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IL MANIFESTO DI UNABOMBER

DI MARIO GROSSI
mirorenzaglia.org

All’epoca avevo derubricato il fatto come un’azione dell’efficiente Fbi americana che era riuscita a mettere le mani su un pericoloso serial killer, nella migliore tradizione criminale dell’osceno paese dell’eccesso. Il 3 aprile 1996 fu arrestato Theodore John Kaczynski [nella foto sotto] in una sperduta capanna del Montana. Il pericolo pubblico numero uno dell’epoca metteva fine alla sua attività che dal 1978 aveva provocato, in una sequela di tredici attentati dinamitardi, tre morti e ventitré feriti gravi.

Sto parlando di Unabomber quello che fu definito il pazzo ecoterrorista che aveva terrorizzato l’America per diciotto anni. Non dell’Unabomber nostrano che non si sa nemmeno se esiste e che tanto ha nuociuto a quel povero ingegnere sfigato, prima invischiato, con una serie di presunte prove, manomesse e manipolate e poi scagionato, nella migliore tradizione italica. Sputtanato e rovinato per il resto della sua vita. Sto parlando dell’Unabomber originale. Un uomo solo, in guerra contro tutto e tutti, che odiava profondamente la deriva tecnologica del suo paese.Un efferato criminale, così semplicisticamente si disse allora, che nel corso della sua attività criminale aveva organizzato delitti perfetti. Mai un errore, mai una leggerezza, mai una traccia che potesse svelare la sua identità. Mai un messaggio, una parola per spiegare le sue criminose attività. Unabomber rivolse le sue attenzioni, in maniera particolare, al mondo accademico, alle compagnie aeree ed all’informatica. Il suo nome fu coniato dall’Fbi ed univa UN che sta per university, A che sta per airline e BOMB che va da sé. Al momento dell’arresto, come spesso succede, la realtà superò abbondantemente anche le più fantasiose ipotesi circa il personaggio.

Theodore John Kaczynski in arte Unabomber era nato nel 1942 a Chicago. E fin qui niente di speciale. Ma il suo successivo curriculum fece capire che non ci si trovava di fronte ad una persona comune. A sei anni un test d’intelligenza disse che il giovanetto poteva essere considerato un genio. A sedici, dopo essersi diplomato, era già iscritto a Harward. A venti otteneva la laurea. A venticinque il dottorato in Matematica alla University of Michigan. La sua tesi fu premiata con un riconoscimento nazionale. In quello stesso anno, era il 1967, otteneva un prestigioso posto alla University of California a Berkeley, nel Dipartimento di Scienze Matematiche, che all’epoca era considerato come uno dei migliori di tutti gli Stai Uniti. Dopo due anni, senza nessun preavviso, e in modo del tutto inaspettato, con una lettera di tre righe che annunciava perentoriamente le sue dimissioni, Kaczynski si dilegua.

Si saprà poi che si era comprato un appezzamento di terra nel Montana dove visse tutti gli anni della sua vita fino all’arresto, solo, mantenendo fede alla sua repulsione per le nuove tecnologie, in una baracca senza luce, senza acqua potabile, senza riscaldamento. In condizioni che una persona normale riterrebbe disumane. In quell’isolato silenzio iniziò indisturbato la sua folle opera di attentatore.

Che cosa lo fece arrestare è presto detto. Con ogni probabilità lui stesso che, forse stanco di questa insostenibile situazione e per cercare di comunicare con l’esterno, costruì la sola traccia lasciata in tutti quegli anni. Nel 1995, dopo aver scritto una serie di lettere e di criptici messaggi, fece recapitare al New York Times e al Washington Post un saggio, chiedendone la pubblicazione in cambio della sospensione di tutte le sue attività dinamitarde. Quel saggio pubblicato su consiglio della Fbi, che sperava di ottenere una pista da battere per raggiungerlo, fu riconosciuto nello stile da suo fratello che diede le prime fondamentali informazioni agli investigatori che di lì a poco arrestarono Unabomber.

Quel saggio fu oggetto all’epoca di ampi dibattiti e interpretazioni, macchiate da un pregiudizio comune che lo bollavano come il frutto, stilisticamente noioso, di una mente paranoica esaltata dall’odio che nella solitudine estrema aveva preso il sopravvento sulla parte raziocinante dello scienziato. Fu merito di Stampa Alternativa la sua pubblicazione in italiano nel 1999 sotto il titolo di Manifesto di Unabomber. Allora lo lessi in modo superficiale, oggi l’ho riletto con maggiore attenzione.

