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I NEOCONSERVATORI COMINCIANO A SUONARE LA RITIRATA

Il neoconservatorismo è diventata una cosa che non può continuare a sostenere.
Gli USA devono ripensare il loro ruolo nel mondo non come potenza militare ma come guida politica che convinca e conquisti le menti.

DI FRANCIS FUKUYAMA

All’avvicinarsi del terzo anniversario dell’inizio della guerra in Irak sembra improbabile che la storia giudicherà con benevolenza l’intervento e le idee che lo hanno sostenuto. Il gruppo che più di tutti ha spinto per la democratizzazione dell’Irak e del Medio Oriente è stato quello dei neoconservatori, dentro e fuori della amministrazione Bush. Si tratta di coloro che hanno meritato il maggior credito (o il maggior biasimo) per essere state le voci decisive a voler promuovere il cambio di regime in Irak, è quindi la loro agenda idealistica che, nei prossimi mesi e anni, correrà i maggiori rischi di essere messa sotto accusa.

Se gli USA si dovessero ritirare dalla scena mondiale, a seguito di una sconfitta in Irak, sarebbe una grande tragedia, perché la potenza e l’influenza americane sono un fattore critico nel mantenere un ordine aperto e sempre più democratico nel mondo. Il problema dei neoconservatori non consiste tanto negli obiettivi che si erano proposti quanto nei mezzi eccessivamente militarizzati con i quali hanno cercato di raggiungerli.
Ciò di cui ha bisogno la politica americana non è un semplice ritorno ad un ristretto e cinico realismo ma piuttosto alla formulazione di un “wilsonianismo realistico” che faccia corrispondere meglio i fini con i mezzi.

Come sono riusciti i neoconservatori a strafare così tanto da rischiare di compromettere i loro obiettivi? Come mai un gruppo con tanto di pedigree ha potuto pensare che la “causa principale” del terrorismo in Medio Oriente risiedesse nella mancanza di democrazia, che gli USA avessero la competenza e la capacità di risolvere questi problemi, e che la democrazia sarebbe spuntata in breve tempo e in modo indolore in Irak? I neoconservatori non avrebbero preso queste decisioni se la guerra fredda non fosse terminata in un modo del tutto particolare.

Il modo in cui è finita ha determinato il pensiero dei fautori della guerra in Irak in due modi. Primo, sembra che abbia creato l’aspettativa che tutti i regimi totalitari fossero un guscio vuoto che sarebbe crollato con una piccola spinta dall’esterno. Questo serve a spiegare il fallimento dell’amministrazione Bush nel pianificare adeguatamente le contromisure alla ribellione che poi si è verificata. I fautori della guerra sembra pensassero che la democrazia fosse uno stato naturale al quale sarebbero ritornati i popoli una volta abbattuti i loro regimi dittatoriali, piuttosto che un lungo processo storico di costruzione delle istituzioni e di riforme. Il neoconservatorismo si è trasformato in un simbolo politico e in un corpo di pensiero nel quale non mi posso più riconoscere.

L’amministrazione e i suoi sostenitori neoconservatori si sono sbagliati anche su come il mondo avrebbe reagito al loro uso della forza. Naturalmente il periodo della guerra fredda ha visto varie volte che gli USA prima hanno agito e poi hanno pensato a trovare la giustificazione delle loro azioni per ottenere l’appoggio dei loro alleati. Ma nel periodo post guerra fredda il mondo politico è cambiato in modo tale che, agli occhi degli alleati, un ricorso unilaterale alla propria potenza appare molto più problematico di prima. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica vari autori neoconservatori hanno suggerito che gli USA avrebbero dovuto usare la loro superiorità in modo da esercitare sul resto del mondo una specie di “egemonia benevola”, per risolvere problemi come quello degli stati canaglia in possesso di armi di distruzione di massa, che effettivamente poi si sono verificati.

L’idea che gli USA siano una potenza egemone più benevola degli altri non è assurda, però esistevano vari segnali, molto prima dell’inizio della guerra in Irak, che le cose erano cambiate nella relazione fra l’America e il resto del mondo. Lo squilibrio di potere era diventato enorme. Gli USA avevano superato il resto del mondo in ogni dimensione del potere con una superiorità senza precedenti.

