IL FORCONE E IL CAPITALE

IL FORCONE E IL CAPITALE

FONTE: IRRADIAZIONI (BLOG)

Ho percorso duecento chilometri in auto negli ultimi due giorni ed ho trovato due blocchi del cosiddetto movimento dei forconi. Qualcuno ci vede il baluginare della rivolta che verrà, io ho visto la ripetizione di una tradizione italiana vecchia di un migliaio d’anni: la rivolta per il pane, l’assalto ai forni. Ho visto gente che ha perso tutti i contenitori politici nei quali era transitata. Ho visto gente smarrita non l’avanguardia rivoluzionaria. Ma so che alcuni ci hanno ricamato sopra una teoria e la teoria dice che questi 30.000 (ma facciamo anche 50.000 o 100.000) sarebbero l’avanguardia della massa che verrà. La teoria dice che questi protestanti – presto o tardi – diventeranno anticapitalisti perché capiranno che il capitalismo li sta massacrando. E così diventeranno anticapitaliste le masse che se ne stanno a casa oggi non appena la crisi morderà le loro “sicurezze”.

Questo dice la teoria. Solo che la teoria non funzionerà. Perché non funzionano così le cose.


A quei blocchi nessuno pensava minimamente al capitalismo o all’anticapitalismo. C’era gente che aveva perso qualcosa e la rivoleva indietro. E rivolevano indietro quel che avevano vissuto: un posto non troppo freddo ai margini del capitalismo. Un posto che – sono convinti – gli è stato tolto dalle iniquità dei governi, dalla mancanza di politiche protezioniste, dall’Europa, dalle tasse.


E mi è venuto da pensare al fenomeno del cambiamento dei consumi di stupefacenti negli ultimi quarant’anni. Che centra? C’entra. Negli anni ’70 ci si faceva di eroina e di acidi lisergici. Ci si faceva di droghe che ti sparavano fuori da un mondo che si sentiva profondamente ingiusto e nel quale non si voleva rimanere. Dietro c’era tutto un movimento tra il culturale e il politico che postulava il rifiuto radicale dei modi di essere e di consumare. Dagli anni ’80 ha preso piede la cocaina e tutta la larga famiglia delle anfetamine. La droga che aiuta non a fuggire dal mondo ma a restarci e ad essere “performante”. Una droga sintonizzata sulla necessità di dimostrare di essere sempre sveglio, attivo. concorrenziale.


Guardavo la gente ai blocchi e pensavo che quella gente che mi dava i loro volantini volevano una sola cosa: essere di nuovo parte di un capitalismo che funziona. Non sanno come fare, non hanno le idee chiarissime ma due o tre concetti più o meno interiorizzati: sovranità popolare, lotta ai burocrati europei, lotta alla classe politica.


Guardavo i carabinieri alla curva della rotatoria. Immobili, passivi, lasciavano che il blocco ci fosse ma fosse “ragionevole”. Fermali sì ma poi falli passare dopo una decina di minuti. Ci ho parlato per un po’. La maggioranza faceva fatica ad articolarmi un discorso omogeneo. Quello che usciva fuori era un “prima” (quando si stava bene) e un “adesso” nel quale si sta male. Ridateci quello che avevamo, ridateci il capitalismo ben temperato. Segni di anticapitalismo? Nessuno. Neppure una briciola sparsa di luddismo.
Le facce smarrite e incazzate raccontavano soltanto la sorpresa e la paura di essere tagliati fuori definitivamente dalla fonte di ogni delizia. Non erano persone che si stavano riappropriando del loro essere cittadini ma, piuttosto, gente che rivoleva essere consumatori. Uno mi ha detto che voleva la meritocrazia e voleva che i migranti (non usava questo termine però) se me tornassero a casa loro. Un altro voleva uscire dall’Europa perché così saremmo stati di nuovo “padroni in casa nostra”. Padroni per fare che? Per tornare a consumare.


