I NAUFRAGHI E LA SCIALUPPA

DI MIGUEL MARTINEZ
Kelebek

Se si getta a mare una scialuppa con novantanove posti, e ci sono cento naufraghi da salvare,  uno dei naufraghi verrà lasciato affogare.

È ciò che avviene oggi con i Rom.

Sta a significare che stanno avvenendo contemporaneamente due cose: la negazione di una minoranza, e il naufragio della maggioranza.

L’attenzione si concentra sulla vittima, e non sul quadro generale. Anche se è avvenuto un brutto incidente, comunque la nostra vita, così come l’abbiamo impostata, è una scampagnata e non una nave che si trova ormai a mille metri sotto le onde.

Quasi tutti, però, da una parte e dall’altra, preferiscono immaginarsi un altro quadro: cento gitanti andarono in un parco, fecero un allegro picnic; ma uno di loro affogò in un piccolo ruscello. Fu suicidio, un incidente, fu spinto da qualcuno?

Raccontare la storia in questo modo, offre alcuni vantaggi.


L’ambiguo racconto dell’annegamento permette di dare libero sfogo all’antica prassi umana di emanare sentenze: il giudice è per definizione custode della morale e quindi del bene, e quando ci fingiamo giudici, possiamo sempre divinizzare noi stessi. Siamo i non delinquenti, oppure i non razzisti.

Emettere giudizi moralistici, poi, è il mestiere vero e proprio di un’intera casta di individui, dai presidenti della repubblica agli editorialisti dei quotidiani.

La questione dei Rom viene infatti interamente moralizzata: gli uni si chiedono, ma perché mai dobbiamo rispettare – “tollerare” – persone che scelgono deliberatamente di non integrarsi e di violare la legge? Gli altri si chiedono, ma come si fa a discriminare chi ha la sfortuna di nascere in una comunità disgraziata?

C’è qualcosa di errato in questo genere di richiesta moralistica.

Facciamo conto che esista effettivamente lo zingaro che trama nell’ombra per campare alle nostre spalle, che sghignazza ogni volta che se la cava a mandarci i bambini a rubare in casa.

Oppure immaginiamo l’altra figura antropologica, quella del grasso padano che “odia i diversi”, così tanto per fare qualcosa.

Anche se le cose stessero così, la malvagità di entrambi questi personaggi sarebbe tutta individuale e in quanto tale, insondabile e incomunicabile. Un mondo chiuso e privato.

Ma sappiamo per esperienza che dai gusci personali, usciamo solo attraverso esperienze straordinarie, che mettono in dubbio tutto ciò che crediamo di essere. Queste esperienze capitano a pochi, e vengono compresi da pochissimi.

Proprio per questo, quando parliamo dell’azione di milioni di persone, che non sanno nemmeno bene perché agiscono, i discorsi etici diventano inutili.

Fingere la propria superiorità etica e distribuire colpe morali a grandi gruppi di persone è in qualche modo la matrice del genocidio.

Perché se gli altri hanno scelto di essere malvagi, se ogni singolo membro di quel gruppo ha scelto di essere malvagio, allora tutti i membri del gruppo meritano la punizione.

Lo spiegò perfettamente il profeta Osea, pregustando con gioia il meritato destino dei malvagi, compresi quelli che a rigor di logica non dovrebbero ancora essere in grado di scegliere il male:

Samaria espierà,
perchè si è ribellata al suo Dio.
Periranno di spada,
saranno sfracellati i bambini;
le donne incinte sventrate.

Condannare interi blocchi della specie umana per motivi morali è una perdita di tempo; e comunque le questioni sociali di grande portata non possono avere soluzioni etiche: per quanto io non mi ritenga un “marxista” in senso dottrinario, la grande superiorità di Karl Marx rispetto ai sentimentalisti di ogni risma sta proprio qui.

Nel non sentenziare, e nel cercare di capire il naufragio complessivo.

Miguel Martinez
Fonte: http://kelebek.splinder.com/
Link: http://kelebek.splinder.com/post/17662787/I+naufraghi+e+la+scialuppa
1.07.08

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