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IL BUSINESS NASCOSTO SOTTO LA MACCHIA DI PETROLIO DI BP

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

Nella rubrica di oggi potevo parlarvi di Borsa, volatilità, crisi del debito, collocazione di bonds governativi e quant’altro: lo abbiamo fatto fino a oggi, riprenderemo a farlo dalla settimana prossima.

Quest’oggi parliamo della marea nera scatenata dal guasto all’impianto di British Petroleum nel Golfo del Messico, una tragedia ambientale che da settimane riempie pagine di giornali e le headlines dei principali tg. Per una volta non sembrano esserci dubbi nell’identificazione di buoni e cattivi: i primi sono i dirigenti della Bp, il secondo è Barack Obama che, dopo aver promesso di prendere a calci nel sedere i responsabili e passato ore a parlare con i pescatori della Louisiana, ieri ha mostrato una faccia ancor più dura.
I vertici dell’azienda petrolifera britannici, infatti, sono stati accolti con freddezza glaciale alla Casa Bianca e nonostante abbiano dato l’ok all’esborso di 20 miliardi di dollari per ripagare i danni causati, si sono sentiti rispondere dal numero uno della Casa Bianca che quella cifra «non rappresenta il tetto massimo». Ovvero, preparatevi a scucire molto altro denaro, ormai siete sotto scacco non mio ma dell’intero pianeta che vi odia a morte.

Sembra il film “Wag the dog”, una creazione mediatica straordinaria. Sono bastate, infatti, le immagini di quattro pennuti con le ali impiastrate di greggio e tre interviste ad altrettanti esperti pronti a proclamare la morte dell’oceano, per chiudere completamente gli occhi del mondo al molto altro che sta dietro alla vicenda che vede prootagonista la piattaforma Deepwater Horizon.

Lasciate stare che il paladino del mondo, ovvero Barack Obama, non più tardi di quattro mesi fa aveva autorizzato trivellazioni offshore anche nel “giardino delle rose” della Casa Bianca per non dipendere più dalla bizze ricattatorie dell’Opec e della speculazione otc sui futures, salvo ora trasformarsi nel Fulco Pratesi di turno, il problema è altro: che quell’incidente sarebbe accaduto lo si sapeva da mesi e mesi, era questione di tempo. Anzi, di timing visto che le implicazioni sono anche – e forse soprattutto – economche e finanziarie: prima delle quali, uccidere Bp, renderla scalabile e ottenere a prezzo di saldo le sue attività estrattive.

Cominciamo dal principio. La Deepwater Horizon, carta canta nei documenti ufficiali, è stata classificata fin dall’inizio della sua attività un progetto potenzialmente soggetto ai cosiddetto “low probability, high impact event”, classificazione che vede tra gli altri incidenti occorsi l’11 settembre, l’esplosione dello Shuttle e l’uragano Katrina: come per questi casi, l’ipotesi di “worst case scenario” è stata completamente ignorata. Con dolo o meno, lo scopriremo dopo.

Cosa è accaduto, quindi? Due sono le paroline magiche, “blowout preventer”, ovvero un meccanismo meccanico che fisicamente deve evitare possibili fuoriuscite di petrolio: nel caso della Deepwater Horizon, entrambi questi aggeggi, uno attivato manualmente e uno di back-up automatico, hanno fatto cilecca. Quando accadono incidenti di questo genere, ci dice Robert Bea, docente di Ingegneria alla University of California, le responsabilità si diramano in tre direzioni o filiere: i lavoratori della piattaforma, il cosiddetto “errore umano”, le gerarchie dell’azienda per cui questi operai lavorano e le burocrazie governative che sovraintendono i lavori, ovvero i cosiddetti controllori o regolatori.

