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I TERRORISTI DI CERNOBBIO

DI CARLO BERTANI

…e lo Stato s’indigna, s’impegna,
poi getta la spugna con gran dignità…

Fabrizio de André – Don Raffaé – 1990

Come ogni anno, il Gotha dell’economia, dell’industria e della politica s’incontra a settembre a Cernobbio per definire le linee guida dell’economia italiana: l’anno economico non inizia mai il primo di Gennaio ma il primo di Settembre, dopo il ritorno dalle vacanze e quando si deve preparare la Finanziaria.
Ah, che bel gioco la Finanziaria! Uno spazio tutto virtuale nel quale scrivere cifre che non saranno mai vere, perché tutti sanno che le cose andranno diversamente, ma è importante sapere che a settembre lo Stato deve redigere la sua legge Finanziaria: uno Stato rimandato a settembre tutti gli anni.
A settembre tutti sono più seri ed attenti: le parole che più vanno di moda sono “rigore” e “sviluppo”, mentre “speranza” e “benessere” vengono rinviati alla prossima campagna elettorale, mica sono fessi.
Per giustificare quello che ci fregheranno nel prossimo anno devono trovare delle giustificazioni: gli scorsi anni era la crescita a non essere sufficiente, il gettito fiscale scarso (con tutti quei condoni…) e bisognava tirare la cinghia.
Oggi la crescita è un po’ aumentata ed il gettito fiscale pure: come giustificare la “mannaia” per il 2007?
La prima scusa è l’Europa: ragazzi, se vogliamo rimanere in Europa mettetevi a novanta gradi e rimaneteci, perché per stare nell’UE bisogna sollevare il sederino, non lamentarsi e, possibilmente, cantare.
Per parecchi anni Tremonti fece delle leggi Finanziarie che non vinsero il primo premio soltanto perché quelle di Paolo Cirino Pomicino sono tuttora un record imbattuto: l’ex ministro democristiano ripropose il famoso “gioco delle tre carte” nella finanza, dopo che era stato proibito persino nelle aree di servizio delle autostrade.
Nel 1992, l’allora ministro Goria se ne andò in televisione a dire che “entro qualche mese non ci sarebbero più stati soldi per pagare stipendi e pensioni”, ed inaugurò con quell’esternazione una serie di Finanziarie che ricacciarono in gola agli italiani la voglia di vivere. Non si fanno più figli in Italia? E lo crediamo bene: con la cinghia che ci fanno tirare passa anche l’appetito, altro che far figli.
Quest’anno va molto di moda la “questione” pensioni: dobbiamo risistemare le pensioni perché ce lo chiede l’Europa, perché la gente invecchia e non si decide a morire (ma vi sembra questo il modo di comportarvi nell’economia liberista globalizzata?), cosicché la finanza langue per colpa di legioni di sciagurati pensionati che dilapidano la ricchezza del Paese, comprando pane, latte e – la domenica – un biglietto del tram per andare a trovare i nipotini.
Abbiamo cercato di ridurre la sanità al minimo per cercare di farli ragionare – è forse bello continuare a sopravvivere in questo modo? – ma gli italiani resistono e non crepano, accidenti a loro.
Non importa se Tremonti presentava delle Finanziarie dove sosteneva di colmare i “buchi” di bilancio vendendo la Fontana di Trevi – almeno Totò lo sapeva fare veramente – perché le famose “cartolarizzazioni” altro non sono che operazioni di bilancio nelle quali si mettono nella colonna delle entrate le possibili vendite di beni dello Stato. E’ ancor peggio che vendere l’argenteria: l’orologio d’oro si può portarlo al Banco dei Pegni, le case e le vecchie caserme bisogna trovare qualcuno che le compri.
Se qualcuno ha ancora dei dubbi, provi a considerare di pagare una rata del mutuo con la promessa della futura vendita di un bosco ereditato da un lontano parente: se la Banca lo accetta…per lo Stato, invece, la cosa è accettata senza condizioni.
Il bello della faccenda è che per anni l’UE ha accettato le Finanziarie piene dei “pagherò” che Tremonti s’inventava da un giorno all’altro: le case dei militari, i palazzi della politica (quelli li ha venduti, e lo Stato li affitta con una pigione annua astronomica, che in pochi anni restituirà ai “buoni” acquirenti – i soliti ignoti – l’intero capitale), le spiagge. Se fosse rimasto sulla poltrona dell’Economia siamo curiosi di sapere cosa si sarebbe inventato: la vetta del Cervino? l’interno dell’Etna? il fondo del Tirreno?
Eppure – meraviglia delle meraviglie – l’Europa accettava tutto, anche i biglietti delle Ferrovie obliterati.
Cambia il governo e da Prodi, l’Europa, s’attende serietà: come può non essere serio l’ex presidente della Commissione Europea?
Finalmente riforme “strutturali”, ossia mettersi a novanta gradi: quando sento la parola “strutturale” – non so perché – avverto un brivido lungo la schiena.

