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I NUMERI DEL PROF. MONTI SONO QUELLI DEL MAGO OTELMA

METTIAMO IN CAMPO UN PROGETTO NUOVO, CREDIBILE DI SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE

DI GUIDO VIALE
Il Manifesto

Immaginiamo il prof. Monti travestito da studente (ovviamente fuori corso) che si presenta a un esame di economia alla Bocconi, di cui è stato anche Rettore; e che alla domanda: «Quando si presenta un’analisi costi benefici?» risponde «Dopo l’approvazione del progetto». Bocciato (sia Monti che il progetto) senza se e senza ma. Eppure è proprio questo che ha sostenuto Monti, vestito (e non travestito) da Presidente del Consiglio. Ma non è la sola insensatezza che ha detto sul Tav: c’è anche la promessa di viaggiare da Milano a Parigi in 4 ore (cioè, ad almeno 400 km/h tra Torino e Lione compresi i 57 e più chilometri di galleria); e l’improvvisa trasformazione in low-cost (a basso costo) dell’opera: grazie al rinvio sine die dei lavori per le tratte fuori galleria (ma chi ha detto che la Commissione Europea sia disposta a cofinanziare un affare simile?). Con questi assi nella manica il governo Monti ha annunciato una grande campagna di informazione (e di repressione) sul Tav. Complimenti!Lo scontro sul Tav porta alla luce la vera natura di questo governo; un consesso di presunti tecnici che però non sa confrontarsi con quei 360 tecnici veri – praticamente tutti quelli che in Italia hanno una competenza in materia – che hanno chiesto un ripensamento su un progetto tanto inutile. D’altronde, per averne una conferma, basta pensare ai numeri di Monti sui futuri effetti dei primi decreti del Governo: PIL +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18 (e quando mai? Mai). Neanche il mago Otelma…

Il governo Monti ha sì una politica economica: quella di riportare in pari il bilancio a suon di tasse, tagli al welfare e svendita dei servizi pubblici (la polpa: il saccheggio dei beni comuni). E di affidare la cosiddetta crescita a qualche liberalizzazione pasticciata e marginale e al finanziamento di alcune Grandi Opere incluse nella legge obiettivo, senza neanche un criterio per definirne le priorità: il Tav Torino-Lione è l’emblema di questo modo di fare. Ma quello che al governo Monti è inviso e del tutto estraneo è il concetto stesso di politica industriale (che cosa, con che cosa, per chi, come e dove produrre). Cioè l’idea che per fare fronte alla crisi, alla disoccupazione, al degrado ambientale e sociale, ai cambiamenti climatici (a cui Monti non ha mai fatto nemmeno cenno: sono cose che per lui non esistono) occorra intervenire sia dal lato dell’offerta (promuovendo produzioni e soprattutto riconversioni produttive di imprese altrimenti votate alla sparizione), sia dal lato della domanda: creando o sostenendo il mercato delle produzioni che hanno un futuro. In entrambi i casi si tratta di settori decisivi per la riconversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi, ma anche per difendere l’occupazione; per creare e sostenere impieghi di qualità, per valorizzare gli studi altrimenti sprecati di centinaia di migliaia di giovani senza prospettive e le competenze difficilmente recuperabili di lavoratori anziani o solo maturi espulsi dalle imprese insieme al loro bagaglio di esperienza.

I settori decisivi in questo processo sono quelli delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica, dell’agricoltura e dell’industria alimentare ecologiche e di prossimità, del riciclo totale di scarti e rifiuti, della salvaguardia degli assetti idrogeologici, del recupero edilizio, della mobilità sostenibile e flessibile. Ma innanzitutto è essenziale un recupero di democrazia. Non è possibile – dicevano i sindacati firmatari del diktat di Pomigliano – difendere i diritti in fabbrica senza le fabbriche. Giusto. Ma è vero anche, e soprattutto, l’inverso: senza democrazia in fabbrica e nel paese le fabbriche scompaiono.

