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I QUATTRO GIGANTI CIECHI ALLA SFIDA DEL FUTURO PROSSIMO

DI GIULIETTO CHIESA
megachip.info

Dopo un quarantennio imperiale, unipolare, stiamo vivendo una parentesi multipolare. Quanto durerà nessuno può saperlo e non abbiamo una sfera di cristallo in cui guardare. L’unica cosa che sappiamo, con certezza, da molti segnali, è che siamo nella vicinanza relativa di un punto di rottura della continuità storica: quello che si può definire come un “cambiamento di fase”, qualcosa di analogo a quello che in fisica, per esempio, è il passaggio dallo stato liquido a quello gassoso. È per questa ragione che parlo di parentesi multipolare: perché non sarà lunga come la fase storica unipolare che l’ha preceduta, e perché la sua durata equivale alla nostra distanza dal punto di rottura, o cambiamento di fase.

Questa distanza si misura in anni, non in decenni e quello che avverrà in questi anni deciderà le modalità del cambiamento di fase e, in misura decisiva, deciderà anche come l’umanità uscirà dalla transizione. Dunque è molto importante capire come arriveremo al “punto di ebollizione”. Per questo occorre identificare, con la maggior precisione possibile, chi sono gli “attori” in grado, almeno in via teorica, di influire su questo percorso temporale.

Sono quattro e tali resteranno nella durata della parentesi.

Altri attori stanno per entrare nell’agone pre-ebollitorio, ma non c’è il tempo perché possano entrarci del tutto e dunque parteciperanno come comprimari e, come tali, potranno al massimo fungere da catalizzatori di processi che li travalicano.

Chi sono questi quattro? Sono gli Stati Uniti, la Cina, l’Europa e la Russia.

Sono quattro soggetti le cui “forze” sono in sommo grado disomogenee: per estensione territoriale, per situazione demografica, per dimensione finanziaria, per composizione tecnologica, per struttura industriale e commerciale, per potenza militare, per esperienza storica e cultura. Dunque è assai difficile collocarli in una scala unitaria di forze per estrarne una graduatoria.

Tuttavia la risultante che emerge da ciascuno di essi è una “qualità” grosso modo, intuitivamente, misurabile nell’agone planetario unico nel quale concorrono, cooperano talvolta, collidono e collideranno. In parole povere: sappiamo quanto ciascuno può “valere”, cioè contare, cioè influire sulla situazione globale e sul comportamento degli altri tre.

Noi già sappiamo che la globalizzazione ha assunto un livello tale che, per la prima volta nella storia umana, l’Uomo è in grado – per usare un’espressione di Freeman Dyson – di “turbare l’universo”, non c’è più decisione di uno di questi giganti che possa essere assunta senza influire sull’insieme globale.

È l’insieme globale, e non i suoi singoli componenti, che è oggi sottoposto alle smisurate tensioni che lo stanno conducendo a un cambiamento di fase. Se ne deduce che, per evitare che questo avvenga in forme totalmente incontrollate, catastrofiche, devastanti, occorre un consenso internazionale su tutte le prossime mosse concernenti i punti critici che si approssimano alla rottura (clima, denaro, energia, cibo, acqua, popolazione, etc.).

La domanda è questa: è possibile un tale consenso? Stando sulla rotta attuale, esso è altamente improbabile per molte cause, tre delle quali determinano tutte le altre:

a) l’attuale architettura internazionale è priva di strumenti in grado di far cambiare la rotta ai quattro protagonisti.

b) l’eredità storica dei quattro giganti è talmente pesante che impedisce non solo un agire comune, ma nella grande maggioranza dei casi, e dei problemi, impedisce perfino un pensare comune.

c) entro l’orizzonte temporale della parentesi multipolare i loro interessi immediati collidono. E il livello intellettuale delle classi dirigenti è del tutto al di sotto delle necessità.

Elevare la probabilità di un esito “fausto” implicherebbe un intervento radicale sui tre problemi qui appena enunciati.

È probabile che ci si riesca, data la ristrettezza del tempo a disposizione, e dato il livello culturale e intellettuale delle élites politiche ed economiche che detengono il potere reale nei quattro centri dominanti?