Era gente che non sa che una economia anticapitalista non prevede la Audi ma semmai una versione moderna della Trabant. Perché se “da ognuno secondo le proprie capacita’, ad ognuno secondo i propri bisogni”. Si tratta di ridistribuire equamente le risorse e la fettina di torta per ciascuno sarà uguale ma non sarà grande. Ma non volevano una cosa del genere, volevano esattamente la fetta che avevano prima. Volevano – appunto – un capitalismo come quello nel quale avevano nuotato sino a ieri. Volevano ricominciare a vendere per poi consumare, per poi vendere ancora e consumare di nuovo.


Io ho visto gente che rivoleva la gabbia perché neppure sa di essere in gabbia. Non c’era l’idea di un modello alternativo, c’era solo un urlo sottinteso: “rimettete in moto la macchina”. E la macchina si chiama capitale.


Non pretendo coscienze sociali che non si possono chiedere. Ma se questa che ho visto era l’avanguardia posso agevolmente immaginarmi la massa alla cui testa si muove. Non c’è nessuna parentela con l’iconografia di Pellizza da Volpedo.


Mi si dirà che non si può dividere la lotta anticapitalista cosciente dalla protesta per l’impoverimento. Non si può se si pensa che la massa passerà dallo stadio della lotta protestataria alla scoperta della lotta contro il capitale. E chi dice e su quali basi lo afferma che questa gente che ho visto, incazzata per ciò che ha perso, maturerà anche la più pallida idea di un modello differente? Certo magari in qualche testo teorico avviene anche questo miracolo. Ma siamo nel mondo.


E il mondo ha visto i tedeschi dell’Est nel 1989 passare il muro e correre a rotta di collo verso il più vicino supermercato di Berlino Ovest. Ed è lo stesso mondo che a Kiev vede un bel po’ di dimostranti scendere in piazza per poter entrare in Europa e non rimanere nell’orbita dei satrapi russi. Naturalmente giusto per far capire che vogliono il capitalismo tirano giù l’ultima statua di Lenin ancora in piedi. Un’altra lotta sacrosanta contro il totalitarismo, o una lotta per entrare nel mondo del capitalismo ben temperato?


Ho visto gente accomunata dal comune scivolamento all’indietro della propria possibilità di essere dentro alla macchina del consumo. E a proposito di macchine, uno mi ha detto che ha dovuto vendersi la Golf GTI che con tanti sacrifici s’era comprato. Una per farmi riflettere sul suo scivolamento all’indietro mi ha detto che tutti gli anni riusciva ad andare a farsi una settimana a Sharm-el-Sheik (abbreviato “Sciarm” con la stessa pronuncia di “sciampista”) e che ora non aveva i soldi per pagarsi il mutuo.


Ed allora ho capito che per dissolvere questo prodromo di “rivoluzione” basterebbe un cambiamento di congiuntura, un po’ più di PIL.


Qualcuno mi ha detto che se non cambierà qualcosa, l’Italia diventerà come la Grecia. Ossia, voleva dire, ci ribelleremo come i greci. Lui crede che ci sia una rivoluzione in Grecia. Esattamente come quelli che credono che quanto è accaduto sia il primo raggio della rivoluzione anticapitalista.


Sarebbe anche bello, ma non è così. Non è così perché nessuno aveva in mente un modello alternativo. E nessuno delle persone che ho visto a quei blocchi metteva in dubbio il modello cui si aggrappava.


Non ci sarà nessuna rivoluzione. Non ci sarà tra un mese, tra un anno o tra dieci. La scorciatoia non arriverà. Perché una rivoluzione, quella vera, è il frutto di un lungo lavoro di penetrazione di idee differenti lungo l’arco di decenni. Voltaire iniziò a scrivere nel 1716 e morì senza aver visto la Rivoluzione che aveva contribuito a rendere cosciente. Qualcuno mi dirà che il rivoltoso che assaliva la Bastiglia nulla sapeva magari di Voltaire. È probabile, anzi, quasi certo. Ma ciononostante quel rivoluzionario aveva chiaro in mente che non voleva più essere parte del regime che assaliva. Ne voleva uno che fosse diverso, non voleva star meglio in quello che c’era.