C’erano inoltre altri motivi per i quali il resto del mondo non poteva accettare la egemonia benevolente degli USA. Anzitutto essa era basata sulla premessa che l’America si considerava più virtuosa degli altri e che quindi poteva usare la sua potenza al posto degli altri. Un altro problema era di carattere interno. Anche se la maggioranza degli americani è disposto a fare quello che serve per la ricostruzione dell’Irak, il caos del dopo invasione non ha fatto aumentare il loro desiderio di ulteriori costosi interventi. Gli americani non hanno l’animo imperialista.

Infine l’egemonia benevola presumeva che il paese egemone non soltanto fosse bene intenzionato ma anche competente. Le critiche rivolte dagli europei e dagli altri paesi all’intervento USA in Irak non puntavano tanto al fatto che erano intervenuti senza il consenso dell’ONU quanto al fatto che non avevano adeguatamente studiato la situazione e non sapevano quello che stavano facendo nel loro tentativo di democratizzare l’Irak. I critici, purtroppo, avevano ragione.

L’errore di giudizio più grosso è stata sopravalutare la minaccia portata agli USA da parte dell’estremismo islamico. Anche se c’era l’orribile possibilità che dei terroristi armati di armi nucleari ecc non si facessero spaventare, i fautori della guerra hanno erroneamente gonfiato questo argomento contro l’Irak e il problema della proliferazione di stati canaglia.

Adesso che il momento dei neoconservatori sembra passato bisogna che gli USA ripensino la loro politica estera. Anzitutto bisogna demilitarizzare quella che è stata chiamata la guerra mondiale al terrorismo e passare ad altri strumenti più politici. Sono in corso delle guerre contro gli insorti dell’Irak, dell’Afganistan e contro il movimento internazionale della jihad, e queste guerre bisogna vincerle. Però la parola “guerra” è una metafora sbagliata per indicare la lotta in senso più lato. Per affrontare la sfida della jihad non c’è bisogno di una campagna militar ma di un contesto politico che convinca i cuori e le menti dei normali musulmani che si trovano nel mondo. Come lo dimostrano i recenti avvenimenti in Francia e in Danimarca l’Europa sarà un campo di battaglia centrale.

Gli USA devono fare ricorso a qualcosa di meglio della “coalizione dei volenterosi” per legittimare le sue azioni con gli altri paesi. Il mondo effettivamente è privo di istituzioni internazionali che diano legittimità ad azioni collettive. La critica conservatrice all’ONU è stringente: mentre l’ONU è stato utile per operazioni di mantenimento della pace o di ricostruzione dei paesi, esso manca di efficacia e di legittimità democratica per affrontare serie situazioni internazionali. La soluzione consiste nel promuovere un “mondo multilaterale” di istituzioni internazionali, che a volte si sovrappongono e a volte si fanno concorrenza, organizzate su linee regionali o funzionali.

Infine l’ultima area che ha bisogno di essere ridefinita è il posto della promozione democratica nella politica estera americana. L’eredità peggiore che potrebbe discendere dalla guerra in Irak sarebbe quella di una reazione anti-neoconservatrice che provochi un cambiamento di rotta verso l’isolazionismo e una politica cinico-realista di tipo autoritario benevolo. Al contrario serve una politica wilsoniana che tenga conto di come le classi dirigenti trattano i loro cittadini, informata a un certo realismo, come è mancata dalle menti della amministrazione Bush e nei suoi alleati neoconservatori del primo mandato.

La promozione della democrazia e la modernizzazione del Medio Oriente non è una soluzione al terrorismo jihadista. Il radicalismo islamico nasce dalla perdita di identità provocata dalla transizione verso una società moderna, pluralista. Più democrazia significa più alienazione, radicalizzazione e terrorismo. Ma una maggior partecipazione democratica da parte di gruppi islamici è probabile che si verifichi qualunque cosa si faccia, e sarà l’unico modo in cui il veleno del radicalismo islamico potrà affacciarsi nel corpo politico delle comunità islamiche. E’ passato il tempo in cui un autoritarismo benevolo poteva avere il sopravvento su una popolazione passiva.