La prima riforma è quella delle pensioni: italiani, lavorate di più e sbafate di meno! Qualcuno ricorda che Berlusconi diminuì le aliquote IRPEF (le imposte sul reddito delle persone fisiche) per i redditi che superavano i 500.000 euro annui? Lor signori devono continuare a pagare meno tasse e noi dobbiamo farci tagliare le pensioni?
Puntualmente, giungono statistiche allarmanti (per noi che dobbiamo rimanere a novanta gradi) e rassicuranti per coloro che devono sorvegliare che ci restiamo, ben fermi e senza protestare troppo.
“La spesa pensionistica – nel 2006 – è aumentata di 3,8 miliardi”. Punto. Messa giù così sembra una sentenza senza appello: fintanto che non troveremo i 3,8 miliardi – cari italiani – rimanete con il sedere all’aria.
Se invece ci prende la curiosità d’andare a verificare a quanto ammonta la spesa pensionistica in Italia la cosa si sgonfia da sola: furono 151,8 miliardi nel 2005 e dovrebbero essere circa 155,6 miliardi nel 2006, il che significa che la spesa pensionistica è aumentata di circa il 2,5%, ossia pressappoco come l’inflazione (quella che ci raccontano) e le retribuzioni (che, con il trucco di dare gli arretrati a contratto abbondantemente scaduto, è un’altra presa per i fondelli[1].
Potrà esserci lo scarto di qualche decimale, ma non sembra proprio che su simili valori si possa intessere una retorica da Repubblica di Weimer. Io, quasi quasi, mi rialzerei e proverei a riallacciarmi i calzoni.
Come possiamo chiamare questo modo di fare?
Terrorismo economico, disinformazione, presa per il…
Non importa: vediamo, invece, come i nostri solerti parlamentari hanno risolto per loro stessi il problema delle retribuzioni e delle pensioni:

Stipendio base Euro 9.980
Portaborse Euro 4.030 (normalmente un parente)
Rimborso spese affitto Euro 2.900
Indennità di carica Euro 335 – 6.455 (secondo la carica)
Stipendio totale Euro 19.150

Oh, per lo stipendio siamo a posto…l’ultimo aumento – a gennaio 2005 – era stato di “soli” 1.135 euro il mese: ah, attenzione, per non infastidire la ragioneria dello Stato con elaborati calcoli, tutti gli emolumenti sono esenti da tasse. Fra un po’ saranno due anni senza aumenti…che dite, è ora di “ritoccare” un po’ lo stipendio?

E per i “trombati”, ossia per coloro che non riescono nemmeno più a rimediare un posto da consigliere regionale, provinciale, comunale…che si fa?
Il dramma della disoccupazione colpisce senza preavviso: da un giorno all’altro ti ritrovi senza portaborse, solo in una piazza romana spazzata dal vento e ti tocca osservare i tuoi ex colleghi che entrano a Montecitorio e che ti salutano appena. Sì, sei diventato come un lebbroso, un clochard da evitare: chissà se avranno anche cancellato il mio numero di cellulare dal loro?
Adesso ti tocca comprare la scheda del telefonino, pagare il dentista, il ristorante…
Sì, perché ”prima” avevi gratis: cellulare, cinema, teatro, spese postali, autobus, metropolitana, ferrovie, aerei (nazionali), autostrade, piscine, palestre, cliniche, ristoranti…
Chi non ha mai provato sulla propria pelle il dramma di perdere il posto di lavoro non potrà mai capirli: per fortuna, molti italiani possono – dopo che i vari boiardi di Stato si sono “mangiati” la chimica, l’elettronica e tanto d’altro – comprenderli per aver vissuto personalmente quell’esperienza, e potranno capire perché – dopo soli 35 mesi da parlamentari – hanno diritto a ricevere una pensione di circa 3.000 euro. Poveracci, caduti così in basso. Noi contiamo gli anni, loro i mesi; per noi le pensioni si contano con le centinaia, per loro con le migliaia: e che volete che sia un piccolo salto d’esponente!