Perché se è vero che la rivoluzione non è un pranzo di gala, è anche vero che non si improvvisa. Quando si improvvisa è una italica rivolta per il pane: quando cala il prezzo tutti se ne tornano a casa.



Fonte: http://irradiazioni.wordpress.com

Link: http://irradiazioni.wordpress.com/2013/12/12/il-forcone-e-il-capitale/

12.12.2013

Commenti (63)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. Primadellesabbie 16 dicembre 2013

      Un paio di anni or sono ci fu, nell'atrio di una stazione ferroviaria di Londra (mi pare fosse Euston Station), un interessante raduno. Si diedero appuntamento centinaia di giovani armati di auricolari e mp3, invasero il grande atrio e si immersero, ciascuno nella sua musica, ballando tutti contemporaneamente un ritmo diverso, da soli. Inutile dire che rimasi colpito dal notevole significato simbolico di questa iniziativa.

      Non trovo tra i commentatori dell'articolo proposto qualcosa a proposito della presenza, tra i rivoltosi, del desiderio di conoscersi, noto un allarmante sequela di pregiudizi più o meno generici (allarmante perché potrebbero essere fondati). Conoscersi non vuole dire essere d'accordo ma, assente questa tendenza, mi pare difficile intraprendere qualsiasi iniziativa.

      Passando con il treno davanti al presidio di Mestre ho potuto notare di sfuggita una grande scritta: "O Patria o morte" presidiata da un paio di silenziose persone acconciate in modo inconfondibile con stivaletti militari ecc., accanto ad uno stand evidentemente di diversa tendenza dove persone armate di mazzi di volantini intrattenevano radi passanti…

      Viator dice: "...tutte le rivolte popolari, a partire da quelle socialiste, sono motivate da rivendicazioni materiali…". Può darsi, ma non sono mancate rivendicazioni di dignità, di tendenza moralizzatrice e, come dice Black_Jack, identitarie (che non vuol dire per forza nazionali).

      Credo che chi voglia avere un ruolo intellettuale, in questo momento, debba mettere da parte tutto quello che sa o crede di sapere (metterlo da parte, non distruggerlo) ed esaminare la situazione come se ci arrivasse per la prima volta. É abbastanza inutile cercare parallelismi perché gli attori sono diventati "altri", i poveri sono "diversamente poveri" e lo stesso vale per i ricchi che, se hanno la stessa arroganza, non hanno più i dubbi di chi li ha preceduti. Inoltre, proprio la disgregazione conseguente al frazionamento indotto dal consumismo e alla rarefazione delle relazioni sociali, rende impensabile una "rivoluzione" a meno di un colpo di genio.
      Mi sembra più realistico trovare il modo di riprendersi il centrocampo.

      Un'ultima cosa un po' dura da digerire (ma per fortuna é solo una mia opinione): se capisco bene stiamo vivendo un periodo di involuzione della natura umana, non si tratta di semplice decadenza, credo sia arrivato il momento degli involuzionisti.

    1. RenatoT 14 dicembre 2013

      e in natura è uguale... prede, predatori, parassiti.
      Il leone ha il culo al caldo e fra le gazzelle, le piu' deboli, meno attente vengono mangiate, almeno per prime.

    1. RenatoT 13 dicembre 2013

      Pensavo la stessa cosa.
      Non è questione di politica o squadre... Il problema è che nessuno vuol accettare il fatto che a se viviamo come abbiamo sempre fatto, le conseguenze a livello climatico e ambientale saranno enormi.
      La gabbia c'è ma nessuno la vuole vedere.

    1. RenatoT 13 dicembre 2013

      Non ci sono proposte, ci sarà un evoluzione socio-culturale che durerà decenni e nel mentre verranno selezionati gli individui in base alle strategie attuate e con loro i loro discendenti.
      Lo stile di vità a cui siamo abituati non funziona, è chiaro, con questi ritmi è certa l'estinzione del genere umano.

    1. roz 13 dicembre 2013

      Perfetto!