La risposta è ricavabile dalla stato dell’arte attuale: non possiamo cullarci nell’illusione e coltivare speranze infondate. Occorre un grande realismo, per comprendere che decisioni drammatiche, congruenti con l’immensità dei problemi, devono essere prese e che, se non saranno prese, dobbiamo attenderci sconvolgimenti imprevedibili per dimensione, portata, effetti.

Guardiamo ora in rapida sintesi dove si trovano i quattro protagonisti.

Gli Stati Uniti sono in un declino evidente e inarrestabile. Essi hanno già perduto la loro posizione imperiale, anche se non sembrano ancora essersene accorti. L’élite che li guida appare incapace di prendere atto della situazione e di riorganizzarsi di conseguenza. Al contrario appare incline, seppure confusamente, a imporre la sua supremazia anche a dispetto del proprio declino e della insostenibilità di una tale pretesa. Fino a che l’élite americana non metterà in discussione l’assioma reaganiano secondo cui “il tenore di vita del popolo americano non è negoziabile”, quel paese resterà prigioniero dell’illusione di poter continuare a crescere come ha fatto negli ultimi cento anni.

Quando apparirà evidente che ciò non è materialmente possibile, l’esito più probabile – in assenza di una guida più ragionevole dei “tea party”, e dell’élite bipartisan nelle cui mani si trova – sarà la tentazione di usare l’immensa forza militare di cui dispone per schiacciare avversari e concorrenti. Poiché i suoi avversari e concorrenti sono delle dimensioni che sappiamo, si può provare a immaginare gli scenari agghiaccianti che ci si delineano di fronte.

La Cina è il nuovo potere mondiale in formazione, anch’esso inarrestabile (con mezzi pacifici). È la Cina, esclusivamente la Cina, il martello pneumatico che sta frantumando l’Impero americano, essendo evidente che l’Europa non partecipa a questa impresa per la sua totale subalternità al modello imperiale di crescita, e essendo altrettanto evidente che la Russia non può e non vuole il declino americano e lo teme non meno della crescita politico-economica della Cina. Questa agisce già globalmente in tutte le direzioni e a ritmi che, nei prossimi cinque anni – in presenza di tassi di crescita del Pil cinese del 10% medio annuo – avremo di fronte “una Cina e mezza”, al posto dell’attuale.

Questi ritmi di crescita, si presume, porranno non pochi problemi alla stessa Cina, attuale e futura, la cui soluzione positiva possiamo soltanto auspicare, perché, in caso di fallimento del suo programma, gli effetti che dovremmo fronteggiare sarebbero probabilmente di un ordine di grandezza superiore a quelli di un suo successo. Nello stesso tempo la crescita cinese pone e porrà comunque immensi problemi al pianeta nel suo insieme, influendo su tutti i punti della crisi già in atto nel resto del mondo (clima, energia, risorse naturali, finanza, commercio).

Ma con alcune specificità essenziali: la Cina ha le risorse energetiche (carbone) per attraversare indenne tutta la parentesi multipolare; la Cina è l’immenso mercato di se stessa e, in quella parentesi potrà procedere prescindendo in gran parte dalle perturbazioni esterne che si verificheranno in parallelo; la Cina ha un sistema politico che permette decisioni centralizzate e rapide. Il controllo interno è assicurato sia da un sistema politico autoritario, sia dal consenso prodotto dalla crescita di un benessere diffuso e prima sconosciuto a ampi strati sociali.

Si può aggiungere, anzi è opportuno farlo, che la Cina ha un orizzonte e un respiro storico e temporale più vasto di quello dell’Occidente nel suo complesso, che le permette una visione più lunga. Credo che siano queste le ragioni per cui l’attuale Cina appare la meglio preparata a fronteggiare il passaggio di fase cui accennavo all’inizio. Tuttavia la Cina, come almeno due degli altri giganti planetari (Europa e USA) non dispone del freno per annullare, e neppure frenare la propria, mostruosa inerzia di crescita. Oggi si presenta come un giocatore moderato e prudente, perfino dimesso nelle forme, sorridente e amico (anche se molto fermo nella difesa dei propri interessi nazionali). Ma, quando questa Cina diverrà “due Cine”, cioè tra una decina d’anni, nessuno può prevedere né quale sarà il suo peso, né come si dispiegheranno gli effetti della sua supremazia su un mondo già sconvolto in tutti i suoi equilibri essenziali.