La sua lettura non è agevole. Può risultare noioso nella sua estrema puntigliosità. Lo stile è tipicamente da saggio scientifico. Analitico, privo di accenti e tinte forti. Algido, freddo (induce talvolta al brivido vertiginoso), consequenziale, in tralice segnato da una lucida follia che lo farebbe sconsigliare come testo pedagogico per giovani menti. Ma le considerazioni ivi contenute, se calibrate dalla consapevolezza che si ha tra le mani un testo pericoloso e da maneggiare con cura (non certo un manuale per aspiranti cavernicoli bombaroli) possono diventare spunti per riflessione carichi di molteplici implicazioni. Qualcuno ha sottolineato che, forse in maniera malata, questo manifesto può inserirsi in un filone letterario che negli Stati Uniti è sempre stato presente. Si sono scomodati i classici Thoreau e il Walden, l’opera poetica di Whitman fino ad arrivare a Krakauer e al suo Into the wild dei giorni nostri. A me sembra invece che ci sia un’incomprensione di fondo nell’accostare questo manifesto a questi riferimenti. Unabomber è stato classificato tra gli odiatori della tecnologia, definito un neoluddista, un adoratore del mito del buon selvaggio, impropriamente.

Tutto il manifesto ruota in realtà intorno ad un’unica idea forte di riferimento che lo apre (forse da qui l’incomprensione) e che cioè “la rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state disastrose per la razza umana”. Ma la tecnologia e lo sviluppo estremo della società delle macchine non è il bersaglio in sé della critica di Unabomber. Non rifiuta la tecnologia ma quello che una certa società tecnologica ci toglie. Il ragionamento, forse un po’ sinteticamente (ma lascio a voi la lettura e gli approfondimenti del caso), si snoda più o meno così.

«Gli esseri umani hanno un bisogno (probabilmente biologico) per qualcosa che noi chiameremo il processo del potere.»

«Il processo del potere ha tre elementi evidenti che sono: lo scopo, lo sforzo e il raggiungimento dell’obiettivo». Più la società tecnologica prende il sopravvento e meno chiaro diventa il processo di potere individuale. Ci troviamo ad affrontare situazioni e casi che sfuggono al nostro senso e al nostro controllo. In sostanza tendiamo a costruirci delle attività sostitutive, proprio perché non siamo più in grado di dominare il nostro “processo di potere”. L’esempio più banale viene proprio dalle società primitive o nei casi in cui si lotta per la sopravvivenza. Recuperare cibo è un chiaro processo di potere in cui lo scopo è soddisfare la fame, lo sforzo è la caccia, l’obiettivo è la preda catturata che mi mangerò. Si potrebbe obiettare che anche nella vita di tutti i giorni è così. Ma le cose per Unabomber stanno diversamente. Quando io, con del denaro guadagnato, mi presento in un supermercato per acquistare del cibo che mi sfamerà replico in apparenza lo stesso “processo di potere” (magari sublimato o trasformato). Ma questo “processo del potere” non è sotto il mio controllo, non dipende da me. Uno sciopero voluto dai camionisti dell’altro mondo può impedire il regolare approvvigionamento del supermercato e tutto si inceppa.

Più la tecnologia avanza e meno quindi siamo in grado di controllare il nostro “processo di potere”. Questo è frustrante e genera nell’uomo ansie, frustrazioni, depressione. È per questo che ci costruiamo delle “attività sostitutive” nel tentativo di inventarci dei succedanei che plachino la nostra angoscia, ma questo genera ulteriore frustrazione perché le “attività sostitutive” sono comunque percepite come riempitivi di un senso vero che si allontana sempre di più.

Questo meccanismo genera una doppia ipocrisia. Da un lato la società moderna si “mostra estremamente permissiva. In materie che sono irrilevanti per il funzionamento del sistema. Noi possiamo fare, in generale, quello che ci aggrada (ma non in quelle attività fondamentali al funzionamento del sistema), mentre sottrae libertà per ciò che conta realmente. E libertà per Unabomber è «l’opportunità di passare attraverso il processo di potere con obiettivi reali, non con quelli artificiali di attività sostitutive; libertà significa essere in grado di controllare tutti gli aspetti relativi alla propria vita-morte; libertà significa il potere di controllare le circostanze della propria vita».

«Il sistema, per funzionare, deve regolare attentamente il comportamento umano».

«In qualsiasi società avanzata tecnologicamente il destino dell’individuo deve dipendere da decisioni che egli non può influenzare in alcun caso personalmente”. “Una società tecnologica non può essere frammentata in piccole comunità autonome perché la produzione dipende dall’impegno comune di un gran numero di persone».

«L’uomo moderno è legato al guinzaglio da un sistema di regole e regolamenti e il suo destino dipende da azioni di persone a lui lontane, la cui decisione non può influenzare. Questo non è accidentale né il risultato dell’arbitrarietà di arroganti burocrati. È una condizione necessaria e inevitabile in qualsiasi società avanzata tecnologicamente».