L’amministrazione Bush si è già allontanata molto dall’eredità del suo primo mandato, come è dimostrato dalle caute aperture multilaterali che ha intrapreso verso il programma nucleare iraniano e della Corea del Nord. Ma l’eredità del primo mandato e dei suoi sostenitori neoconservatori è stata così polarizzante che sarà difficile sostenere un dibattito ragionato su come correggere in modo appropriato gli ideali e gli interessi USA. Ciò che ci serve sono nuove idee per far collegare l’America con il resto del mondo, idee che si trovano nella convinzione neoconservatrice che i diritti umani sono universali, però senza illudersi troppo sull’efficacia della potenza e egemonia americana.

Francis Fukuyama
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link:http://www.informationclearinghouse.info/article12024.htm

The Guardian
22.02.06

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Pubblicato da Vichi genio

  • Tao

    Fukuyama è diventato famoso una decina di anni fa, quando nel suo libro
    “La fine della storia e l’ultimo uomo” del 1992 (caso ha voluto proprio
    nell’anno che segna l’inizio della conquista dell’America), esclamò in
    maniera trionfale: “La storia è finita”. Ma in realtà le parole
    pronunciate da questo pseudo-intellettuale non rappresentano un pensiero
    profondo, né racchiudono alcuna verità. La storia non è finita.

    Nel decennio scorso, caduto il muro di Berlino e sbaragliato il campo
    socialista dell’Europa dell’Est, il capitalismo si è sentito vittorioso,
    trionfante. Tutto sembrava indicare che l’economia pianificata non
    portava da nessuna parte, e che il mercato si imponeva come modello
    unico e inevitabile. A sostegno di questa tesi c’era inoltre la
    convinzione che le democrazie parlamentari erano le più “civilizzate” e
    le più capaci a rispondere ai problemi sociali rispetto alle “dittature”
    del proletariato con il partito unico.

    Il colpo fu così grande – e in buona misura, il colpo mediatico che il
    capitale seppe dare a riguardo – che divenne il discorso principale in
    ogni discussione. La stessa sinistra rimase perplessa, senza
    argomentazioni. Sembrava certo che la storia ci aveva lasciato senza
    risposte. Ma la storia non era finita.

    Il termine “globalizzazione” conquistò gli spazi mediatici e accademici,
    diventando sinonimo di progresso, di processo irreversibile, di trionfo
    del capitale sull’antico comunismo morente. E in effetti questo è quello
    che ci fecero credere. La sempre mal definita globalizzazione divenne il
    nuovo dio, e ci dissero – e Fukuyama fu uno dei suoi principali
    diffusori – che avrebbe portato prosperità e sviluppo in tutto il
    pianeta. La storia era finita (o meglio: il socialismo era finito), e la
    parola che esprimeva con eleganza il concetto – per non dire con
    raffinato sadismo – era globalizzazione. Non c’era modo di opporsi.

    Era per questo che l’ottimismo trionfalista del neoliberalismo in voga
    campeggiava sul mondo. Dopo il fallimento delle esperienze socialiste
    (anche se si dovrebbe discutere meglio sul significato di fallimento.
    Cuba fu un fallimento?), o meglio: dopo la presentazione mediatica che
    rendeva il capitalismo vittorioso sugli avvenimenti che avevano
    caratterizzato questi anni, non restava spazio per le alternative. A
    forza di moda, le politiche neoliberali fecero piazza pulita nel mondo.

    E stando a quanto ci avevano assicurato i loto mentori, avrebbero
    portato pace e felicità.

    Ma oggi, a distanza di quindici anni da questo grido di guerra, la
    realtà ci mostra qualcosa di abbastanza diverso dalla pace e dalla
    felicità mondiale. Il capitalismo è cresciuto, senza ombra di dubbio, ma
    sta generando sempre più povertà. Di volta in volta, la ricchezza si
    divide in maniera sempre più diseguale, e se qualcosa è aumentata questa
    è stata sicuramente l’ingiustizia. E le guerre non solo non sono
    sparite, ma sono diventate un elemento importante dell’economia
    internazionale; di fatto rappresentano il vero propulsore delle
    dinamiche della principale potenza mondiale, gli Stati Uniti, andando a
    occupare quasi un quarto di tutto il suo potenziale e definendo la sua
    strategia tanto in politica interna quanto in quella estera. Da questo
    si capisce che la storia non era finita.

