DI GIANLUCA FREDA
Blogghete!
Prima di versare troppe lacrime sulla sua fine, vediamo di ricordare, fuor di retorica, chi era realmente Benazir Bhutto, assassinata a Rawalpindi nella giornata di ieri. La Bhutto era stata accusata di corruzione e malversazione durante i suoi due incarichi come primo ministro del Pakistan, il primo alla fine degli anni ’80, il secondo a metà degli anni ’90. Secondo le accuse, la Bhutto avrebbe incassato oltre 1,5 miliardi di dollari, in buona parte da tangenti sulle concessioni governative. Un'accusa che non si è mai neppure curata di smentire o negare.
Quando un giornalista le domandava della veridicità dei capi d'imputazione che le erano costati l'esilio dal suo paese, la Bhutto si limitava a parlare d'altro, oppure, arrogantemente, interrompeva all'improvviso l'intervista, alzandosi e uscendo dalla stanza. Si era presentata, dopo sei anni di esilio dorato, come l’unica persona in grado di fermare la deriva dittatoriale di Musharraf e di ripristinare la “democrazia” in Pakistan. I suoi discorsi sulla “democrazia” erano doppiamente sgraditi ai cittadini pakistani. Sia perché “democrazia”, come si è visto negli ultimi anni, è ormai per due terzi del mondo non solo sinonimo di un sistema di governo screditato e malfunzionante, ma anche un ignobile pretesto con cui gli occidentali giustificano i loro massacri; sia perché, nel periodo in cui era premier, la Bhutto aveva adottato restrizioni delle libertà e dei diritti che a quelle di Musharraf non avevano proprio nulla da invidiare. Sotto il suo governo, il Pakistan ebbe uno dei periodi di più aperta violazione dei diritti umani che la storia del paese ricordi. La Bhutto era notoriamente legata a doppio filo al regime americano, che intendeva fare di lei un docile pupazzo con cui sostituire l’ex fantoccio Musharraf, il quale, dopo anni di sfrenato servilismo verso gli USA e di appoggio alle loro guerre di sterminio, aveva iniziato a recalcitrare e a voler fare di testa propria. Osannata dai governi occidentali, ma assai poco apprezzata in patria, la Bhutto si era fatta conoscere per le proprie apparizioni ai gran galà politici di Miami, dove si presentava indossando vestiti perfino più succinti e scollati di quelli delle signore del luogo. Il che non è certo un crimine, ma neppure il miglior biglietto da visita per una donna che intenda candidarsi a guidare una nazione di religione musulmana. La sua rivalità con Musharraf era più apparente che reale, variava d’intensità con il variare delle contingenze politiche ed era comunque subordinata all’unico fine che alla Bhutto interessasse veramente: prendere nuovamente nelle proprie mani le leve del potere pakistano. Al di là delle chiacchiere di facciata, era stato lo stesso Musharraf a firmare l’amnistia che aveva consentito alla Bhutto di scrollarsi di dosso le condanne per corruzione, di tornare in patria nell’ottobre scorso e di rientrare prepotentemente nella competizione politica. Di lei perfino il New York Times scriveva: “Il suo comportamento all’epoca in cui deteneva il potere e la danza dei sette veli in cui si è abilmente prodotta al momento del suo ritorno – un momento opponendosi al generale Musharraf, poi dando l’impressione di volersi accordare con lui il momento successivo, senza mai far comprendere le sue vere intenzioni – ha suscitato fra i pakistani non meno sfiducia che speranza”.
Tenendo presente tutto questo, possiamo legittimamente porci la domanda: chi ha ordinato il suo assassinio? Normalmente, per rispondere a una domanda di questo tipo, la prima cosa da chiedersi è: cui prodest? A chi giova la scomparsa violenta della Bhutto dall’agone politico pakistano? La risposta, in questo caso, non è semplice, poiché le persone che potevano essere interessate all’eliminazione di questo poco amato leader dell’opposizione erano parecchie. Proviamo a stilare un elenco dei possibili sospetti.
- Pervez Musharraf: a mio avviso è, tra tutti i possibili indiziati del delitto, quello che ha meno probabilità di averlo commissionato davvero. La sua posizione è attualmente assai pericolante, stretto com’è tra la diffidenza degli ex alleati americani, l’opposizione di una parte della magistratura e delle forze militari e la rabbia della popolazione. Inasprire la situazione facendo uccidere la Bhutto sarebbe stata una stupidaggine di proporzioni colossali e Musharraf è un dittatore corrotto e opportunista, non un dittatore stupido. Esiste una remota possibilità che egli abbia pensato, con l’eliminazione del leader dell’opposizione, di indebolire il PPP, suo principale rivale politico, di avere un pretesto per rimandare ulteriormente le elezioni e di rafforzare lo stato d’emergenza allo scopo di neutralizzare una volta per tutte i sostenitori della parte politica avversa. Ma si tratta di un’ipotesi che, personalmente, mi appare assai peregrina e cedevole se sottoposta ad un’analisi politica realistica.