E infatti, mentre il governo e partiti che lo appoggiano si impuntano sul Tav, facendone la bandiera di un approccio senza futuro ai problemi dell’economia, dei territori e della convivenza, Marchionne fa capire (ammiccando e negando, come si conviene a chi procede per gradi su un cammino già tracciato) che trasferirà negli Usa la direzione e quel che resta del “cervello” della Fiat; che chiuderà uno a uno i suoi stabilimenti e che trasformerà in “fabbriche cacciavite” per il mercato americano (se, e solo se, laggiù la bonanza dura) gli impianti che restano; che dovranno comunque competere con quelli di Polonia, Turchia, Serbia e Brasile, dove i salari sono al minimo vitale, l’ambiente è alla mercé del profitto e lo Stato ci mette un mucchio di soldi. Poi vanno alla malora due dei gruppi residui del sistema industriale italiano (Finmeccanica e Fincantieri) travolti da ruberie impunite e da un’assoluta mancanza di progettualità. Chiudono a un ritmo sempre più rapido migliaia di fabbriche e di imprese piccole e medie, di cui nessuno parla, aggiungendo centinaia di migliaia di disoccupati a quelli già per strada e a quelli a cui sta scadendo la cassa integrazione.

Per questo lo scontro in atto sul Tav è l’emblema di un conflitto che riguarda tutto il paese e che mette una di fronte all’altra, da un lato, una politica economica rovinosa e inconcludente, che abbina uno spreco indecoroso di risorse pubbliche a un’avarizia distruttiva nella spesa per il sostegno al reddito, per l’istruzione, la cultura, la ricerca, i servizi pubblici. E dall’altro lato, la volontà di salvaguardare e valorizzare le competenze e la qualità delle risorse umane e del territorio che quella politica sta condannando a un esito greco.

Per questo la partecipazione del movimento NoTav alla manifestazione della Fiom di oggi non è un fatto marginale: è il riconoscimento della connessione indissolubile tra la lotta dei metalmeccanici – e di tutto il mondo del lavoro sotto attacco – e quella della Valsusa – e di tutti i territori su cui ha messo le mani la speculazione. Ma è anche la conferma di una estraneità ormai consumata tra l’universo politico e istituzionale italiano e tutto il resto della cittadinanza attiva di questo paese: dei suoi problemi, delle sue sofferenze, delle sue aspettative; e soprattutto dei progressi nella costruzione di un’alternativa concreta.

Ma a chi compete mettere in campo un progetto realistico di politica industriale, orientata alla conversione ecologica e innanzitutto alla riconversione produttiva delle imprese condannate a morte? Se il governo e i partiti che lo sostengono non dimostrano alcuna volontà, o capacità, o anche solo una vaga idea, di una impresa del genere, bisogna cominciare, e seriamente, dal basso: lavorando alla convocazione, in ogni territorio dove se ne presenti la possibilità, a partire da quelli – e sono ormai la maggioranza – dove la crisi sta mettendo alle corde un’intera comunità, di una serie di “conferenze di produzione”. Comitati, movimenti, sindacati, associazioni, imprese pubbliche, private, cooperative o sociali, professioni e amministrazioni locali. Per mettere in campo idee, progetti, condizioni di fattibilità e promuovere la conversione ecologica del proprio territorio.

Certo, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare; ma se non si comincia a dire – dopo aver studiato il problema (e nei territori le competenze tecniche per farlo certo non mancano) e dopo aver messo in chiaro le divergenze ed eventualmente separato le strade – a dirlo tutti insieme, resteremo per sempre nelle mani dei fautori del Tav.

Invece bisogna tradurre quelle idee e quei progetti in piattaforme rivendicative dettagliate nei confronti del governo – di qualsiasi governo – e poi esigere che su quei progetti vengano impegnati i fondi dispersi nelle Grandi opere, nelle spese militari, nei tesoretti della politica, nei contributi a pioggia questo e quello (e sono tanti!). Che cosa si farà alla Fiat quando Marchionne avrà abbandonato Mirafiori, o Pomigliano, o entrambi? Aspetteremo un produttore fantasma di Suv come a Termini Imerese o all’Irisbus? Non si può mettere in campo una produzione di microcogeneratori, come quelli che alla Fiat erano stati inventati quarant’anni fa e che la Volkswagen si è messa a produrre e a collocare l’anno scorso?

Oppure produrre pompe di calore, rotori eolici, impianti solari termodinamici e simili (tutte cose per le quali non è difficile ricostruire un’impiantistica e un knowhow adeguati)? E che cosa si farà in Fincantieri quando la Costa non ordinerà più altri gerontocomi da crociera e lo Stato cesserà di far costruire navi da guerra? Non c’è forse un grande bisogno di trasferire su mare larga parte del trasporto di lunga percorrenza, costoso e inquinante, che corre da un capo all’altro della penisola? O di mettere in cantiere una produzione di pale eoliche di altura (due proposte che la Fiom aveva tentato di lanciare nel luglio scorso, senza che un solo sindaco, una sola associazione, e persino un solo sindacalista dei cantieri sotto scacco mostrasse il minimo interesse per la questione)?