    1. Viator 13 dicembre 2013

      Ottimo sito, ti leggerò volentieri.

    1. Viator 13 dicembre 2013

      Prima di condannare bisogna cercare di porsi nella prospettiva dello scrivente.

      L'articolo si inserisce nel dibattito interno al mondo semicatacombale marxista, sul valore da attribuire a questi vagiti di rivolta. E' un mondo sradicato dalla realtà in cui ancora si discetta del primato della classe operaia contro individuazione di soggetti rivoluzionari alternativi, sistema mondo à la Negri o rivoluzione permanente troskjsta ecc.

      L'articolo si volge contro quanti, all'interno di questo mondo, scorgono nei blocchi stradali il sintomo della rinascita del sospirato proletariato comunista rivoluzionario. In tal senso l'articolo di Ars longa è, se vogliamo, un tentativo di realismo.

      Ovviamente trasposti in mezzo a persone normali questi discorsi danno un senso di allucinazione. Tra l'altro Ars longa non vede che la gente comune ha sempre lottato per panem et circenses, anche quando lo faceva sotto le bandiere dell'escatologia marxista, non certo perché credessero veramente all'avvento del sol dell'avvenire, ma semplicemente perché gl'innumerevoli intellettuali di origine borghese e piccolo borghese discesi in mezzo alle masse li avevano inquadrati in quel contesto ideologico e organizzativo, e avevano dimostrato loro di difendere i loro concreti interessi.

      Forse Ars longa sarebbe più coerente se andasse a fare volantinaggio anziché discettare dall'alto del suo sito internet.

      Altrettanto interna al dibattito marxista e sradicata dal sentire comune è la convinzione che un miglioramento della condizione delle masse possa avvenire solo entro un contesto di superamento del capitalismo. Quando al contrario il nostro vecchio benessere si fondava sulla miseria del terzo mondo, e presupposto del suo ripristino sarebbe la reintegrazione della base industriale delocalizzata in Cina, India, Romania ecc. all'interno dei paesi industrializzati.

      L'unico elemento interessante dell'articolo coinsiste nella denuncia del carattere disorganizzato della rivolta. Le condizioni iniziano ad essere mature per un rovesciamento, ma per realizzarlo ci vuole un leader che sappia interpretare il malessere della gente. Ben difficilmente lo si troverà nell'alveo della tradizione sinistrorsa, anche perché il principalissimo elemento di unificazione e trazione del malcontento è l'insofferenza verso le orde extracomunitarie, freneticamente represso dalla martellante propaganda del regime antirazzista. Schierandosi al loro fianco le sinistre marxiste si tagliano fuori da quel popolo che aspirano a rappresentare.

    1. Ercole 13 dicembre 2013

      Nè con il governo nè con i forconi ,contro la crisi capitalista LOTTA DI CLASSE INTERNAZIONALISTA .

    1. Truman 13 dicembre 2013

      #9dicembre In un mondo di tv pilotate..

      Toh, la gente in piazza. Toh, in piazza e pure incazzata. Ma tu guarda. E chi se lo aspettava…In questi due anni mica sono accadute cose strane, tipo piccoli imprenditori che si toglievano la vita, tipo capannoni che chiudevano, tipo lavoratori che restavano a casa, tipo famiglie intere indebitate e inseguite da simpatici signori che ordinavano il rientro altrimenti ti pignoravano la casa. E mica sono capitate cose del tipo consiglieri regionali che si facevano rimborsare qualsiasi cosa, da cene a base di ostriche e champagne fino a reggiseni e mutande. Mica siamo nel Paese dove la politica ha dei costi (inutili) che in nessun altro estero. Allora perché mai la gente dovrebbe essere nervosetta?!?