Un altro difficile problema che gli italiani devono affrontare è quello delle famiglie monoreddito: con un solo stipendio si campa poco e male. Non ci sono i soldi per far studiare i figli, per cambiare l’auto che va in pezzi, per l’affitto: eh, se fossimo in due a lavorare…
I nostri solerti rappresentanti hanno trovato il modo di risolvere il problema semplicemente, in famiglia: la legge elettorale varata dal centro destra prevede che siano i partiti stessi ad individuare i candidati? Che pessima scelta: l’elettore non vota più un rappresentante, bensì compie un atto di pura e sincera fede nei confronti di un partito che sceglierà il meglio per lui.
Se così stanno le cose, tanto vale scegliere il meglio: Ferrando osò chiamare “resistenza” la guerriglia irachena? Vade retro satana! Colpito dallo strale di Giove-Bertinotto, oggi assiso sul più alto scranno della Camera.
Come colmare i vuoti lasciati da questi sostenitori del terrorismo?
Di Pietro ha addirittura messo in lista un tale De Gregorio senza sapere (?) che era molto stimato in Forza Italia (dalla quale proveniva!), al punto che si è fatto eleggere Presidente della Commissione Difesa al Senato con i loro voti ed oggi vota regolarmente – in commissione – con il centro destra. C’è da chiedersi come fece un simile aquilotto – quando era magistrato – a sbrogliare una matassa come quella di Mani Pulite: forse divenne deputato proprio perché seppe fermarsi al punto giusto, prima di toccare “nodi” troppo dolenti.
Nei DS, invece, è la famiglia a tenere banco: non dobbiamo forse fonderci in un solo partito con la Margherita che – da buoni cattolici – alla famiglia tengono molto?
Via allora con le mogli!
Le signore Fassino, Bassanini e Bassolino hanno così visto schiudersi di fronte ai loro occhi i portoni di Montecitorio; comprendiamo le loro ansie: e se capita una giovane e procace deputata che me lo acchiappa? Eh no, cari signori, voglio esserci io – là dentro – a controllare!
E poi, suvvia: con il solo stipendio di mio marito non ce la facevamo nemmeno ad andare in vacanza a S. Moritz per qualche settimana…con tutte quelle spese…le colf, il mutuo per la villa in Sardegna, gli autisti…no, con 38.300 euro il mese – adesso – ci siamo proprio tolti le preoccupazioni!
“Così è se vi pare”, e se non vi pare va bene lo stesso, tanto comandiamo noi.