Bea, dopo aver lavorato su una casistica di circa 600 incidenti in strutture estrattive, ha concluso che nell’80% dei casi le responsabilità sono imputabili a «fattori umani e organizzativi» , a loro volta all’interno di questa percentuale la metà fa capo a carenza nel design ingegneristico della struttura riguardo l’equipaggiamento o i processi estrattivi. Per Bea, quanto accaduto ha molto a che fare con l’uragano Katrina, «un misto di hubris, arroganza, ignoranza combinato con l’azzardo della natura».

“Maledetti, avidi inglesi perforatori!”, gridano in tutto il mondo. Peccato che la Bp sia solo corresponsabile, visto che nel caso della Deepwater Horizon ci troviamo di fronte a un classico caso di frammentazione delle responsabilità: la piattaforma è un’operazione di British Petroleum ma quest’ultima ha ottenuto il leasing della struttura dalla Transocean e i lavori, fattivi, quando l’incidente è accaduto erano in mano alla Halliburton, potentissima azienda statunitense che vede ai vertici una vecchia volpe della politica statunitense come Dick Cheney, braccio destro dell’ex presidente Usa, George W. Bush e uomo potentissimo per quanto riguarda la questione petrolio.

Il fatto è che questi tre soggetti hanno interessi diversi rispetto non solo alla Deepwtare Horizon ma all’intero processo operativo: Bp è interessata all’accesso alle risorse di idrocarburi per mandare avanti le sue raffinerie e la rete di distribuzione. Halliburton offre invece servizi sul campo, ovvero operativi. Transocean, infine, opera come un taxi: insomma, diversi obiettivi e quindi diversi processi operativi. Peccato che, in pasto all’opinione pubblica, sia stata data solo Bp.

Per Andrew Hopkins, un sociologo della Australian National University, quanto accaduto «è simile a quanto successo con la crisi finanziaria. I grandi manager ricevono enormi bonus per rischi presi quest’anno o l’anno scorso, il problema, i rischi reali, per tutti, arriveranno nelle case di tutti anni dopo».

Non la pensavano così negli Usa, nemmeno nell’epoca Obama (abbia già ricordato la sua decisione della scorsa primavera di trivellare l’Alaska senza tante precauzioni), visto che le decisioni governative riguardo le piattaforme estrattive si sono basate sempre sul principio del “tanto non succederà nulla”. Chi deve controllare e sovraintendere è il Minerals Management Service (MMS), una divisione dell’Interior Department, il quale dagli anni Ottanta in poi ha basato i suoi check riguardo l’operatività delle strutture su un principio unico: esenzione. Ovvero, nessun controllo sull’impatto ambientale delle varie aziende e strutture operanti: si opera sub judice e via così, a certificarlo con una denuncia molto circostanziata è stato non il sottoscritto ma Holly Doremus, professor di legislazione ambientale ad Harvard.

Nel silenzio degli altri media, troppo occupati a mostrare immagini catastrofiche e volontari al lavoro, Washington Post e Associated Press hanno certificato e scritto che la Deepwater Horizon aveva ottenuto una nuova esenzione (in gergo tecnico “Categorical exclusion”) lo scorso anno: su cosa si basava questa certezza operativa, questo ennesimo nulla osta? Calcoli empirici pubblicati nel 2007 in base ai quali la “most likely size”, la quantità più probabile di petrolio che si sarebbe riversata in mare in caso di incidente, sarebbe stata pari a 4.600 barili. Peccato che nel Golfo del Messico, a oggi, siamo sopra quota 80mila barili riversati: complimenti ai controllori e regolatori, oltre a chi stava operando in quel momento sulla piattaforma!

Già, perchè se come sembra l’errore è stato umano e dovuto alla non attivazione dei due “blowout preventers”, perché la Casa Bianca non si è infuriata con la potente e statunitense Halliburton, in carico operativo sulla struttura? Chiedetelo al presidente che minaccia calci nel sedere ma si guarda bene dal toccare interessi nazionali più grandi di lui: e forse, così facendo, capirete anche la stizza malcelata del premier britannico, David Cameron, per il crucifige generale ed esclusivo contro Bp.

