ho ricevuto più colpi di quanti ne abbia dati. Degli amici sono stati uccisi. Era come in guerra.

– Avete combattuto a Cana nel 1996. Non avete voglia di parlarne?

– Sì, mi trovavo a Cana durante l’operazione chiamata “Grappoli di rabbia“. Quel che hanno fatto allora era molto violento ma meno violento di quanto fanno oggi. L’obiettivo di questa operazione era lo stesso di quello perseguito dall’esercito israeliano oggi: farla finita con Hezbollah e fare pressione sul governo libanese per far tacere le armi di Hezbollah.

– Il vostro battaglione ha sparato ben sapendo che vi erano dei civili inermi?

– Hanno sparato sul mortaio. La bomba non è stata sparata allo scopo di uccidere la gente. Dopo una settimana di combattimenti, Hezbollah ha installato i suoi mortai presso i campo dei rifugiati per tirare contro delle postazioni israeliane pensando che l’esercito israeliano non avrebbe sparato contro di loro. Le forze israeliane sono state colpite da Hezbollah ed hanno richiesto di poter sparare contro questa postazione. È allora che una delle bombe è caduta sul campo profughi posto sotto la protezione delle Nazioni Unite.

– Come potete sostenere che “hanno sparato sul mortaio” quando vi sono stati almeno 130 rifugiati palestinesi uccisi e centinaia di feriti. Un bagno di sangue enorme! Erano delle donne e dei bambini e non dei combattenti di Hezbollah.

– L’obiettivo era il mortaio.

– Come si può sparare per far tacere un mortaio quando si sa che si possono uccidere delle donne e dei bambini?

– Il bersaglio era il mortaio.

Nessuna emozione, nessuna inflessione nella voce. Nessuna dichiarazione, pensiamo. Risposte brevi, fumose, imparate a memoria. Si tratta, riflettiamo, per tutti questi soldati che sono stati inviati al fronte a massacrare dei civili, di non ammettere mai un omicidio, non considerare mai che ogni operazione militare sul terreno è una responsabilità collettiva, non incriminare mai i propri compagni?

– Non sembrate condannare questa azione.

– Non biasimo il soldato che ha sparato contro il mortaio. Ha ricevuto una lista di numeri, li ha posti nel computer ed ha sparato. Biasimo il governo israeliano che non doveva entrare in Libano, né lanciare questa operazione e non doveva servirsi di popolazioni civili per ottenere degli scopi politici.

– E’ in quel momento che avete abbandonato l’esercito?

– Non mi restavano che quattro mesi prima del termine quando ho detto che non volevo più continuare.

– Ed oggi siete d’accordo con il vostro governo che massacra delle donne e dei bambini.

– A quel tempo, Hezbollah si batteva contro l’occupazione delle nostre truppe. Oggi è diverso, è Hezbollah che non è legittimo.

– Mentre stiamo parlando, l’esercito israeliano occupa e bombarda questi stessi luoghi in cui avete combattuto. Cosa provate?

– Sì, conosco molto bene i luoghi in cui si trovano in questo momento. Ero là nel villaggio di Marjaron dove si è svolta una grande battaglia ieri. E a Benjel dove stanno per scontrarsi.

– Avete firmato ieri il manifesto “Coraggio di rifiutare” e sembrate essere totalmente d’accordo oggi con l’aggressione del Libano da parte dell’esercito israeliano.

– Non vorrei essere inviato in Libano. Detto ciò, la guerra non sarebbe cominciata se Hezbollah non avesse rapito dei soldati. Credo che Hezbollah volesse la guerra. Il loro scopo è di uccidere dei civili. Israele non avrebbe cominciato se Hezbollah non avesse rapito…

– Le informazioni in nostro possesso indicano che i soldati israeliani rapiti dalle forze di Hezbollah si trovavano all’interno del Libano?

– Non è quel che so. Quel che è certo è che sono stati rapiti in Israele.

– Israele ha invaso il Libano, raso al suolo dei villaggi per tre soldati rapiti. Questo non indica che Israele aveva un piano, che voleva fare la guerra e che ha preso al volo l’occasione?