- Al Qaeda: e quando mai non è sospettata. Anzi, a sentire i resoconti del sito news.com.au, vicino a Rupert Murdoch, dunque all’informazione di regime pilotata dai neocon americani, sarebbe la principale responsabile del caos nel paese. Gli americani, secondo lo stesso sito, si starebbero già attrezzando (ma guarda un po’ la coincidenza) per rafforzare la propria presenza in Pakistan, allo scopo di impedire a questo babau di prendere possesso del paese dopo esser stato cacciato dall’Iraq (!). Ora, anche le teste più legnose dovrebbero ormai aver capito che Al Qaeda, intesa come rete terroristica internazionale, non è che uno dei tanti – e sinistri – parti di fantasia dei servizi segreti israelo-occidentali. Ciò però non vuol dire che non esistano, in alcuni paesi, gruppi terroristici organizzati (e variamente finanziati da multinazionali e servizi d’intelligence occidentali e non) la cui forza politica e militare è fuori discussione. Il Pakistan è uno dei paesi in cui il terrorismo islamico organizzato possiede una sua rilevanza indiscutibile. Questi gruppi aspirano a rimuovere Musharraf dal potere e a prenderne il posto. La prospettiva di avere una donna come futuro presidente del paese non poteva certo essergli gradita. Dunque, una volta tanto, i gruppi terroristici potrebbero aver avuto davvero un qualche ruolo anche nella progettazione dell’omicidio e non solo nella fornitura di manovalanza (ma andiamoci cauti e che non diventi un vizio).
- Nawaz Sharif: per due volte primo ministro del Pakistan, deposto dal colpo di stato di Musharraf nel 1999 ed esiliato in Arabia Saudita, era riuscito, dopo numerose peripezie, a tornare nel paese e a mettersi a capo della Lega Musulmana del Pakistan, partito con cui progettava di partecipare alle elezioni del prossimo 8 gennaio. Dopo vari incontri con Benazir Bhutto, era nato il progetto di boicottare le prossime elezioni a meno che i giudici deposti da Musharraf in nome dell’emergenza non fossero stati rimessi al loro posto. Il 3 dicembre, la Commissione Elettorale gli aveva vietato di partecipare alle elezioni in considerazione dei suoi precedenti per terrorismo e dirottamento (nel 1999 aveva cercato di impedire all’aereo di Musharraf di atterrare a Karachi). Il 10 dicembre aveva comunicato alla Commissione Elettorale che avrebbe partecipato comunque alle elezioni di gennaio, divieto o non divieto. Ora, dopo la morte della Bhutto, ha nuovamente annunciato il boicottaggio delle elezioni. Un tipo indeciso, non c’è dubbio. Comunque, la sua alleanza con la Bhutto aveva costretto Musharraf a fissare una data per le elezioni e a dimettersi da capo delle forze armate. Ora, con la morte dell’ex “alleata”, è riuscito a sbarazzarsi di un personaggio la cui popolarità e le cui ambizioni rivaleggiavano con le sue. L’opposizione politica potrebbe perfino passare sotto la sua guida. Un personaggio spregiudicato e senza scrupoli, da tenere d’occhio.
- La solita CIA e il solito Mossad: inutile dire che, fra tutti i possibili sospetti, questi sono i miei preferiti. Dovunque vi sia un’azione mirante a creare caos, divisioni e guerra civile, la mano di questi due onnipresenti moloch è sempre visibile. Una nazione dilaniata dalle lotte intestine (quindi una non-nazione) è molto più facile da tenere sotto controllo di un paese dal potere fortemente accentrato. Soprattutto per ciò che attiene agli armamenti militari (che in Pakistan comprendono, incidentalmente, un certo numero di testate atomiche). Soprattutto se la figura accentratrice rischiava di essere lo stesso capo delle forze armate, quale Musharraf era fino a pochi giorni or sono. Comunque, se i servizi segreti americani e israeliani (con la collaborazione più o meno stretta di quelli pakistani) sperano di creare il caos nel paese, potrebbero anche avere qualche brutta sorpresa. Musharraf, oggi, sa benissimo che il suo destino e il suo potere sono appesi a un filo. Se le esplosioni di rabbia cittadina, gli incendi di auto e veicoli, gli scontri con la polizia sono già iniziati nella giornata di ieri, secondo un copione già visto e rivisto, non è affatto detto che l’attuale presidente tolleri senza reagire il dilagare delle proteste. Musharraf potrebbe sfruttare la situazione per un’ulteriore giro di vite ai diritti civili e per arrestare e perseguire chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di avere legami con i fondamentalisti. Se l’intelligence americana e israeliana sperava, con l’assassinio della Bhutto, di dare il colpo di grazia al potere di Musharraf, potrebbe scoprire con rammarico di averlo in realtà rafforzato. Tutto dipende dalle scelte che il presidente pakistano compirà nelle prossime ore. Se permetterà al caos di dilagare indisturbato o se farà troppe concessioni alle forze militari americane, che si stanno già attrezzando per rafforzare la propria presenza nel paese, la prossima pallottola o il prossimo attentato suicida potrebbero essere diretti a lui. Un rischio che la Bhutto aveva messo in conto, ma che Musharraf non sembra affatto disposto a correre.
Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2007-12
28.12.07
Tao 28 dicembre 2007
LA MORTE DI BENAZIR BHUTTO - INTERVISTA A TIBERIO GRAZIANI (*)
DI GIOVANNA CANZANO
Politicamente corretto
“La morte cruenta di Benazir Bhutto è uno degli episodi che costellano una ben precisa strategia : quella della destabilizzazione del Vicino e Medio Oriente, in coerenza con la recente riformulazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente degli esordi della
amministrazione Bush”. (Tiberio Graziani)
CANZANO - Benazir Bhutto, una morte annunciata?
GRAZIANI – Certamente sì. C’era da aspettarselo. Ricordiamo che l’arrivo della Bhutto in Pakistan, il 18 ottobre scorso, dopo alcuni anni di volontario e dorato esilio tra Londra e Dubai, venne salutato con un attentato che causò la morte di circa 130 persone…
CANZANO – L’omicidio nasce da un progetto di destabilizzazione?
GRAZIANI – La morte cruenta di Benazir Bhutto è uno degli episodi che costellano una ben precisa strategia : quella della destabilizzazione del Vicino e Medio Oriente, in coerenza con la recente riformulazione del progetto statunitense del Grande Medio Oriente degli esordi della amministrazione Bush. Il progetto del Greater Middle East o anche Broader Middle East (Medio Oriente allargato) è stato introdotto, quale proposta per dare una svolta radicale alla politica occidentale verso il Vicino e Medio Oriente, durante il vertice del G8 del 2004. L’idea, tuttavia, risale agli accordi di Helsinki del 1975.
Vale la pena ripercorrere la genesi di questa nuova riformulazione, che si traduce, in termini semplificati, nella creazione di un nuovo arco di instabilità in ossequio ai dettami di Zbigniew Brzezinski, il teorizzatore della trappola afgana contro l’Unione Sovietica e dell’utilizzo dei talebani in funzione antisovietica. Molti degli attuali quadri dell’organizzazione di Osama Bin Laden sono stati addestrati e reclutati da Washington ai tempi della guerra sovieto-afgana.
Dunque, un mese prima dell’aggressiva ritorsione israeliana contro il Libano del luglio 2006, Condoleeza Rice ha riformulato il vecchio progetto del Grande Medio Oriente denominandolo “Nuovo Medio Oriente”. Lo stesso segretario di Stato, nei giorni della guerra israeliana contro il Libano, congiuntamente con il primo ministro israeliano Olmert informò i media che in Libano era stato avviato un progetto per un “nuovo” Medio Oriente. Attualmente, dopo la penetrazione armata in Afghanistan e in Iraq, gli interessi geostrategici degli anglo-americani e dei loro alleati occidentali si concentrano, a nord, verso l’area centroasiatica, per contenere e pungolare gli interessi geopolitici della Russia e per testare il dispositivo eurasiatico di sicurezza messo in atto dall’Organizzazione di Shangai (SCO), e a sudest per limita re alcune prese di posizioni dell’alleato di sempre, il generale Musharaff. Bisogna ricordare che, proprio nel giugno del 2006, il Pakistan e l’Iran sono stati invitati come osservatori della SCO. Precedentemente, a febbraio, il Pakistan aveva avanzato la propria candidatura a membro effettivo L’adesione del Pakistan è sostenuta ovviamente dalla Russia a patto che anche l’India, attualmente osservatore, diventi membro effettivo dell’Organizzazione di Shangai. Se ciò si realizzasse, lo storico asse Washington – Islamabad sarebbe spezzato. Da qui l’iniziativa del “Nuovo Grande Medio Oriente”.
Gli USA vogliono un Pakistan destabilizzato, da mettere, nel migliore dei casi, sotto tutela ONU, o da occupare, come nei casi dell’Afghanistan e dell’Iraq.
L’attentato alla Bhutto ha destato molta preoccupazione a Mosca.