      Invece la gente è scesa in strada, ognuno col proprio pezzetto di rabbia. Ed è scesa per effetto del passaparola. A proprie spese e senza i pullman organizzati per riempire la rituale piazza romana. No, ognuno ha dimostrato nella propria città o in quella più vicina. Mandando in tilt quella nomenclatura che non sa più come reagire. Sono bastate poche ore per far capire a istituzioni, partiti, sindacato e associazioni di categoria che coi convegni non si va troppo lontano e soprattutto che certi rituali si sono logorati. Anzi, li hanno logorati loro coi loro giochetti sottobanco di potere, con le loro spartizioni maleodoranti. Sta andando tutto in tilt e forse la protesta spontanea di lunedì è quella scintilla di cui si continuava a parlare. La protesta dei forconi l’hanno chiamata, ma è molto di più. E’ la corda che si è spezzata dopo tanto tirare. Vedrete quanti cadranno per terra per colpa della loro arroganza. Guardate quante retromarce sull’euro e sulle politiche di austerity. Guardate quanti politici ora cercano di spiegare, di motivare. Di resistere. Guardate quanti distinguo ora che gli occhi dei cittadini si fanno rossi di rabbia ma anche di una speranza, quella che se ne vadano.
      Non so quanto durerà questa protesta, una cosa però è certa: non basterà tentare di inquinarla con infiltrazioni pilotate ad arte. Dentro quei gruppi di persone normali c’è la stessa rabbia che vive in moltissime case di gente normale dove si campa con stipendi insufficienti, è la stessa rabbia di lavoratori in perenne mobilità, di artigiani col cappio dello Stato e delle banche attorno al collo. E’ una rabbia che da muta o silenziosa esplode in rabbia collettiva. Qualcuno dice che è una rabbia demagogica e populista? Ecco, lo dicono gli stessi che si sono voltati dall’altra parte quando le agenzie di stampa battevano il suicidio di un altro imprenditore. Sono gli stessi che non hanno più il coraggio di presentarsi davanti a un cancello di una fabbrica o persino di guardare negli occhi una persona in difficoltà. Quanta umanità, la politica s’è fagocitata. Sono tutti i signori del porcellum, delle liste bloccate che hanno difeso nonostante mille dichiarazioni e mille promesse di cambiamento. Sono i tecnici alla Saccomanni, alla Monti, alla Fornero. Sono i giovani saccenti alla Letta, alla Lupi, alla Alfano, alla De Girolamo.
      In piazza, dicevamo, c’è gente col proprio pezzetto di rabbia. Manca coscienza collettiva, ma chi se ne frega. Per una volta lasciamo libera questa energia. Libera di andare semplicemente contro. Con la consapevolezza che poi questa ondata anarchica diventerà un guinzaglio più o meno corto. Tante proteste sono finite così, anche questa. Però se serve per smontare un pezzo dell’arroganza politica che cementa il potere romano allora sia benedetta. Del resto il potere vince perché unito negli scopi o meglio nel solo scopo che interessa davvero. Questa è l’unica amarezza che rischia di restare in bocca, che oltre il bersaglio piccolo non si vada perché è invisibile.
      Per il momento respiriamo quest’aria nuova. Sopportiamo il disagio dei blocchi. Condividiamo la rabbia di chi sta facendo una cosa che non si sarebbe sognato di fare. Sforziamoci di vedere gli intrecci partoriti dalle debolezze di ognuno: quegli agenti che si levano il casco perché non c’è pericolo e perché al di là delle uniformi e dei doveri resta una busta paga che non è giusta. Restano le difficoltà e le tristezze di tanti no pronunciati a forza. Eccola la sola collettività che trova un senso in questa protesta senza regole e senza un tracciato. Una collettività somma di tantissime individualità. Che stavolta ha il pregio di uscire dalla casa, dal bar, dal negozio, dal posto di lavoro, dal capannone. Ha il pregio di rendersi visibile in strada. Liberamente.
      Una sola cosa, infine. Come si dice in questi casi: non perdiamoci di vista. E’ quello che il Potere cerca.

      http://notiziedm.wordpress.com/2013/12/11/9dicembre-in-un-mondo-di-tv-pilotate-un-uomo-chiaro-e-che-fa-vero-giornalismo-gianluigi-paragone/

    1. Black_Jack 13 dicembre 2013

      Prego?