– È ovvio che Israele abbia dei piani già approntati. È quel che fa normalmente un esercito. Innegabilmente, quanto sta accadendo va al di là del rapimento dei due soldati. La decisione di andare in Libano è stata basata sul fatto che, se Hezbollah avesse offerto un pretesto, Israele avrebbe afferrato questa occasione come elemento scatenante per cambiare le regole del gioco in Libano. La durezza della reazione di Israele è dovuta a diverse ragioni. Una è che Israele ha capito che, se interviene in Libano, la sua azione deve essere molto dura, molto efficace. Chi è l’autorità? Hezbollah o il governo libanese? Con il suo intervento, Israele ha voluto dire al Libano che non tollera una situazione in cui il Libano non è uno Stato sovrano. Vi sono due eserciti nel Libano ed uno dei due fa quello che più gli aggrada quando non vi è occupazione israeliana in Libano.

– Sono stata recentemente in Libano. Israele violava lo spazio aereo giorno e notte, le fattorie di Sebha sono considerate dai libanesi come occupate?

– Sebha sono alcune centinaia di chilometri quadrati. Hezbollah se ne serve come pretesto per continuare a combattere. La guerra è un buon affare per Hezbollah.

– Ma non credete che il ramo di Hezbollah che difende il Libano contro l’aggressione israeliana conduca una lotta di resistenza? Non c’è un intero popolo che resiste contro il suo invasore?

– Quale resistenza?

– Il popolo libanese è unanime, sembra, a sostenere le forze che conducono una lotta di resistenza?

– Resistenza contro cosa?

– I libanesi che si fanno massacrare non hanno il diritto di difendersi? Sostenete il movimento degli “Anarchici contro il muro” che manifestano ogni venerdì a Bil’in contro il vostro esercito. Hezbollah in Libano resiste come i palestinesi a Bil’in. Non è la stessa lotta?

-Sostenere Bil’in è quanto bisogna fare. Quel che accade in Libano e nei “territori” non hanno nulla in comune.

Nessuna parola designa le cose con il loro nome. Palestina, Palestinesi. Si rimane nel vago. Niente «noi», nessun riconoscimento delle responsabilità.
v

Le risposte di Elad fanno sorgere altri interrogativi. I refuznik sono stati un fattore di equilibrio in un momento in cui le atrocità di Tsahal rischiavano per eccesso di mettere contro l’opinione pubblica? Sono stati un effetto di marketing, di moda? Presentati come una “luce di speranza e di coraggio” da coloro che, nel campo della pace diffondono delle illusioni, non hanno rubato il posto dei resistenti che Israele tratta da “terroristi” e che i suoi F15 sterminano con dei missili in violazione di ogni legge internazionale? Un militante per la giustizia in Palestina ci dà a questo proposito la sua risposta.

“I refuznik sono rimasti un movimento molto marginale in Israele. È stato loro accordato un posto senza alcun rapporto con la loro realtà. Composto di diversi gruppi che, grosso modo, sono d’accordo sul rifiuto di prestare servizio, ed il loro tempo di riserva, nei “territori palestinesi occupati”. Le loro motivazioni sono morali e politiche. La prima frase del manifesto fondativi del movimento “Coraggio di rifiutare” dice: “Noi, officiali e soldati combattenti di riserva di Tsahal, cresciuti nella culla del sionismo e del sacrificio per lo Stato d’Israele…” Non è dunque incredibile che dei refuznik abbiano approvato la guerra contro il Libano. Perché, là, essi difendono e rafforzano lo Stato di Israele!” È la loro posizione esclusiva sui “territori del 67” che spiega perché i refuznik hanno beneficiato di una grande promozione da parte dei movimenti di solidarietà in Europa; quest’ultimi se ne sono serviti per difendere la loro linea politica e quella del campo della pace in generale che si limita a dire che “il problema è l’occupazione dal 1967“, che basta ritirarsi dietro la linea verde”.

Occuparsi di quanto accaduto prima del 1967, comporta rendere perenne l’esistenza di Israele come Stato esclusivamente ebraico all’80% del suolo storico della Palestina, dunque ad eludere la questione del diritto al ritorno dei rifugiati. In una situazione in cui tutto è illegale, la tentazione dell’ambiguità e della negazione dell’epurazione etnica è una scappatoia umanamente comprensibile. Tuttavia, ogni israeliano non può mai perdere di vista che opprime il sangue dei palestinesi, che Israele non può imporsi come “Stato ebraico esclusivo“, che con la forza e la brutalità e che vivendo su questa terra rubata, che costringe Israele a intraprendere delle guerre senza fine per conservarla, non si può che prolungare le sofferenze dei palestinesi. La risoluzione 194 dell’ONU riconosce ai rifugiati palestinesi il diritto al ritorno sulle loro terre, anche se di fatto Israele non l’ha mai riconosciuto.