Da qui ne deduce Unabomber l’impossibilità di riformare il sistema, la sua clamorosa uscita dal mondo e la sua battaglia folle e personale. Esiste un’irriducibilità tra tecnica e libertà individuale (mi riecheggiano nelle orecchie i discorsi di Severino circa l’impossibilità di coesistenza tra Cristianesimo e Capitalismo). Unabomber non si nasconde che il progresso può portare benefici, ma si porta dietro altrettanta negazione della libertà, come nell’esempio da lui descritto sull’introduzione del trasporto motorizzato che «cambiò la società in modo da restringere la libertà di locomozione dell’uomo».

E ancora «una volta che un’innovazione tecnica è stata introdotta la gente di solito ne diventa dipendente».

«La tecnologia obbliga continuamente la libertà a fare un passo indietro».

Una critica frontale che prefigura tutti temi che oggi sono attualissimi: il problema dell’individuo privo di senso, senza potere in un mondo che, abbandonando le piccole comunità, gli stati nazionali si globalizza, allantonandosi sempre più, nelle sue istanze, dalle esigenze locali, una tecnologia invasiva che in nome dei suoi vantaggi in realtà tendenzialmente ci priva progressivamente della libertà (intesa come possibilità di incidere nel processo).

Ma Unabomber, come ho inizialmente sostenuto, non può essere classificato come neoluddista riconoscendo due tipi di tecnologie «La tecnologia di piccole dimensioni e tecnologia dipendente dall’organizzazione; la tecnologia di piccole dimensioni che può essere usata da comunità ristrette senza un’assistenza esterna; la tecnologia dipendente da una grande organizzazione è quella che dipende da organizzazioni sociali di grandi dimensioni».

Semmai è la folle espressione di un desiderio primario, quello della libertà e del senso individuale, sempre più minacciato e cancellato da questa forma particolarmente pericolosa di totalitarismo.

Unabomber che aveva capito che senza connessione, il mondo che avversava lo condannava già a morte, col silenzio, commise infine l’errore fatale. Cedette pure lui al diktat della moderna società liberale che non uccide fisicamente nessuno, che non costringe nessuno a fare ciò che non vuole, che non usa i classici metodi coercitivi dei regimi totalitari ma che, staccandoti la spina, ti relega in una marginalità che corrisponde ad uno stato simile alla morte. Cedette chiedendo un microfono, barattando la sua posizione intransigente con una tribuna da cui lanciare il suo appello.

La storia di Unabomber lo dimostra, nella sua criminale follia. La sua fine coincide con un cedimento, il primo, nei confronti della società della comunicazione di massa.

Mario Grossi
Fonte: www.mirorenzaglia.org
Link: http://www.mirorenzaglia.org/?p=8574
28.07.2009

Pubblicato da Davide

  • berotor

    Ho letto e rileggo spesso il manifesto di Kaczynski, in molte parti lo continuo a trovare fondamentale per comprendere la deriva mondiale contemporanea. Purtroppo però, è uno scritto “maledetto” su cui gravano immensi pregiudizi, per cui che io sappia sono quasi inesistenti i commenti critici di altri pensatori, intellettualmente ben più dotati del sottoscritto, che saprebbero evidenziarne gli errori, le illogicità, le mancanze.
    Il testo presenta una innegabile eccezionalità, dovuta al suo autore e alla sua genesi, di cui bisogna tener conto, ma d’altra parte non bisogna fare della sua eccezionalità un alibi che ne neghi una seria analisi.
    I miei dubbi maggiori sono legati all’analisi psicosociale di quelle persone che lui definisce “di sinistra” (leftist): una tipologia sociale che mi sembra troppo vasta e troppo schematizzata per apparire solidamente tracciata (schematicità peraltro ammassa anche dall’autore, comunque…). Kacnynski vede nella persona “di sinistra” (attenzione che il termine non collima con il significato che una persona comune attribuisce allo stesso) un frustrato che manca di autostima, incapace di realizzarsi nel “processo del potere” e per questo profondamente turbato. La sua frustrazione si riversa sulla società stessa, collettivizzando, socializzando e normalizzando, contribuendo alla limitazione progressiva delle libertà individuali. La sua analisi dell’individuo “di sinistra” coglie degli aspetti molto interessanti e che mi hanno molto colpito, come il masochismo che connota certi atteggiamenti e tattiche “della sinistra”, totalmente privi di un reale desiderio di raggiungere lo scopo e anzi deleteri (paragrafi 20, 21).
    I punti che mi sembrano più fondamentali, più pungenti, sono quelli che negano alla tecnologia quegli aspetti di neutralità e asetticità che gli sono universalmente attribuiti (paragrafi 127-129); quelli sulla scienza vista come “attività sostitutiva” per eccellenza, che
    “prosegue la sua marcia alla cieca, senza riguardo per il reale benessere della razza umana o per ogni altro criterio, obbediente solo ai bisogni psicologici degli scienziati e dei funzionari governativi e dei dirigenti industriali che forniscono i fondi per la ricerca”(par. 92)
    (paragrafi 87-92); e quelli sul futuro della razza umana, destinata ad un aumento progressivo del controllo e della limitazione delle libertà.

