I KAMIKAZE E IL SENSO DELLA (LORO) MORTE

I KAMIKAZE E IL SENSO DELLA (LORO) MORTE

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Il kamikaze ha una sua nobiltà. Perché mette in gioco la vita altrui solo al prezzo della propria”. Questa affermazione che ho fatto alla Zanzara ha suscitato scandalo e sono stato accusato di simpatie per l’Isis. Eppure tutti i media occidentali hanno definito “un vigliacco”Abdeslam Salah (nella foto, ndr) il terrorista che all’ultimo momento ha rinunciato a farsi saltare in aria. Se le parole e la logica hanno ancora un senso questo vuol dire che, anche se occultiamo questo sentimento come vergognoso e riprovevole e non osiamo confessarlo nemmeno a noi stessi, consideriamo gli altri, quelli che portano fino in fondo la loro missione, degli uomini coraggiosi.

Io credo che soprattutto nei foreign fighters più che una voglia di uccidere, ci sia una voglia di morire. Perché è “un morire per qualcosa”. Per un’idea, per un ideale, per sbagliati che siano, piuttosto che vivere nel nulla e per il nulla. Ha spiegato molto bene questo concetto in un articolo su Sette dell’11 marzo Lorenzo Cremonesi, forse il migliore inviato che abbiamo oggi sul campo: “Il carisma dei jihadisti sta anche nella loro morte. Un elemento che affascina anche i volontari che arrivano dalle città occidentali. I loro principi sono nichilisti e folli, eppure vanno capiti, non per giustificarli, ma per comprendere il tipo di pericolo che ci minaccia."

Legittimare la morte, glorificarla, darle un senso ultimo inserendola in un’ideologia, aiuta ad affrontare la vita ”. Cremonesi dice, sia pur con un po’ più di circospezione, ciò che ho detto io (del resto Churchill, un uomo intellettualmente onesto, definì “nobilissi – ma” la carica disperata, che aveva solo il senso di una immolazione senza speranza, dei cavalieri Dervisci contro le mitragliatrici inglesi nella battaglia di Omdurman in Sudan del 1898 – The river war).

Come ho affermato in altre occasioni, e in modi diversi, la forza dell' ’Isis non sta tanto nell’i ndubbio coraggio dei suoi guerriglieri che soprattutto in Medio Oriente si battono con grande va le nti a contro la superiorità tecnologica delle due grandi super potenze mondiali, Stati Uniti e Russia, dell’Inghilterra, della Francia e della quarantina di altri Stati che fan parte della coalizione anti Daesh (e quando sono tutti contro uno io comincio ad avere il sospetto che non sia solo quest’uno il reprobo), ma sta nel vuoto di valori dell’Occiden – te. Noi non abbiamo più valori, né collettivi (per esempio la Patria, la religione) né individuali (dignità, coraggio, onore) che ci consentano di affrontare la morte.

Abbiamo delegittimato la morte, non solo quella eccezionale, in guerra, ma anche quella normale, biologica e quindi inevitabile. L’abbiamo scomunicata, interdetta, proibita, dichiarata pornografica, oscena. La morte è il Grande Vizio dell’era tecnologica, quello che davvero “non osa dire il suo nome”, altro che la pederastia di vittoriana memoria. Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si può esimere dal parlarne, basta leggere i necrologi dei quotidiani: “La sc omparsa”, “la perdita”, “la dipartita”, “si è spento”,“ci ha lasc ia to ”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, “i parenti piangon o”, “è tornato alla pace del Signore”, “è terminata la giornata terrena”, la parola morte a indicare ciò che realmente è successo, non c’è mai.

La morte non sta nella società del Benessere. E quindi è ancora più difficile inserirla in un altro fenomeno che abbiamo da tempo scomunicato: la guerra. Da qui le ipocrisie degli ‘interventi di peacekeeping’, ‘missioni di pa ce ’, ‘operazioni di polizia internazionale’.

La morte che accettiamo è solo quella degli altri, non la nostra. Nel 2009 Barack Obama, da poco eletto presidente, dichiarò a proposito dell’Afghanistan: “Sogno una guerra combattuta solo con i robot, per risparmiare la vita dei nostri soldati”. Adesso, con i droni, ci siamo arrivati. Ma il combattente che non combatte perde ogni legittimità. Perché la particolare legittimità di uccidere, assolutamente esclusa in tempo di pace, in guerra è resa possibile dall’altrettale possibilità di essere uccisi.

Se uno solo può colpire e l’altro solo subire usciamo dai confini della guerra per entrare nel territorio dell’as – sassinio (ecco perché il kamikaze che uccide immolandosi “ha una sua nobiltà”, mentre il pilota che stando al sicuro, a diecimila chilometri di distanza, sgancia i suoi missili mortali, la perde). È quanto abbiamo fatto per una quindicina d’anni, dall’Afghani – stan in poi. Poiché la guerra non ci toccava, e continuavamo a vivere tranquillamente nelle nostre città, la guerra non esisteva. E così adesso, che è entrata anche nei nostri territori, non siamo più pronti ad affrontarla.

