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IL “GAP NUTRIZIONALE” TRA GLI INGLESI RICCHI E QUELLI POVERI VASTO – E DRAMMATICO

DI IAN JACK

The Guardian

L’abisso tra i regimi alimentari è oggi più marcato rispetto all’epoca in cui George Orwell scriveva “La strada di Wigan Pier”, nel 1936. Per quanto siano complesse le ragioni, il fatto è comunque scioccante.

La Gran Bretagna sta affrontando una crisi alimentare (1). Un articolo (2) pubblicato questa settimana su The Guardian suggerisce che l’aumento dei prezzi degli alimenti e la caduta dei redditi sta riducendo il nostro consumo di frutta fresca e verdura, mentre sta facendo crescere quello di prodotti trattati: fuori arance e lattuga, dentro noodles, pollo ricoperto, torta e pizza confezionate, con prevedibili conseguenze di malattie e obesità. I più a rischio sono i poveri, sebbene la “food poverty” affligga famiglie che sono ben lontane dalla soglia della povertà in Gran Bretagna.

Nella foto: George Orwell

The Guardian ha intervistato (3) una coppia con due figli di Bristol con un reddito familiare di 24500 sterline all’anno: la moglie trova la sua situazione “una lotta costante per comprare abbastanza cibo da riempire lo stomaco”.

Questo mi ha sorpreso. Con cosa riempiranno il loro stomaco? Certo non con un sacro menu di patate al forno, pasta, sugo al pomodoro, acqua del rubinetto, carne tritata, e la meno-che-perfetta frutta che il supermercato ha finalmente, ragionevolmente deciso di vendere; sicuramente con qualcosa di più diabolico – bevande frizzanti, biscotti, e bistecche in scatola che vengono ancora sorprendentemente prodotte. Il governo, dopotutto, ha ideato una strategia chiamata “The Eatwell Plate” (4), che mostra come una dieta salutare, ben equilibrata, ricca di frutta e verdura possa essere realizzata con 16,70 sterline a persona alla settimana. Nutrire una famiglia di quattro persone secondo questi standard – considerando un bambino di 7 mesi come un adulto – costerebbe circa 3500 sterline l’anno, il 14% del reddito della famiglia di Bristol intervistata. Questa proporzione è maggiore di quella di una famiglia con reddito medio – che spende l’11% del suo budget – ma minore rispetto al 16% speso invece da un quinto delle famiglie più povere, che grossomodo equivale a coloro che si collocano al di sotto della soglia di povertà. Secondo le stime ufficiali, quindi, la famiglia di Bristol non avrebbe bisogno di lottare per riempirsi lo stomaco – e con del cibo nutriente. Dovrebbero semplicemente essere più saggi.

Questo è un vecchio tropo: i poveri britannici hanno bisogno di qualcuno che insegni loro a mangiare meglio. Economici libri di cucina vittoriana hanno pubblicato ricette pubblicizzate come sane e incredibilmente convenienti – una cena da due penny – e a volte “saccheggiando” cucine straniere per fornire qualcosa di interessante e nuovo: Bouillabaisse, per esempio: il dietista Sir Henry Thompson riteneva che i poveri l’avrebbero gradito, dimenticando (come lo storico sociale John Burnett ci ricorda) che ciò che era economico e facilmente reperibile a Marsiglia non lo era necessariamente a Manchester, dove una casalinga non avrebbe potuto trovare un cefalo, un peperone e una foglia di alloro, o se lo avesse fatto, suo marito probabilmente avrebbe trovato il risultato disgustoso.

Una delle più famose liste nella letteratura ricorre in “La strada di Wigan Pier”, dove George Orwell chiede ad un minatore disoccupato e a sua moglie l’ammontare settimanale della loro spesa. La coppia ha due figli, uno di due anni e uno di dieci mesi. Dell’indennità statale di 32 scellini (1,60 sterline), la metà se ne va per il cibo. Orwell nota che spendono due volte di più per lo zucchero che per la verdura, e niente per la frutta. Le basi della loro “tremenda” dieta sono pane bianco e margarina, carne in scatola, tè zuccherato e patate. Modi di mangiare più salutari per lo stesso ammontare di denaro sono certamente possibili, scrive Orwell, citando una dieta riportata in una lettera pubblicata sul New Statesman, nella quale l’autore dichiarava che con 4 scellini (20 cent) alla settimana poteva permettersi una dieta che includeva 3 intere pagnotte di pane, 10 arance e due chili di datteri. Ma quando si tratta di diete, stando a ciò che scrive Orwell, “la peculiarità del male” della povertà è che meno soldi a disposizione si hanno, meno si è inclini a spenderli per del “cibo sano”. Si desidera qualcosa di “gustoso”: gelato, un sacchetto di patatine all’aceto, una buona tazza di tè.

