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IL DUMPING DI MARCHIONNE

DI LUCIANO GALLINO
repubblica.it

Quattro anni fa, settembre 2006, Sergio Marchionne dichiarava prima in un discorso all´Unione Industriale di Torino, poi in un´intervista a questo giornale, che «il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento».

«E dunque – aggiungeva – è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi». Per contro ieri annuncia che, tutto sommato, ritiene necessario picchiare proprio su chi sta alla linea. E le ragioni per farlo sembrano primariamente connesse al costo del lavoro. In questo caso i destinatari diretti del messaggio non sono i lavoratori di Pomigliano, ma quelli di Mirafiori, visto che un nuovo modello di auto che doveva venir prodotto nello stabilimento torinese sarà invece prodotto in Serbia. Una decisione che, se non è un de profundis per Mirafiori, poco ci manca.

A seguito, “La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT” (Stefano Vernole, eurasia-rivista.org);
In verità l´ad Fiat ha usato parole un po´ diverse. Ha detto che in Italia i sindacati mancano di serietà. L´azienda non può assumere rischi non necessari per realizzare i suoi progetti nel nostro paese. Fiat deve essere in grado di produrre macchine senza incorrere in interruzioni dell´attività. Qualche minuto in rete basta però per venire a sapere che il salario medio dei lavoratori serbi del settore auto si aggira sui 400 euro al mese. Ed è improbabile che tale costo sia accresciuto da consistenti contributi destinati al servizio sanitario e alla pensione, come avviene da noi grazie alle conquiste sociali di due generazioni fa. Andare in Serbia, piuttosto che restare a Mirafiori, significa quindi giocare il destino di nostri lavoratori la cui prestazione assicurava finora un livello di vita decente a sé stessi ed alla famiglia, anche per il futuro, contro lavoratori di un paese che a quel livello di vita e a quel futuro avrebbero pure loro diritto, ma per il momento se li possono soltanto sognare.

Se questa sorta di grande balzo all´indietro è ciò che Marchionne intende per modernizzazione delle relazioni industriali in Italia, vengono un paio di dubbi. Non diversamente dal 2006, il costo del lavoro in un´industria altamente automatizzata come l´auto rappresenta il 7-8 per cento del costo complessivo di fabbricazione. Portando la produzione da Mirafiori a Kragijevac, dove il costo del lavoro è meno della metà, la Fiat può quindi pensare di risparmiare al massimo tre o quattro punti sul costo totale. Ma se intende affrontare tutti i problemi sociali, sindacali e politici che dalla sua decisione deriverebbero per conseguire un risparmio così limitato, ciò significa che le sue previsioni di espansione produttiva, di vendite e di bilancio sono assai meno rosee di quelle che lo stesso amministratore delegato ha dato a intendere nei mesi scorsi. E questo dubbio ne alimenta un altro: che il vero obbiettivo non sia la riduzione del costo del lavoro, sebbene questo appaia evidente, bensì la realizzazione di una fabbrica dove regnano ordine, disciplina, acquiescenza assoluta agli ordini dei capi. Dove, in altre parole, il sindacato non solo assume vesti moderne, ma semplicemente non esiste, o non fiata. Magari ci verrà detto ancora una volta che questo è un obbiettivo che la globalizzazione impone. Può essere, anche se le pretese di quest´ultima cominciano ad apparire esagerate. Quel che è certo è che si tratta di un preoccupante indicatore politico.