La Russia è – economicamente, demograficamente – il più piccolo dei quattro protagonisti. Ma è il più grande geograficamente e lo è soprattutto dal punto di vista delle risorse naturali. È un territorio sconfinato entro cui si trovano le più grandi riserve di energia, di materie prime, di cui il pianeta è dotato. Teoricamente è in condizione di affrontare la parentesi multipolare meglio di ogni altro, proprio sotto il profilo delle risorse. Ha una vasta intellighenzia tecnologica diffusa, ma ha un background industriale molto vecchio, una rete di infrastrutture inadeguata, una fisionomia commerciale assai debole. Soprattutto è un paese ancora ripiegato su se stesso vent’anni dopo il crollo sovietico, con una classe dirigente mentalmente “compradora”, in gran parte subalterna agli Stati Uniti, ma con contemporanee pulsioni nazionalistiche e ambizioni da grande potenza frustrata.

Tutto ciò in condizioni di alta ricattabilità, poiché questi ultimi vent’anni sono stati per la Russia un’imitazione forsennata del modello capitalistico americano, che ha seriamente intaccato le radici storiche della stessa cultura russa.

Nello stesso tempo questa classe di oligarchi di rapina ha fatto emigrare nelle banche occidentali gigantesche ricchezze che fanno ormai parte integrante della gigantesca macchina della speculazione finanziaria guidata da Wall Street. La Russia, senza investimenti modernizzatori, è rimasta essenzialmente un esportatore di materie prime. In queste condizioni sarà difficile che la Russia possa alzare lo sguardo sull’orizzonte per assumere un ruolo mondiale di organizzatore del consenso attorno a una visione autonoma, non conflittuale, della transizione di fase.

Men che mai questa Russia attuale può ambire a diventare un centro propulsore di una visione dello sviluppo umano capace di parlare al pianeta, di una nuova narrazione del mondo all’altezza delle mai sopite ambizioni di qualche minoranza di divenire la “Terza Roma”.

Appare ben più probabile che la Russia si schieri con l’Occidente contro la Cina: più che per l’atavica paura russa del vicino gigante, per il groviglio d’interessi che lega la Russia allo sviluppo capitalistico consumista che sta andando in rovina. Dei quattro giganti, dunque, la Russia appare il meno rilevante, nel senso di meno in grado di influenzare il comportamento degli altri, e piuttosto incline a farsi trascinare dai loro comportamenti. L’asso nella manica russa, che le permetterà di avere voce in capitolo, è la sua potenza nucleare. Dopo averne perduto il controllo nell’era Eltsin – che lo aveva consegnato, per timore di un ritorno del comunismo, nelle mani americane – oggi lo ha riacquistato e lo conserverà gelosamente nel corso di tutta la parentesi bipolare.

Ma questa carta non sarà giocabile, o lo sarà troppo tardi, quando il cambiamento di fase diventerà tumultuoso e incontrollabile. E, in quella fase, molte tecnologie avanzate diverranno probabilmente più vulnerabili di quanto siano mai state. Piuttosto sorgenti di pericolo che di sicurezza.

L’Europa, infine. Essa si trova in preda a una crisi senza precedenti, che è diretta conseguenza del “contagio” di Wall Street. Nel senso che, avendo l’Europa scelto senza equivoci il modello finanziario ultra-liberista statunitense, accodandosi al vagone britannico del treno di Washington, è oggi costretta non solo a sostenere tutte le operazioni di salvataggio della macchina imperiale, ma a pagarne le maggiori conseguenze.

La serie di attacchi speculativi organizzati dal “consenso washingtoniano” sta minacciando, in rapida successione, dopo la Grecia, una serie di paesi che stanno perdendo sovranità a vantaggio dei centri mondiali della finanza occidentale, tutti imperniati sul dollaro. La sovranità di Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, e poi Italia e via via tutti gli altri, significa perdita ulteriore della stessa sovranità europea.