    Non sono molto convinto dal finale dell’articolo di Renzaglia: il suo gesto si può spiegare anche come sacrificio.
    Kaczynski è universalmente ghettizzato per il fatto di aver usato la violenza: un tabù della politically correctness infranto, che cela la solita ignobile ipocrisia delle autorità o del benpensante. Sono più intelligenti le bombe di Kaczynski o quelle della Usaf?

  • myone

    La liberta’ e’ una dimensione propia. Un sistema non e’ umano quando non e’ fatto di persone libere.
    E chi gestisce il sistema, non e’ una persona libera, perche’ disumanizzata,
    e’ solo un continuatore e modificatore della tecnocrazia.
    Quando un sistema nel corso di un tempo si staziona, gia’ ha spaziato nella polverizzazione di una societa’.
    E piu’ fasi temporanee di flussi di sistemi passano, e piu’ polverizzano sul sociale,
    quel senso di maggiro smarrimento e dipendenza dal sistema stesso.
    Vivi, ragioni, soluzioni, ti muovi, tutto dipendente da quello che il sistema dice che puoi, che si puo’, e che c’e’.
    Polverizzare, significa: rendere stagno e mutabile verso lo sclerotico una societa’, come un’ azione antiparassitaria fatta dall’ alta con mezzi aerei.
    Calcificano. Sempre piu’ calce su un sociale, che sterilizzato, muore per forza, mentre i processi di ossidazione continuano.
    E’ vero quello che dice il tipo: piu’ realta’ locali indipendenti, meno restrizioni, piu’ liberta’, piu’ giustizia, piu’ realizzazione nella liberta’ e nelle possibilita’.
    Un uomo meno condizionato dal bene e dal male, e meno sottoposto ai processi morali e di restrizione, e’ anche un uomo migliore.
    L’ uomo cerca il melgio, ma quando non lo trova, diviene al peggio, ma melgio e peggio, sono unicamente dentro di lui, nella sua volonta’.
    Quando questa e’ libera, non puo’ che venire quello che ogni uomo aspira per vivere, senza ritenerlo nella misura dell’ avere calcolato, monetizzato, e di sistema.

    Io spesso mi domando. Ma tuti questi politici, scienziati, e tanti altri, diciamo l’ ossatura di quello che si crede e che chiamiamo ” ecco l’ uomo compresso, cresciuto, maturo, responsabile, che conosce, che sa’ fare”
    ma chi glie lo fa fare e perche’ lo deve fare, quando si danna l’ anima e ci si perde dentro, senza avere un minimo di spiragli nella vita, quella normale.
    Perche’, esempio, se io fossi berlusconi, non avrei la vocazione nemmeno per sogno di salvere nessun paese, e nemmeno di dimostrare che sono un super immortale.
    Alla B di berlusconi, io mi sarei fermato, e avrei contemplato i miei giorni.
    Questi o questo sistema, si danna, come esseri modificati, a dannare gli altri, e a alimentare una serie di trama morale, intelligente, avariandola, sistematizzandola, fiscalizzandola, legiferandola, mentalizzandola.
    Prima di mettere mano a un pezzo di pane, c’e’ la ciberneutica-politica-filosofica-religiosa-imprenditoriale-monetizzata, che ti fa mangiare un HD di cognizione e di analisi.
    Questo e’ il punto. Malati della propia intelligenza, che quando e’ solo questa, e’ deleterea e nemmeno saggia.
    E allorqa non e’ intelligente, perche’ manca del principio base, che e’ il piacere del valore e della vita.

  • okinawa

    Anche io ho letto e riletto il manifesto e se qualcuno lo volesse basta scrivermi un messaggio.

    Condivido molto di quanto espresso da Kaczynski, la società da lui presentata è come un treno a tutta velocità privo di freni.

    L’individuo non ha potere decisionale sulla propria vita non può interagire con le decisioni prese nelle stanze dei bottoni che prevedono esperimenti di massa sulla popolazione globale (vedi Ogm, virus creati in laboratorio, e controllo delle menti)

    L’utilizzo della violenza è comprensibile in quanto è comprensibile che una persona dotata di maggiore comprensione del mondo ritenga come un attacco alla propria persona tutto ciò che viene deliberato da queste lobby di potere.

    Nessuno nega l’uso della violenza come difesa da un malintenzionato che vuole farci del male, qui il malintenzionato è il $i$tema e noi tutti i suoi bersagli.

