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IL 2015 E’ DOMANI !

DI ERIC TOUSSAINT
Cadtm

Siamo in attesa del 2015: solo 9 anni ci separano, ed il panorama che si presenta è molto inquietante.

In modo evidente, si degradano le condizioni di vita di una parte significativa delle popolazioni, sia in Europa occidentale come in altre parti del mondo. Questa degradazione influisce sui redditi, sull’occupazione, sull’accesso alla cultura. Influisce anche nell’applicazione dei diritti fondamentali delle persone, sia come individui, sia come collettività. Il peggioramento si manifesta anche negli equilibri ecologici, nelle relazioni tra gli Stati ed i popoli, con il ricorso all’aggressione militare da parte delle grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti. Ma essi non sono soli, hanno i loro alleati in Europa, un’alleanza nella quale diversi paesi hanno partecipato –o partecipano attivamente- all’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e saranno disposti ad intervenire anche in Iran. Penso anche al terrorismo di Stato, esercitato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese e libanese. Senza dimenticare l’intervento della Russia contro il popolo ceceno.

Fenomeni di barbarie si presentano quotidianamente davanti ai nostri occhi.
In Europa occidentale, quello che mi colpisce in modo particolare è la negazione di giustizia a coloro che cercano asilo. Nel momento in cui vi parlo, un movimento importante si verifica in Belgio, per la regolarizzazione dei “sans papier” (senza documenti, ndt). Una trentina di chiese cattoliche e luoghi pubblici sono stati occupati in tutto il paese dai “sans papier”, una parte dei quali usa lo sciopero della fame come mezzo di lotta. Siamo di fronte ad un diniego di giustizia assolutamente elementare.

Un’altra forma di barbarie consiste, nei discorsi dei dirigenti politici, incluso quelli di sinistra, nel banalizzare l’idea secondo la quale non si può accogliere tutta la miseria del mondo e che si possono rimpatriare tranquillamente e collettivamente le persone alle quali non viene concesso il diritto d’asilo. Questa forma di barbarie abbandona coloro che richiedono asilo nelle frontiere dell’Unione Europea. E’ciò che hanno vissuto le persone assassinate mentre cercavano di attraversare le frontiere dell’UE nelle enclavi spagnole del Marocco. Penso alle migliaia di persone che perdono la vita cercando di attraversare lo stretto di Gibilterra o di raggiungere le isole Canarie. Questo fenomeno non è esclusivo dell’Europa. Sappiamo ciò che succede nel confine sud degli Stati Uniti, a sud del Rìo Grande.

Da qui al 2015, se non cambia il corso di questa politica non vedo come quelle forme di degradazione e negazione di giustizia potrebbero essere risolte.

Il 2015 corrisponde alla data limite della dichiarazione del Millennio adottata nel 2000 dall’assemblea straordinaria dell’ONU. Non solo non si realizzeranno gli obbiettivi di riduzione della povertà e del miglioramento di accesso all’educazione, ma inoltre, in molte parti del mondo, le condizioni di esistenza saranno peggiorate. Questa constatazione è assolutamente inquietante e di conseguenza bisogna chiedersi se esistono forze sufficientemente potenti da contrastare la tendenza storica in corso.

Tale tendenza riguarda più di trent’anni, una generazione umana. Il colpo di Stato militare di Pinochet in Cile, nel 1973, servì da laboratorio per l’implementazione di politiche neoliberali che si andarono progressivamente generalizzando in Europa occidentale –con Margaret Thatcher nel 1979- ed in America del Nord –durante la presidenza di Ronald Reagan dal 1981 al 1989.

