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IL GUANTO DI VELLUTO DELLA MARCEGAGLIA

A CURA DI PENSARE IN PROFONDO (BLOG)

La signora Marcegaglia, quella che si fa fotografare in bici con il marito abbronzato e la figlioletta sulla canna, detta la linea.
Dopo aver fatto la classica premessa da buona madre di famiglia, “Noi crediamo al ruolo del sindacato”, ha scoperto in men che non si dica quelli che sono gli obiettivi confindustriali.

1- rinegoziare un forte alleggerimento normativo ed economico del contratto nazionale
2- punto 1 premessa per la possibilità di valorizzare il lavoro e le scelte dell’individuo
3- più forza al secondo livello di contrattazione con, magari (citazione di Marcegaglia), con le gratifiche individuali

Meno interesse c’è per argomenti tipo l’abolizione dell’articolo 18 o la riforma delle pensioni.
In compenso, Confindustria, chiede la cancellazione delle sanzioni contro i datori di lavoro nel caso delle morti bianche e propone una “vasta campagna” con “corsi di formazione aziendale per responsabilizzare imprenditori e sindacalisti”.
Marcegaglia è la stessa che, con indubbia sensibilità ambientale, pose il problema dei costi per l’industria dati dalla necessità di conformarsi alle nuove disposizioni europee.In sostanza, noi dobbiamo fare profitti, i costi sociali non rientrano nel nostro concetto di PIL.

A noi questa roba non fa impressione. E’ il classico bagaglio ideologico, puntello della cultura aziendale, che viene fuori, in tutta la sua chiarezza ed evidenza, perché ora è il tempo per raccogliere i frutti.
D’altro canto se i maggiori competitor, sul piano politico, hanno la stessa visione di società perché attendere ancora?

In ogni caso siamo un po’ in ritardo rispetto a quello che è già accaduto in giro per il mondo.
In Inghilterra, ad esempio, se negli anni 80 oltre il 50% dei lavoratori era coperto da accordi di settore si era ridotto al 36% nel 1992.

Tra il 1986 ed il 1997 naufragarono 14 accordi collettivi che coinvolgevano 1,2 milioni di lavoratori.

Le aziende estere che investivano in UK, da quel momento, rifiutarono qualsiasi contrattazione collettiva di settore preferendo la contrattazione individuale.

“Nel 1994 il British Institute of Directors sollecitò una pressoché totale individualizzazione delle relazioni sindacali”.
Questo fatto aveva come obiettivo quello di circoscrivere il ruolo del sindacato, a soggetto in grado di fornire “servizi” ai propri associati, dismettendo quello per cui storicamente era nato.

Stessa tendenza in Germania dove, la necessità di rendere più flessibili i contratti e le condizioni di lavoro, portarono anche alla non adesione di molte aziende alla associazione che le rappresentava nelle contrattazioni collettive (es. Gesamtmetall).

Infatti se nel 1980 era pari al 54% il numero delle imprese aderenti a questa organizzazione (per il 74% della forza lavoro) nel 1995 si era passati al 43% del numero complessivo (per il 65% della forza lavoro).

L’impatto sulla struttura della forza lavoro si è manifestato, per quei paesi, in tutta la sua evidenza.
Nel 1997, in UK, il 38% dei lavoratori era impiegato a tempo determinato.

In Francia, nel 1988, su 9 nuovi posti di lavoro 8 erano a tempo determinato, parziale od occasionale. Dopo 10 anni, al culmine del boom economico, tale percentuale era rimasta sostanzialmente invariata.

Nella Germania dell’Ovest le occupazioni di lavoro atipiche si sono espanse passando (tra il 1980 ed il 1997), dal 7 al 15,9%.

Negli USA la forza lavoro non impiegata tradizionalmente nel 1995 era di circa il 25%.

In compenso, in Europa, a fronte di una diminuzione del lavoro maschile è cresciuto l’utilizzo di manodopera femminile che, a parità di lavoro, ha salari mediamente più bassi.

Non ci soffermeremo, qui, su altri effetti quali quelli della costante caduta del numero degli iscritti alle organizzazioni sindacali.