Colmo dei colmi, ieri Washington ha annunciato un’inchiesta federale sull’accaduto: e a chi sarà affidata? Allo stesso MMS, l’ente dall’esenzione facile. Come ha dichiarato ancora Andrew Hopkins, «la MMS è il regolatore e un fallimento della regolamentazione è parte di questo disastro. Quindi, MMS sta per investigare su se stessa. Direi che è quantomeno totalmente inappropriato». Pensate il quadro sia già sufficientemente esaustivo da rimettere un po’ in discussione il can can mediatico e politico di questo periodo? Sbagliate. Il bello arriva ora e potete desumerlo da questa tabella. (http://moneycentral.msn.com/ownership?Holding=Institutional+Ownership&Symbol=BP )

Al 31 marzo di quest’anno, come sempre, Thomson Reuters ha reso noto l’assetto proprietario di Bp dopo il primo trimestre dell’anno: mancava poco all’incidente, proprio poco e guardate un po’ chi ha scaricato 4.680.822 di azioni di British Petroleum per un valore di 250 milioni di dollari e pari al 44% del totale? Goldman Sachs, banca d’affari legata a doppio filo a Washington e all’establishment politico e soprattutto unica banca d’affari che fa soldi quando gli altri perdono: loro non si scottano mai le dita.

Perchè sono i più bravi, questo è innegabile e va detto per evitare di scadere nel complottismo: certo, il fatto che quella piattaforma fosse a rischio lo certificava l’MMS con le sue esenzioni, certo il fatto che le azioni di Bp siano crollate è altrettanto vero – se le avesse tenute, Goldman avrebbe perso il 36% del loro valore – ma non sono quelle “briciole” a far paura a un gigante come la firm newyorchese: il danno è reale, le responsabilità diffuse ma veicolandole in modo giusto e nascondendo alcune di esse, magari Bp diviene scalabile e le sue attività acquisibili.

Ma non solo Goldman ha magicamente scaricato le azioni di Bp giusto in tempo: Wachovia ne ha vendute 2.667.419 e Ubs qualcosa come 2.125.566. Ripeto non è il numero di azioni o il controvalore a dover far riflettere ma il timing: ma come, Obama dà luce verde a trivellazioni offshore ovunque e soggetti del genere escono dal business? Strano. In compenso, qualcuno ha comprato. Chi? Ad esempio Wells Fargo, acquirente di 2.398.870 azioni: strano però, visto che Wells Fargo è proprietario della “scaltra venditrice” Wachovia. Puzza di partita di giro, almeno al sottoscritto. E chi altro? La Fondazione Melinda e Bill Gates, quella patrocinata dal signor Microsoft e il Wellington Management, una grande asset firm: bella fregatura hanno preso, almeno formalmente.

Il fatto strano è che a metà marzo, prima della vendita, il sito di ricerche di mercato Morningstar, quotava le azioni di Bp con un rating di tre stelle su cinque, quindi fomalmente appetibile: Goldman Sachs, per una volta, aveva sbagliato la scelta ed è stata “salvata” dall’incidente? No, perché nella descrizione del titolo, Morningstar elencava solo le debolezze di Bp, ovvero «la minore integrazione di Bp rispetto a Shell o ExxonMobil, le fluttuazioni del prezzo del petrolio, potenziali perdite dovute a rischi politici, soprattutto la forte esposizione in Russia (il consorzio Tnk-Bp, terzo gruppo petrolifero del paese, con 100mila occupati e la brutta idea di voler mettere i bastoni tra le ruote a Gazprom che ha portato con sé l’espulsione del presidente del gruppo, la presa di ostaggi tra gli operai da parte del governo di Mosca e altre manifestazioni democratica di amore per la concorrenza, ndr)».