Il modello americano, per altro, mostra crepe talmente evidenti che nemmeno il mainstream, interamente impegnato, con il suo enorme esercito di propagandisti, a nascondere l’evidenza, riesce a nascondere alle opinioni pubbliche europee il disastro incombente. La Banca Centrale Europea, invece di affrontare di petto la crisi della finanza mondiale, assumendo una strategia autonoma e differente rispetto a quella di Wall Street, stabilendo nuove regole, che avrebbero costretto Washington a venire a patti non solo con l’Europa, ma con la Cina, il Giappone, il Brasile, l’India, si è collocata nel suolo di servizio della strategia volta a salvare il dollaro dal tracollo, e l’America (insieme alla Gran Bretagna) dalla bancarotta.

Probabilmente, con i gruppi dirigenti europei che si ritrova, l’Europa non poteva fare diversamente. Ma il fatto è ora che la crisi dell’America è divenuta la crisi dell’intero Occidente.

E, mentre in America, maturano e s’incattiviscono gli spiriti selvaggi di un capitalismo al tempo stesso di rapina e di autarchia (ormai entrambi impossibili da realizzare), che producono uno spostamento a destra dell’asse politico interno, in Europa si assiste alle prime avvisaglie di una rottura del patto sociale che aveva tenuto assieme le società europee.

Un patto sociale che, con il welfare europeo spalmato, nel periodo delle vacche grasse, su vasti strati di ceti intermedi, aveva garantito all’Europa istituzioni stabili e circondate da un relativo consenso. Adesso l’opinione pubblica, abituata al modello del welfare, lontanissimo da quello americano, si vede precipitata all’indietro nel suo tenore di vita, mentre strati intermedi sempre più vasti scendono lungo la scala sociale perdendo redditi, benefici, benessere. Questa Europa risulta indebolita economicamente e politicamente in modo che potrebbe rivelarsi irrimediabile. Avrebbe le dimensioni di scala per esercitare una influenza positiva sui processi in corso. Ha il vantaggio di non essere armata strategicamente e, quindi, di non costituire minaccia. Potrebbe svolgere appieno un ruolo mediatore prima che il cambiamento di fase assuma ritmi travolgenti. Ma tutto ciò presuppone e implica una sovranità europea che rovesci il rapporto di sudditanza verso gli Stati Uniti.

Di una tale sovranità si sono perse le tracce. E questo è uno dei motivi per cui oltre la metà dei cittadini europei non va a votare per le istituzioni europee: segno preoccupante di uno scollamento democratico profondo e di una sfiducia crescente dei cittadini di uno Stato in formazione verso le classi dirigenti che non sanno guidarlo.

In sintesi: dei quattro rematori principali, al momento attuale, uno soltanto rema, mentre gli altri tre si limitano ad annaspare. Che la barca, rappresentata dal nostro pianeta, possa rifugiarsi in un porto sicuro, sono davvero in pochi a credere. Per lo meno tra coloro che hanno il quadro reale della situazione davanti agli occhi.

La grande massa dei popoli non sa quasi nulla di ciò che accade. Non lo sa perché il mainstream è stato costruito proprio per nascondere i tratti cruciali del disastro. E questo impedisce una difesa dal basso di coloro che hanno tutto da perdere, essendo in catene.

Resta, ormai visibile, una grande inquietudine. È su questa, e su una battaglia nuova, inedita, per far giungere la descrizione vera di ciò che è accaduto e accade, agli occhi (letteralmente, proprio agli occhi) delle grandi masse, che si deve fare leva. Sapendo che tutto ciò che di positivo potremo fare, dovunque ci troviamo, sotto ogni latitudine e longitudine, dovrà accadere durante la parentesi bipolare. Un nuovo impero, se ve ne sarà uno, avrà un volto che sarà difficile guardare.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info/
Link: http://www.megachip.info/rubriche/34-giulietto-chiesa-cronache-marxziane/5235-i-quattro-giganti-ciechi-alla-sfida-del-futuro-prossimo.html
13.12.2010