Ora, i rifugiati palestinesi che Israele ha escluso, ghettizzato, non aspettano che una cosa: che si restituisca loro quanto gli è stato preso. Per essi, ogni israeliano, vivendo in questo Stato che è stato costruito sulla sua terra, è un colono che viola i principi di giustizia ed i diritti umani. Non c’è che una cosa da fare: lasciare che i palestinesi ed i siriani espulsi fuori dall’altura del Golan ritornino là da dove essi sono stati espulsi, subito. Ed infine, smettere di accusare di “antisemitismo” coloro che chiedono ad Israele di riconoscere i propri torti.

Trasformare Israele in uno Stato che riconoscesse ai rifugiati palestinesi il loro diritto a ritornare a casa e che accettasse di trattarli su di un piede di uguaglianza, in un solo Stato, indipendentemente dalla loro religione, non significherebbe affatto “l’annientamento di Israele” né gettare “gli ebrei in mare” come abbiamo sentito dire a volte, ma la fine di una forma di Stato praticante la discriminazione religiosa ed etnica.

Il campo della pace [3] ed il campo della guerra non sono poi così distanti. “Il problema in Israele è che tra Peace now (La Pace ora) e Avigdor Lieberman, non c’è, contrariamente a quanto si sostiene, una così grande differenza ideologica. È una questione di tattica per sapere come assicurare al meglio uno Stato ebraico con una forte maggioranza demografica, se non esclusiva” dice sconsolatamente lo storico israeliano Ilan Pappe [4].

Rifiutarsi di servire nei “territori palestinesi occupati”, questo termine “territori” è tanto ambiguo quanto inaccettabile, con l’attribuirsi il diritto di restare su questa terra rubata, che costringerà Israele a fare la guerra agli arabi per secoli, non è una posizione umanamente e moralmente accettabile.

Essere autorizzati ad andare a stabilirsi a Tel Aviv, a Gerusalemme o ad Haïfa, ed essere di fatto eleggibile alla nazionalità israeliana, perché si è di confessione ebraica, eleggere dimora in case i cui proprietari, che sono stati brutalmente depredati, non hanno il diritto di ritornare e devono stare a marcire in ghetti miserabili in Cisgiordania, Siria, Libano, a Gaza, è normale? Non di certo. Però nulla è normale in Israele.

Note:

[1] http://www.ism-suisse.org/news/article.php?id=6027&type=communique&lesujet=Rapports, Da settembre 2000 a fine 2006, 5150 Palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane ed i coloni, di cui 1151 bambini. Il numero di attacchi israeliani dopo il vertice di Charm-El-Sheikh nel febbraio 2005 ammonta a 70.079.

[2] “Anarchici contro il muro” è un movimento israeliano, di cui l’ammirevole Yonathan Pollack, 25 anni, è l’iniziatore, conta alcune decine di giovani militanti. Ogni venerdì partecipano, insieme all’International Solidarity Movement (ISM) palestinese e a internazionalisti di passaggio, alla manifestazione contro la costruzione del muro, soprattutto a Bil’in. Sono molto stimati dagli abitanti dei villaggi palestinesi che li conoscono e li portano con sé durante le azioni di resistenza non violenta dirette e, come essi, si fanno maltrattare dai soldati israeliani. Come il piccolo gruppo di militanti di Tayoush.

[3] Comprende soprattutto: Gush Shalom (fondato nel 1993 da Ury Avnery), Donne in Nero, Bat Shalom, (Comitato contro la demolizione delle case), Physicians for Human Rights. Questo campo di pace non conta che alcune centinaia di membri attivi ma dispone all’esterno di un vasto sostegno politico e finanziario, da parte di organizzazioni ebraiche ed associazioni filo-palestinesi. In Francia, ha il sostegno, soprattutto, dell’Associazione francese Palestina Solidarietà (AFPS) e dell’Unione Ebraica Francese per la Pace (UJFP), da cui si ispira per la linea politica: due Stati (“Ognuno a casa sua”), riconoscimento che il ritorno dei rifugiati è un diritto, ma che tuttavia “non può più essere applicato”.

[4] http://electronicintifada.net/v2/article6206.shtml

Silvia Cattori
Fonte: http://www.michelcollon.info
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gennaio 2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di MASSIMO CARDELLINI

Pubblicato da Truman