L’avvento di forze storiche d’opposizione

Esistono forze storiche capaci di arrestare questo dominio progressivo del neoliberalismo? La risposta è si. Se altri vedono l’origine nel 1999, con la battaglia di Seattle, io personalmente la situo nel 1994, anno nel quale si sono verificati tre eventi:

1- Il 1º gennaio 1994 vede nascere la ribellione zapatista in Chiapas. Lì si è manifestato un attore che aveva lottato per secoli contro l’occupazione spagnola. Quel popolo indigeno (i Maya) proclamava rivendicazioni fondamentali. Con linguaggio universale, si dirigeva all’insieme del pianeta specialmente attraverso la voce del subcomandante Marcos. Fenomeno che supera oltremodo la sua persona e le sue caratteristiche personali. Si trasformò nell’espressione di un movimento più profondo, in quanto gli indigeni del Chiapas non era soli nella lotta: gli indigeni dell’Ecuador si riunirono soprattutto in seno alla “Confederaciòn de Naciones Indigenas de Ecuador” (CONAIE). E, nel 2005, in Bolivia, Evo Morales venne eletto e si convertì nel primo presidente indigeno al potere in America Latina.

L’anno 1994 segna, quindi, l’esplosione della lotta di un popolo nativo –e minoritario in Messico- che denuncia accordi commerciali e dichiara guerra al governo messicano. Ma “pacificamente”: “ci solleviamo, prendiamo le armi ma desideriamo non servirci di queste”. Non è l’ultima esperienza di guerriglia del secolo 20, bensì la prima esperienza di un nuovo tipo di guerriglia del secolo 21.

2- Sempre nel 1994 ebbe luogo il 50º anniversario della fondazione di Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazione (FMI). L’evento venne commemorato da un enorme incontro di protesta a Madrid. Tale manifestazione ha ispirato, più tardi, i francesi che, durante la mobilizzazione contro il G-7 a Lione nel 1996, misero in marcia i collettivi “Las otras voces del planeta” [1].

L’iniziativa spagnola riuniva le ONG, i movimenti come “la plataforma 0,7%” nella quale i giovani lottavano per far sì che il loro paese destinasse lo 0,7% del PIL all’aiuto pubblico per lo sviluppo, ed anche i sindacati, i movimenti femministi, i movimenti ecologisti. Già in occasione di quella “contra-cumbre” (contro-conferenza, ndt), si venivano alleando tutta una serie di movimenti che più tardi si sarebbero rincontrati a Seattle nel 1999, poi a Porto Alegre nel 2001, etc.

3-Terzo momento forte del 1994: l’esplosione della crisi del “Tequila”, nuovamente in Messico. E’ necessario ricordare che nel 1993-1994, ci parlavano del miracolo asiatico, del miracolo messicano, del miracolo ceco per il paesi dell’Est. Ci parlavano dei paesi emergenti e dei loro grandi successi. La crisi del “Tequila” avrebbe scosso tutto l’America Latina. Era l’inizio di una serie di crisi finanziarie che avrebbero successivamente colpito il Sud-est asiatico, poi Russia, Brasile, Argentina, Turchia, etc.

Per me quindi l’anno 1994 rappresenta un punto di inflessione in termini di manifestazione di nuove forme di resistenza, di nuove alleanze e della crisi del modello neoliberale. Potremmo prendere altre date: il 1989 segnò la grande mobilizzazione in Francia in occasione del bicentenario della Rivoluzione francese e l’opposizione alla riunione del G-7 convocata nello stesso anno presso la Bastiglia; vi fu anche il lancio della campagna “Basta Ya”, alla base della nascita del CADTM. Senza dimenticarci ovviamente di Seattle 1999…

Nuove resistenze un po’ ovunque

Lungo il corso degli anni ’90, dopo un primo periodo condotto dai Pinochet, Thatcher e Reagan, appaiono nuove forme di resistenza in distinti punti del pianeta. Grazie a differenti attori che si andavano esprimendo, si comincia a riempire il vuoto lasciato dalla crisi del movimento operaio tradizionale.