    1. Viator 13 dicembre 2013

      L'articolista non si limita a dire che queste proteste non hanno una direzione ben definita (che sarebbe giusto), specifica che questa direzione non deve muovere da stimoli egoistici bensì ideali e dev'essere fionalizzata al superamento del capitalismo.

      Il che significa non aver capito che tutte le rivolte popolari, a partire da quelle socialiste, sono motivate da rivendicazioni materiali, e poi pretendere che i manifestanti condividano l'immotivata fiducia dell'autore nel fatto che una società non capitalista sia in grado di soddisfarle meglio di una capitalista (beninteso senza avere nulla a che fare coi socialismi reali). Cioè entrare nel regno della fantasia escatologica.

      Il problema è unicamente dare una direzione alla protesta, e questa certamente non gliela daranno gli sparuti superstiti della religione marxista. Ci vuole un capopopolo che sappia far balenare agli occhi del gregge immagini abbastanza invitanti e semplicistiche da catalizzarne la rabbia. Come fa oggi Beppe Grillo, ma in chiave moderata e legalitaria, quindi improduttiva e ultimamente autolesionista. La non violenza è la scelta di tutti i perdenti della storia.

    1. Tetris1917 13 dicembre 2013

      Qualche laziale rimasto in polonia?

    1. Gracco 12 dicembre 2013

      sottoscrivo tutto, tranne una sola parola: sostituirei "dividendi" al posto di "stipendi".

      Sembra una sottigliezza, ma in realtà cambierebbe tutto il contenuto della "rivolta".

    1. alvise 12 dicembre 2013

      Potevi anche usare un aggettivo più duro, non mi sarei offeso.Dire benevola non significa errata.I punti di vista sono sempre da rispettare, intendo il tuo anche se più pungente

    1. Black_Jack 12 dicembre 2013

      Cerchi da darti un tono piccino mettendo la cedille, ahimè, nel punto sbagliato.


      Ça va sans dire, non Savaçandir...per questo guadagni 1200 al mese, che mi auguro vivamente siano netti


      Ma ti puoi leggere chi ti pare basta che capisci cosa uno scrive; non ho mai detto che l'intellettuale deve insegnare il senso di appartenenza alla nazione, te lo sei sognato la notte povero Fernesto. Ho detto praticamente l'opposto ma uno col tuo reddito ha anche un livello culturale corrispondente e quindi fai fatica a orientarti se uno esce un minimo dagli schemini del liceo. Anche per questo senti tanto il fascino del borghese col titolone di studio, mio sfortunato amico.


      Ho detto, e tanto non capirai lo stesso, che l'intellettuale deve ridare un senso di appartenenza al popolo non con idee pret à porter come religione e nazione ma tramite il contatto e il dialogo di persona. Solo cosí nascerà quello spirito consapevolmente critico verso il sistema che è la base di un vero senso di appartenenza. Non quindi la comunanza di bisogni materiali dovuta alla contiguità di posizione nel sistema di produzione.


      Non c'entra niente con quello che avevi capito tu, purtroppo.


      Inoltre ho detto che visto che gli intellettuali sono solo dei miserabili arrivisti, a quel punto restano solo due sensi di appartenenza utilizzabili e sono la religione. Il nazionalismo.


      Il Papa sta facendo benissimo e se continua cosí renderà il cattolicesimo qualcosa di veramente importante; il nazionalismo è a doppio taglio, l'ho sempre detto, ma di fronte alla vergognosa ignavia degli intellettuali meglio quello che niente. Ma tanto non capisci.


      Mi raccomando risparmia che sennò non riesci a pagare l'affitto.


      Be', lasciami dire che se guadagnassi le tue cifre e fossi pure in affitto sarei un pelino più incazzato di te...ti lascio al tuo adorato erastes.