Questo articolo fa parte del numero di «AntimafiaDuemila» disponibile nelle edicole della Sicilia e nelle librerie a partire dal 20 dicembre e nelle settimane succesive

Pubblicato da Davide

  • luigiza

    Articolo molto bello e dal sottoscritto molto apprezzato. Il mio idealismo vorrebbe credere che un consenso internazionale su tutte le prossime mosse concernenti i punti critici ci sarà per (controllare il cambiamento di fase ed) evitare che questo avvenga in forme totalmente incontrollate, catastrofiche, devastanti,.. , ma la parte realista di me dice che é molto improbabile che ciò accada.
    Esiste un’altra possibilità per evitare la tragedia? Per chi si muove all’interno di un orrizzonte intellettuale che va oltre questo mondo la risposta é sì. Ma non é affatto detto che un intervento di quel tipo avvenga. Occorre innanzi tutto saperlo e sopratutto poterlo evocare e non mi pare proprio che gli addetti a tale compito siano oggi in possesso di tale potere essendo ormai ridottisi a mantenuti di professione e in molti casi anche pedofili per diletto.
    Temo proprio che l’esito sarà infausto. Però posso sbagliarmi e spero di sbagliarmi.

  • Tonguessy

    In tutta sincerità io non riesco a vedere la perentesi multipolare di cui parla Chiesa. Riesco a osservare come ci siano delle iene che si contendano la carcassa del nostro pianeta, ma non mi pare ci siano dei medici in cerca di rianimarlo per contrastare lo stato di cose.
    Intendiamoci: so cosa si intende per multipolarità, ma nutro seri dubbi sul fatto che questa possa rappresentare una reale novità sul nostro stile di vita.

    Più esattamente: in cosa si differenzierebbe la politica dei quattro giganti (o di G8, G20, come preferite)? Esiste da qualche parte un RITORNO alle microeconomie? Esiste un qualche processo di DEURBANIZZAZIONE e RIVALORIZZAZIONE delle campagne e dell’artigianato?

    Tutt’altro. Anche Chiesa annota come la Russia sia sulla frontiera della competizione internazionale grazie ai propri giacimenti e A DISPETTO della propria scarsa industrializzazione.

    Quindi il modello è esattamente lo stesso per qualsiasi Stato: industrializzare, inurbare, finanziare, accentrare, modernizzare, produrre insomma per il Mercato così come lo conosciamo per alimentarlo ad libitum.

    Dove sarebbe quindi la multipolarità?

  • sidellaccio

    Ottimo articolo, una delle analisi più lucide che ho letto, sull’argomento.
    http://www.silviodellaccio.it

  • idea3online

    Articolo interessante,

    secondo me la Russia è la nazione più quotata come attore del ritovato mondo Bipolare/Multipolare.

    Non dimentichiamo che la struttura del mondo di oggi è la conseguenza del crollo dell’Impero Greco, dopo la morte di Alessandro Magno il regno si è diviso in 4 parti, dopo di allora si sono create le basi dell’Impero Romano, qualsiasi Regno di oggi deve avere legami con l’impero Greco o Romano, la Russia ha legami stretti con Roma soporattutto Mosca. La Russia ha un tessuto capillare assestati in 1500 anni sin dall’Impero Bizantino. La Cina non ha una struttura derivata da Alessandro Magno e da Roma. Solo chi deriva dall’Impero Macedone sono gli attori del mondo, tutti gli altri possono essere solo federati. La Russia adesso cerca dei federati solidi in Europa, in Oriente la struttura o Lega di paesi è attiva. L’articolo è interessante ma non fa un salto nel passato, in quanto il presente è sempre legato al passato.