Sviluppatosi nel secolo XIX, poi consolidatosi poco a poco, il movimento operaio domina la scena delle lotte di emancipazione per gran parte del secolo XX in Europa. Le lotte di Resistenza durante la Seconda Guerra mondiale e la Liberazione, le conquiste che seguirono e la vittoria contro il nazismo ed il fascismo furono ampiamente condotte da questo movimento operaio che ebbe forti bastioni nella classe operaia industriale. Tale movimento, gravemente deteriorato dall’offensiva neoliberale degli anni 1970-1980, entrava in crisi.

Vediamo quindi sorgere negli anni ’90 attori che avevamo dimenticato in quanto erano rimasti emarginati. Ed in scala planetaria si andranno ad imporre i movimenti dei contadini: la creazione di “Vìa Campesina” nel 1992, la figura emblematica di Josè Bovè a partire da Seattle. Io appartengo alla generazione del Maggio ’68. In quel momento chi avrebbe immaginato che i contadini sarebbero andati ad occupare un posto di avanguardia nella nuova lotta “altermundialista” (altromondista, ndt)? Ebbe luogo, nel 1971, lo scontro nella meseta di Larzac in Francia [2], già con Bovè, la creazione del “Movimiento de los Sin Tierra” (MST) nel 1984 in Brasile, un enorme movimento contadino in India ed in differenti luoghi del pianeta.

Tale movimento si trasformò in un attore estremamente importante per la resistenza all’offensiva neoliberale ed alla mercificazione del mondo, ai brevetti sugli esseri viventi. Mise soprattutto al primo posto le rivendicazioni relative ai beni comuni: l’acqua, la terra, i semi…Queste rivendicazioni o questi valori non sono nuovi in sè, ma lo sono nel modo in cui vengono presentati, perché, classicamente, le conquiste di Liberazione, il rafforzamento dei servizi pubblici, non presentavano la questione dei beni comuni come un obbiettivo da raggiungere.

Nel secondo Dopoguerra venne migliorato l’accesso a certi beni comuni. Con l’offensiva neoliberale, i beni comuni rimasero in uno stato calamitoso ed oggi si percepisce la necessità di difenderli o di riconquistare il loro controllo.

Potrei parlare dei movimenti indigeni, che vanno riprendendo l’offensiva. In Bolivia, per esempio, dagli anni ’40 agli anni ’60, l’avanguardia del popolo boliviano, è rappresentata dai minatori di carbone e dai loro sindacati. Chiuse le miniere di carbone negli anni ’80, sono gli indigeni, in particolar modo i coltivatori di coca, coloro che costituiscono un movimento sia contadino che indigeno. Abbiamo visto i minatori di carbone ritirati o che avevano perso il lavoro, appoggiare ed unirsi al movimento contadino ed indigeno: nasceva una nuova alleanza.

Potremmo anche parlare del movimento femminista rilanciato con la Marcia Mondiale delle Donne nel 2000; dei diversi movimenti di giovani che non avevamo conosciuto con tale portata all’inizio degli anni ’90. Ma senza dubbio non dimentico i salariati. Le controffensive, che ho situato nel 1994, si prolungarono su scala Europea occidentale, per mezzo della grande mobilizzazione sociale dell’ottobre 1995, in Francia. Qui, i salariati si mobilitarono e si liberarono del primo ministro di destra, Alain Juppè, e tale dinamica portò il suo successore, il primo ministro socialista Lionel Jospin, a ritirare la Francia dalle negoziazioni sull’Accordo multilaterale sugli Investimenti (AMI) facendo così capitolare un importante obbiettivo dell’offensiva neoliberale.

Integrano le nuove forze anche quelli che chiamerò “nuovi proletari” o i nuovi esclusi, “los sin voz” (i senza voce, ndt). La ribellione nei sobborghi francesi nel novembre 2005 (che ebbe una leggera estensione in Belgio ed in Germania) è la ribellione dei nuovi proletari. Non si tratta tanto di sfruttati in fabbriche all’interno del contesto industriale, anche se alcuni di essi lo sono. I giovani dei sobborghi che si sono sollevati nell’ottobre 2005 sono proletari nel vero senso della parola: non sono proprietari dei propri mezzi di produzione, e devono cercare dove affittare le proprie braccia ed i propri cervelli per vivere e sostenere le proprie famiglie.

