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I MERCATI SALGONO E SCENDONO: LA CRISI NON SE NE VA

A CURA DI IAR NOTICIAS

Aumentano i dubbi e si temono ricadute in USA.

Nonostante alcuni deboli segnali di recupero dell’economia Usa, tra gli economisti ed analisti persistono dubbi ed interrogativi a riguardo della vera portata e durata della crisi e della disoccupazione con conseguente caduta dei consumi, per quello che concerne la prima potenza imperiale.

Davanti ad un’ampia gamma di possibili scenari, consumatori e imprese americane mostrano sentimenti che vanno da un forte ottimismo fino ad una preoccupante cautela, segnala questo mercoledì il “The Wall Street Journal”.

La prima economia imperiale attraversa la recessione più profonda e lunga da quella della Grande Depressione e le previsioni degli specialisti sono divise tra quanti ipotizzano una “lieve ripresa” e quelli che prevedono un breve crescita seguita da una ricaduta.I più scettici sostengono che uscire della recessione comporterà un andamento a W (rialzo temporaneo) o perfino come una successione di W che convertirà il recupero in un miraggio transitorio che tende a svanire.

“Stiamo avendo un recupero nel settore della costruzione di abitazioni e dell’auto, però al processo mancano le gambe per sostenersi” afferma in un repostage Alan Greenspan, massimo guru finanziario di Wall Street.

“I consumatori americani, il 70% del PIL, spendono più di quello che guadagnano e in questo momento difficilmente ottengono dei prestiti. C’è da aggiungere che sono già tre anni che il valore del loro patrimonio immobiliare è in caduta” sottolinea Greenspan.

Indipendentemente dalla forma che adotterà la ripresa, molti consumatori non avranno un cambiamento della loro situazione. Si sono persi tanti posti di lavoro che la disoccupazione continuerà ad essere alta anche una volta che l’economia rimonterà” segnala The Wall Street Journal.

Inoltre, alcuni settori industriali recupereranno prima di altri, aggiunge. “Il settore manifatturiero e della costruzione per esempio, si sono contratti così tanto che è probabile che presto comincino a crescere. Il decaduto settore finanziario, nonostante tutto, segue un processo di contrazione affinché le banche ristrutturino i loro bilanci, il che ritarderà il recupero”, dice il finanziere newyorchese.

Lanciando un altro segnale di pericolo, i mercati borsistici da Shanghai a New York sono caduti con forza lunedì scorso scacciando l’ottimismo delle ultime giornate, creando paure circa la sostenibilità dell’incipiente recupero dell’economia globale.

L’Indice composto di Shanghai è caduto del 5,8%, la perdita più importante da novembre. Il Nikkei della Borsa di Tokyo ha segnato il suo peggiore giorno da marzo. Il Dow Jones ha chiuso con una perdita di 186,06 punti, un 2 %, raggiungendo 9.135,34. I prezzi delle materie prime sono caduti in forma generalizzata.

Le borse europee hanno aperto le quotazioni di mercoledì con perdite, dopo che le azioni cinesi sono cadute di più del tre per cento nella parte finale della sessione.

“La volatilità stà esplodendo dappertutto” spiegava questo mercoledì un analista del Stutland Equities alla Bloomberg Television. “Il mercato ci ha dato la dose di volatilità che i ribassisti stavano annunciando.”

Questa settimana, il dollaro americano, tradizionalmente rifugio per gli investitori che fuggono dal rischio, ha guadagnato contro la maggioranza delle altre monete. E’ aumentato anche il debito del Tesoro degli USA, considerato il più sicuro nonostante l’enorme incremento del deficit fiscale del paese.

Per continuare a crescere – segnala il Journal – il mercato ha bisogno di un vero segnale di recupero nell’economia, che consiste nell’aumento del consumo, investimenti delle imprese e acquisto immobiliare.

Per un insieme di esperti analisti ed economisti amercani, la chiave del “riassetto economico” passa attraverso la ripresa del consumo ed un recupero pieno dell’occupazione.

Il Wall Street Journal lancia ombre sul recupero immediato dell’occupazione, argomentando che le imprese inizieranno ad assumere personale solo quando avranno la certezza di evidenti segnali di ripresa totale dell’economia, condizioni che non sono quelle attuali.

Gli economisti del settore privato che parteciparono all’ultima indagine del The Wall Street Journal, affermano che l’economia americana incomincia a riprendersi, benché si aspettino una crescita moderata del 2 o 3 percento per il prossimo anno. La maggior parte delle imprese mantiene la cautela e si prepara per un altro anno difficile, sottolinea il giornale.

Un’analisi della Federal Reserve (FED) uscita due settimane fa segnala che il mercato lavorativo ed immobiliare in USA rimangono deboli e le condizioni creditizie continuano ad essere restrittive.