  • ottavino

    Quando eravamo piccoli sentivamo spesso lodare l’intelligenza. “Quello è molto intelligente, questo è bravo a scuola, ecc”. Da piccoli, così, ci sembra molto importante essere intelligenti e crediamo che anche alla società faccia piacere che ci siano degli intelligenti, crediamo che la società “protegga” l’intelligenza. Invece non è così. Alla società che tu sia intelligente non gliene potrebbe fregare di meno. In società è meglio essere stupidi o far finta di esserlo, si passano meno guai. Unabomber era davvero intelligente, quasi un genio, e ha fatto la fine di chi è troppo intelligente. Infatti il vero intelligente prima o poi scopre i meccanismi del sistema….e a quel punto? Che si fa? Di solito non si mettono le bombe, di solito si cerca una forma di convivenza con il mostro…..lui ha messo le bombe e il sistema l’ha reso famoso! Paradossi della vita….

  • GinoAnceschi
  • LonanHista

    quanti unabomber ci sono in circolazione? e quanti sono in grado di avvicinarsi allo stato d’animo di unabomber? a quanto cioè lui ha realizzato nella piena convinzione che alla fine solo le bombe, il fuoco la distruzione possa fermare tutto e CONSENTIRCI DI RICOMINCIARE DACCAPO!!!…non sono ne un genio(anzi piuttosto un cretino) ne un bombarolo, però spesso SUPPLICO CHE VENGA UN TERREMOTO 12 RICHTER E DIETRO PIOGGIA DI BENZINA E FULMINI……………..A PARTE comunque il fatto che questa sa di pubblicità al libro e quindi chi detiene i diritti in Italia(PENSO SEMPRE MALE DA BUON ITALIANO)a mio avviso ritengo che la tecnologia il progresso della scienza stia diventando distruttivo per l’uomo, perché LA TECNICA IL PROGRESSO STA ANDANDO TROPPO VELOCE AL PUNTO CHE L’UOMO è INCAPACE DI ASSIMILARE E GUSTARSI CIò CHE CREA….perché di fatto stiamo correndo a scoprire sempre cose nuove…senza renderci conto e vivere provare quelle che abbiamo appena scoperto……questo è il vero problema non la tecnologia in sè….cioè tecnologia (e danaro)non sono più al servizio dell’uomo, BENSì è L’UOMO CHE è AL SERVIZIO DEL DANARO E DELLA TECNICA…CIOè L’UOMO è DIVENUTO STRUMENTO DEI SUOI STRUMENTI…………………………………ps.l’unabomber nostrano avrebbero dovuto cercarlo dalla parti di A V I A N O….e ne avrebbero forse trovato più di uno…………………………..

  • bluerik3

    Hai ragione, anche io ritengo che buona parte dell’umanità non sia sopratutto moralmente evoluta rispetto alla tecnologia da lei stessa creata.

  • berotor

    Ci sono stati pochissimi commenti, significa che il manifesto di Kaczynski è poco conosciuto? chissà. Bè è un peccato, nel caso consiglio di leggerlo a tutti.
    Vorrei fare un’altra segnalazione, riguardo a un testo che affronta tematiche molto simili e che per me è stato davvero fondamentale: si tratta di Il declino dell’uomo di Konrad Lorenz. Leggendolo mi sono stupito più volte della vicinanza con molti dei punti trattati da Kaczynski nella sua opera, tanto da farmi pensare che lo stesso Kaczynski lo abbia letto e ne sia stato influenzato. I due differiscono molto nell’analisi ai motivi, ma si può dire che concordano nelle conclusioni. Lorenz analizza i problemi contemporanei dal punto di vista antropologico, o meglio biologico-etologico: non avevo mai pensato che l’etologia fosse uno strumento così eccezionale per comprendere i comportamenti umani, per comprendere la società. Secondo Lorenz, la tecnologia ha effetti disastrosi sull’umanità perché procede con un ritmo insostenibile per l’evoluzione genetica, creando una discrepanza tale che dei comportamenti “normali” e persino utili all’umanità siano diventati “patologici” e distruttivi nella moderna società tecnologica (pp. 131-132, ed. Oscar Mondadori).
    Tra i punti che più mi sono rimasti impressi: sulla “dislocazione del senso della realtà”, che agisce in maniera catastrofica sull’economia mondiale, perché affligge le persone che hanno in mano le sorti dell’umanità, scienziati, affaristi e politici (pp. 164-165).
    Quindi, per Kaczynsky, l’uomo di potere, ad esempio lo scienziato è mosso a portare avanti le sue ricerche perché attraverso la sua attività (“attività sostitutiva”) soddisfa ciò che lui chiama il “processo del potere”. Per Lorenz, invece, lo scienziato è spinto a portare avanti le sue ricerche, magari potenzialmente pericolose, perché per lui solo la sua ricerca, il suo campo di studi è “reale” (“dislocazione del senso della realtà”).
    Nel libro tutto ciò è ampiamente argomentato, ma devo dire che mi ha convinto di più Lorenz su questo punto, ma magari mi sono fatto influenzare dalla bibliografia.