Una sfida: l’integrazione con i ribelli

I giovani dei sobborghi sono per me una specie di nuovo proletariato che cerca e trova le vie per esprimersi con i modi di azione adeguati. Possiamo lamentare la forma che questa rivolta ha preso, però è una sfida fondamentale, per i movimenti di cittadini organizzati, per i movimenti sindacali, l’integrazione con questo tipo di ribellione. So che non è facile ma, all’interno della frammentazione nella quale viviamo, se questa integrazione non si realizza, non vedo come gli attori che si oppongono all’offensiva neoliberale potranno vincere.

Nei paesi dell’Europa occidentale o dell’America del Nord, coloro che hanno la fortuna di avere un lavoro o una pensione garantiti e l’energia per combattere perché hanno ancora una buona salute (le persone che arrivavano all’età pensionabile 40 o 50 anni fa non avevano le stesse possibilità) devono spingere per una nuova alleanza sociale. Se noi, salariati dai 20 ai 60 anni e pensionati nei settori organizzati, non troviamo il mezzo per realizzare insieme l’integrazione con “los sin voz”, con i nuovi proletari, in un poderoso movimento di protesta critica fondamentale della società, allora, vedo alquanto difficile la possibilità di un cambio radicale nei paesi più industrializzati. Infatti, qualsiasi cambiamento è sempre dipeso maggiormente dalla generazione giovane, quella che si trova nelle scuole, nelle università, quella che è disoccupata o già lavora. La gioventù si espresse in Francia all’interno del movimento contro il CPE (contratto di primo impiego, ndt) nella primavera 2006, ma si esprime anche nei sobborghi.

Il processo del Forum Sociale Mondiale: un obbiettivo

Sul lato internazionale, la nuova alleanza che emerge si esprime in parte attraverso il processo del Forum Sociale Mondiale che possiede nuove caratteristiche in relazione con i processi che si ritrovano nei periodi anteriori della storia. Così, non esiste un centro geografico che detta il proprio ritmo agli altri. Le grandi agitazioni rivoluzionarie dei secoli XVIII e XIX furono fondamentalmente opera dei popoli di Europa e delle Americhe: le rivoluzioni della fine del secolo XVIII in Francia e negli Stati Uniti, le agitazioni rivoluzionarie nel corso del secolo XIX, e specialmente quando Marx scriveva “una fantasma si aggira per l’Europa: il comunismo”, nella primavera del 1848, andarono a sviluppare una vera dinamica rivoluzionaria europea. Nel secolo XX, le rivoluzioni scossero tanto i paesi centrali (Germania 1918-1923, Spagna 1936-1939) come paesi considerati periferici (Russia nel 1905 e nel 1917, Messico 1910, Cina 1949, Cuba 1959, Algeria 1962, Nicaragua 1979, etc.). L’offensiva neoliberale e la restaurazione del capitalismo nell’ex blocco sovietico ed in Cina, hanno congelato la prospettiva rivoluzionaria.

Ma i fuochi di resistenza al neoliberismo ed al capitalismo non erano scomparsi. A partire dagli anni ’90 emerse un movimento di resistenza che riuscì ad internazionalizzarsi. Il Forum Sociale Mondiale rappresenta l’iter nella costituzione di un vasto movimento di resistenza internazionale che si trova in piena evoluzione. Tale movimento è eterogeneo e non ha un epicentro. Tutte le sue componenti di resistenza non sono riconosciute necessariamente nel Social Forum. Il suo funzionamento a rete, senza una vera struttura di comando, tende a generalizzarsi.