E che cosa si può fare per risanare Finmeccanica? Concentrarsi sull’industria delle armi e svendere l’unica fabbrica di quei treni di cui c’è un disperato bisogno? E come rinnovare il parco dei mezzi pubblici? Di esempi se ne possono fare mille, ma fare proposte non tocca a me. Ma nemmeno solo alla Fiom, né solo agli operai delle fabbriche in crisi. E’ alla convocazione delle conferenze di produzione che va lanciata la sfida.

Guido Viale
Fonte: www.ilmanifesto.it
9.03.2012

Pubblicato da Davide

  • AlbertoConti

    E’ in realtà una sfida all’intelligenza. Ci sono persone intelligenti, che vogliono risolvere razionalmente i loro e gli altrui problemi, e ci sono “utili idioti”, cioè persone che hanno un ruolo istituzionale, sia nel pubblico che nel privato, e lo usano al contrario dei propositi dichiarati, danneggiando l’oggetto della loro funzione per privilegiare il potere nascosto che li ha selezionati e messi nei posti chiave. L’utile idiota capo di turno è l’attuale presidente del consiglio eletto dal presidente della repubblica, a sua volta eletto dai partiti, a loro volta elettisi da soli tramite il monopolio della macchina elettorale, a sua volta comprata dal potere nascosto della gestione del denaro. Gli idioti si ritrovano e si costistuiscono in caste, per “affinità elettiva”. La Camusso ne ha appena dato prova schierandosi per la TAV in Val di Susa. Ma veniamo alla FIAT, lo stereotipo dell’industria privata che da sempre privatizza i guadagni e “socializza” le perdite, espressione fin troppo rispettosa per chi mette le mani nelle tasche del contribuente. Con gli aiuti di Stato il popolo italiano si è già comprato la FIAT più e più volte. Il popolo italiano ha costruito dal nulla gli stabilimenti di Melfi, di Pomigliano, di Termini Imerese, per vederseli svilire dalle politiche industriali, pardon “finanziarie”, tutte privatissime di chi controlla l’azienda. Ma anche se con un colpo di dignità il popolo italiano confiscasse ciò che è già suo per diritto liberale, non potrebbe gestirne la rinascita perchè questo si configurerebbe come “aiuto di Stato”, rigorosamente proibito dall’europa dei banchieri. Tantomeno proteggere la produzione interna dalla concorrenza estera, a prescindere da quanto sia sleale. Non sia mai, l’europa dei banchieri non vuole, e gli utili idioti son lì apposta per difendere con le loro rapaci unghie e denti questi “principi” di mercato libero, in realtà dogmi acritici imposti con la forza del denaro. Conversione industriale, dalle armi distruttive a strumenti per il bene comune? Non sia mai, l’europa dei banchieri non vuole! Lo chiamano mercato, si legge casinò finanziario, bisca clandestina per perpetrare le più grosse porcate a senso unico, rubare e sperequare! La fantasia degli idioti è molto limitata.

  • RicBo

    La riconversione industriale, la questione energetica, la comprensione dei problemi economici.. per affrontare questi problemi ci vogliono competenze e senso democratico, roba che la classe dirigente europea, sindacati compresi, non possiede manco per un grammo. E le eccezioni a questa regola, che pure ci sono, non contano un c…o.

  • MIRDAD

    Il comitato no tav e la fiom ragionano per un futuro migliore e più vivibile, monti and company di sfruttare le persone al massimo per poi rottamarle al momento opportuno.