E, infine, il meglio: «Spaccature causate da limiti ambientali e operativi potrebbero ulteriormente limitare il potenziale di guadagno». Accidenti, o portano sfiga o sono dei portenti questi di Morningstar! Peccato, poi, che in febbraio altri analisti di Morningstar, in una nota separata, avevano invece salutato come un portento il risultati presentati da Bp nel quarto trimestre dello scorso anno dicendosi «incoraggiati dai continui guadagni grazie a nuovi progetti e tagli dei costi».

Come cambiano le cose, in pochi giorni! Un bel quadretto, non c’è che dire. Ora, il disastro ambientale, immane, resta ma non fatevi abbindolare dalla faccia contrita di Barack Obama mentre parla con i pescatori o dalle immagini di pennuti con le ali intrise di petrolio: dietro a quanto sta accadendo c’è molto di più, responsabilità molto diffuse e in alto e soprattutto interessi.

Lo certificava il 2 giugno scorso il sito di Bloomberg, gente che di mercati ne sa qualcosa: «Bp a rischio poiché il crollo delle azioni alimenta le voci di scalata», aggiornato addirittura quattro volte in un solo giorno. Chissà che a ExxonMobil, principale concorrente di Bp negli Stati Uniti, qualcuno non ci stia pensando, visto l’improbabile scalata di Shell, che già nel 2004 doveva fondersi con British Petroleum: con tutte quelle azioni vendute o passate di mano a soggetti così fedeli alla Casa Bianca e agli interessi, leggittimi, degli Usa…

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2010/6/18/MAREA-NERA-Il-giallo-del-rapporto-segreto-sugli-operai-della-BP-che-si-sono-ammalati-tentando-di-arginare-il-petrolio/3/93694/
18.06.2010

Pubblicato da Davide

  • TizianoS

    Che ci sia una madornale contraddizione tra il cambiamento di rotta annunciato pochi mesi fa da Obama che autorizzò nuove trivellazioni (già sospese dai precedenti governi) nei mari americani e la presente posizione dove frettolosamente si rimangia la decisione appena presa e dove improvvisamente vuole apparire super-ecologico in materia energetica, è sotto gli occhi di tutti. E che abbia individuato nella BP l’unico colpevole desta molti interrogativi, come ben illustrato nell’articolo.

    Non è quindi un caso che la sua popolarità sia precipitata nei sondaggi, anche a causa della sua inerzia nel contrastare lo strapotere di Wall Street, e del poco successo delle sue misure per la ripresa economica. Anche il famoso “surge” delle truppe in Afghanistan da lui patrocinato sta dando risultati molto deludenti. Rimane al suo attivo la riforma sanitaria, che tuttavia non mi risulta sia arrivata definitivamente in porto.

    Infine, se è vera la notizia data oggi da Debkafile [http://www.debka.com/article/8862/], che un convoglio navale da guerra composto da undici navi americane e una israeliana stanno attraversando il canale di Suez dirette verso il Golfo Persico, non fa che rafforzare l’opinione che egli non sia meno guerrafondaio del suo predecessore.

  • backtime

    Italiano trova soluzione per bloccare il petrolio/ Bp e ambasciata americana lo ignorano di Martina Lacerenza

    http://ildemocratico.com/2010/06/04/italiano-trova-soluzione-per-bloccare-il-petrolio-bp-e-ambasciata-americana-lo-ignorano/

    di Martina Lacerenza

    Credevamo che peggio di così la Bp non potesse fare. Ci sbagliavamo.

    Un mese fa, quando scoppiò l’emergenza nel Golfo del Messico per il crollo della piattaforma Deep Water Horizon, la British Petroleum lanciò un appello, chiedendo da più parti suggerimenti utili per bloccare l’enorme quantità di petrolio che, ancora oggi, continua a riversarsi in mare. Venne aperto un sito apposito per raccogliere proposte, e il governatore della Luoisiana disse infatti “magari viene un’idea utile a qualcuno”. L’idea era arrivata, insieme a una soluzione che avrebbe risolto l’emergenza già da un mese se solo fosse stata presa in considerazione.