  • oldhunter

    Concordo con chi, prima di me, ha definito l’articolo una lucida analisi della situazione mondiale.
    Manca però qualcosa. Qualcosa di non detto, eppure di sottinteso e terribile che non può non essere perlomeno rapidamente baluginato nella mente dei più tra coloro che l’hanno letto. La storia ci dice che quando i rapporti tra nazioni, o gruppi di alleati in opposizione tra loro, giunge a questo genere di insostenibile impasse senza apparente sbocco, la situazione si sblocca con una guerra feroce e sanguinosa che azzera la situazione per consentire al vincitore di ricominciare d’accapo a tessere le sue trame di dominio. E a questa soluzione pare si stiano rapidamente e occultamente avvicinando, alle nostre spalle di masse senza potere né vera guida, le élite occidentali che con questa mossa risolverebbero una pluralità di problemi a cominciare da quello della sovrappopolazione per finire con quello della suddivisione delle limitate rimanenti risorse del nostro piccolo mondo diventato per taluni troppo piccolo.

  • Hamelin

    Articolo molto bello e realista.
    Bisognerebbe pero’ far luce anche su due punti tralasciati .
    Comportamento e “logica” dell’essere umano e finitezza assoluta del mondo e delle risorse .
    Se non tralasciamo questi due fattori secondo me fondamentali l’equazione che salta fuori porta senza ombra di dubbio alla guerra.
    Gli uomini non possono indubbiamente contrastare le leggi della natura credendo alla nefandezza della crescita infinita .
    E la guerra a mio avviso verrà proprio dal piu’ sottovalutato dei Grandi nell’articolo , ovvero la Russia .
    Molti sottovalutano la sapienza , la fredezza e la crudeltà della mente russa .
    Nello scacchiere mondiale loro giocano proprio come in una partita a scacchi.
    Se l’attacco frontale dell’ex URSS ha fallito passano alla seconda strategia , mostrano il fianco al nemico in modo da renderlo potente spavaldo , inebriato dal suo vano orgoglio in modo che faccia passi azzardati e mostri le sue debolezze per colpirlo con facilità ed annientarlo . Nella testa del russo c’è la vittoria e loro non si fanno problemi ad utilizzare qualsisi mezzo o strategia per ottenerla…

  • amensa

    l’articolo è bello, ma l’analisi incompleta.
    dimentica tre altri giocatori importanti sullo scacchiere mondiale: india, giappone e aggregati asiatici, america latina.
    ognuno di essi ha peculiarità importanti, pertanto la partita non credo sia a quattro, ma a sette.

  • amensa

    inoltre non arriviamo da un monopolio unipolare, ma da una situazione bipolare, in cui tutti gli equilibri si basavano sul rapporto USA-URSS.
    frantumata l’URSS è restata l’unica potenza mondiale, che però non si era abituata all’idea, e pertanto non si è comportata da unica potenza mondiale, ma da aspirante ad essere l’unica potenza mondiale.
    chi è potente non deve agire, la vera forza si dimostra nell’ottenere col solo chiedere, non nell’imporre la propria volontà con la forza.( e mostrando così tutta la propria debolezza)

  • AmonAmarth

    E’ vero: bell’articolo oltre che molto leggibile. Nel leggerlo mi veniva in mente a quanto il pianeta sembri ad uno sgabuzzino chiuso (magari proprio un piccolo magazzino) abitata da quegli individui che sono le nazioni: grassi, goffi e convinti di poter uscire da quella stanza litigandosi i resti sugli scaffali… Sono convinto che dentro di loro i microorganismi più intelligenti hanno già capito che la chiave resta quella di vivere di poco, sopravvivendo della poca energia che entra continuamente dal finestrino… A mio parere ogni azione volta ad evitare quegli scenari apocalittici di tensione e quindi di sicura guerra sarà quella di interrompere quelle malefiche interdipendenze da materie prime ed iperproduzione che vigono oggi. Il benessere di cui godiamo ora dev’essere sfruttato per acquisire strumenti autarchici e quindi sostenibili, e questo a livello ovviamente multi-delocalizzato. In questo contesto le nazioni non avranno nemmeno più senso di esistere, in quanto convinte di poter reggere le redini dell’organizzazione a livello super-accorpato come ora. Il senso bonario degli stati (e quindi la giustificazione della loro esistenza fino ad ora), ovvero il “welfare”, nelle condizioni di crescita senza risorse com’è ora e come sarà, non potrà più esistere nonostante possiamo desiderarlo il più possibile. Per questo le nazioni (o i loro “rappresentanti”) non sono in grado di trovare soluzione alla crisi: perchè non sono fatte/i per quel tipo di mondo, non lo possono nemmeno immaginare. Decrescere per sopravvivere, decrescere per vivere meglio.