Come abbiamo fatto a giungere a questo punto? Come abbiamo fatto a portare sui più alti scranni della Repubblica Morticia-Fassino, Rénard-Bassanini, Bassolino o’ guapp’e, Big-Jim-Rutelli… e poi lo sceriffo di Nottingham Berlusconi, Fini-Alalà, monsignor Casini (con più mogli)…Calderoli che ha perso le pecore, Bertinotti la classe operaia, Tremonti la Borsa…quanti avranno perso il cervello?
Tutto è iniziato con un abile gioco di squadra negli anni ’70: in quella stagione, circa un milione d’italiani sostenevano la cosiddetta sinistra parlamentare. Il dibattito non verteva sulla liceità dei PACS o su quella dei ticket farmaceutici ma sul significato del concetto di proprietà, se essa doveva essere servire per arricchire pochi oppure garantire una miglior qualità della vita per tutti.
Quello era vero dibattito politico, non le fregnacce che ci vengono a raccontare.
Il dibattito di quegli anni, però, non era limitato ai soli gruppi extraparlamentari, ma coinvolgeva anche i partiti della sinistra e numerosi ambienti cattolici: un dibattito aperto, a volta aspro, pericoloso.
Tutto finì affogato nel sangue delle Brigate Rosse: per colpa di circa 5.000[2] idioti un’intera generazione fu gettata nella spazzatura.
La politica, però, doveva proseguire su binari prestabiliti ed allora s’iniziarono a premiare con fulgide carriere coloro che si mostravano “responsabili”: una pletora di portaborse invase le amministrazioni locali e, da lì, fece il salto verso il Parlamento.
Non mancarono certo le eccezioni: la pornostar Cucciolina, qualche arbitro (Lo Bello), alcuni calciatori (Rivera), conduttori televisivi (Jerry Scotti) e tanti “signor nessuno” che avevano portato borse, fissato riunioni e cotto le frittelle ai vari festival dei partiti per anni ed anni.
Risultato: una classe politica più abituata ad obbedire che a progettare. Se in quegli anni si proponeva “l’immaginazione al potere”, lo slogan di quella gente fu il logico contrappasso: “non si muova foglia che il segretario non voglia”.
Trascorsero gli anni e “piccoli portaborse crebbero”: ecco chi abbiamo eletto al Parlamento, ecco chi sono i nostri rappresentanti.
Vogliamo fare la controprova? I premi Nobel italiani entrano in Parlamento solo in età veneranda ed alcuni ne sono tuttora esclusi. Carlo Rubbia? Colpito da ostracismo – quando presiedeva l’ENEA – giacché osò dimostrare che era possibile creare energia dal sole con metodi relativamente semplici e poco costosi. Dario Fo? Cacciato dalla RAI perché non sufficientemente allineato con il potere democristiano; quando vinse il Nobel, Berlusconi lo schernì chiamandolo “guitto”: quel “guitto” – per decenni – mostrò al mondo la bandiera del teatro italiano, la cultura italiana, mica le visioni oniriche di Tremaglia.
Il più bravo attor comico che abbiamo – Beppe Grillo – è considerato alla stregua di un dissidente della vecchia URSS: non lo mandano in Siberia soltanto perché qui non abbiamo la Siberia, ma in RAI non può mettere piede.
Il Festival di Sanremo – la vetrina della canzone italiana – ha sempre fatto a meno di coloro che la canzone italiana di qualità l’hanno creata: chi ha mai visto a Sanremo De Gregori, De André, Guccini ed altri ancora? Ci vanno gli altri, i “portaborse” della canzone.

La classe politica italiana è tra le più pagate al mondo – seconda solo a quella USA – ma vale quel che costa? In altre parole, quel miliardo e mezzo di euro che ci costa ogni anno, ci viene reso sotto forma d’interventi che migliorano l’esistente?
Dobbiamo riflettere che non è tanto importante quanto costa una classe politica, quanto il rapporto fra i costi ed i benefici ottenuti. Vediamo qualche esempio.

Siamo stati trascinati in una faida all’arma bianca per il Ponte sullo Stretto di Messina: chi è contrario viene presentato come un affossatore dei siciliani ed un inguaribile retrogrado.
La Salerno – Reggio Calabria fu terminata negli anni ’70 e quasi subito mostrò che i “risparmi” attuati durante la costruzione – probabilmente tangenti pagate ai clan mafiosi od ai politici – avevano consegnato all’Italia non un’importante arteria di collegamento, ma un rudere a forma d’autostrada.
Sono trascorsi trent’anni: cos’è stato fatto? Ci penserà aquilotto Di Pietro: siatene certi.

Nel 2003, ci fu la prima avvisaglia di un problema che gli scienziati avevano già indicato, ossia la carenza idrica dovuta al mutare del clima, ma che il clima muta non è dimostrato ed allora alla politica non interessa. Magari interessa di più agli agricoltori.
Nel 2006 il fenomeno si ripete, e le organizzazioni di categoria lanciano l’allarme:

“Ormai i danni accertati arrivano ad un miliardo di euro. Le conseguenze non sono soltanto per il Nord Italia. Il maltempo di queste ultime ore sta provocando effetti gravi in quasi tutte le regioni. E si prospetta sempre più una “ferita” da 1,5 miliardi di euro. Al momento risultano “tagliate” le produzioni di riso, cereali, mais, frutta e ortaggi, mentre ci sono pesanti rischi per i vigneti (la prossima vendemmia si preannuncia al ribasso) e gli uliveti.”[3]