    Un italiano, il Geometra Giancarlo Sansò aveva la soluzione in mano.

    La Bp e l’Ambasciata Americana, però, lo hanno ignorato. Inspiegabilmente.

    Il Democratico, oggi, lo ha intervistato.

    Il Geometra Giancarlo Sansò è un Dirigente Tecnico d’Azienda (Edilizie Industrializzate- settore infrastrutture/viabilità), nonché Consulente Tecnico del Tribunale di Ancona e Coordinatore Anas per la Sicurezza Cantieri. Nei suoi 35 anni di attività ed esperienza ha avuto modo di studiare a fondo una miscela chimica dotata di un’intrinseca composizione in base alla quale, tale miscela, solidifica in presenza di acqua di mare e di fluidi di diverso tipo, compresi gli idrocarburi.

    Questa soluzione, spiega Sansò, è stata indicata come “diaframma plastico chiuso per rete continua” ed è stata oggetto di brevetto (brevetto rilasciato dall’Ufficio Internazionali Brevetti di Bologna, previa supervisione del Gruppo Ingegneristico).

    “Ho preso in considerazione l’appello lanciato dalla Bp tempo fa circa un suggerimento per bloccare la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico –ci dice Sansò- e così il 13 maggio scorso ho scritto alla Bp Italia di Milano e ho mandato un fax con la mia proposta. Non ho avuto nessun riscontro. Considerando che l’intero ecosistema del Golfo del Messico stava andando distrutto giorno dopo giorno, ho scritto anche all’Ambasciata Americana, il 31 maggio, indicando chiaramente che nella mia lettera inviata alla Bp vi era una soluzione possibile per bloccare la fuoriuscita di greggio. Ma anche qui, nessuna risposta”.

    In che modo questo brevetto avrebbe potuto risolvere il problema nel Golfo del Messico?

    “Il problema è di facile soluzione. La mia proposta prevede 3 fasi sistematiche da effettuarsi contemporaneamente: 2 tecniche e 1 chimica, basata appunto su questa miscela brevettata. Occorre scendere in profondità con una sorta di ‘imbuto rovesciato’, per intenderci, e calare questa struttura da 8 o 10 metri cubi di volume, dotata di 2 tubazioni, e posizionarla proprio in corrispondenza della fuoriuscita del greggio. Petrolio e gas verrebbero intubati e portati all’esterno da una delle due tubazioni e contemporaneamente l’altra tubazione spingerebbe la miscela, unita a un reagente, all’interno dell’imbuto, a una pressione di 10 o 15 atmosfere.

    Questa miscela ha 2 peculiarità: è densa e reagisce con un reagente apposito, a contatto con il quale è in grado di solidificare e bloccare automaticamente l’uscita del petrolio”.

    Quindi cosa sarebbe accaduto se la Bp avesse subito accolto la sua idea?

    “Avrebbe già finito il discorso almeno un mese fa. Non mi hanno risposto perché evidentemente le idee che ricevono finiscono in un cassetto…non lo so…”

    Secondo lei i tecnici della Bp che ancora non riescono a risolvere il problema nel Golfo del Messico, sono incompetenti?

    “Non mi permetto di esprimere giudizi. Posso solo dire che se avessero esaminato questa soluzione avrebbero potuto fare certamente qualcosa di più. Gli interventi che sono stati fatti fino ad ora dalla Bp sono riduttivi e non finalizzati allo scopo, cioè bloccare l’uscita del petrolio. C’è solo caos. Lo dimostra il fatto che se all’epoca chiesero alla gente di inviargli dei suggerimenti evidentemente erano già malmessi. Ora cercano una soluzione che piova dal cielo, ma stanno solo combinando dei gran bei…non diciamo la parola, meglio”…

    Ma del resto i “casini” combinati dalla Bp sono sotto gli occhi di tutti. L’abnorme danno ambientale provocato in Louisiana continuerà a farsi sentire per secoli.