  • fefochip

    sto leggendo il manifesto di unabomber e confesso che purtroppo non posso non constatare che le sue non sono folli analisi ma bensi lucide opinioni di interesse collettivo.

    la cosa che mi ha molto colpito leggendo è che sicuramente se avesse scritto il suo manifesto via internet o altro nessuno se lo sarebbe cagato invece dopo aver ucciso aveva l’attenzione.

    perche siamo cosi ….superficiali? sciocchi?addormentati? (non so trovare un aggettivo definitivo)che per ascoltare qualcuno (il primo che passa ovviamente) questi bisogna che urla…che uccide addirittura?

    insomma è triste constatare che per riflettere realmente spesso abbiamo bisogno di uno shock …per cambiare abbiamo bisogno di shock ….possibile non ci si può riuscire solo perche intimamente convinti?

    ciao atutti
    fefochip

  • slump

    Il fatto è che molti “pensatori” o presunti tali, come Unabomber ma anche lo stesso Lorenz citato in un commento, ritengono l’uomo dotato di una qual certa propria “natura umana” che l’evoluzione della società (tecnologica o meno) tenderebbe a guastare, a degradare. Gratta gratta in tutti loro trovi sempre questo assunto ideologico fondamentale, questa presupposizione metafisica che ha già definito a priori che cosa è l’ “uomo” (secondo i loro piaceri o vezzi) — di volta in volta basandosi su ragionamenti sociali, religiosi o biologici o su di un mix. In pratica tutti loro si pongono come quelli che sanno la “verità” sull’uomo e vogliono o devono diffonderla agli altri, magari a suon di bombe. (Non diverso è il ragionamento di tanti terroristi e anche del Papa — bombe a parte).

    Tutto questo come se Nietzsche fosse passato invano o anche Kraus che questa mania e questi maniaci ha sbeffeggiato più volte (per non parlare di Marx).

    Il manifesto di Unabomber l’ho letto anch’io e francamente ho trovato sempre molto più sensati e condivisibili i discorsi di Zeb McCain, de “Alla conquista del West”…

  • Bloody_mary

    Se uno non concorda con la struttura,gli scopi e gli sforzi di questa societa’
    occidentale e della sua annessa tecnologia,invece che piazzare bombe e
    uccidere persone innocenti potrebbe recarsi in papuasia e vivere allo stato
    brado come i riduttori di teste o in amazzonia e vivere tra i cannibali:mi
    sembra che si stia mitizzando un po’ troppo una mente perversa e contorta
    solo perche’ entra a far parte della numerosissima ed inutile pletora dei paladini dell’antisistema.

  • berotor

    “molti “pensatori” o presunti tali, come Unabomber ma anche lo stesso Lorenz citato in un commento, ritengono l’uomo dotato di una qual certa propria “natura umana” che l’evoluzione della società (tecnologica o meno) tenderebbe a guastare, a degradare”
    Né Lorenz, né Kaczynski dicono questo, almeno non mi pare. Non fanno nessuna “presupposizione metafisica” sull’uomo, almeno mi pare. Si limitano ad analizzare il rapporto tra lo stato attuale dell’evoluzione umana e lo stato attuale della tecnologia, ed entrambi sostengono che questo rapporto produca delle aberrazioni non trascurabili. Da dove hai tratto le tue opinioni? (Davvero senza alcuna polemica)

  • slump

    La tua obiezione contiene già la risposta: “aberrazioni”. Ma aberrazioni rispetto a che cosa? A quale “bene standard” da cui distolgono la società umana?

    Qui non stiamo parlando di morale privata o di diritto ma addirittura di rapporti che distorcerebbero qualcosa che è o dovrebbe rimanere “dritto”: ma cosa?

    Un conto è porsi dei valori obiettivo o anche solo degli interessi, anche materiali, da raggiungere e magari lottare per essi e un’altra è cercare di “guarire”, anche solo a parole, una presunta malattia dell’umanità che la farebbe degenerare.

    Un conto è lottare per un qualche obiettivo “pratico” (la liberazione nazionale, contro la schiavitù o anche solo per avere più soldi, come i ladri) un altro e molto diverso è lottare, anche solo intellettualmente, per “redimere” la società da una presunta caduta o aberrazione: questa è pura ideologia religiosa anche quando si ammanta di un sostrato scientifico.