Luciano Gallino
Fonte: www.repubblica.it
23.07.2010

Pubblicato da Davide

  • Marduk1970

    I nostri industriali dovrebbero essere i fautori della fattibilitá, invece sono i responsabili del dissesto economico-culturale di questo paese. Vendono Stock-Option, rubano legalmente, e noi ci troviamo in difficoltá a doverci paragonare con queste persone. L’etica non esiste piú, rubano con le prassi di interessi legalizzate, le balle sono state approvate ormai. Le riforme per loro sono diventate controriforme, lavorare meno per lavorare di piú, produrre di piú vendendo di meno, guadagnare di piú vendendo di meno. Hanno dei consulenti di revisione che vengono pagati non con stipendi da revisori bensí come consulenti, e vengono pagati per falsificare i bilanci. Dovremmo reimparare a imparare. Ormai si vede dappertutto, si legge su tutti i giornali, si autoassolvonmo tra di loro. Le soluzioni che a noi restano, o che potrebbero restarci sono quelle di riappropriarci la chimica, l’informatica, il mercato delle auto, il rispetto dei contratti per i lavoratori dipendenti. Il Sistema si é sfasciato. Spalmano ammortamenti di cinque anni portandoli a quaranta, invece che fare ammortamenti sugli immobili li fanno sugli arredamenti. Esistono “industriali” che hanno causato sparizioni di 100.000miliardi di euro. Non lasciando neanche le briciole per i piccioni. Ci vuole qualcosa che riesca a fare partire una macchina del cambiamento pesantissima, e quel qualcosa non lo abbiamo ancora trovato. Chissá quanto ancora aspetteremo a deciderci. Nel frattempo, tratteniamo il respiro e ritorniamo con la testa sotto. Aufwiedersehen.

  • costantino

    Gran manager Marchionne…..non si può criticare
    😉

  • ulrichrudel

    Quello che mi da fastidio di questi signori industriali italiani (questo è da vedere) che, distruggendo un passo alla volta ,le garanzie sociali raggiunte dal popolo dal 1930 in poi ; avvicinandoci sempre più alle realtà del terzo mondo….hanno la pretesa di fare pubblicità ingannevole
    declamandoli spudoratamente come prodotti italiani.!
    Se i serbi oder i polacchi,turchi ecc..guadagnano la metà di noi vorrà dire che difficilmente il signor Marchionne ed i suoi datori di lavoro venderanno le auto Fiat dove danno da lavorare.
    Se anche gli italiani si trovano in mutande a chi vanno a vendere questi prodotti auto rimasti nel tempo obsoleti.
    Cosa interessa l’estetica,la velocità,testoni !,vogliamo auto che non inquinano, e che con un litro facciano 100 km.

  • redme

    ..ha ragione …i sincacati non sono seri, se lo fossero avremmo preso questa azienda di merda che abbiamo già pagato 10 volte…

  • Recremisi

    Dato che fiat è stata l’azienda italiana che per prima e in modo più massiccio è stata aiutata con soldi pubblici, quasi fosse un’azienda statale, anzi peggio, introducendo il concetto di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili. Dato che il mercato italiano è pur sempre il primo per fiat. Io propongo di boicottare la fiat e tutte le imprese che fanno a capo al gruppo Agnelli. Quell’azienda appartiene in parte a tutti gli italiani, che oltre ad esserne i più importanti clienti hanno fatto in modo che non morisse con le proprie tasse. Se viene meno anche la funzione sociale di datore di lavoro (per un misero 2-3% di risparmio!), non ha più senso sostenerla, anzi è meglio che muoia, risparmieremmo in tasse nel futuro.

  • stefanodandrea

    “la globalizzazione..anche se le pretese di quest´ultima cominciano ad apparire esagerate”
    “Il socialismo è un carattere degli Stati nazionali o non è nulla” http://www.appelloalpopolo.it/?p=1742 : prima lo capiamo e meglio è

  • cyrano-65

    La cosa è più ampia. Non si tratta solo di produrre automobili, ma di produrre componenti per automobili, e soprattutto di avere la volontà di investire nel paese. La Fiat se ne vuole solo andare, dall’Italia e più in generale dal settore dell’automobile. Mi hanno divertito i settentrionali che fino all’altro ieri tuonavano sull’inefficienza di Termini Imerese e Pomigliano d’Arco. La realtà è proprio che non vogliono pagare per il lavoro degli operai….

