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IL COPIONE ALGERINO

DI CARLO BERTANI

Scorre il sangue a Gaza: come se fosse una novità. Apparentemente, si scontrano palestinesi contro palestinesi. Apparentemente.

In realtà, giunge a compimento l’ennesimo atto di un disegno strategico che ha oramai anni di sedimentazione, almeno dalla morte di Arafat, più verosimilmente dall’inizio della seconda Intifada.

Affermare che si compia un destino sarebbe, in verità, fuorviante: dietro ad ogni mattone di Gaza scheggiato dalle pallottole, dentro i muri a secco infarciti dalle schegge delle granate non si compie mai nulla. Al massimo, si svolge un atto, una parentesi.

Nessuna nemesi, né “notti dei lunghi coltelli”: non siamo a Berlino né a Mosca, siamo nell’eternità dove tutto è scritto e – al massimo – si scrive un capitoletto per vivacizzare la cronaca. Chi vincerà? Domanda retorica. Non è una partita di pallone e nemmeno una competizione politica: questo è Vicino Oriente, un posto dove la catarsi rivela sempre un’appendice nascosta, dove non nascono e né muoiono vere Arabe Fenici. Qui, eventualmente, si va in replica.

Ricordo un impettito Arafat, che porgeva omaggio alla salma di Tito, nel 1980: la disperazione d’apparire normale fra tanti normali capi di Stato. Un capo di Stato senza terra che ha vagato – piccola mezzaluna rossa, fra le stelle cadenti del Patto di Varsavia – per mezzo secolo nelle sue farneticazioni. Già vaneggiava insieme ad Andreas Baader in un ospedale della decrepita RDT: letti vicini, identiche polmoniti. Due frazioni dell’Armata Rossa: la prima lanciata verso il suicidio dell’autunno tedesco, la seconda apparentemente più concreta, se esistesse qualcosa di tangibile nello sfaccettato suk medio orientale.

Da quella storia, a Fatah rimase impressa come un marchio l’elefantiaca necessità di copiare l’organizzazione burocratica: la “normalità” di Fatah e di Arafat, altro non è stata che lo scopiazzare Jaruzelskj o Ceausescu. Una kefiah ed una pistola al fianco, come un sigaro ed una pistola all’Avana.

Anche nel Vicino Oriente cascano i Muri, ma non ci sono eredi, né un PDS che prenda il posto di un PC svanito nella nebbia. Anche perché non c’è mai nebbia nella fogna a cielo aperto di Gaza, e non si può nascondere nulla dietro agli asini scheletrici che vagano sulle polverose strade della Cisgiordania.

Allora si va in replica, all’infinito.

Nasce, però, Hamas. Non nasce da una costola europea od americana: nasce con i soldi di Ryad, è roba loro. Per anni, i medici di Hamas – mentre gli uomini di Arafat scorrono virilmente in parata – sono gli unici ad assicurare uno straccio di sanità fra la gente. Acquistano credito.

Quando il vuoto carapace di Fatah inizia a decomporsi, s’impongono democraticamente: come il Fronte Islamico in Algeria, ma le carte da giocare non sono quelle, così sentenziano le cancellerie europee. Come ad Algeri, le nere guardie dei corpi speciali preparano fucili di precisione e corde per impiccare.
Fin quando Fatah fucila fantomatiche spie, ci si volta dall’altra parte – avranno pur diritto, anche loro, a possedere una piccola Lubjanka? – e, quando liquidano una buonuscita miliardaria alla vedova di Arafat, la cosa appare del tutto normale: non era forse una first lady?
Sì, la first lady di un paese virtuale: ma non effimero perché inesistente sotto l’aspetto formale. Evanescente perché quei miliardi suonano come uno sberleffo, per i bambini di Gaza che bevono acqua sporca.

Garantire, garantire, garantire: ecco il leitmotiv delle cancellerie europee. Bisogna “garantire” fedeltà, anche al costo di una normale corruzione: è pur sempre il segno della loro vicinanza ai nostri civili sistemi politici!
Sharon era un vecchio marpione: sapeva che Marwan Barghouti poteva rappresentare una sintesi, e se lo tenne incatenato nel Neghev. Olmert, invece, non ha capito nulla e chiede una forza multinazionale di pace: il Libano lo ha traumatizzato, vede Hezbollah in ogni manto nero che cammina in strada.

Niente paura, perché qui non ci sono sciiti né Persi: qui sono arabi, levantini, non orientali! Qui è “Vicino” Oriente! Fino all’ultimo giorno della sua presidenza, Bush tenterà l’azzardo iraniano: là c’è un pericolo reale. Pur con tutti i limiti di quel regime, là c’è elaborazione politica, qui soltanto un giro di comparse.