    1. Fernesto 12 dicembre 2013

      Ho capito Savaçandir , ma qualcuno lo dovrò pur sempre leggere . Leggere te mi scappa da ridere : ripeti sempre le solite due cagatine ( senso della Nazione e gli intellettuali che devono insegnare al popolo il senso di appartenenza alla Nazione . Tra l'altro le “menti” che si potrebbero prestare a questa stronzata potrebbero essere solo Storace , Marine Le Pen , Gasparri , Bagnai , Daniela Santanchè e simili .. e chi li ascolta potrebbero essere solo i vari Savaçandir ) . Molto meglio leggere Ars Longa e non solo lui .

    1. Georgejefferson 12 dicembre 2013

      Un Plauso Black

    1. tersite 12 dicembre 2013

      Letto ora su FB: Ciao poliziotto! Sono una dei manifestanti che a luglio 2001 era a Genova, ricordi?
      Sono una di quelle che cercava di spiegare ai suoi concittadini perché eravamo lì, ero io quella che insieme ai miei compagni gridava che non era giusta una globalizzazione selvaggia senza globalizzazione dei diritti, che non potevamo continuare a chiudere gli occhi davanti ad un mondo che si arricchisce selvaggiamente lasciando la maggior parte della popolazione sotto la soglia di povertà, ch...e non potevamo accettare che otto potenti decidessero le sorti dell’intero pianeta senza che nessuno li avesse legittimati a farlo, che era l’ora di gridare “BASTA” ad un sistema disumanizzante e perverso.
      Ero uno di quelle che cercava di spiegare anche a te che la soluzione poteva essere una lotta pacifica contro un sistema che schiaccia me come te.
      Ricordi? Io ricordo tutto! Ricordo che, nella migliore delle ipotesi, alle mie istanze la tua risposta era " non voglio nemmeno sentire non sono problemi miei, sono qui a fare il mio lavoro", ma di “migliori ipotesi” non ce ne sono state molte, ricordi?
      Le tue risposte sono state, nella larga maggioranza dei casi, manganellate in testa, in faccia, alla schiena, alle gambe, fino a vedere il sangue e poi ancora e ancora, “puttana, ti ammazzo!”, “zecca bastarda comunista”, fino a lasciarci sanguinanti, fratturati, terrorizzati, piangenti.
      Fino a spararci addosso, ricordi?
      Ricordo che alla sera, dentro la Diaz, i compagni erano a terra e voi attorno, da soli o in gruppo, con la faccia stravolta, gli occhi vitrei, quasi come se godeste del dramma che si stava consumando, delle ossa che stavate spezzando, del sangue che stava scorrendo.
      Io ricordo tutto, e ricordo che il casco non lo toglieste nemmeno per un momento, ricordo che i manganelli erano ben saldi nelle vostre mani. Oggi ho visto delle scene, e mi viene spontaneo chiedermi, perché? Perché oggi si è allora no? Cosa è cambiato? Forse eravamo stati noi a non sapervi convincere? Qualcuno dice che è per il colore che porto in giro con tanto orgoglio, beh forse sarà così o forse no, non lo so, ma quello che so e che a breve ci rincontreremo, perché i nostri problemi sono sempre li è la nostra voglia di lottare e sempre viva. Ebbene quando quel giorno arriverà, e fidatevi che non aspetteremo molto, vedremo se davvero qualcosa è cambiato oppure, come dicono i maligni, oggi pomeriggio la differenza l'ha fatta il colore di una bandiera.
      Roberta, cittadina genovese.

    1. Black_Jack 12 dicembre 2013

      Ma che tu fossi uno che non c'ha una lira si vede lontano un miglio povero piccolo.


      Invece che Ars Longa se la passi bene si vede lontano due miglia.


      E anche uno che sta a tre miglia capisce che Ars Longa è il tipo smart che si fa li cazzi sua mentre tu sei il puparuolo pippettaro affascinato dal borghese intellettuale.


      Poi a naso Ars Longa è figlio di solidi medio borghesi forse medio alti ma quest'articolo non so se lo ha scritto proprio lui.


      Sveglia Fernesto che intellettualmente parlando stai facendo la figura dell'eromenos con Ars Longa che, sempre intellettualmente parlando, fa il tuo erastes.

    1. karson 12 dicembre 2013

      Sono d'accordo con te.

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