In sintesi, e d’accordo con l’analisi della Fed, benché il ritmo di discesa economica sembra “decelerare”, il mercato lavorativo continua a debilitarsi, i mercati finanziari rimangono deboli e le condizioni creditizie sono inferiori a quelle abituali.

Alcuni analisti ufficiali sostengono che i mercati riflettono la paura che l’economia mondiale ha nel tagliare la sua dipendenza dagli stimoli governativi. “Una ripresa sostenuta negli USA, ed altri mercati, richiederà un bilanciamento della spesa pubblica al privato”, ha detto a “Reuters” Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Nella sua ultima relazione di giovedì scorso, la Banca Centrale Europea, avvisa che sebbene si vedano “deboli segnali” di un principio di risalita dalla recessione, le condizioni generali dell’economia continuano ad essere precarie, mentre le proiezioni indicano un aggravamento delle condizioni del mercato lavorativo con cifre per la disoccupazione in crescita durante tutto il 2010.

Il dato – che coincide con le valutazioni della Federal Reserve degli USA – conferma la stima di una “debole crescita” dell’economia mondiale dentro una cornice di crisi sociale in salita, come conseguenza “dell’appiattimento” del costo imprenditoriale e delle sue conseguenze più immediate: licenziamenti e riduzioni salariali.

Alcune delle maggiori catene al dettaglio degli USA hanno informato che i consumatori americani seguitano a spendere poco, il che mette in dubbio la sostenibilità della ripresa ed evidenzia il ruolo fondamentale della domanda esterna per il recupero dell’economia mondiale.

Le statistiche delle imprese al dettaglio nordamericane servono come promemoria dell’importanza che ha il consumo, che rappresenta il 70% dell’economia americana.

Le perdite riportate martedì si sommano alla caduta del 1,2% nelle vendite in USA annunciate la scorsa settimana da Wal-Mart. Il Dipartimento del Commercio ha annunciato che le vendite al dettaglio sono scese in luglio, dopo due mesi di ripresa.

“Non solo aumenta la disoccupazione, ma molta gente affronta anche un congelamento salariale o altri tagli”, ha scritto sul Journal, Lou Crandall, capo economistica del Wrightson ICAP. “Questo va a ridurre la spesa nel futuro.”

Secondo gli specialisti, la fiducia del consumatore cade a misura in cui aumenta la disoccupazione. E siccome le imprese non assumono personale se non sono sicure del recupero, i consumatori non spendono in attesa che passi la crisi.

Questi due fattori sono vincolanti e interdipendenti per la ripresa del consumo e dell’occupazione.

La recessione causata dall’esplosione di bolle, come il recente collasso del settore immobiliare – a differenza degli incrementi nei tassi di interesse da parte della Federal Reserve – sembra essere seguita da recuperi senza creazione di impiego, sottolineano gli specialisti.

Secondo il Financial Times l’economia Usa potrebbe sperimentare una lieve ripresa fino alla fine di quest’anno (o agli inizi del 2010) dovuta ai programmi di stimolo fiscale, ma poi potrebbe tornare in depressione.

Ci sono dubbi su che succederà quando diminuirà lo stimolo statale, e ci sono anche serie paure che l’enorme spesa governativa (i riscatti finanziari) continui ad aumentare il deficit fiscale e faccia alzare i tassi di interesse per i consumatori e le imprese.

“L’economia rimane debole ed anche quando inizierà a recuperare, la capacità produttiva sarà pigra” ha detto Peter Kretzmer della Bank of America.

Per il Wall Street Journal, il tasso di disoccupazione dell’economia è così grande che i consumatori non vedranno aumenti di stipendio per anni e dovranno aggiustare le loro spese in conseguenza al recupero del consumo, il principale attivatore dell’economia.

Il tasso ufficiale di disoccupazione in USA è del 9.5% secondo The New York Times, però non include quelli che si sono dati per vinti e hanno smesso di cercare lavoro o quelli che si sono visti obbligati a ridurre le ore lavorative.

Kenneth Rogofff, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale ed esperto in crisi bancarie, la settimana scorsa ha detto che gli USA hanno una possibilità del 50% di cadere in una seconda recessione nei prossimi cinque anni.

L’esperto ha segnalato inoltre che gli USA presto dovranno aumentare le imposte, in mezzo a rialzi dei livelli di debito e dei tassi di interesse.

Il tasso di disoccupazione – secondo le stime ufficiali – si sta avvicinando al picco registrato nella recessione del 1981-82 e la perdita dei posti di lavoro è la peggiore dalla recessione del 1948-49.

La caduta del Prodotto Interno Lordo è la peggiore dalla crisi di 1957-58 e gli statunitensi hanno visto la loro “fortuna” personale volatilizzarsi come nella Grande Depressione.