Quell’epoca ha avuto i suoi missionari “alimentari”. Orwell riporta le parole di un comunista arrabbiato, pronunciate durante un discorso, che rimproverava “le signore dell’alta società che hanno la faccia tosta di entrare nelle case dell’East End e dare lezioni di shopping alle mogli dei disoccupati”. Era un atteggiamento tipico della classe al governo, secondo questo comunista: “prima condannate una famiglia a vivere con 30 scellini la settimana, e poi avete la dannata impertinenza di spiegare loro come spendere i loro soldi.” Orwell dice di essere pienamente d’accordo, confondendo poi la questione: “eppure, ugualmente è un peccato che, solo per la mancanza di una propria tradizione, la gente dovrebbe ingoiare fango come fosse latte imbottigliato…” quindi è combattuto. Disapprova gli operai industriali inglesi perché “estremamente ignoranti” in fatto di cibo, per il loro odio rispetto al pane integrale, per il loro amore invece per i piselli in scatola, e per il loro quasi automatico rifiuto della buona cucina. Ma disapprova anche Lady Bountifuls che vuole aggiustare le cose.

Può esserci una esempio più chiaro oggi di una persona che mangia la sua torta in scatola, il suo pollo rivestito, la sua pizza fritta? Ma forse molti di noi – molti di noi che non sono poveri – si sono sentiti allo stesso modo divisi. Trent’anni fa, seguendo le orme di Orwell intorno a Wigan, ho trovato una famiglia simile a quella che aveva dichiarato per lo scrittore il suo reddito nel 1936: marito disoccupato, moglie casalinga, due figli piccoli. La loro indennità arrivava a 73,60 sterline, un quarto della somma speso in cibo. Nel 1936 sarebbe stato facile cavarsela articolo per articolo – bacon, lardo, marmellata, etc – ma nel 1982 il trattamento dei prodotti alimentari ha fornito una vasta gamma di cibi, acquistati in quantità talmente piccole (“due vasetti di pasta di salmone, una grande scatola di latta con polpette di carne”) che un elenco dettagliato è quasi impossibile da riportare. La sezione “non alimentare” del reddito includeva: “10 sterline per il carbone, acquisto rateizzato per l’abito e le scarpe del marito pari a 2 sterline”, ad ogni modo, il 1982 ha avuto una relazione più stretta con il Wigan di Orwell rispetto alla nostra epoca. Le costanti che si estendono dal 1936 al presente sono: il quarto della fetta di reddito per il cibo speso in pane, torte e dolci; la totale assenza di frutta; la razione di carne limitata a quella in scatola.

Era una famiglia coraggiosa. La moglie amava i romanzi di Catherine Cookson. “Fanno sembrare i tuoi problemi una nullità”, diceva. Chi sono io, chi siamo noi, per continuare con le sue ricette di carote stufate e dei 100 nuovi modi per cucinare le patate al forno? Ma non si poteva evitare di pensare, come Orwell, che era una vergogna, e questo più della povertà era da biasimare – che è vero anche adesso, perché difficilmente può essere esclusivamente il prezzo che guida le famiglie con basso reddito verso prodotti alimentari trattati ad alto contenuto di grassi, da quando il prezzo di questi cibi è aumentato del 36% negli ultimi 5 anni, più di ogni altra categoria di alimenti. Bisogna costatare un fatto: ad alcune persone piace, e, dal momento che il business alimentare ha oggi un grande potere, persuaderli a condurre una dieta più salutare potrebbe essere non molto semplice rispetto agli anni Trenta.

Nelle mie vicinanze si possono trovare buoni negozi alimentari: un emporio di formaggio, un buon macellaio e una pescheria che ha aperto di recente. Passandoci accanto l’altro giorno, sono stato improvvisamente colpito dal fatto che Toytown high street dipende non dalle sue antiche tradizioni, ma dal denaro – quello della City è venuto a stabilirsi qui. Entra in uno di questi negozi per comprare qualcosa di buono e salutare, e vedrai come in tuo budget settimanale di 16,70 sterline previsto dalla “Eatwell Plate” si vaporizzerà all’istante. Un filetto di halibut, una piccola piramide di formaggio di capra, un grappolo d’uva… pfft! Alla fine, come si può descrivere questo gap tra ricchi e poveri, più marcato oggi rispetto all’epoca di Orwell, se non catalogandolo come tremendo?

Ian Jack

Fonte: www.guardian.co.uk
Link: http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/nov/23/rich-poor-food-nutrition-gap-ian-jack

23.11.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIA MERCONE

NOTE

1) http://www.guardian.co.uk/lifeandstyle/nutrition
2) http://www.guardian.co.uk/society/2012/nov/18/breadline-britain-nutritional-recession-austerity
3) http://www.guardian.co.uk/society/2012/nov/18/family-finance-tax-credits-lost?intcmp=239
4) http://www.nhs.uk/Livewell/Goodfood/Pages/eatwell-plate.aspx