    Dopo i primi anni di sconvolgente commozione, superato lo stato di
    shock, sia all’occhio popolare sia a un’analisi obiettiva dei fatti, è
    risultato chiaro che quel momento di euforia dei grandi capitali era un
    trionfo, senza dubbio enorme, ma niente di più: una vittoria puntuale
    (una battaglia) all’interno di una storia più vasta che segue il suo
    corso. Perché doveva terminare la storia?

    “Siediti sulla riva del fiume e vedrai passare il cadavere del tuo
    nemico”, scrisse più di millecinquecento anni fa il saggio cinese Sun
    Tzu nell’Arte della Guerra. Sembra che questo orientale avesse compreso
    meglio il significato della storia di questo moderno orientale
    americanizzato, Fukuyama. La storia non ha fine.

    Dopo aver osservato i disastri generati dal ritiro dello stato nella
    dinamica economico-sociale di molti paesi, seguendo la ricetta (imposta,
    certamente) degli organismi finanziari internazionali in questa ondata
    neoliberale, c’è anche gente pensante che reagisce. Questo disastro –
    con inarrestabili esodi di immigrati che dal Sud si spostano verso il
    nord, con crescenti livelli di violenza, con disperati scoppi di
    terrorismo – fa diventare il mondo sempre più problematico, più
    invivibile. Ed è a questo punto che riappare Francis Fukuyama.

    In realtà, nel suo nuovo libro non smentisce radicalmente quello che
    aveva detto anni prima, ma lo chiarisce. Fatto che, in altre parole,
    rappresenta una enorme inconsistenza intellettuale. Un grido di guerra
    non è teoria. E ciò che quindici anni prima ci aveva presentato come una
    dottrina seria e sensata – la storia è terminata – non assurge a un
    livello superiore di quello di un opuscolo economico fatto da un
    popolino di provincia. Non c’è in gioco nessun concetto rigoroso: ci
    sono solo fanfaronate ideologiche.

    Se oggi Fukuyama si deve appellare a questa rivalutazione del ruolo
    dello Stato, è perché in maniera chiara e precisa la storia ha
    dimostrato l’inconsistenza di quello spettacolo propagandistico che ci
    aveva presentato anni prima. Inoltre, mette l’accento sullo Stato e non
    sulle relazioni strutturali rappresentate dallo stesso. Il problema non
    sta nello stato, nel suo dover essere forte o debole: il problema
    continua a essere rappresentato dalle lotte di classe, la vera struttura
    della società.

    La storia segue il suo corso. In ogni caso, non sappiamo bene quale sia
    questo corso. Ma va avanti, inesorabile. La storia non è una cosa
    diversa dal moto, dai cambiamenti, dalle rivoluzioni, dalla violenza per
    cambiare ciò che non vuole morire (“la violenza è la levatrice della
    storia” ), avanza e indietreggia, in modo perpetuo. Ma della quiete,
    della fase finale: nulla.

    Come ha giustamente affermato Jorge Gómez Barata: “Ciò che ha
    demonizzato Karl Marx e lo ha reso un avversario formidabile, non è
    stato l’aver predicato la rivoluzione, ma averne dimostrato
    l’ineluttabilità, anche se si verifica in maniera diversa da come lui
    l’aveva sognata”

    Marcelo Colussi (Psicologo e dottore in filosofia italo argentino,
    vive e lavora nell’ambito dei diritti umani nel Centroamerica)
    EL GRANO DE ARENA n. 320

    Fonte: GRANELLO DI SABBIA (n°147)
    Bollettino elettronico quindicinale di ATTAC
    Venerdì, 10 febbraio 2006

    Traduzione a cura di AMBRA GOSTOLI

  • marko

    “Il neoconservatorismo si è trasformato in un simbolo politico e in un corpo di pensiero nel quale non mi posso più riconoscere.” F. Fukuyama

    Come la parodia di “Lascia o raddoppia” fatta da Angelo Cecchelin:
    “D: Quanti milioni di fascisti c’erano in italia prima della guerra?
    R: 45 milioni.
    D: Quanti milioni di antifascisti c’erano in Italia dopo la guerra?
    R: 45 milioni.”

