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I VERI COSTI DELLA CRISI FINANZIARIA IN ISLANDA

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DI THOROLFUR MATTHIASSON E SIGRUN DAVIDSDOTTIR
economonitor.com

Fuori dall’Islanda è opinione diffusa che il crollo del settore finanziario islandese nel mese di ottobre 2008 sia stato senza spese per i contribuenti islandesi. Cosa questa  che non è avvenuta per i contribuenti in Irlanda, Regno Unito, Grecia, Spagna e Portogallo, dove è stato ricapitalizzato il settore bancario. Tuttavia, sulla base di una recente stima dei fondi pubblici immessi nel settore finanziario dopo la crisi, si calcola che il costo addebitato allo Stato islandese andrà dal 20 al 25% del PIL – il che significa che l’Islanda non può essere presa come esempio di un paese che non ha salvato le banche.Questo fatto  è di un certo interesse in quanto l’Islanda è ora un parametro di riferimento per gli economisti che studiano i paesi europei in crisi.

La saga dell’ Ice-save

Visto che gli islandesi hanno fatto due referendum nazionali per rigettare gli accordi assunti dallo Stato islandese che intendevano garantire i pagamenti ai governi del Regno Unito e dei Paesi Bassi, questa loro volontà è stata vista come un atto di sfida contro il salvataggio delle banche. Ma questa è solo una parte della storia dei fondi pubblici destinati al settore finanziario islandese. Malgrado il risultato di Ice-save, il progetto di salvataggio dell’Islanda, i fondi pubblici sono comunque entrati nella finanza islandese, con un grande costo per i contribuenti.

Ma può essere utile conoscere la saga di Ice-save, che ha plasmato la percezione di quello che è successo in Islanda. Tutto cominciò con interessi molto alti offerti sui conti a risparmio, chiamati Ice-save, che la banca islandese Landsbanki, mise sul mercatonel Regno Unito e nei Paesi Bassi. Questa operazione in Olanda e nel Regno Unito fu gestita da un ramo e non da una società controllata della banca e quindi i depositanti erano coperti dal sistema di garanzia dei depositi islandese, DGS.

Quando la Landsbanki fallì nel 2008, i fondi del DGS islandese ammontavano a solo una frazione di quanto era rivendicato dai clienti inglesi e olandesi. Per evitare una fuga anche dalle loro banche, i governi del Regno Unito e dei Paesi Bassi decisero di rimborsare i depositanti  di Ice-save, sperando di recuperare i fondi, a tempo debito, dal governo islandese.

Secondo gli accordi successivi  al fallimento della Landsbanki sui fondi  Ice-save,  le proprietà della banca avrebbero dovuto coprire la maggior parte dei debiti dovuti dal DGS islandese, e il governo islandese avrebbe dovuto garantire eventuali ulteriori reclami. Avendo rigettato l’accordo con due referendum, in effetti, si sono invertite le parti e gli elettori islandesi si sono rifiutati di rispondere per la parte garantita del saldo.

L’EFTA, l’Autorità di vigilanza ha portato la controversia Ice-save alla Corte EFTA, sostenendo che, il non aver rimborsato i titolari di deposito Ice-save di Regno Unito e Paesi Bassi -costituisce una discriminazione tra conti nazionali e stranieri – e per questo l’Islanda ha violato la direttiva 94/19/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 30 maggio 1994, sullo schema di garanzia sui depositi. In particolare, il risultato della discriminazione della parte ESA potrebbe rappresentare un rischio finanziario per l’Islanda.

Le Perdite interne

Ma come si è già detto nel crollo del settore finanziario islandese del 2008 c’è stato molto di più della debacle di Ice-save e del rifiuto di rimborsare i depositanti esteri.
Quando si è cominciato a parlare di perdite, si è visto che la maggior parte era stata provocata da operazioni con la Banca Centrale d’Islanda, la CBI. Le garanzie della Banca che la CBI aveva accettato per dare accesso ai finanziamenti pronti contro termine hanno perso di valore in una sola notte, quando le tre grandi banche – Kaupthing,  Landsbanki  e  Glitnir –  sono crollate [i].  Veramente la  CBI era già in bancarotta e dovette essere ricapitalizzata dallo Stato con la somma di 267,2 miliardi di corone (**) .

Come si vede nella tavola sotto, il governo è intervenuto per assicurare il funzionamento di diverse istituzioni finanziarie minori – che sarebbero rapidamente fallite per effetto dei fondi pubblici – e di una compagnia di assicurazioni. La cosa più importante per il governo è stato dotare di capitale azionario le “nuove” banche, risorte sulle rovine di quelle crollate. Il coinvolgimento del governo si è manifestato con trasferimenti diretti, garanzie statali e offerta di capitale in cambio di azioni delle nuove banche.