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    La nostra famiglia cerca di opporsi agli stili di vita moderni, ma non è semplice spiegare come i grassi vegetali idrogenerati, detti grassi trans, non vengano riconosciuti dal nostro corpo, legati con proteine ed espulsi, quindi inutili se non dannosi. Scaldare oltre 200° gli oli li trasforma in polinsaturi dannosi… mangiare zucchero bianco non integrale demineralizza le ossa e denti, il sale deve essere marino integrale non “raffinato” perchè privato del magnesio e altri oligoelementi favorisce l’ipertensione, la gente non capisce, meglio pensa che se una cosa viene venduta liberamente non sia potenzialmente dannosa. C’è poi da dire che questo modo di alimentarsi produce nel tempo malati cronici (diabete, ipertensione, arteriosclerosi, malattie autoimmuni….) che sono galline dalle uova d’oro per le case farmaceutiche. Il recente tentativo d’impedire per legge che i negozzi si approvvigionino sul campo direttamente dai contadini senza passare dalla GDO la dice lunga sul bussines alimentare. Noi siamo stati fortunati, abbiamo avuto una figlia allergica e anziche seguire la strada senza via d’uscita consigliataci abbiamo cominciato a ripensare il modo di alimentarci e di curarci, mia figlia sta complessivamente bene, io a 51 anni sto meglio di 10 anni fa, dobbiamo abituarci ad andare oltre i comodi prodotti pronti, leggere le etichette e chiederci è mai possibile usare tutti questi conservanti, coloranti etc. Sembra che i nostri cadaveri non si depongono piú alla stessa velocitá di un tempo… naturalmente tutto ok… nessuna domanda. Nessuna risposta.

  • ericvonmaan

    Ho parenti in UK e ci vado un paio di volte all’anno. Dunque: fare la spesa, increduli aprite bene le orecchie, ormai costa quasi meno da loro che da noi. Ovviamente comprando frutta e verdura di stagione, non roba esotica (ma questo vale ovunque anche da noi). E’ vero che molti britannici, soprattutto quelli di classe mediobassa (la “working class”) diciamo “non sa mangiare”, ma è una questione di cultura, non di reddito. Purtroppo da loro molte famiglie hanno completamente perso la capacità e la volontà di farsi semplici cose a casa con cibi freschi, preferiscono comprare la robaccia pronta da mettere nel microonde. E’ un problema di cultura, non di soldi. Con un minimo di tempo e un pochino di manualità si può mangiare roba fresca, sana, fatta in casa, spendendo poco, anche meno che in Italia. Le autorità sono consapevoli di questo problema e si stanno impegnando, con campagne informative, programmi radio e tv ecc, a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema. Purtroppo stanno raccogliendo i frutti negativi del tipo di società “all’americana” che hanno proposto negli ultimi 30 anni, inclusa la non-cultura del junk e fast food precotto e preconfezionato.

  • Primadellesabbie

    Osservazioni del tutto corrette e rispondenti alla realtà, aggiungo che esiste una quantità di fattorie a regime biologico (vero) dove acquisto regolarmente alcuni prodotti.

    Da una quindicina di anni sono massacrati da programmi culinari in TV che hanno il solo fine di incrementare i consumi. Alcuni anni or sono un giovane chef, tale Oliver, ha riunito sotto un tendone 500 (cinquecento) massaie di mezza età che non avevano MAI, in vita loro, maneggiato una verdura o un ortaggio freschi! (questo ai suoi parenti sarà sicuramente sfuggito). Bisogna tenere presente che esistono, da sempre, numerosi gruppi etnici che mangiano nel modo a loro congeniale e trovano con facilitá, al mercato, i prodotti freschi, a loro indispensabili (non usano cibo conservato come i ristoranti cinesi).

    É vero che si tratta di un problema di cultura, sebbene in parte alterata dalla puntuale e ostinata reazione a certi esperimenti sociali del tempo andato, ma aprirei un discorso sconosciuto ai più che si farebbe molto lungo, e per saperne qualcosa bisogna parlare con i vecchi, dopo averli trovati.

  • Aironeblu

    Quasi tutti i processi di raffinazione rendono gli alimenti più poveri di minerali, fibra, e tantissimi nutrienti fondamentali per il nostro benessere, e talvolta li rendono anche dannosi. Il risultato è la carenza cronica di tali nutrienti, che non soddisfa l’organismo caisando un aumento della richiesta alimentare, con tutte le comseguenze negative del caso, e il paradosso di inter popolazion di obesi che in realtà sono denutriti. Mangiare sano non è una questione di ricchezza o povertà, almeno entro certi limiti, ma un fatto culturale, non è difficile documentarsi per scegliere migliori regimi alimentari.

    In poche parole, quanta più frutta e verdura fresca possibile, possibilmente consumata cruda, pane, riso o pasta in quantità non esagerata (molto meglio se integrali), pesce, carne, latte e derivati in quantità moderata, e soprattutto il meno possibile di cibi confezionati, poichè contengono sempre conservanti, acidificanti, grassi idrogenati, e un’infinità di altri veleni per in nostro organismo. Generalizzando, più gli alimenti saranno vicini al loro stato naturale, più saranno sani per noi, non è cosí difficile.