  • Tao

    MIRAFIORI : L’ULTIMA MOSSA DI MARCHIONNE

    DI MORENO PASQUINELLI
    sollevazione.blogspot.com

    L’annuncio che la nuova monovolume FIAT sarà prodotta nello stablimento serbo di Kraguievac, e non più a Mirafiori è un bluff o una cosa seria? Per quanto possa sembrare paradossale, entrambi. Il fatto che questa notizia sia stata data dalla sede della Chrisler a Detroit (dove si è deciso lo spin off nella holding tra il settore auto e il resto), simoboleggiando che è negli USA e non più Torino il centro della multinazionale, di certo rafforza i timori che Marchionne faccia sul serio. I 16mila dipendenti torinesi (di cui la metà operai di linea) più una quota ancor maggiore di salariati dell’indotto gettati sul lastrico? Marchionne si accomodi, getti pure benzina sul fuoco del conflitto sociale, vedremo se la pace sociale reggerà all’urto.

    Nella partita a scacchi con lo zoccolo duro della resistenza operaia, dopo la mossa di torre a Pomigliano, non poteva che venire quella di regina su Mirafiori. In meno di un mese vengono smentiti tutti gli stolti e i finti chiechi che non volevano riconoscere il respiro strategico della mossa tattica del referendum.
    Quel diktat che prospetta un regime di fabbrica neoschiavista, che intonava il de profundis al sindacato in quanto tale (non solo quello di classe), la sua fascistizzazione, non era affatto rivolto agli “irriducibili napoletani”, ma ai dipendenti di tutti gli stablimenti.

    Dopo aver mentito spudoratamente, adesso, anche Tremonti e Sacconi, coi loro lustrascarpe sindacali, lo ammettono: “l’accordo di Pomigliano è l’esempio che ovunque occorre seguire”.
    Il segretario del più giallo di tutti i sindacati, Roberto Di Maulo della Fismic, in un gioco delle parti scandalosamente premeditato, ha svelato quale sia il vero obbiettivo di Marchionne: «Niente scioperi. Vogliamo sfidare la FIAT sul piano della concretezza, assicurando che siamo pronti a firmare a Mirafiori un accordo analogo a quello siglato per Pomigliano». (Il Sole 24 Ore, 23 luglio 2010)

    Sta tutto qui il secondo ricatto di Marchionne, stavolta rivolto agli operai torinesi.
    Ci pare di sentirlo il manger tanto caro alla sinistra “democratica”, ovvero anti-operaia: «Se volete sopravvivere dovete vendermi la forza-lavoro al prezzo che decide l’azienda. Dimenticate la contrattazione collettiva, che per quanto in modo edulcorato, vi consentiva di rappresentarvi come classe, o come soggetto collettivo. D’ora in poi, anche se voi torinesi siete stati più zelanti di quelli di Pomigliano, flessibilità totale, world class manifacturing. Ovvero subordinazione integrale. D’ora in avanti ognuno di voi è un atomo, e il rapporto di lavoro è singolarizzato. Il tempo di vita che mi consegnate, oltre alle vostre energie, appartiene integralmente all’azienda. La vostra forza-lavoro, d’ora in avanti, in barba a Marx o Keynes, diverrà davvero una merce come ogni altra: il salario dovrà figurare come il combustibile per le macchine o il foraggio per il bestiame».

    Le cose si fanno dunque terrribilmente serie. La classe operaia italiana —intendiamo anzitutto quella delle grandi e medie imprese, che in relazione all’inferno di quelle piccole ha continuato a godere di consistenti diritti collettivi— cloroformizzata, imborghesita, acquiescente, rimpicciolita quanto si vuole, è sbattuta con le spalle al muro, si trova anzi con una pistola puntata alla tempia. Si o No al neo-schiavismo padronale.