Il FSM non ha nulla di miracoloso

Detto questo, il Social Forum non deve analizzarsi solo nei sui aspetti innovatori e positivi, in quanto ha limiti evidenti. Prima di tutto, come sopraindicato, non rappresenta l’insieme di tutti i movimenti di resistenza globale. Due esempi: gli zapatisti del Messico non formano parte di questo Forum, le lotte di resistenza della Cina non hanno contatto con il FSM. Inoltre, la nozione di strategia alternativa è appena ai suoi inizi ed il vecchio dibattito tra riformisti e rivoluzionari non è stato chiuso. Bisogna rompere con il sistema oppure assecondarlo e controllare i meccanismi di regolazione creando un capitalismo più civilizzato? Questo dibattito è sempre presente e sicuramente andrà riprendendo vigore. Può verificarsi una divisione nel movimento. Attualmente il movimento è l’espressione di una alleanza tra rivoluzionari e riformisti su di una piattaforma minima. Questa include rivendicazioni di base che vanno dalla Tobin tax all’annullamento del debito del terzo mondo, alla lotta contro i paradisi fiscali…
Ma se esiste un accordo per lottare insieme per queste rivendicazioni, come si possono raggiungere gli obbiettivi più fondamentali? Questo “altro-mondo” che stiamo desiderando e che vorremmo che appaia affinché le nuove generazioni possano realmente vivere (non semplicemente sognare o proclamarne il desiderio), che cos’è realmente ? I dibattiti strategici devono essere risolti sulla base di questo tema. E’ necessario discutere sull’alternativa e sui mezzi per ottenerla. Non possiamo risparmiare da questo lato.

Da dove può provenire il cambiamento?

Ritengo che le forze che agiscono verso il cambiamento, quei movimenti di resistenza , si esprimono in tutti i settori geografici del pianeta, incluso in un paese che si trova, al momento, al margine del processo dei Social Forum: la Cina. Questo paese sta conoscendo lotte sociali estremamente importanti. Queste ricordano gli ultimi periodo del secolo XIX e gli inizi del secolo XX. Davanti ad un capitalismo che avanza, emergono forme di resistenza operaie o cittadine che evocano ciò che abbiamo conosciuto 70, 80 anni fa. Se mi si chiede da dove possa provenire il cambiamento, io direi che potrebbe venire da qualsiasi parte del pianeta.

Venezuela e Bolivia: attori del cambiamento

Ma se si parla di cambiamenti rivoluzionari, li vedo venire in particolar modo più dal Sud che dal Nord. Quelle che sono oggi le più innovatrici, e che potrebbero avvicinarsi a grandi cambiamenti, sono le esperienze venezuelana e boliviana. Di certo, è meglio non idealizzare. È necessario mantenere uno spirito critico. Queste due esperienze non si riducono al ruolo di Hugo Chàvez e di Evo Morales, anche se importanti sono entrambe le figure. Tali figure giocano, fino ad ora, un ruolo positivo nel processo e rappresentano l’espressione di movimenti poderosi che sono attivi nei rispettivi paesi. Ma Evo Morales non starebbe lì senza le grandi mobilizzazioni di Cochabamba dell’aprile 2000 contro la privatizzazione dell’acqua ed il movimento ancora più importante dell’ottobre 2003 contro la privatizzazione del gas naturale. Chàvez non avrebbe avuto accesso alla presidenza nel 1998 se non fosse esistita l’insurrezione anti FMI del 1989 e la forte resistenza dei venezuelani.