    Ma è possibile fare una previsione a lungo termine sulle conseguenza che questo disastro provocherà a livello mondiale?

    “Gli idrocarburi si conoscono perfettamente. Ma a 1500 metri di profondità i problemi cambiano. C’è da tener conto della pressione, delle correnti e di molte altre cose. È vero che ci sono i robot che lavorano a quella profondità, come sta avvenendo, ma per far lavorare bene i robot bisogna avere le idee chiare. Probabilmente quelli della Bp stanno facendo, invece, solo dei ‘tentativi’. Non hanno chiarezza. Non sanno bene cosa devono fare e lo dicono i tentativi stessi fatti fino ad ora, come quelli sciocchi di buttare in mare residui di gomma, plastica o capelli: delle vere oscenità”.

    In termini economici la soluzione di utilizzare questa miscela particolare per bloccare l’uscita del petrolio sarebbe sostenibile? Quanto costerebbe mettere in pratica la soluzione appena proposta?

    “Costerebbe come un viaggio last minute in Egitto, di sette giorni. È assolutamente sostenibile. Questo è un composto che è stato maturato 15 anni fa e che ha dato ottimi risultati. ‘Gela’ gli strati geologici del terreno. Pompata a una certa pressione è una miscela che solidifica e cementa tutti gli strati del terreno. Inoltre impermeabilizza in modo che l’acqua non abbia più ‘potere’ e contemporaneamente ‘incolla’ tutto lo strato geologico. La Bp ha sprecato fino ad ora una massa enorme di denaro. Chi sta lavorando lì ha delle lacune. Non prevedevano che potesse verificarsi un tale disastro, ma questo significa ‘leggerezza’: a volte bisogna assolutamente prevedere anche l’imprevedibile. Per compagnie come questa, inoltre, la sicurezza deve essere la prima cosa”.

    Dunque una soluzione c’era (e c’è) per porre fine a tutto questo disastro e bloccare il petrolio…

    “Ho chiamato la Bp Italia, ma risponde un call center che non passa nessuna telefonata. La direzione della British Petroleum ha dato l’ordine specifico di non far passare nessuna notizia. Per questo ho contattato l’Ambasciata Americana. Non mi ha risposto assolutamente nessuno”.

  • brunotto588

    Niente di nuovo sotto al sole … IL DISASTRO BP ALTRO NON E’ CHE L’ ENNESIMA, COLOSSALE, OPERAZIONE DI MARKETING PSICOLOGICO … nella piena attuazione del principio che “prima si fa la lavatrice, poi si fa chi se la compera” … Qual’ è , in questo caso, l’ idea da “vendere” all’ opinione pubblica ? Ma tutto quanto rientra nel non meglio definito enunciato di “Sviluppo Sostenibile”, che suona bene a parole, e sembra una gran bella cosa … peccato che gli attori “sotto” siano gli stessi che provocano tali disastri, e questo ovviamente desta forti sospetti sul VERO SIGNIFICATO di quel bellissimo binomio … stani binomi a cui ci hanno abituato, e che vanno per la maggiore presso le menti che tutto questo programmano: “Esportazione di Democrazia” … oohhh, stupendo ! … “Moneta Unica” … urca, bellissimo !! … “Missioni di pace” … che grandiosa figata …!!! “Sviluppo sostenibile” … evviva, evviva !!!! … Bei concetti a parole, che suonano bene come copertura ufficiale di “mezzi” che definire “Machiavellici” è un tenero eufemismo … UNA DOMANDA: Il fine ( ammesso e non concesso che sia un “fine positivo” cui si tende ), giustifica i mezzi ? Per me no … e chi si serve di certi mezzi non ha in mente fini molto dissimili dai mezzi stessi … l’ “AGENDA 21”, il “piano ecologico” in applicazione appunto dal 2000 in avanti, altro non è infatti che l’ ennesima faccia del piu vasto piano di governance globale: obiettivo del piano, indurre la gente a bersi la bufala del riscaldamento da CO2 ( effettivamente ottenuto attraverso Haarp e scie chimiche ), dei disastri climatici ( ed ecco che appaiono tsunami e terremoti quanto mai “selettivi ed opportuni”, certo, in base alla sola logica che la sfiga ci veda benissimo ) … Insomma, una delle tante teste dell’ Idra che sta prendendo di mira i vari pilastri dell’ esistente per distruggerli e sostituirli con quanto già predisposto dai medesimi ( e Goldman Sachs compare inevitabilmente sempre, sempre e sempre … ) Qundi: IL DISASTRO BP ALTRO NON E’ CHE L’ EQUIVALENTE ECOLOGICO DELL’ 11/9 … Una scusa per dare il via a diversi e pianificati comportamenti, ( ecologismo verde a stelle e strisce ) pilotati sempre dagli stessi, ed i cui veri beneficiari saranno sempre gli stessi. Vive la fesse.