  • berotor

    Ciao. Non mi pare che si parli di degenerazione della società. Soprattutto Lorenz, che si limita a elencare una serie di comportamenti (umani ma non solo) innati che hanno delle conseguenze “aberranti” in una condizione innaturale. Per condizione innaturale, si intende solamente una condizione significativamente diversa da quella in cui un dato comportamento si è evoluto. L’ambiente in cui vive un essere vivente, modifica questo essere sia sotto il punto di vista fisico che comportamentale. In particolare negli ultimi 150 anni (ma già da prima) la tecnologia ha modificato le condizioni di vita dell’uomo con un ritmo insostenibile per l’evoluzione naturale dello stesso. Tale cambiamento è tanto enorme e veloce quanto potenzialmente pericoloso per l’uomo in quanto specie, poichè i tempi evoluzionistici sono enormemente più lenti.
    Un esempio: poniamo che un cataclisma di qualche tipo determini la scomparsa degli oceani in un tempo relativamente breve, la specie chessò dei delfini non avrebbe il tempo per mutare la sua struttura in maniera tale da sopravvivere in un ambiente senza acqua e si estinguerebbe. Questo esempio è quasi ovvio, ma riguardo al comportamento Lorenz fa un altro esempio (ne L’anello di Re Salomone, pp. 157-175): un “normale” battibecco tra due tortore, poste in una piccola gabbia (ambiente “innaturale”), si conclude con una tortora che finisce con lo squartare l’altra. Questo perchè non hanno sviluppato un comportamento inibitorio che eviterebbe di annientare un membro della stessa specie (una “aberrazione” ai fini della sopravvivenza della specie stessa). In un ambiente “naturale”, una tortora semplicemente fuggirebbe via dopo la prima beccata ricevuta.
    Esempi di questo tipo, si possono trasferire nel mondo degli uomini: l’uomo ha sviluppato ad esempio dei “comportamenti inibitori” tali da permettergli di non autoannientarsi in un ambiente troppo “innaturale”? In un ambiente dove basta schiacciare un bottone per determinare la morte di un numero imprecisato di persone, chessò a Baghdad, a Gaza, o a Kabul (ecco le “aberrazioni”)?
    Quindi per Lorenz non c’è alcuna “degenerazione”, nessuna “malattia dell’umanità”. L’uomo è sempre lo stesso, non può cambiare nel giro di poche centinaia di anni. A cambiare in maniera straordinaria è l’ambiente nel quale vive, determinando situazioni pericolose per la sopravvivenza del genere stesso.
    Scusami per gli eventuali errori, devo scappare adesso. Spero di continuare la chiaccherata con te ( e magari altri) la settimana prossima. Ti chiedo però di non bollare Lorenz come un folle. Se non l’hai letto, prova a dare un’occhiata a Il declino dell’uomo, magari di sfroso in libreria. Il capitolo in questione è l’VIII: Effetti perversi di comportamenti originariamente teleonomici. Ciao, apresto.

  • Kevin

    Se uno non concorda con il pensiero di una mente “perversa e contorta” potrebbe argomentare le proprie idee (partendo dall’ottimista presupposto che ne abbia), anzichè sollevare questioni e fare generalizzazioni affrettate che non c’entrano nulla con il contenuto dell’articolo (e tanto più del manifesto).

    Osservazione:
    come affermato da Kaczynski nel manifesto:

    “Se non avessimo compiuto alcunché di violento e avessimo inviato il presente scritto a un editore, probabilmente non sarebbe stato pubblicato. Se lo avessero accettato e pubblicato probabilmente non avrebbe attratto molti lettori perché è più interessante il divertimento messo in piedi dai media che leggere un saggio serio. Persino se questi scritti avessero avuto molti lettori, la maggior parte di loro li avrebbe presto dimenticati vista la massa di materiale con cui i media inondano le loro menti. Per diffondere il nostro messaggio, con qualche probabilità di avere un effetto duraturo, abbiamo dovuto uccidere delle persone.”

    Penso che una lettura costruttiva ti possa essere utile.

  • Bloody_mary

    Allora argomentero’ cosi’:forse perche’ avro’ un retaggio di cultura cattolica,
    forse perche’ per la mia personale morale uccidere e’ sempre e comunque
    sbagliato(ripeto opinione personale),soprattutto se si tratta di persone innocenti,partendo da un presupposto “Per diffondere il nostro messaggio
    abbiamo dovuto uccidere” che e’ profondamente sbagliato,si arriva ad una conclusione comunque sbagliata ed inaccettabile.La bonta’ di una causa o
    di un’idea non si misura col numero di vittime che si provoca per diffonderla,
    chiunque potrebbe,seguendo questo ragionamento,uccidere e scannare
    individui innocenti a suo insindacabile giudizio per propugnare una causa che
    lui(magari solo lui)ritiene valida:i terroristi dell’Eta,le Brigate Rosse,i bombaroli fascisti nostrani,l’Ira,tutti uccidono innocenti perche’ sono convinti
    di agire per una causa che loro ritengono giusta.Troppo facile e meschino
    farsi pubblicita’ sulla pelle altrui:i contemporanei chiamano tutti costoro
    giustamente infami assassini,la storia li definira’ inutili.