Di conseguenza (la crisi sociale che segue la caduta del consumo e dei licenziamenti) si profila come una potenziale emergenza della crisi recessiva e lavorativa, che è esplosa progressivamente come risultato della crisi finanziaria degli USA.

I segnali sono chiari: la crisi finanziaria si è evoluta in recessione e minaccia per effetto della massiccia disoccupazione di trasformarsi in una crisi sociale di difficili proporzioni.

“Il mercato del lavoro degli Stati Uniti dimostra un atteggiamento ancora peggiore di quello dell’economia in generale, atteggiamento che causa paure dentro e fuori del governo, il cui risultato potrebbe essere quello di un recupero senza creazione di posti lavoro quando finisce la recessione”, segnala The Wall Street Journal.

Così che la disoccupazione emergente dalla decelerazione economica, si è trasformata in una questione chiave per il recupero della prima potenza imperiale.

Però, nell’attuale scenario di “debole crescita” o di “ricaduta” che pronosticano gli specialisti, tutto indica che la crisi sociale andrà aggravandosi come conseguenza della mancata ripresa dei consumi e dell’aumento della disoccupazione a grande scala.

Titolo originale: “La crisis no se va: Aumentan dudas y temen una recaída en EEUU”

Fonte: http://www.iarnoticias.com
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20.08.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LILIANA BENASSI

Pubblicato da Das schloss

  • Tonguessy

    Curioso come un sito in lingua spagnola parli esclusivamente della crisi in chiave unicamente made in USA. Mi chiedo cosa muova l’interesse per la moneta/borsa nordamericana. Forse che la crisi non è avvertita nelle aree di lingua spagnola?

  • Galileo

    Ti rispondo.

    Tu ti riferisci ad una crisi “MADE” in USA. Dimmi dove è nata? Dove sono le menti? A chi ci riferiamo quando comunemente chiamiamo l’Impero? Chi giurà fedeltà al “Destino Manifesto”?

    Si, che si, la crisi è avvertita anche nelle aree di lingua spagnola. Ricordati che viviamo nella “globalizzazione”. Viviamo nella epoca degli uomini sparati come razzi intorno al mondo, la chiamano “mobilità”…loro la chiamano così. Le frontiere già non ci sono. D’accordo. Adesso iniziano ad esserci i “MURI” ma hanno un’altra funzione. Separano individui.

    Per quanto concerne l’articolo in particolare, probabilmente sono d’accordo con te, Iar-Noticias (da dove è stato preso l’articolo) è un po’…si prende un po’ posizione. Ma ha anche articoli molto interessanti. Danno informazione…a volte mettono dubbi. Bucano la realtà…si! forse lo definirei proprio così.

  • Tonguessy

    L’analisi penso sia nota anche ai sassi al giorno d’oggi. La mia domanda non verteva sulle origini del dissesto attuale, ma sulle ragioni del’analisi offerta dall’articolo ed il contesto da cui proviene.
    Personalmente trovo più interessante capire come si muovono governi e finanze locali per cercare di arginare (o sovvenzionare) il disastro corrente piuttosto che rileggermi per l’ennesima volta com’è la situazione negli USA.

  • Galileo

    Ti rispondo un’altra volta. L’articolo in se è niente. Iar Notiezie quando firma gli articoli come redazione, in fondo non dice niente di nuovo. Muove parole sullo schermo per interi paragrafi senza dire niente di nuovo. Si, in questo stò d’accordo con te.

    Poi, per una questione di contenuti, sono un’alra volta d’accordo con te, la redazione, ma insisto che su Iar ci sono alcune cose interessanti, firmate da alcune penne argute.

  • Cataldo

    L’origine della crisi, a livello mondiale, cosi come a livello locale, è da individuarsi al livello redistributivo. La fagocitazione della produttività da parte di una ristretta elite nel corso degli anni ha minato il sistema. La crisi scoppia ora perchè l’espansione a scapito dello sfruttamento estensivo di risorse non riproducibili è diventata fisicamente insostenibile.
    Il patto stretto con la classe media è stato stracciato dai possessori del capitale, che non potendo più allargare la torta sfruttando economie esterne, hanno iniziato ad allargare la loro fetta.
    Nel fare questo si sono avvalsi della concentrazione mediatica e del controllo che ne consegue sulla percezione della realtà da parte degli operatori economici.
    Le diverse articolazioni di questo meccanismo sono alla base delle varie crisi.
    Aggiungo che la vera crisi avrà il suo avvento a partire dal settore primario. L’onda lunga delle grandi siccità asiatiche non potrà non influire nello schema, introducendo ulteriori turbolenze all’approssimarsi di ulteriori cedole di default del sistema finanziario.