La tabella mette in chiaro che il governo ha dato una qualche forma di assistenza alla maggior parte delle istituzioni finanziarie islandesi, dopo il fallimento delle tre grandi banche. E tutto questo ha avuto un costo.

Facendo i conti

La Corte dei Conti Islandese  solo di recente ha pubblicato un rapporto che registra il volume dei fondi trasferiti al settore finanziario da parte dello Stato islandese, nonché le garanzie concesse dallo Stato in risposta al crollo del settore finanziario di ottobre 2008. [ ii] tuttavia il rapporto non fa nessun tentativo per calcolare quello che potrebbe essere la potenziale perdita totale per il paese.
Le colonne (1) e (2) della tabella riportano le conclusioni della Corte dei Conti.

Si procede tenendo conto che la dimensione di una garanzia indica la perdita potenziale massima a cui potrebbe andare incontro il garante, non la perdita attesa.  Alcune delle garanzie non saranno mai calcolate, le azioni delle banche saranno vendute e alcuni fondi azzeranno il loro valore. Però per calcolare il costo finale previsto, causato dal crollo del settore finanziario islandese, si dovrà attendere di conoscere la quantità di rimborsi effettuati dal settore bancario.

Le colonne (3) e (4) riportano le nostre stime con questa probabilità. L’ approccio è quello di assegnare una probabilità del 100% di perdita quando  le perdite sono già avvenute.  La perdita assegnata al capitale investito in azioni bancarie riflette l’interesse scontato sul capitale trasferito come capitale di avviamento dallo stato verso le nuove banche, tenendo conto del valore stimato del patrimonio netto delle nuove banche.

Per le altre attività, si calcola quanto sia alta o bassa la probabilità delle perdite – dal 20 al 40% –  un po’ arbitrariamente,  sulla base della differenza tra il valore contabile ed il valore attuale delle attività di liquidazione del Kaupthing Winding-Up Committee,  come stimato nell’ultimo report. [iii]

Tavola : Fondi a rischio e perdite previste dallo stato per il crollo del settore finanziario islandese nel 2008 e 2009

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Le colonne (5) e (6) della tabella mostrano che il capitale totale a rischio per lo stato è di circa 700 miliardi di corone. La quota dello Stato islandese nel capitale delle tre grandi banche ammonta ora a 180 miliardi di corone.  Gli interessi non riscossi (calcolati al tasso di interesse della CBI sui prestiti con garanzia) ammontano a 48 miliardi di corone e la perdita reale dello Stato per ripristinare le tre grandi banche arriva ad un minuscolo 5-6 miliardi di corone.

Come detto sopra, la perdita maggiore deriva dalle garanzie presso la Banca centrale che sono evaporate e che ammontavano  a 267.2 miliardi di corone. Di conseguenza, il calcolo delle perdite attese dallo Stato si attesterà tra 348 e 393 miliardi, cioè al 20-25% del PIL islandese.

Questa cifra potrebbe aumentare se fossero addebitati ulteriori costi per la sentenza Ice-save della Corte EFTA.

Il costo per i contribuenti UK per salvare le banche del Regno

Per fare un confronto tra un paese come l’Islanda – che ha salvato alcune banche, ma ne ha lasciato fallire altre – abbiamo preso in considerazione il caso del Regno Unito. Il British National Audit Office ha conteggiato i costi che pagheranno i contribuenti britannici per effetto degli interventi a sostegno del settore finanziario nel Regno Unito dopo Lehman Brothers. [Iv] 

L’esposizione complessiva da recuperare  era stimata in 228 miliardi di sterline a marzo del 2008. Il valore delle azioni acquisite dal governo con l’intervento post-Lehman è  stato di 27 miliardi meno dei soldi spesi e inoltre il governo garantisce altri 109 miliardi di sterline .

Applicando un metodo analogo a quello della Tavola, si può calcolare che il costo dell’intervento sarà tra il 3,5 ed il  5% del PIL britannico.

Osservazioni conclusive

Siamo consapevoli che il costo finale che il sistema finanziario islandese riverserà sullo Stato non sarà chiaro per qualche tempo ancora. Ma c’è un costo – e come abbiamo mostrato sopra –  è possibile calcolare il suo approssimativo potenziale. Dal momento che l’Islanda è diventata un punto di riferimento importante per gli economisti che studiano i paesi europei in crisi riteniamo che questo tentativo deve essere fatto. Il nostro calcolo mostra che l’Islanda non può essere presa come esempio di un paese, che non ha salvato le sue banche.

Rispetto al Regno Unito, i contribuenti islandesi pagheranno da 5 a 7 volte di più per gli interventi del governo nel mercato finanziario. Da qui, la convinzione diffusa che i cittadini islandesi abbiano forzato gli obbligazionisti, i banchieri e gli azionisti delle società finanziarie ad assumersi l’onere del crollo del settore finanziario islandese è sbagliato.