Questi due paesi danno l’esempio perché, in essi il movimento ha trovato una espressione nel governo. I due governi hanno ripreso l’iniziativa dal punto di vista dei beni comuni. La Bolivia ha ripreso il controllo sul gas e l’acqua, il Venezuela ha riassicurato il controllo pubblico sulla produzione petrolifera e ha messo le entrate provenienti dal petrolio, al servizio di un nuovo progetto sociale nell’ottica di una redistribuzione a livello regionale. Il Venezuela ha firmato accordi con i paesi non esportatori di petrolio della regione, e vende loro petrolio ad un prezzo inferiore a quello del mercato mondiale. Inoltre Cuba, che ha 20.000 medici che lavorano volontariamente in Venezuela per fornire assistenza sanitaria gratuita alla popolazione, ha sviluppato con questo paese e con la Bolivia, relazioni di cooperazione molto interessanti. Si tratta di una certa forma di baratto tra paesi dotati di capacità differenti, di storie differenti, e di modelli politici diversi. Il riferimento alla lotta Tupac Amaru o di Simòn Bolìvar [[3] ]mostra la volontà di relazionare l’esperienza attuale con le esperienze rivoluzionarie antecedenti, radicandola (dall’originale “enraizandola”, ndt) nella realtà latinoamericana.

Invertire il corso della storia

Da dove possono venire, quindi, le forze capaci di invertire il corso degli ultimi trent’anni? Le esperienze, come quelle di Venezuela e di Bolivia, si vanno a combinare con le mobilizzazioni in America del Nord, in Europa occidentale, ed in Giappone, e da tale unione di forze del vecchio mondo con quelle del nuovo, potrebbe prodursi una vera inversione del corso storico. Detto questo, non possiamo garantire nulla. Da cui l’importanza per ognuno di noi, di fare la propria parte nell’azione cittadina.

Verso il socialismo del secolo XXI

Non ho bisogno di credere nell’affondamento del capitalismo o nella vittoria di un progetto rivoluzionario per agire quotidianamente e resistere alla negazione della giustizia. Nella storia non vi è nulla di inevitabile. Per esempio, il capitalismo non si demolirà da sè. Non sono sicuro, alla mia età, di vivere una nuova grande esperienza rivoluzionaria, ma penso, nonostante ciò, che sia ragionevole immaginare di ripartire verso una nuova esperienza di tipo socialista. Questa idea non è assolutamente unanime all’interno del movimento, nel Social Forum…, ma io sono uno di quelli che considerano necessario reinventare il socialismo nel secolo XXI.

Oltre alle esperienze traumatizzanti del XX, oltre la figura orribile dello stalinismo o di quello che successe in Cina o in Cambogia con Pol Pot, è necessario riprendere il progetto socialista emancipatore del secolo XIX ed i valori rivoluzionari del secolo XVIII. È necessario tenere in conto i nuovi apporti dei nuovi attori e le nuove rivendicazioni, ed inserire tutto ciò nella realtà del secolo XXI. Il socialismo del secolo XXI, è la libera unione dei produttori, è l’uguaglianza uomo/donna, è un progetto internazionale, una federazione di paesi e di regioni in un quadro di grandi unità continentali e nel rispetto per i testi fondamentali, dei patti internazionali come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, il Patto sui diritti sociali, economici e culturali del 1966, una serie di strumenti per la definizione dei diritti nell’ambito internazionale ed universale nel quale erano stati scritti ed assimilati in occasione delle rivoluzioni precedenti. Il conseguimento di quei diritti fondamentali non potrà realizzarsi senza la messa in pratica creativa di un nuovo modello di socialismo nel secolo XXI. Ma non posso garantire che accadrà nel mio periodo di vita. Da questo punto di vista non sono particolarmente ottimista. Ma il secolo XXI ha ancora nove decenni da vivere…