    Chi crede che la Fiom da sola possa reggere l’urto si sbaglia di grosso. La Fiom da sola, anche4 dati u suoi connaturati limiti, non ce la farà. Per respingere il piano strategico della FIAT, che vincola i suoi investimenti industriali in Italia all’ottenimento delle medesime condizioni delle sue colonie in Polonia, Turchia o Serbia, occorre giungere in aiuto dello zoccolo duro di resistenza operaia.
    Occorre costruire una rete, un fronte il più ampio possibile, se si vuole battere Marchionne. Siccome è necessario, ci si deve alleare col diavolo e anche con sua nonna.

    La questione non è più meramente sindacale, ma squisitamente politica e sociale. E’ una questione nazionale.
    Che anche la Lega, che di voti operai al nord ne ha presi tanti, prometta le barricate, può far recedere solo i puristi della sinistra che fu. Le barricate in effetti, prima o poi verranno, e si scoprirà che la vecchia dicotomia sinistra-destra, ormai decotta, sarà polverizzata. Non sinistra contro destra avremo, ma classe contro classe. Di qui si riparte, se si vuole fare sul serio, se si vuole evitare l’ipotesi più nefasta: la guerra tra poveri.

    Moreno Pasquinelli
    Fonte: http://sollevazione.blogspot.com/
    Link: http://sollevazione.blogspot.com/2010/07/pomiglianisti-di-tuttitalia-unitevi.html#more
    23.07.2010

  • gamma5

    Si è vero che andando a produrre in Serbia Fiat risparmierebbe solo un 3/4% sul costo della manodopera ma nessuno dice che in Serbia come già succede in Polonia il lavoratore sarà + sfruttato nel senso che la sua produttività (auto prodotte per dipendente) sarà infinitamente maggiore che a Mirafiori, quindi a quel 3/4% iniziale se ne dovrà aggiungere come minimo altrettanto di magiior produttività, e in mercato dove i margini sono riddottissimi questo significa solo o continuare a vivere o fallire.

  • anonimomatremendo

    Dal sito linkato:”Tutto il socialismo che abbiamo conosciuto fino ad ora, di qualsiasi genere e specie, è stato realizzato all’interno di Stati nazionali, tra l’altro, spesso, di dimensioni non grandissime. Il resto sono sogni, stupidità, illusioni e menzogne.”

    Ma allora siete proprio degli stalinisti inde-fessi.A quando le purghe?Addavení…

  • cyrano-65

    La Lega non si schiererà con gli operai se non a chiacchiere. Vedrete.

  • cyrano-65

    Concetto non molto chiaro, sulla base del quale non si dovrebbero più fare automobili in Francia, Germania, Belgio e Spagna…
    Il problema è che non si dovrebbero fare automobili scadenti come sono le Fiat (e provate a confrontarle con le Toyota, Volkswagen, Citroen per capire di cosa parlo, vetture di pari livello e finiture – in particolare le Toyota – ma costruite meglio) cercando di farsele pagare per buone. Se gli interni sono di plastica brutta, se i problemi e costi sono uguali a superiori alle auto estere, perchè comperare auto col marchio Italiano? E queste cose non dipendono dagli operai di Pomigliano o di Mirafiori – non parlo per pudore degli operai di Termini Imerese, tacciati di infingardaggine mentre le Panda prima serie, costruite da loro con i peggiori materiali che la Fiat potesse reperire, sfrecciano imperterrite con non so più quanti anni sul groppone… Dipendono dalle scelte di una dirigenza che reputa gli operai e la clientela alla stregua di vacche da mungere.

  • Barambano

    In uno scriscione degli operai in una foto ho letto: “La classe operaia non ha nazione”.
    Giusto, gli imprenditori vanno dove la classe operaia rende di più senza guardare la nazione.

