IL DOVERE DI TACERE

DI ANDREA INGLESE
Nazione indiana

Dalla lettura delle pagine 2, 3 e 4 di Repubblica del 15 gennaio 2006 sulla vicenda della visita papale alla Sapienza, non sono i proclami di Gasparri o di Radio Vaticana a farmi uscire dai gangheri, ma la sottigliezza irreprensibile di Adriano Sofri o il “politicamente corretto” di Dario Fo. Certo, Sofri lascia cadere qualche mite allusione all’oltranzismo della chiesa e Fo esprime dei dubbi sull’applicazione equanime del diritto alla parola. Ma poi Fo non riesce a impedirsi di affermare: “Io sono pronto a farmi uccidere per garantire il diritto di parola a chi la pensa diversamente da me.” Io più modestamente avrei detto: “Se fossi abbastanza coraggioso, sarei pronto a farmi uccidere, pur che certi personaggi che hanno il monopolio della parola pubblica (giornalisti come Vespa o Ferrara, monarchi assoluti come Ratzinger, ecc.) tacessero almeno per qualche ora.”

Qui, davvero, ancor più che il laicismo, è in gioco un’altra cosa, ancor più importante. L’uso schifoso che si fa del diritto di parola, come se ogni giorno non assistessimo ad una confisca totale della libera e critica espressione, e ad un’ininterrotta celebrazione dello zelo nei confronti di tutto quanto è potente, istituzionale, ricco, di successo.

A seguito, “Il rifiuto del Papa e limiti del laicismo” (Carlo Gambescia); “L’ “Affaire” Galileo” (Franco Cardini);
Il diritto di parola è sacro, soprattutto quello del monarca dello stato pontificio. Il diritto di parola di un comune cittadino italiano, è assai meno sacro. Del cittadino italiano che contesta Ferrara al Teatro dal Verme, si parla come di “qualche contestatore portato via di peso”. Capite quanto sono vigliacchi i difensori del diritto alla parola di Ratzinger? Tutti sappiamo benissimo che il diritto alla parola del papa e quello di un cittadino italiano qualsiasi si realizzano in maniera radicalmente disuguale. La parola del papa, monarca assoluto del vaticano e della chiesa cattolica, è ad ogni istante nell’arena pubblica, raggiunge tutti, attraverso i più diversi mezzi, privati e statali, confessionali e non, per radio, televisione e stampa. Ma questo vale anche per opinionisti come Giuliano Ferrara, che dirigono un giornale, intervengono in TV. Ma dove starebbe, dunque, la libertà del cittadino qualsiasi, che non dirige un giornale e non è monarca assoluto? Può egli, in un’occasione pubblica come la serata al Teatro Dal Verme, di fronte a Ferrara che lancia la moratoria sull’aborto, prendere la parola? Farsi sentire dagli altri? “… qualche contestatore è portato via di peso”. Oppure “Mentre un’altra [donna] circondata dal servizio d’ordine, inscena una danza silenziosa, portando le due mani unite nel simbolo femminista sopra la testa”. Così il cronista di Repubblica, a pagina 4.

(Poco importa qui la fedeltà dei cronisti, l’impianto è ben riconoscibile: tutti hanno il diritto di mugugnare in privato, ma pochi hanno il diritto di parlare in pubblico e molti il dovere di tacere quando quei pochi parlano.) Quando il papa contesta le leggi di uno stato che non è il suo, fa il suo dovere. La gente può esprimere un’opinione contraria, ma deve stare ad ascoltarlo, a meno di gettare in fondo al mare la propria TV, canone rai compreso, e pure tutti i grandi quotidiani nazionali che ha ancora la debolezza di leggere. Quando dei docenti universitari e degli studenti universitari contestano la venuta del papa all’inaugurazione dell’anno accademico, costoro sono contro la libertà di parola, ossia sono dei dittatori, degli anti-democratici, insomma, la feccia. Non li si deve ascoltare. Se poi qualcuno che non è neppure docente universitario, ma davvero una persona qualsiasi, magari una “donna” o una “femminista” o un “contestatore”, vuole pretendere di replicare in pubblico a una persona “importante” (un Giuliano Ferrara), di quelle che parlano sempre davanti a platee, allora lo si “porta via di peso”. (O se sta zitto e balla, lo si “circonda”, in modo che non sia neppure visto.)

Ma di quale libertà di parola vanno cianciando? Prima dimmi quanto guadagni, quanti contratti hai firmato, quante cariche pubbliche o private cumuli, quanti titoli hai, quanto successo hai (ossia, quanti soldi fai fare agli altri), dopodiché vedremo per quanto tempo ti lascerò parlare e cosa ti permetterò di dire.
Dio strafulmini chi inventò la libertà di parola, perché poi tali sciacalli se ne servissero per imporre il dovere di tacere. (Anzi dio strafulmini se stesso, per aver permesso ciò.) Il giorno lunedì 14 gennaio, la stessa Repubblica intitolava “Riforme, diktat di Berlusconi. «Via la legge sulle tv o niente dialogo»”. Vogliamo parlare di libertà di parola? Di qualche problemino di monopolio dell’informazione che da qualche decennio impensierisce l’Italia? O facciamo un’equilibrata predica a questi fanatici docenti universitari, che hanno redatto una semplice lettera-appello?

(A coloro che parlano di censura nei confronti del papa, bisognerebbe far vedere, con il metodo Ludovico, L’udienza di Marco Ferreri del 1971, con un grande Jannacci, in veste di cittadino qualsiasi, che tenta disperatamente di incontrare di persona il papa.)

Andrea Inglese
Fonte:/www.nazioneindiana.com
Link: http://www.nazioneindiana.com/2008/01/16/il-dovere-di-tacere/#more-5173
16.01.08

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