Il futuro? Un nuovo decennio d’ordinaria follia. Con qualche fresca ciliegina, al tritolo, che rischia di mandare in malora l’intero pranzo.

Eh sì, perché Hezbollah – in Libano – rifiutò più volte “l’aiuto” proposto dai sunniti dei campi profughi: Nasrallah, non solo non li volle, ma li dotò anche di una “guardia” di protezione. Li isolò.

Anche Hamas è riuscito, finora, ad isolare il terrorismo di matrice pakistana: quando gli israeliani accusano Hamas d’essere pari ad Al-Qaeda, sanno di compiere uno dei loro giochetti. Perché? Poiché il terrorismo pakistano non è mai riuscito a dilagare da quelle parti: anche Hamas si è servito dei terroristi suicidi? Vero, ma anche gli elicotteri con la stella di David non scherzano. Proprio da quelle parti, un tizio inventò una massima piuttosto nota: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.

Domani, a Gaza, potrebbe essere tutto uguale: con i rubinetti a secco, i soliti camion con motori evanescenti che contrabbandano di tutto dall’Egitto, i soldati israeliani che si prendono la loro parte per chiudere un occhio. Business is usual.

Potrebbe però aprirsi una falla – in guerra succede, non sai mai veramente chi è il tuo vicino in trincea – e Al-Qaeda, Ansar–al–Islam o chi per esso potrebbe vivacizzare la situazione, sempre a colpi di tritolo, perché quello è l’unico copione, la sola lingua conosciuta. Il copione iracheno, però, sta conquistando sempre nuovi attori fra i giovani senza terra e senza domani dell’immensa periferia palestinese.

I sogni europei, di rivitalizzare gli ultimi epigoni della guerra fredda, stanno andando in frantumi, così come il fumoso miraggio di un movimento islamico in giacca, cravatta e bandiera verde. Qui non sono Persi, non sono sciiti: questo è il Vicino Oriente, dove tutto è scritto, da sempre.

Carlo Bertani
[email protected]
www.carlobertani.it
13.06.07

Pubblicato da Davide

  • alcenero

    Non può essere certo un caso che Libano e Palestina, i due confinanti più odiati da Israele, siano sull’orlo entrambi di una guerra civile. Come fa Israele a creare questi problemi? Utilizzando, insieme agli USA, dei burattini da scatenare contro i propri nemici Hamas ed Hezbollah. Da un lato c’è Siniora, dall’altro, in Palestina, chi è il burattino dei sionisti? Il seguente articolo del manifesto fa un nome: Mohammed Dhalan, boss di Fatah riparato in Egitto.

    A Gaza è la guerra civile

    Episodi di brutalità estrema di una fazione contro l’altra, senza più regole, senza limiti. Abu Mazen accusa Hamas di preparare un golpe, Hamas accusa Mohammed Dahlan, boss di Al Fatah, di tirare le fila (per conto terzi). Il governo di unità nazionale verso la dissoluzione. Come la Palestina

    Michele Giorgio
    Inviato a Gaza

    «Quei ragazzi sono la nostra salvezza» ci diceva due giorni fa il palestinese Nafez Kahlut riportandoci da Rafah a Gaza city, indicando un folto gruppo di studenti davanti ad una scuola. «Sino a quando non terminerà il tawuji (esami di stato) che impegna migliaia di ragazzi e ragazze, Hamas e Fatah non si combatteranno, vogliono evitare vittime civili, un bagno di sangue», aveva aggiunto con tono sicuro. E invece le certezze di Nafez sono crollate poche ore dopo, le sue previsioni si sono rivelate completamente errate. Ieri gli studenti alle prese con la maturità sono rimasti a casa, le scuole non hanno aperto e nelle strade di Gaza si è scatenato l’inferno. In poche ore almeno 20 palestinesi uccisi, tra cui alcuni civili, decine i feriti – in due giorni sono 43 i morti. E lo spettro della guerra civile che tutti esorcizzavano alla fine si è materializzato in tutte le sue orrende forme. Le strade si sono trasformate in un campo di battaglia, con i cecchini piazzati sugli edifici più alti pronti a far fuoco sui «nemici», ovvero su altri palestinesi. Una violenza inaudita, un disprezzo della vita dell’avversario che non esisteva a Gaza dove la popolazione si dichiarava fino ad un anno fa «unita nella lotta contro l’occupazione israeliana».