  • nuunciaafamo

    Un commentare realistico quello di Viale. Certo che tra l’Italia di questi giorni ed un Italia “sistema paese” non può esservi distanza maggiore e come scrive Viale, non spetta ne a lui ne alle conferenze di produzione ne al cittadino, fare proposte.
    Le proposte (i piani, i programmi, la strategia) dovrebbero essere il prodotto della politica, non della gente comune ! E’ per questa ragione che stanno dove sono e per di più strapagati.
    La differenza è che in una azienda privata, se un dirigente non fa o non sa fare il suo lavoro, viene cacciato dal datore di lavoro punto e basta. Nel nostro caso, il datore di lavoro – tutti gli italiani – sembrano disinteressati ad ogni questione. La benzina viaggia spedita verso i 2 euro il litro, e nessuno fiata. Milioni di posti di lavoro svaniscono nel nulla e nessuno fiata. Le banche si divorano quel che resta dell’economia e nessuno fiata. La Fiom fa il tifo per il TAV e nessuno fiata.
    Cosa dovrà mai succedere perchè la gente dica basta ?
    Basta a questa ridicola forma di gestione del governo. Basta a questo Euro che manda tutti per carità. Basta a questa Europa di proprietà delle Banche. Basta con il PD il PDL & CO e il resto della compagnia eletti solo per farsi gli affaracci loro. Basta con il monopolio delle TV nelle mani di una vanna marchi da cultura un tanto a chilo.
    Che dovrà succedere perchè la gente dica basta………….ma basta sul serio e senza ripensamenti ?

  • Highlangher

    Messieur Conti, chapeaux !

  • Viator

    Quante chiacchere. Siamo allo sfascio e voi ce l’avete coll’ecologia. Monti e i partiti mandano avanti la baracca nell’unico modo possibile: accettando la logica del capitalismo terminale e secondandolo nell’affannoso tentativo di procrastinare il salto nel precipizio, sempre coll’occhio puntato ai soldi che è possibile imboscare nel rendiconto trimestrale successivo.

    E’ una società che va avanti per forza d’inerzia, come tutte quelle arrivate alla fine. Quando verrà giù arriveranno la guerra e la rivoluzione, non la promozione dell’industria ecologica. La decrescita la realizzeranno i combattimenti nelle strade, i bombardamenti, i vecchi e i bambini che muoiono per mancanza di riscaldamento e degli antibiotici.

  • bstrnt

    Non sono utili idioti, sono Quisling della peggior razza!
    Bisogna tuttavia rendersi conto che tutta Europa è infarcita di quisling al servizio dei criminali internazionali attualmente a loro agio con il vestito a stelle e strisce (domani chissà forse il loro vestito avrà i colori della bandiera cinese).
    Come europei poi siamo delle emerite ciofeche che lasciano decimare il popolo greco reo di essersi fatto infinocchiare dai quisling e dai farabutti internazionali (Goldman Sachs per non far nomi).
    Forse conviene rileggersi Brecth: “prima vennero a massacrare i greci, ma a noi poco importava perché sono così bizzantini, fu la volta dell’Irlanda che capitolò a quella becera e criminale istituzione nella quale si era trasformata l’Europa, poi tentarono con l’Italia, ma si accorsero che non ostante la corruzione c’era ancora del sangue da spremere e si poteva aspettare di dissanguarla completamente, quindi si concentrarono sul Portogallo ex potenza coloniale, ben gli stava; venne la volta della Spagna,che bello vedere umiliato quello che era stato un impero, poi toccò alla Francia e tutti furono felici nel vedere prostrata la “grandeur”, alla fine toccò alla Germania che con la sua arroganza si era fatta tarpare i mercati di riferimento, ma non c’era più nessuno a correrle in soccorso!”.

    Questa è l’Europa degli allocchi guidati da farabutti, cooptati in quell’assurda alleanza criminale chiamata NATO (dal 2009 anche la Francia coinvolta, grazie al quisling nano gargoyle Sarkozy), che invece di tendere all’unione è impegnata ad una guerra finanziaria ed economica tra nazioni, carne da cannone per l’impero in difacimento, prona all’esportazione nei suoi stati delle criminali e psicopatiche dottrine di farabutti come Milton Friedman e dei sacerdoti e sicari di queste dottrine.

  • nuovaera89

    Prima o dopo un risveglio generale deve arrivare, non è possibile accettare uno schiavismo DEL GENERE! La vita sta diventando sempre più stressante le speranze, il futuro e i sogni di molti di noi si stanno distruggendo, la serenità e la felicità sono scomparse, come si può accettare la perdita di questi diritti UMANI??? Questo sistema, questo governo fantoccio come questa EUROPA FANTOCCIA DEI FINANZIERI devono finire, come deve finire il nazismo finanziario di quella specie di Hitler al femminile di nome ANGELA MERKEL! servono movimenti nuovi indipendenti dalla politica serva delle banche! indipendenza dall’Europa sovranità monetaria allo stato….. peccato siano solo parole! ITALIANI SVEGLIATEVI, VI STANNO FOTTENDO IL FUTURO!