Infatti, secondo quanto riportato da alcune agenzie, la Russia ha condannato “con forza" l'attentato di oggi (27 dicembre). In particolare, Mikhail Kaminin, portavoce del ministero degli esteri, augurando che "i dirigenti del [Pakistan] riescano a prendere le misure necessarie a garantire la stabilità nel paese", ha ricordato che Mosca "aveva più volte ammonito a prestare attenzione al fatto che le autorità pachistane avrebbero dovuto adoperarsi al massimo per garantire la stabilità nel paese in questo periodo cruciale". Secondo il viceministro degli esteri, Aleksandr Lossiukov, "un simile attentato può diventare un ennesimo fattore di instabilità in un paese già fragile alla vigilia di importanti elezioni".
CANZANO – Il ritorno di Benazir Bhutto era visto come uno sbocco alternativo alla democrazia?
GRAZIANI – Sì, il ritorno della Bhutto è stato “lanciato” mediaticamente come una opportunità democratica per il Pakistan. Ad arte è stato fatto passare il messaggio che grazie alla Bhutto si aprisse per il Pakistan una nuova era, che fosse cioè possibile realizzabile l’irrealizzabile, vale a dire un Pakistan laico e democratico. Quando invece questo aborto geopolitico che è il Pakistan è stato creato dalle potenze occidentali proprio su base confessionale.
CANZANO – Pervez Musharraf con l’arrivo della Bhutto doveva accettare di essere un leader dimezzato?
GRAZIANI – Musharraf ha il piede in due staffe. Ha acconsentito a togliersi la divisa e a stabilire la data delle elezioni presidenziali, come gli ha consigliato Negroponte, l’emissario di Bush e Condoleeza Rice e già uomo forte di Reagan nel Sudamerica. Il generale pachistano è tuttavia un uomo di potere che mai accetterebbe un ruolo di secondo piano. Anche per tale motivo è, in questo momento, poco affidabile per Washington.
CANZANO – Il Pakistan nel 1947 diventa indipendente dall’India britannica e poi?
GRAZIANI – Il Pakistan, più che diventare indipendente, viene creato ex-novo come nazione musulmana dalle potenze occidentali che non riuscivano a contenere le tendenze secessioniste nel Raj britannico, capeggiate dai nazionalisti musulmani. Il suo stesso nome è un acronimo che, inventato, negli anni trenta, da un giovane nazionalista musulmano, Choudary Ramat Ali, venne assunto dal nuovo organismo nel 1947, quando si distaccò dall’India. A quell’epoca il Pakistan era formato da due entità geografiche, il Pakistan occidentale e quello orientale, l’attuale Blangadesh, separate per alcune migliaia di chilometri dal territorio indiano
Il Pakistan ha conosciuto, nel corso della sua breve storia di appena sessant’anni, almeno tre cicli geopolitici. Un primo ciclo va dal 1947 al 1971, quando il Blangadesh conquistò l’indipendenza. In questi anni il Pakistan svolge un ruolo importante nell’ambito della dottrina Truman di contenimento dell’URSS: è membro infatti dei due distinti sistemi di alleanze: CENTO (Patto di Baghdad) e OTASE (Patto di Manila).
Dopo l’indipendenza del Blangadesh, il Pakistan, dal punto di vista geopolitico, si riorienta verso il Vicino Oriente e il mondo islamico del Golfo. Sul finire degli anni 70, con la rivoluzione iraniana e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, Islamabad si riconferma come un alleato privilegiato per gli USA. Un terzo ciclo si è aperto con il crollo dell’Unione sovietica. Il Pakistan, in questi ultimi anni, sembra interessato a rafforzare i rapporti con le repubbliche centroasiatiche, di cui diverrebbe la via privilegiata verso l’Oceano indiano: una via che essendo funzionale agli interessi eurasiatici della SCO, viene osteggiata da Londra e Washington. Ciò che accade oggi in Pakistan è speculare alle tensioni in corso nel Myanmar.
CANZANO – I confini con l’Afghanistan sono a rischio?
GRAZIANI – In una prospettiva di occupazione del Pakistan da parte delle forze occidentali, certamentes ì.
CANZANO – Le elezioni dell’8 gennaio sono a rischio?
GRAZIANI – E’ difficile fare previsioni.
Giovanna Canzano
Fonte: www.politicamentecorretto.com
Link: http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=1970
28.12.07
(*) Tiberio Graziani è direttore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici (www.eurasia-rivista.org). Ha curato i libri intervista: Serbia, trincea d’Europa – intervista a Dragos Kalajic e Iraq, trincea d’Eurasia – intervista a Padre Jean-Marie Benjamin (Edizioni all’insegna del Veltro). Dirige inoltre, per le edizioni all’insegna del Veltro, la collana “Quaderni di geopolitica”.