Siccità e precipitazioni violente sono il mix che causa i disastri: come reagisce la classe politica? Il governo Prodi crea subito una “cabina di regia” per sorvegliare la situazione: Berlusconi forse, nel 2003, non fu nemmeno informato del fenomeno.
Una “cabina di regia” – mentre il mais secca nei campi e l’uva viene triturata dalla grandine – è certamente quel che serve per salvare la polenta ed il vino: non sarebbe stato meglio crearla quando si poteva fare qualcosa per arginare il fenomeno?
La guerra dell’acqua vede sul piede di guerra da un lato gli agricoltori e dall’altro l’ENEL, ossia l’acqua conservata gelosamente nei bacini in alta montagna per trasformarla in energia quando il prezzo è più vantaggioso.
Siamo alla solita guerra dei poveri, perché c’è poca acqua, i fiumi sono in secca ed i grandi laghi ai “minimi storici”.
Ora, se i grandi laghi prealpini hanno dei minimi avranno anche dei massimi, e così è: il Lago Maggiore ha addirittura un’escursione di circa 3,2 metri dal livello di massimo invaso al minimo, quello di Como di circa un metro e pressappoco 2 metri il Garda[4].
In primavera, i laghi raggiungono alti livelli con le piene primaverili e lo scioglimento delle nevi, ma tutta quell’acqua se ne va con il finire della primavera ed in estate – quando servirebbe – sono già ai livelli minimi.
Basterebbero tre chiuse, solo tre chiuse che permettessero di mantenere i laghi agli alti livelli primaverili per rilasciare poi lentamente l’acqua durante l’estate ed utilizzarla per gli usi irrigui.
Costo? Qualche milione di euro, non miliardi come il Ponte sullo Stretto. Poca roba, non vale la pena d’impegnarsi: c’è poco da “raschiare”.
Quanta acqua si riuscirebbe a trattenere in questo modo?
Circa 1 miliardo e mezzo di metri cubi d’acqua. A quanto ammonta la portata del Po nella stagione di magra? A circa 420 m3/s [5] , e con quell’acqua sarebbe possibile raddoppiare la portata del Po per un periodo pari a circa 41 giorni, ossia proprio nei momenti più acuti della siccità.
Non ci sarebbero problemi tecnici di sorta e la navigazione lacustre non ne soffrirebbe, con una piccola chiusa di servizio sarebbe garantita anche la circolazione dei natanti dal lago ai fiumi e, installando delle turbine Kaplan alla caduta d’acqua per produrre energia elettrica, con il trascorrere del tempo ci si potrebbe pure guadagnare qualcosa.
Troppo semplice, non ci si può imbastire sopra una bella polemica con l’opposizione, non si riesce a litigare a sufficienza: se non riusciamo a litigare su qualcosa dal Vespone, gli ascolti calano e la RAI non c’invita più!
Curiosità: chi avranno chiamato a presiedere la “cabina di regia”? Il portaborse di un portaborse? Un docente universitario parente od amico di qualche notabile? Scommettiamo che la prossima estate ricicleranno gli stessi comunicati e la medesima “cabina di regia”?

Oggi tiene banco il Libano, ed i nostri soldati sono partiti ancora una volta per l’Oriente: speriamo che tornino tutti sani e salvi. Quanto costerà la missione? Circa 300 milioni di euro l’anno per cinque anni. Ad occhio e croce sembrano un po’ pochini, ma prendiamo per buona la cifra.
L’esborso viene dichiarato “compatibile” con il bilancio dello Stato, le pensioni e gli stipendi no: gli italiani hanno compreso d’essere oramai “incompatibili” con il bilancio statale, difatti non fanno più figli.
Ovviamente la cifra dovrà essere messa a bilancio nelle uscite, e per le entrate bisognerà tagliare qualcosa: sarà richiesta “moderazione” nei contratti, la “revisione” delle pensioni, magari qualche nuovo “ticket” sanitario (vi decidete a crepare sì o no?).
Eppure lo Stato getta al vento ogni anno la stessa cifra e non lo sa, oppure lo sa e fa finta di non saperlo, o ancora lo sa e gli sta bene così.
Sapete che quasi tutte le scuole italiane – durante le vacanze natalizie e pasquali – rimangono aperte? Per far andare al lavoro bidelli e segretari si scaldano strutture enormi, mentre se fossero vuote basterebbe, per evitare danni, la sola impostazione anti-ghiaccio dell’impianto di riscaldamento.
Le scuole sono tenute aperte giacché devono consegnare certificati e diplomi anche durante le vacanze: immaginate quante persone (!) si recano in quei periodi a ritirare un documento, il quale potrebbe anche essere inviato per via telematica (cosa ha combinato – in cinque anni – il Ministro per l’Innovazione Stanca? Dev’essersi veramente stancato molto…oppure era più “attento” alla sperimentazione informatica del voto elettorale? Non mancava ad una riunione con Pisanu e Berlusconi…)
Quanto si spende per scaldare queste scuole vuote? Ho eseguito un rapido calcolo, considerando cubature medie di 4.500 m3, un coefficiente medio di 50 Kcal per m3/h e la presenza sul territorio italiano di circa 25.000 istituti scolastici.
Un calcolo con alcune approssimazioni, ma che conduce a valutare l’importo fra i 200 ed i 250 milioni di euro l’anno, sparsi letteralmente al vento: circa la metà di un rinnovo contrattuale per la scuola, che ad ogni trattativa scatena l’inferno, oppure il finanziamento della missione in Libano.