    Almeno, una volta i giapponesi avavano quel bell’istituto del harakiri…

    Bene, accendiamo le tv e aspettiamo di vedere l’ultimo elicottero americano che decolla dall’ambasciata a Bagdad…

  • Tao

    Francis Fukuyama, il veneratissimo intellettuale neoconservatore, quello che dopo la caduta del muro di Berlino scrisse che la storia era finita e che gli Stati Uniti avevano vinto (pregasi
    inviare un pernacchio per ogni evento degli ultimi 16 anni che ha trovato posto sui libri di storia), ha divorziato dal neoconservatorismo e ritorna nell’alveo del tradizionale realismo
    repubblicano.

    Forse sarà perché il fondatore del progetto bushiano per un nuovo secolo “americano” (PNAC) sta per lanciare un altro libro e vuole far parlare di sé, ma ci va giù duro con i suoi amici
    neoconservatori. “Pensare che la storia possa essere modificata con il volontarismo – è la sostanza del ragionamento dell’intellettuale statunitense sulle pagine del New York Times- è
    leninismo”.

    Il “progetto per un nuovo secolo americano”, oltre a Fukuyama c’erano Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, è quel farneticante documento che attribuiva agli Stati Uniti il
    diritto-dovere imperiale sulla base del PROFITTO elevato a “principio morale” sul quale dovrebbe fondarsi l’intera umanità. Semplificazione forse la mia, ma nella sostanza per i consigli
    di amministrazione che sono dietro ogni pensatore neoconservatore, non c’è molto di più che conti nella vita.

    Quando fu pubblicato nel 1997, il PNAC sancì l’alleanza nel partito repubblicano del grande potere economico, degli estremisti nazionalisti bellicisti capitanati dal vice presidente Dick
    Cheney, dei neoconservatori, dei realisti tradizionali (il blocco di potere conservatore che aveva portato al potere Bush padre) e la rampante destra cristiana.

    Oggi Fukuyama trae alcune conseguenze. L’aggressione all’Iraq non è stata quella passeggiata che i neoconservatori pensavano (non potevano ascoltare qualche analisi critica?). Adesso
    teme che proprio il fallimento oramai manifesto in Iraq, porti ad un nuovo isolamento statunitense, e che Abu Ghraib sia stato il punto di non ritorno nella costruzione (comunque
    artificiale) della credibilità degli Stati Uniti come “egemonizzatori benevoli”.

    La polemica aperta da Francis Fukuyama è tutta interna al partito repubblicano, ma non può non interessare il mondo. I partiti islamisti che trionfano in Egitto, Palestina e nello stesso
    Iraq, dove nessuna stabilizzazione sembra possibile, sono un colpo mortale al progetto neoconservatore in Medio Oriente. La retorica del Presidente e della Segretario di Stato Condoleeza
    Rice, è sempre più vuota e gli Stati Uniti sono tentati dal ritorno ad una politica più tradizionale. E’ il realismo (cinismo) politico da guerra fredda che farebbe appoggiare gli statu quo
    regionali e le peggiori dittature amiche. Queste, a ben guardare, non hanno mai smesso di essere appoggiate, ma sono state destabilizzate dal radicalismo neoconservatore, innanzitutto
    dalla guerra in Iraq ma anche dai richiami ai cambiamenti di regime ed all’esportazione della democrazia.

    Rinunciando al visionaresimo incendiario ed imperiale dei neoconservatori, gli Stati Uniti possono dedicarsi ai cambiamenti di regime solo negli Stati canaglia, quelli realmente nemici e
    rinunciare a qualunque tipo di apertura da parte dei regimi autoritari amici. La lista è la solita: Iran, Siria, Venezuela, Cuba… La sospensione di tutti i processi elettorali in Egitto va in
    questa direzione. L’amico Moubarak, il dittatore fondomonetarista egiziano, può usare tranquillamente il suo pugno di ferro. Finché dura.

    Gennaro Carotenuto
    Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it
    27.02.06