I contribuenti islandesi hanno usato l’equivalente del valore di quasi un anno di tasse per ricapitalizzare la parte nazionale del settore finanziario. Se questi salvataggi fossero necessari o no  può essere messo in discussione, ma il costo del 20-25% del PIL, secondo i nostri calcoli, è una realtà.

Tuttavia, la vera differenza, in termini di costi per i contribuenti del Regno Unito e dell’Islanda è che i creditori esteri rappresentano la maggior parte del costo del crollo islandese -per il fallimento delle tre grandi banche a ottobre 2008 ed i creditori hanno perso l’equivalente di 5 a 6 volte il PIL islandese.  Ma questa è un’altra saga.

THOROLFUR MATTHIASSON E SIGRUN DAVIDSDOTTIR
Fonte: http://www.economonitor.com

Link: http://www.economonitor.com/blog/2012/12/state-costs-of-the-2008-icelandic-financial-collapse/
5.12.2012

Traduzione per www.ComeDonChisciotte.org a cura di ERNESTO CELESTINI

Note :

** 1 Euro = 163,38 Corone islandesi in data 07/12/2012

[i] Skýrsla Rannsóknarnefndar Alþingis (Relazione della Commissione Speciale Investigativa, SIC), vol. 2, P43-44.
[ii] http://www.rikisendurskodun.is/fileadmin/media/skyrslur/fyrirgreidsla_vid_fjarmalafyrirtaeki2.pdf

[iii] vedi http://www.kaupthing.com/lisalib/getfile.aspx?itemid=21211., note 9, p10.

[iv] vedi http://www.nao.org.uk/publications/1213/hmt_2011-12.aspx

 

Pubblicato da Bosque Primario

  • Ercole

    Evviva la lotta del popolo islandese il primo paese al mondo che ha fatto pagare i costi della crisi al capitalismo e agli speculatori del capitale fittizio ,propietari di tutti i paesi pentitevi…. faremo tesoro di questa esperienza la estenderemo in tutti i paesi,e senza spargimento di sangue aboliremo il capitalismo ,le classi sociali, e vivremo in un mondo senza frontiere, ne servi ne padroni ,ma tutti fratelli sulla terra libera.

  • BaronCorvo

    Caro Ercole, non ti ho paragonato a Zichichi in quanto servo sciocco, ovviamente non mi sarei mai permesso. Il fatto è che tu e Antonino avete un tantino (ma appena appena…) la tendenza ribadire determinati concetti sempre gli stessi sia che si parli di politica, di economia, di calcio o di donne…lui ce l’ha con “gli elettroni! I protoni!! I neutroni!!!” e tu con il proletariato che abolirà il capitalismo…io per adesso vedo il capitalismo che sta massacrando il proletariato ma magari mi sbaglio io….ciao.

  • AlbertoConti

    “costituisce una discriminazione tra conti nazionali e stranieri – e per questo l’Islanda ha violato la direttiva 94/19/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 30 maggio 1994, sullo schema di garanzia sui depositi.” Questa è proprio bella! Un’organismo rappresentativo dei paesi extra-UE si dota di una “corte di giustizia” che applica la legge tutta interna alla UE. Siamo al delirio del diritto, che a questo punto dovrebbe essere più esattamente rinominato in “rovescio” internazionale. Va bè, il più grosso ha sempre ragione, ma almeno chiamiamo le cose col loro giusto nome. Tuttavia questa “sentenza” è il vero nocciolo della questione: non si vuole ammettere che un paese, piccolo o grande che sia, prenda una decisione autonoma per tutelarsi, cioè faccia valere la propria SOVRANITA’. Se l’Islanda non l’avesse fatto, nel caso specifico, lo dice l’articolo stesso, avrebbe dovuto rimborsare con le proprie tasse il 500% o 600% del PIL, altro che il 25%! Quindi il “fatto” esiste eccome, ed è di grande sostanza, e stabilisce un importante precedente: un paese in gravi difficoltà nei “conti” ha tutto il diritto di discriminare quelli esteri da quelli interni, privilegiando questi ultimi. In altre parole questo è un messaggio diretto ed esplicito alla finanza internazionale, che si avvale di una demenziale libertà di circolazione dei “capitali”. Attenti a giocare col fuoco, non correte poi dalla mamma se vi sarete scottati! Gli accordi internazionali diventano carta straccia quando la propria casa brucia, e questo i “big” lo sanno e lo fanno da sempre!

  • Ercole

    dal momento che gli interessi economici esistono nel calcio in economia in politica e via discorrendo vanno sempre denunciati ,e di conseguenza i concetti sono gli stessi , ed e proprio in virtu del fatto che il capitalismo e dominante , il nostro compito immediato e storico e quello di prepararsi alla costruzione del nostro esercito di disoccupati proletari per abbatterlo…la pazienza e una virtu rivoluzionaria, e la crisi gioca a nostro favore…..