  • stefanodandrea

    Se conosci una esperienza socialistica, di qualsiasi tipo, moderna, naturalmente, e non primitiva, che sia avvenuta nei rapporti tra due o più stati o al livello continentale o globale sei in disaccordo come me e ti prego di indicarmela. Se non la conosci, allora sei d’accordo, anche se ti dispiace.
    Rifiutare le verità che ci provocano dispiacere è il miglior modo per svolgere ragionamenti senza capo né coda.

  • Monarch

    che faccia…

  • stefanodandrea

    bravo. è il captale che non vuole nazione e la classe operaia e il lavoro in genere deve imporgliela

  • manrix

    e da un po di tempo che sto cercando di capire se quest’uomo e un genio o un pendaglio da forca

  • manrix

    probabilmente e un genio, visto che riesce sempre ad estorcere denari alla comunita

  • Tao

    LA SERBIA PERDE IL KOSOVO MA GUADAGNA LA FIAT

    DI STEFANO VERNOLE
    eurasia-rivista.org

    Quanto accaduto nella giornata di ieri, pronunciamento della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (città non particolarmente amata a Belgrado …) e annuncio di Marchionne, sembrerebbero due eventi separati ma in realtà corrispondono alla stessa logica e allo stesso storico disegno, lo smembramento dell’ex Jugoslavia e la penetrazione nei Balcani dei potentati economico-finanziari sotto protezione atlantista.

    Bisogna innanzitutto sottolineare il carattere solamente simbolico del pronunciamento sul Kosovo, in quanto l’ultima parola sulla questione spetterà all’Assemblea Generale dell’ONU, che a settembre dovrà confermare le conclusioni della Corte e indicare alle parti politiche la strada da seguire.

    Stando a quanto riportato nelle scorse ore dalle varie agenzie, sarebbero tre gli scenari ora possibili:

    uno scambio di territorio; la concessione di una larga autonomia alla parte nord del Kosovo – quella a maggiore concentrazione di popolazione serba; un assetto politico e territoriale analogo a quello esistente a Cipro.

    Nel primo caso, si prenderebbe in considerazione un eventuale passaggio alla Serbia del Kosovo settentrionale, che ha continuità territoriale con la Serbia e che è teatro delle tensioni maggiori fra la comunità serba e quella albanese, in cambio dell’annessione al Kosovo della regione di Presevo, nel sudest della Serbia al confine col Kosovo, caratterizzata da una massiccia presenza di popolazione albanese.

    ”Se una parte dei serbi non sono disposti a vivere nella parte nord del Kosovo e pensano di potersi separare, allora gli albanesi della regione di Presevo sono pronti a unirsi al Kosovo”, ha detto di recente il presidente del Parlamento kosovaro Jakup Krasniqi.

    Un’alternativa meno traumatica potrebbe essere la concessione al nord del Kosovo di uno statuto di forte autonomia e alcuni citano come possibile modello l’Alto Adige-Suedtirol.

    “Una larga autonomia al nord e’ una soluzione possibile, ma purtroppo modelli non ce ne sono e bisogna trovarli sul terreno”, ha però osservato ieri l’ambasciatore d’Italia a Pristina Michael Giffoni, che e’ anche rappresentante speciale con il ruolo di ‘facilitatore politico’ dell’Unione europea a Kosovska Mitrovica, la citta’ del nord Kosovo letteralmente divisa in due in un settore serbo e uno albanese, e simbolo per questo della persistente contrapposizione etnica in Kosovo.

    Giffoni, che ritiene difficile un ripensamento sull’indipendenza, esclude un possibile scambio di territori fra Belgrado e Pristina e sostiene di propendere piuttosto per uno statuto di forte autonomia per il nord, dove la Serbia continua a sostenere economicamente le strutture parallele.

    ”Tutto però va fatto guardando innanzitutto ai problemi concreti della popolazione, sia quella serba che quella albanese, a cominciare dalla regolamentazione del commercio, dal funzionamento delle dogane e delle forze di polizia, dall’erogazione dell’energia elettrica” e via dicendo.