    Ieri una granata rpg ha centrato la casa del premier Ismail Haniyeh (Hamas): il secondo attacco in due giorni nonostante la presenza in zona di decine di uomini della «Tanfisie» (Forza esecutiva). L’abitazione è rimasta danneggiata, mentre il primo ministro e la sua famiglia sono rimasti illesi. Poco dopo è stato sequestrato e trucidato in strada il cugino di Abdel Aziz Rantisi, il leader di Hamas ucciso in un raid aereo israeliano nel 2004. Atroce la vendetta di Hamas: tre donne e un ragazzo di 14 anni sono morti in un attacco compiuto da miliziani di Ezzedin al Qassam contro la casa di un alto funzionario della sicurezza di Fatah, Hassan Abu Rabie. Attacchi sono stati compiuti contro abitazioni di altri dirigenti di Fatah e il portavoce, Maher Maqdah, sa di essere finito sulla «lista nera» di Hamas e perciò vive barricato in casa. I miliziani delle due parti non risparmiano gli ospedali. Entrano nelle corsie e sparano con l’intenzione di eliminare gli avversari rimasti feriti negli scontri a fuoco. Lunedì era avvenuto nell’ospedale Shifa di Gaza city, ieri in quello di Khan Yunis. «E’ una situazione gravissima, non riesco a credere ai miei occhi, la crudeltà reciproca non ha limiti», ci diceva ieri il dottor Muawiya Hassanin, dell’ospedale Shifa.

    Come i palestinesi di Gaza siano giunti al punto di non ritorno, si potrebbe spiegarlo in mille modi. Il ministro dell’informazione Mustafa Barghouti ieri ha sollecitato l’Unione europea a riconoscere il governo di unita’ nazionale e a riprendere gli aiuti finanziari diretti, attribuendo all’embargo internazionale il deterioramento della situazione. «Il nostro obiettivo è di convincere l’Ue a trattare direttamente con i palestinesi di tutte le fazioni che fanno parte del governo», ha detto. Giusto, ma non si può non tenere conto del ruolo svolto dall’ex ministro Mohamed Dahlan – che risponde ad ordini provenienti da Washington, Londra e forse anche da Tel Aviv – nel sabotare sistematicamente il governo di unità nazionale nato dagli accordi della Mecca (8 febbraio) perché «Hamas non deve governare, neppure assieme a Fatah».

    Ruolo destabilizzante che anche ampi settori di Fatah condannano, a cominciare da quelli che a Gaza ruotano intorno ad Ahmad Helles, ex segretario generale che due mesi fa aveva criticato duramente la decisione di Abu Mazen di nominare vice presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale (che supervisiona i servizi segreti) proprio Dahlan, il nemico principale di Hamas. Una scelta che si è rivelata benzina sul quel fuoco che sta ora riducendo in cenere il governo di unità nazionale.
    «Chi e’ il nemico?», abbiamo chiesto ad Abul Abed, nome di battaglia del comandante di Ezzedin al Qassam nel distretto di Sheikh Radwan. «Dahlan». è stata la risposta secca. Non sorprende ma, allo stesso tempo, rivela la visione ristretta di Hamas rispetto al gioco che sta avvenendo a danno di tutto il popolo palestinese. Dahlan è solo un burattino nelle mani di qualcuno. Il «nemico» è l’occupazione che dura da 40 anni, l’embargo internazionale che colpisce tutti i palestinesi, di qualsiasi colore, senza eccezioni, l’assedio, anche economico, che strangola Gaza, una enorme prigione in cui i detenuti ora lottano per un «potere» inesistente. Abu Mazen ieri ha accusato i capi di Hamas di preparare un «putsch», un colpo di stato. Il movimento islamico invece dichiara di voler chiudere i conti con Dahlan (che se ne sta al sicuro in Egitto) e i suoi alleati. E per farlo in effetti avrebbe bisogno di appena qualche ora. Il potere di Fatah, l’autorità della presidenza dell’Anp, il controllo dei servizi di sicurezza, sono ormai parte del passato. Si limitano a quattro edifici e caserme a Gaza city: il quartier generale di Abu Mazen, la sede centrale delle forze di sicurezza (Saraya), i palazzi della sicurezza preventiva e quelli della guardia nazionale. Potrebbero essere espugnati in breve tempo, ma a prezzo di un bagno di sangue. Hamas controlla tutta Gaza. Ieri migliaia di uomini della Tanfisie e di Ezzedin al Qassam si sono schierati a Khan Yunis e Rafah incontrando scarsa resistenza. Il nord della Striscia di Gaza è stato proclamato «area militare chiusa», interdetta ad agenti delle forze di sicurezza e ai militanti di Fatah legati a Dahlan. «Non vogliamo uno spargimento di sangue, per questo non abbiamo ancora chiuso la partita – ci ha spiegato Abul Abed – ma anche perché sappiamo che proclamando il nostro controllo totale del territorio, daremmo a Israele una occasione per attaccare e rioccupare Gaza. Ma Fatah in ogni caso è finito». E sta per «finire» anche il governo di unità nazionale.
    Ieri il Comitato centrale di Fatah si è riunito a Ramallah per decidere l’uscita dall’esecutivo.

    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/13-Giugno-2007/art58.html
    13.6.2006