  • brunotto588

    COLONIZZARE L’ IMMAGINARIO: questo è il vero fine ultimo … non tanto “il Capitalismo”, o “Il Governo Mondiale” … ma la colonizzazione dell’ UTOPIA, della SPERANZA, del DESIDERIO … perchè solo così questa nuova dittatura tecnocratica potrà sperare di mantenere il controllo: solo se RIUSCIREMO AD IMMAGINARE SOLO QUANTO VOLUTO DAL POTERE… Per questo, oltre che per “preparare materialmente il terreno”, l’ èlite deve spendersi moltissimo anche in forme di sottilissima propaganda, non dissimile da un qualunque “Carosello”: il “prodotto” viene proposto come “buono e desiderabile”, e non dovranno imporcelo, perchè saremo noi a correre ad acquistarlo. ( Vedi: Babbo Natale e Coca Cola: http://brunotto588.blog.espresso.repubblica.it/il_linguaggio_dimenticato/2009/04/capire-la-propa.html )

  • brunotto588

    PS: Ai paladini in buona fede, sostenitori della “Decrescita”, dello “Sviluppo Sostenibile”, dell’ “Economia Verde” … ATTENTI …! Siete assolutamente certi che non vi stiano strumentalizzando, che non vi stiano pigliando per il culo ? … Vive la fesse.

  • backtime

    Vive la fesse

    tutto qui il concetrato del tuo pensiero? averlo trovato nel post di Fini trova un senso, qui è ossessione da denuncia!

  • brunotto588

    A’ backtime … ma leggi, và, prima di parlare …

  • brunotto588

    VIVE LA FESSE: Legenda per gli utenti. Da un po’ di tempo chiudo ogni mio intervento al “grido di battaglia” di “Vive la fesse”. Se infatti è “la fesse” tecnicamente ( anche se riduttivamente ) interpretabile semplicemente come “la fica”, ( e tale interpretazione riduttiva è ESATTAMENTE il frutto della nostra cultura ormai sottomessa al pensiero unico materialista … e quindi un problema di chi interpreta in tal guisa ) simbolicamente parlando è l’ ARCHETIPO DI VITA, DESIDERIO, AMORE contrapposto a quello di MORTE, tipico della nostra cultura di oggi. Eros e Thanatos, dunque … richiamare l’ Eros a dirigere il nostro pensiero, oggi diretto da Thanatos. Averi potuto citare “la Scuola di Francoforte”, o “L’ Eros e Civiltà” di Marcuse, o ancora l’ “Essere o Avere” di Fromm … ecco, chi non è stolto saprà vederci tutto questo. Più sintetico e pratico. Vive la fesse.

  • RINOGAETANO

    ma in fine, quindi, secondo lei e’ solo un manovra mediatica? Io credo che l’hanno fatto apposta anche per far aumentare il prezzo di petriolio. Infatti s e non lo sapete(tutti) i petrolieri hanno anche le case ecologiche e vogliono utilizzarle al finire del petrolio.