    Una terza ipotesi potrebbe ricalcare la situazione di Cipro, l’isola mediterranea divisa in due, della quale tuttavia é entrata nella Ue solo la parte greca, mentre quella sotto controllo turco fa come dire vita a sé.

    Il nostro ambasciatore si e’ mostrato peraltro fiducioso e sostanzialmente ottimista sulle prospettive di soluzione della disputa in Kosovo.

    ”Al nord io vedo notevoli segnali di miglioramento e a Mitrovica si nota un inizio di integrazione fra serbi e albanesi”, ha detto Giffoni, per il quale gli ultimi, recenti incidenti registratisi nella zona non sarebbero il frutto di azioni organizzate.

    ”Del resto, anche la gente comincia a essere stanca”, ha aggiunto.

    ”Molto dipenderà dal primo passo che farà Belgrado dopo il pronunciamento della Corte internazionale, visto che sono stati i serbi a chiedere il suo parere”.

    Ma la Serbia, per ora, non sembra intenzionata ad abbandonare la partita diplomatica e per bocca delle sue più alte cariche istituzionali ha dichiarato che “non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo”, pur dichiarandosi disponibile a trattare per una soluzione condivisa e forte del sostegno di Russia e Cina (ma anche di Spagna, Argentina, Venezuela, Cipro, Romania ecc.) che hanno già ribadito come “il rispetto per la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati sia uno dei principi fondamentali della legge internazionale”.

    Questo nutrito gruppo di Stati (ricordiamo che il Kosovo è stato riconosciuto indipendente finora da 69 paesi su 192 membri appartenenti alle Nazioni Unite), hanno ribadito che la separazione non consensuale di una regione da uno Stato membro dell’Onu fomenterebbe i secessionismi di tutto il mondo.

    Già oggi i serbi di Bosnia Erzegovina hanno alzato la voce ed annunciano l’intenzione di proclamare la propria indipendenza sulla base del parere espresso ieri dalla Corte Internazionale di Giustizia all’Aja sul Kosovo.

    “La Repubblica serba di Bosnia – ha dichiarato il premier serbobosniaco Milorad Dodik citato dai media belgradesi – potrebbe adottare subito una dichiarazione di indipendenza che non viola il diritto internazionale. Il caso rappresenta un segnale positivo per proseguire la lotta per il futuro status della Republika Srpska. E’ parecchio tempo che non ci piace più far parte della Bosnia”.

    E’ per questo timore che paesi con problemi di minoranze etniche al loro interno (tra i quali ad esempio cinque stati membri dell’Unione europea) si sono schierati contro il riconoscimento del Kosovo.

    Sul piano giuridico, poi, non esistono norme che consentano una secessione, se si escludono quelle scaturite dal contesto coloniale.

    Infine, la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, unico organo internazionalmente riconosciuto capace di deliberare su una secessione, prevede il rispetto dell’integrità territoriale della Serbia, pur ammettendo per il Kosovo una sostanziale autonomia.

    Secondo i giudici della Corte, invece, la 1244 ”non preclude” la proclamazione dell’indipendenza fatta dal Kosovo il 17 febbraio 2008, in quanto i due strumenti “operano su livelli diversi”.

    Al contrario della 1244, la dichiarazione di indipendenza ”é un tentativo di determinare lo status del Kosovo”.

    Per i giudici, la 1244 ”non contiene proibizioni” alla dichiarazione di indipendenza e non può essere quindi interpretata come un ostacolo all’indipendenza.

    Proprio su questi aspetti, il pronunciamento della Corte dell’Aja appare grottesco, fino a sfiorare il ridicolo.

    Grottesco perché non tiene nemmeno conto di quanto scritto in una Risoluzione delle Nazioni Unite, il cui contenuto fu decisivo per porre fine alla guerra (molto più efficace certamente dei bombardamenti della NATO, che intaccarono solo in modo minimo l’operatività dell’esercito serbo).