Il “capitale umano” ridotto a fattore di produzione ed a costo, difficilmente potrà trovare la valorizzazione a cui fa riferimento la signora Marcegaglia.
Lo impedisce, in primo luogo, la necessità di rispondere in modo adeguato a quella che è la competizione a livello internazionale. Il punto è che questa strategia viene portata avanti in un paese che ha carenze strutturali di suo e che, una volta esaurita la leva demagogica della flessibilità, della produttività e del costo del lavoro, non avrà altri orpelli a cui agganciarsi per giustificare la sua emarginazione rispetto al contesto internazionale.
Riesce difficile pensare che i salari potranno recuperare il loro potere di acquisto basandosi semplicemente sul cambiamento di quelle che sono le regole negoziali, o nella semplice trasformazione della relazione da collettiva ad individuale.
Così come riesce difficile pensare che la sensibilità degli imprenditori su temi quali la sicurezza possa essere risvegliata grazie a qualche corso di formazione.

A questo assalto (su un corpo di per sé abbastanza scarnificato) si sommeranno quelli dati dall’attacco al welfare (minore tasse a fronte di minori servizi) che ancora di più amplieranno il gap di sofferenza tra chi ha molto e chi ha molto poco della torta.

In questo contesto chi scrive concorda con quegli economisti che evidenziano come l’ascesa del capitalismo globale, con le sue regole, sta riportando indietro i paesi industrializzati verso una nuova versione del primo capitalismo (quello senza regole):
-Alta competitività dei mercati, (relazione tra domanda ed offerta)
-Azienda tipica di piccole dimensione nel periodo del primo capitalismo industriale.
Adesso: tendenza a diminuire la propria quota di mercato interno, concentrazione sul core business e dismissione di attività di secondo livello. Crescita a livello internazionale (attraverso processi di fusione ed aggregazione ed al trasferimento di intere aree di attività).
-Competizione condotta essenzialmente utilizzando la leva dei prezzi
-Massimizzazione dei profitti nel breve periodo, tendenza rafforzata dalla necessità di mantenere o far crescere il valore per gli azionisti
-Negoziazione salariale condotta a livello individuale
-Mercato del lavoro altamente competitivo, bassi salari, massima flessibilità, poche protezioni sociali.Considerazione dei poveri come “parassiti del welfare” e tendenza a limitare la possibilità di usufruire di prestazioni sociali
-Cicli economici di lunga durata con poca possibilitàdi tenerli sotto controllo con meccanismi che consentano alla domanda dei consumatori di essere sostenuta, in caso di recessione, attraverso un sistema di previdenza sociale.
-La precarietà nel lavoro e del reddito funzionale alla struttura produttiva, impedisce ai poveri di accumulare qualsiasi proprietà stabile.
-Crimine, povertà e senza tetto fattore endemico.

Ora, mentre molti sono impegnati a spalare le macerie ideologiche del 900, il capitale ricostruisce su scala planetaria quella logica di modalità e di condizioni per l’accumulazione a vantaggio di pochi eletti (il perimetro sono 6 miliardi di individui) che in fondo non sembrano tanto una novità nella storia dell’uomo.

Fonte: http://pensareinprofondo.blogspot.com/
Link: http://pensareinprofondo.blogspot.com/2008/04/il-guanto-di-velluto-della-marcegaglia.html
24.04.08

Pubblicato da Davide

4 Commenti

  1. che i grandi industriali facciano gli affari dei grandi industriali non sorprende. infatti starebbe alla Politica correggerli.
    la sorpresa a mio avviso consiste nel fatto che i piccoli industriali continuano a pensare che i loro interessi coincidano con quelli dei grandi. pia illusione. da che mondo è mondo, senza particolari accorgimenti, il pesce grosso mangia quello piccolo.

  2. E così sia, finchè i pesci grossi moriranno di fame…

  3. in realtà, bisognerebbe dire alla Emma, che c’è sempre un pesce più grosso. sarebbe molto meglio che ci pensasse prima.

  4. il colmo si raggiunge quando sono i ceti medio-bassi e bassi che fanno l’interesse delle grandi multinazionali e capitalisti “comunisti” italiani..saluti