Potremmo trovare molti di questi esempi, ma ciò che manca a questa gente è proprio la volontà di rimboccarsi le maniche per fare in modo che gli italiani stiano meglio: con quelle tre misere chiuse, probabilmente non avremmo avuto 1,5 miliardi di danni in agricoltura nel solo 2006, ed oggi avremmo più ricchezza e qualche problema in meno.
Ci sarebbero moltissimi comparti nei quali metter mano per risolvere veramente i problemi: l’energia, i trasporti, l’istruzione, l’innovazione tecnologica, i rapporti con le realtà economiche emergenti…
Troppo, per delle persone che sono state abituate ad ubbidire al segretario di sezione, di federazione, al capogruppo, al cardinale, al grande finanziere, al potente di turno: quando si trovano a dover decidere autonomamente sono sperduti, perché non sanno più a chi obbedire.

Operiamo un piccolo paragone con la Spagna: chi si è recato recentemente in Spagna ha senz’altro notato il nuovo fermento economico che l’attraversa. L’energia è considerata uno dei comparti più importanti (difatti, Rubbia oggi lavora in Spagna) e lo Stato sostiene consorzi di produzione energetica formati dalle stesse industrie consumatrici, che con gli scarti di produzione generano biomasse per la produzione d’energia elettrica. La Spagna è oggi seconda solo alla Germania, in Europa, nella produzione d’energia eolica.
Le banche spagnole sono tornate ad essere un punto d’incontro con l’America Latina e gli spagnoli – anche se il loro reddito è ancora inferiore al nostro – sono più felici degli italiani, vedono il futuro meno nero.
La classe politica spagnola, però, si formò quasi di sana pianta con la fine del franchismo nel 1975: Aznar e Zapatero potranno piacere oppure no, ma sono due seri politici di destra e di sinistra, mica dei pateracchi informi come i nostri.

In mancanza d’idee, l’unico spazio che riescono a trovare i nostri politici è quello di scannarsi all’arma bianca per dividersi fra i vari dicasteri le risorse disponibili della Finanziaria. E quando non bastano? Giù a novanta gradi!
In definitiva, se a settembre ci viene chiesto ogni anno che passa d’accettare qualche sacrificio in più, un po’ di stato sociale in meno, qualche aggravio – palese o nascosto – per la nostra vita, perché a questa gente non salta in mente che magari sono loro ad essere inadeguati, a non essere una classe politica in grado di governare questo paese?
Non siamo noi a doverci rimboccare le maniche ad ogni settembre che passa: ‘o pesce, fete da a’ capa.

Carlo Bertani
[email protected]
www.carlobertani.it

Note:

[1] L’ultimo contratto dei lavoratori della scuola prevedeva un aumento contrattuale del 5% su base biennale e fu firmato a maggio 2005 dall’allora governo Berlusconi. I soldi, però, arrivarono in due o più scaglioni nei mesi da Gennaio a Marzo 2006, ossia circa nove mesi dopo. Con un’inflazione al 2,1 % (facciamo finta di crederci…) in nove mesi lo Stato si riprese circa l’1,7% di quel 5%. Lo stesso trattamento – a volta ancora peggiore – lo subirono altre categorie, come i metalmeccanici e gli autoferrotranvieri.

[2] Tanti furono coloro che entrarono nei vari processi per le BR, compresi gli imputati minori, i cosiddetti “fiancheggiatori”.

[3] Confederazione Italiana degli Agricoltori, comunicato del 9/8/2006.

[4] Fonte: Limno – Banca dati dei laghi italiani – IRSA-CNR.

[5] Fonte: Consorzio Navigare sul Po.

Pubblicato da Davide