Massimo Fini

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

30.03.2016

Commenti (25)

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    1. bedo 31 marzo 2016

      il kamikaze è semplicemente un idiota che si è bevuto la storia del paradiso dei martiri,
      toglietegli quella e vedremo se è ancora disposto a sacrificarsi

    1. lanzo 31 marzo 2016

      Non confondiamo la seta con gli stracci.


      Nonostante io non abbia mai amato i giapponesi, non si puo' paragonare un pilota - ripeto - pilota di aereo, disposto a sacrificarsi con un analfabeta, drogato e magari sotto ricatto: se non vai a farti esplodere ti stupriamo tutta la tua famiglia, o piu' realisticamente, vai, prendi questa macchina e parcheggiala al mercato, il bagagliaio e' pieno di esplosivi e con un colpo di telefonino salta ammazzando un sacco di gente, il problema e' che il martire ha solo seguito le istruzioni, non e' che puoi dire: la mia job description, non prevede che io debba parcheggiare macchine nei pressi di mercati, moschee shite e via dicendo. Non sono eroi come i giapponesi, solo morti di fame sotto schiaffo.
    1. gnorans 31 marzo 2016

      " ... più che una voglia di uccidere, ci sia una voglia di morire".
      I kamikaze giapponesi sacrificavano la propria vita ma miravano ad affondare una nave.
      E' stupefacente la facilità con cui i terroristi musulmani si fanno esplodere solo per provocare un danno limitato a qualche civile inerme, mirando cioè al bersaglio sbagliato.
      Non sono un'arma di guerra, sono gente disperata e soprattutto manipolata.

    1. PietroGE 31 marzo 2016

      A Massimo Fini sfugge, nel suo argomentare sulla nobiltà cavalleresca dei kamikaze islamici, il degrado e l'asservimento della vita individuale ad una ideologia di morte e la trasformazione dell'individuo in arma. Il kamikaze è un uomo che si fa bomba, che diventa parte della bomba, perdendo la sua umanità e la sua persona. È uno strumento in mani altrui, la sottomissione (islam) estrema.

      Coloro che tirano le fila non si mettono di certo la cintura esplosiva e non vanno a dare l'esempio. Sfruttano la credulità altrui per i loro fini di potere.

    1. lopinot 31 marzo 2016

      Il discorso finale intriso di romanticismo sull'onore delle armi e del cavallerismo bellico indica quanto ancora per quanto cinici e avveduti restiamo sempre degli inguaribili ingenui.
      E l'essere ingenui e romantici è il solo motivo che ci porta afare questi discorsi sul bene e sul male che sono certo riguardano una percentuale bassissima della popolazione mondiale e una parte miserrima di quella italiana.
      Il concetto di guarra implica che si uccidano il maggior numero di nemici possibile ottenendo il minimo possibile di perdite.
      Questo dogma fu accantonato durante il primo conflitto mondiale in cui venne coniato il termine carne da cannone, ma in quel conflitto lo scopo ultimo era di sfoltire le masse proletarie che presto o tardi avrebbero voluto più terre, più diritti. più cibo. più soldi che con la forza del numero avrebbero anche potuto ottenere.
      Ma è chiaro che se sei in Texas e spari in Siria, hai ottime possibilità di non morire, questo è vile?
      Sicuramente sì ma non più dell'arciere che infilza il fante da cento metri, del moschettiere che fulmina il nemico da mille e dell'aviatore che maciulla da diecimila.
      La corazza dei conquistadores era invalicabile dall'ossidiana degli Aztechi, la mitragliatrice Gatling falciava gli africani a Kartoum, i drroni polverizzano gli iracheni.
      Tutto bene dunque? Si e no, è vero che il bisteccone texano potrà riempirsi di buddwaiser a fine turno ma una mamma al supermercato, un gruppo di amici in metrò, una coppia al cinema può essere calcinata dal tritolo, accoltellata a tradimento, avvelenata con il cloro.
      E così entrano in gioco i kamikaze: vigliacchi, sadici, pazzi, fanatici, inumani, bestie, cornuti? Li possiamo definire così o peggio, esattamente come così verranno definiti gli armieri occidentali dai sopravvissuti fra le macerie di Gaza, di Tripoli, di Panama City, di falluja e Ramadi.
      Ma in realtà i kamikaze sono armi che vengono impiegate in guerra e anche se noi siamo convinti di essere in pace, da sempre siamo in guerra e con tanta, troppo gente.
      Il nostro sbigottimento e il senso di offesa che accompagna gli attacchi è solo un frutto della propaganda bellica di cui siamo imbevuti.
      Milioni di morti per avere ieri il rame, oggi il petrolio e domani l'acqua sono stati accettati a scatola chiusa dalle popolazioni occidentali e pochi centesimi in meno sulla bolletta vengono considerati accettabili anche se scambiati con massacri spaventosi e la sparizione di un intero sistema sociale.
      Si diceva: "Se vis pace para bellum", cinico ma in fin dei conti corretto in confronto al nostro"Fingi pace e fai la guerra".




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