  • Ricky

    Chiesa parla bene ma si scorda del Giappone, della Corea, di Brasile ed Argentina. Le cose sono molto piú complesse di come racconta.

  • buran

    Certo, dal crollo dell'”impero” (?!?) greco è nato l’imperialismo USA, l’UE, la Russia etc. Impossibile non saperlo, come non notare i solidi legami di Mosca (fondata nel 12 secolo DC) con la Roma imperiale. I poveri cinesi, che all’epoca di Alessandro Magno avevano solo un miserabile regno millenario non sono titolati. Certo che ce n’è di gente curiosa in giro…

  • Longoni

    Buon articolo. Purtroppo non aggiunge chiarezza alla matassa già sufficientemente ingarbugliata e sottovaluta un po troppo la Russia e la sua grande anima. La quale storicamente è sempre stata in ritardo su tutto ed ha subito pesantemente il primo colpo, ma quelli che glie l’hanno inferto, facendolo hanno iniziato la loro fine. L’ultima volta sono stati gli Stati Uniti però ad approffitarne alla grande della reazione russa. L’Europa ha l’immensa occasione di imparare finalmente la lezione storica e stringendo la mano tesa dalla Russia, poter proiettare se stessa in un futuro assai promettente con un’alleanza naturale che la geografia e la storia gliela offrono da sempre . Ma prima deve licenziare l’attuale classe dirigente, sganciarsi dalla tigre di carta a stelle e strisce ed isolare per bene il suo cancro storico: la perfida Albione. Da De Gaulle a Schröder, in tanti in Europa l’hanno capito e da parecchio.

  • bstrnt

    Credo che la tua analisi sia quella più aderente alla realtà.
    Il guaio è appunto che né in Europa, né in Russia sembrano esserci classi dirigenti in grado di sintetizzare un fatto logico, anzi forse in Russia sono un po’ più realisti, in 10 anni sono riusciti ad uscire da un collasso profondo, se capita all’Europa dubito che servano meno di 50 anni.
    Europa e Russia sono i due vasi di coccio compressi tra due vasi di ferro; un’integrazione tra Europa e Russia, oltre a rinforzare drasticamente i due vasi di coccio dovrebbe a mio avviso portare ad un’instaurazione di un mondo multipolare, vedrei bene l’affacciarsi dell’America Latina e in un futuro un po’ più remoto anche dell’Africa …
    Forse la salvezza del pianeta dovrà passare per un maggiore frazionamento dei gangli di potere e di interesse; abbiamo ben visto i disastri del mondo unipolare degli ultimi lustri!

  • Tonguessy

    Giustissima la tua precisazione. La mia speranza (da qualche decennio ormai) è che ci sia un risveglio del Sudamerica. Lì, differentemente dal Nordamerica, le comunità locali hanno saputo resistere e possono ancora contare sul loro immenso bagaglio di saggezze ed esperienze.

  • AlbertoConti

    E’ affascinante osservare come il vero polo emergente sia storicamente e culturalmente estraneo al processo di propagazione e sviluppo della matrice culturale occidentale, che ha prodotto i grandi imperi coi loro cicli vitali. Nessuno può imporre pacificamente alcuna scelta basilare alla Cina, tranne la Cina stessa, alla cui saggezza sono appesi i destini del mondo. A questo punto, non tanto nel senso del presente come vissuto della storia, ma nel senso di evoluzione tecnologica e culturale, di stile di vita, è fondamentale per avere un futuro che il senso d’appartenenza nazionalistico passi in subordine rispetto all’ancora immaturo senso d’appartenenza ad un unico universo-mondo. Che questa transizione culturale sia più realisticamente fattibile, nei tempi tecnici concessi, ai cinesi o agli occidentali è tutto da vedere. Certo è che occorre una simultaneità evolutiva per produrre risultati concreti, utili a superare la crisi della crescita scientifico-tecnologica.