Il Debito all’orizzonte del 2015

Nella logica attuale, il ciclo infernale dell’indebitamento, è un rafforzamento del meccanismo di subordinazione dei paesi del Sud da qui al 2015. Non siamo assolutamente favorevoli ad una risoluzione morbida del problema. Ci troviamo in una congiuntura totalmente speciale nella quale, oggettivamente, i paesi indebitati potrebbero liberarsi dal giogo del debito perché le riserve in divisa che vanno accumulando non sono mai state così importanti. Se i paesi indebitati creassero un fondo, collocassero in comune le proprie riserve in divisa, potrebbero astenersi dai creditori del Nord e da nuovi prestiti. Il problema è che nella maggior parte dei casi, i governi del Sud non hanno la volontà per impiantare un modello alternativo di finanziamento, in quanto implicherebbe una ripartizione differente della ricchezza.
Oggettivamente è possibile rompere la dipendenza finanziaria in relazione al Nord, finanziare progetti di sviluppo nel Sud per un’altra ripartizione della ricchezza aggregando a livello internazionale le tasse globali che fornirebbero entrate. Ma, da parte dei governi del Sud, non si percepisce la volontà di farlo. Eccetto Venezuela, Bolivia, in parte in Argentina ed, in modo molto molto timido, in Brasile: questi paesi dell’America Latina riflettono insieme sulla costituzione di una banca del Sud e di un fondo monetario del Sud. Il dibattito sta andando avanti, incluso le riunioni con le banche centrali di tali paesi. Si tratta di un’evoluzione positiva, fondamentalmente, penso che la soluzione verrà da una volontà, da una pressione della strada su un certo numero di governi quasi disposti a ripudiare il pagamento del proprio debito estero.

Ritengo che, negli anni a venire, saremo testimoni di una tensione molto forte in relazione al tema del debito estero, della solvenza di una serie di paesi, e ciò provocherà forti reazioni popolari nei paesi del Sud in termini di esigenze di non-pagamento del debito. Lo abbiamo visto una prima volta nel dicembre 2001, quando l’Argentina sospese il pagamento del debito verso la maggior parte dei suoi creditori privati, e poi nei quattro anni seguenti. Penso che l’esperienza argentina si ripresenterà tra due o tre anni.

Eric Toussaint, presidente del CADTM (Comitè per l’Abolizione del Debito del Terzo Mondo) Belgio, autore di “La Bolsa o la vida. Las finanzas contra los pueblos, CLACSO, Buenos Aires, 2004. Coautore con Damien Millet de 50 Preguntas /50 Respuestas sobre la deuda, el FMI y el Banco Mundial, Icaria- Intermon/Oxfam, Barcelona 2004 (varie edizioni addizionali in Ecuador -Editorial Aby-Yala-, Argentina -Ediciones Luxemburg-, Venezuela -Ministerio de Educación superior-, Cuba -Editorial del Oriente-); coautore con Damien Millet de Los Tsunamis de la deuda, Icaria- Intermon/Oxfam, Barcelona 2006; coautore con Arnaud Zacharie de Salir de la Crisis. Deuda y Ajuste. CADTM – Paz con dignidad, Madrid, 2002. Più informazioni: www.cadtm.org

Eric Toussaint
Fonte: http://www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=37261
08.09.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RICCARDO ROSINI

Note:

[1] Che ha ispirato al Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo (CADTM) il nome della sua rivista trimestrale “Otras voces del planeta”, www.cadtm.org

[2] Nell’Ottobre del 1971, il governo francese, sotto la direzione del ministro della Difesa, Miguel Debrè, decide l’ampliamento del campo militare del Larzac creato nel 1902. Gli agricoltori –rapidamente riuniti con migliaia di militanti giunti da tutte le parti- si oppongono a questo progetto di estensione che avrebbe espropriato più di un centinaio di impianti. Alla fine tale progetto venne annullato nel 1981 dal nuovo presidente della Repubblica, François Mitterrand, dopo dieci anni di lotte non violente.

[3] Simon Bolìvar (1783-1830) fu il primo a cercare l’unificazione dei paesi dell’America Latina, con il fine di creare un’unica nazione. Dopo lunghe lotte, riuscì a liberare il Venezuela, la Colombia, l’Ecuador, il Perù, e la Bolivia dalla dominazione spagnola. Essendo considerato come un vero eroe, il suo nome è stato utilizzato per designare molti luoghi geografici in tutta l’America Latina.

Il presente testo sarà editato in francese da ATTAC 04 Francia nel libro collettivo “Voces rebeldes” (“Voix rebelles”).

Pubblicato da Davide