  • berotor

    Caro Bloody_mary, questo tuo ragionamento, dal tuo punto di vista non fa una piega: considerare l’omicidio “sempre e comunque sbagliato” è una ottima etica. Vorrei che tu riflettessi un po’ sul tuo primo commento, secondo me davvero troppo ingenuo per un aspetto. La tua critica ai critici del sistema (tecnologico industriale, i questo caso) è infatti una “buona” critica solo se intesa come provocazione positiva: “andate e vivete come dite di voler vivere!”. E’ una provocazione che colpisce nel profondo qualsiasi tradizionalista, primitivista, luddista, ecc. e secondo me una provocazione non solo intelligente ma necessaria. Se non era una provocazione, allora è soltanto una ingenuità da due soldi: il sistema tecnologico industriale descritto da Kaczynski non permette più ad alcuno di fare a meno di esso in maniera non violenta, da una parte e dall’altra. Tralasciamo gli aspetti burocratico-penali che colpirebbero (con violenza) una ipotetica famiglia che volesse vivere al di fuori del sistema (politico, educativo, amministrativo, fiscale, ecc,), dove potrebbe vivere senza la possibilità di avere acqua potabile allo stato naturale? Tanto per fare un esempio.
    Ammesso che in Papuasia e in Amazzonia esista ancora la possibilità di vivere al di fuori di tale sistema (possibilità davvero bassa e comunque destinata a scomparire in pochissimo tempo) e tale famiglia intendesse trasferirvisi, sarebbe comunque colpita con violenza da svariati meccanismi burocratico-amministrativi. E anche se fosse possibile, comunque sarebbe una violenza pare all’esilio forzato, o al confino di fascista memoria.

  • Kevin

    Uccidere è SEMPRE e comunque sbagliato? Bene: supponiamo per assurdo che tu sappia che un uomo farà una strage di milioni di persone e che usi armi che danneggiano l’intero ecosistema e supponiamo sempre che tu possa denunciarlo alle autorità, ma queste non ti credano o alla peggio sono esse stesse complici di questo ipotetico pazzo. Che cosa faresti per fermare la strage, sapendo che costui non si fermerà davanti a niente? Che cosa faresti se non riuscissi a mobilitare le future vittime per impedire che perdano la vita? Forse lo uccideresti per salvare milioni di innocenti. Sarebbe sbagliato? In quel contesto non credo. Inoltre logicamente, non necessariamente se parti da premesse sbagliate arrivi a conclusioni sbagliate, anzi, potresti arrivare a conclusioni giuste.
    Inoltre affermi:
    “La bonta’ di una causa o di un’idea non si misura col numero di vittime che si provoca per diffonderla, chiunque potrebbe,seguendo questo ragionamento,uccidere e scannare individui innocenti a suo insindacabile giudizio per propugnare una causa che lui(magari solo lui)ritiene valida”. Tralasciamo la bontà o della causa, ed occupiamoci della sua giustizia: se una causa è giusta universalmente, lottare per essa sarebbe un dovere. Ora, la causa sostenuta da Kaczynski è una di queste: è un dato di fatto che la società industriale ha cambiato drasticamente l’uomo come animale (non voglio dilungarmi eccessivamente in questa sede) e ha pesantemente danneggiato l’ambiente stesso grazie al quale l’uomo è riuscito a sopravvivere per migliaia di anni. (Più in concreto: prova a immaginare di vivere con una crescente percentuale di CO nell’aria, di mangiare veleno da laboratorio, di avere una centrale nucleare ogni isolato, di sentire sempre più veicoli rumorosi, di avere sempre più cemento, e aggiungi ora in questa insalata una salsa di esseri umani che crescono in progressione geometrica mentre lo spazio disponibile per ogni abitante rimane costante). Ora: se la causa è giusta, lottare per essa è giusto, ciò che tu contesti è quindi la MODALITA’. (Poi se sostieni che la causa dell’ambiente sia sbagliata io non posso farci niente, potrai sforzarti di capire). La modalità con cui viene sostenuta una causa è dunque arbitraria e quindi soggetta a criteri non oggettivi, su questo punto hai ragione. Ma in certi contesti (come ti ho mostrato nell’esempio ad absurdum), non esiste purtroppo altra via diversa dal “mors tua, vita mea”, ultima possibilità che Kaczynski ha più volte ribadito nel manifesto, quando la dialettica industrializzazione-uomo sarà tutt’altro che una chimera.
    Un ultimo appunto: la storia non è giudice, è avvocato.