    Ridicolo perché tiene conto solo dei pronunciamenti di una parte, quella albanese, dimenticando l’adozione della nuova Costituzione serba, confermata da un referendum popolare, secondo la quale il “Kosovo deve rimanere, per sempre, parte integrante della Serbia” e che, quindi, allo stesso modo della dichiarazione unilaterale di Pristina “costituisce un tentativo di determinare lo status del Kosovo”.

    A chiarirci le idee è arrivato tempestivamente Sergio Marchionne, che ha annunciato l’intenzione della FIAT di spostare la propria produzione in Serbia, dove la “tassazione sarebbe minore”.

    Non a caso, uno dei rari autori a scrivere con cognizione di causa sulla vicenda kosovara, diversi anni fa notò come: “l’obiettivo mancato di allontanare Milosevic dal potere, non fa che ritardare un programma occidentale che vede nella Serbia un formidabile fornitore di manodopera, oltretutto una manodopera molto qualificata e a buon mercato, Secondo studi recenti, la manodopera serba, con un salario doppio di quello che percepisce attualmente, costerebbe dieci volte meno di quella immigrata in Europa. Inoltre la sua vicinanza con i mercati europei ridurrebbe enormemente le spese di trasporto. In questo modo per il mercato mondiale del lavoro la Serbia diventerebbe molto più appetibile dell’Estremo Oriente” (1).

    Come giustamente rilevato nell’ultimo importante discorso tenuto dallo stesso Milosevic, le potenze occidentali fecero guerra al presidente jugoslavo come pretesto per colpire la Serbia e trasformarla in un paese del Terzo Mondo: oggi questo concetto dovrebbe essere chiaro anche a quei lavoratori italiani che nei prossimi mesi verranno lasciati a casa, grazie alle “munifiche” opportunità offerte dalla delocalizzazione produttiva degli stabilimenti FIAT.

    Come in un gioco ad incastro, la questione serba e quella del Kosovo e Metohija, in particolare, rappresentano un esempio significativo della strategia globalizzatrice a guida statunitense, che vorrebbe uniformare tutti i popoli del pianeta ai dettami del nuovo ordine mondiale-multinazionale, perché ne riassume le principali motivazioni di carattere economico (dominio del libero mercato), geopolitico (occidentalizzazione del mondo) e militare (influenza atlantista).

    Vedremo nei prossimi mesi se le potenze eurasiatiche saranno in grado di bloccare questa offensiva e quali saranno le loro mosse, aldilà delle inevitabili dichiarazioni di condanna per il pronunciamento della Corte giunte in queste ore.

    Stefano Vernole
    Fonte: http://www.eurasia-rivista.org/
    Link: http://www.eurasia-rivista.org/5278/la-serbia-perde-il-kosovo-ma-guadagna-la-fiat
    23.07.2010

    1. Sandro Provvisionato, “UCK: l’armata dell’ombra”, Gamberetti, Roma, 1999.

  • Ricky

    E’ un genio per il capitale, un pendaglio da forca per gli operai e la societá che sfrutta.

  • Marduk1970

    Auch in Deutschland gibt es Firmen das das gleiche machen wie in Italien: z.B. Müller, oder Nokia. Der Dumping ist eine Weltkrankheit, leider. :-(. Servus.

  • sandrez

    e ora tutti a comprare automobili Fiat mi raccomando..perché ci piace essere bastonati e pure presi per i fondelli 😉

  • Marduk1970

    E a proposito del famigerato 3/4% che si é fatto tanto parlare, un lavoratore serbo inizia guadagnando 200 euro al mese nelle nuove fabbriche Fiat, non credo che sia un 3/4% in meno no? semmai un 60/70% in meno di un operaio italiano, per non parlare poi dei contributi e pensione, e cosa succede se uno si ammala? chiede i soldi all’INPS italiano? Ma perfavore. Aufwiedersehen.