  • brunotto588

    E’ tante cose assieme … come tutte le strategie che rispondono al piano di governance globale, e tutte queste strategie vanno “viste” nel loro insieme … è la loro strana concomitanza, e lo scoprire che sotto c’è sempre la stessa gente, a denunciare il fatto che siano provocate: Perchè ? Per tanti fini … come le guerre, come le crisi economiche … purtroppo per noi tutte queste azioni hanno sempre duplici vantaggi per chi le pianifica, ed una potentissima componente mediatica a far proseguire ( e far “accettare” ) il piano stesso.

  • fusillo

    ……sin dall’ inizio della vicenda c’è qualcosa che non quadra in questa faccenda……

  • costantino

    Solo in italia c’è gente che pensa che Obama sia un Buono.
    In usa i negri buoni li amazzano (Martin Luther King, Malcolm X), i mezzi negri li fanno Presidenti.

  • TizianoS

    La cosa più grave non è tanto che sia mezzo nero, è grave che sia oramai una delusione e che appaia come un mezzo presidente, indeciso, del tutto sottoposto ai poteri forti, non meno guerrafondaio di Bush.

  • gdraghino

    Forse, ripeto forse, il problema è dovuto solo a errore umano e avidità. Errore umano perchè il poveraccio che al momento opportuno doveva chiudere i BOP ha esitato, perchè sicuramente qualcuno poi gli avrebbe fatto il culo, gli avrebbe detto che avrebbe dovuto aspettare a fare la manovra perchè la cosa si sarebbe risolta diversamente, ecc.. ecc.. Ripristinare un pozzo in acque profonde ha dei costi notevoli e prima di chiudere i BOP uno ci pensa 100 volte. Avidità perchè è anche possibile che i BOP, sempre per contenimetno dei costi, fossere cinesi, ossia roba di seconda scelta. Il tema del contenimento dei costi sui pozzi petroliferi è da molti anni all’ordine del giorno, le contrattiste venivano scelte SOLO sulla base dei costi; almeno fino al disastro del Golfo del Messico, infatti da pochi giorni è arrivato il “contrordine compagni”, da oggi sui pozzi High presssure e Deepwater (solo su quelli!)la parola d’ordine è diventata sicurezza sopra ogni altra cosa, a qualunque costo (anche economico). Niente di nuovo sotto il sole.

  • audreyalexis

    lo sai che ti dico,che vi dico,commentando tutte le congetture,le informazioni,le documentazioni sul problema petrolio nel golfo,e dovunque…..che ha ben poca importanza oramai quanti pescatori chiudano baracca,quanti siano i morti della piattaforma,quanti posti di lavoro da impresa delle pulizie mondiale si stiano inventando gli americani,purtroppo generalizzando…..il grave problema e’ che siamo tutti impastati nell'”olio nero” della cultura americana,insensatamente ottimistica,che prima fa e poi pensa……
    e che nessun terrorismo e’ capace di proteggerci da questo……
    che nessun terrorismo,ultima speranza di questi anni impastati di fandonie,vuole colpire alla radice….a questo punto dico che a pagare e’ solo il mondo “non umano”,gli animali, le speci che nulla hanno chiesto se non il rispetto della vita ed a loro viene inflitta la più iniqua sofferenza, con gran dispiego di mezzi che servono solo a dar d vivere a quelli che fanno finta di aiutarli…..questo mondo senza voce,questi occhi senza più ragione di vita sono lo specchio del nostro prossimo futuro…molto prossimo……
    bisognerebbe tornare prima del 1971…..come dice un grande giornalista italiano,tirar fuori le grinta e le motivazioni di allora,e raccontarlo ogni giorno,OGNI GIORNO ai nostri nipoti……che sono come questi uccelli e questi pesci del golfo:con le ali impastate,e gli occhi gia’ spenti