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I FANTASMI DEL CAPITALE (SECONDA PARTE)

DI ARUNDHATI ROY
outlookindia

Arrivati agli anni ’20 il capitalismo statunitense cominciò a guardare all’estero, per materie prime e mercati oltremare. Le fondazioni cominciarono a formulare l’idea del governo mondiale delle imprese. Nel 1924 le fondazioni Rockfeller e Carnegie crearono insieme quello che oggi è il più potente gruppo di pressione del mondo in politica estera, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero (CFR) che successivamente arrivò ad essere finanziato anche dalla Fondazione Ford. Nel 1947 la CIA, appena creata, era sostenuta dal CFR è collaborava strettamente con esso. Nel corso degli anni tra gli iscritti al CFR ci sono stati 22 segretari di stato USA. Ci sono stati cinque membri del CFR nel comitato direttivo del 1943 che ha pianificato l’ONU e una donazione di 8,5 milioni di dollari da parte di J.D.Rockfeller acquistò il terreno su cui si trova il quartier generale dell’ONU a New York.

Tutti gli undici presidenti della Banca Mondiale dal 1946 – uomini che si presentavano come missionari dei poveri – sono stati membri del CFR. (L’eccezione è stato George Woods. Ed era un fiduciario della Fondazione Rockfeller e vicepresidente della Chase Manhattan Bank.)

A Bretton Woods la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) decisero che il dollaro doveva essere la moneta di riserva del mondo e che al fine di promuovere la penetrazione del capitale globale sarebbe stato necessarie rendere universali le prassi e gli standard in un mercato aperto. E’ a questo fine che hanno speso una grande quantità di denaro per promuovere il Buon Governo (fintanto che sono loro a tirare le redini), il concetto di Stato di Diritto (a condizione di aver voce in capitolo nella formulazione delle leggi) e centinaia di programmi anticorruzione (al fine di snellire il sistema da esse posto in essere). Due delle organizzazioni più opache e non chiamate a rispondere del mondo se ne vanno in giro ad esigere trasparenza e responsabilità dai governi dei paesi più poveri.

Considerato che la Banca Mondiale ha più o meno diretto le politiche economiche del Terzo Mondo, coartando paese dopo paese e spalancandone a forza i mercati alla finanza globale, si deve ammettere che la filantropia industriale si è rivelata essere l’affare più visionario di tutti i tempi.

Le fondazioni sovvenzionate dall’industria amministrano, contrattano o canalizzano il proprio potere e piazzano i propri pezzi sulla scacchiera attraverso un sistema di club e di gruppi di esperti d’élite, i cui membri si sovrappongono ed entrano ed escono attraverso porte girevoli. Contrariamente alla varie teorie del complotto in circolazione, particolarmente tra i gruppi di sinistra, non c’è nulla di segreto, satanico o di tipo fra massonico in questa organizzazione. Non è diversa dal modo in cui le imprese utilizzano scatole vuote e conti all’estero per amministrare i propri quattrini, con l’eccezione che la moneta qui è il potere, non il denaro.

L’equivalente transnazionale del CFR è la Commissione Trilaterale, creata nel 1973 da David Rockefeller, dall’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale USA Zbigniew Brzesinski (membro fondatore dei Mujahideen afgani, precursori dei talebani), dalla Chase Manhattan Bank e da alcune altre eminenze private. Il suo scopo era di creare un legame duraturo di amicizia e cooperazione tra le élite del Nord America, dell’Europa e del Giappone. Ora è diventata una commissione penta laterale, perché comprende membri dalla Cina e dall’India (Tarun Das del CII; N.R. Narayanamurthy, ex CEO dell’Infosys; Jamsheyd N. Godrey, amministratore delegato della Godrej; Jamshed J. Irani, direttore della Tata Sons; Gautam Thapar, CEO dell’Avantha Group).

L’Istituto Aspen è un club internazionale di élite, uomini d’affari, burocrati, e politici locali con affiliati in molti paesi. Tarun Das è presidente dell’Istituto Aspen in India. Gautam Thapar ne è presidente. Numerosi alti dirigenti dell’Istituto Globale McKinsey (che ha proposto il Corridoio Industriale Delhi Mumbai) sono membri del CFR, della Commissione Trilaterale e dell’Istituto Aspen.

La Fondazione Ford (controparte liberale della più conservatrice Fondazione Rockefeller, anche se le due collaborano costantemente) fu creata nel 1936. Anche se è spesso sminuita la Fondazione Ford ha un’ideologia molto chiara, ben definita e lavora a contatto estremamente stretto con il Dipartimento di Stato USA. Il suo progetto di accrescere la democrazie e il “buon governo” rientra in larga misura nel piano di Bretton Woods di standardizzare la prassi affaristica e di promuovere l’efficienza del libero mercato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i comunisti sostituirono i fascisti come nemico numero uno del governo USA, furono necessarie nuove istituzioni per gestire la Guerra Fredda. La Ford fondò la RAND (Research and Development Corporation), un gruppo di esperti militari che iniziò con ricerche sugli armamenti per i servizi della difesa statunitensi. Nel 1952, per ostacolare “il persistente sforzo comunista di penetrare e distruggere le nazioni libere”, creò il Fondo per la Repubblica, che poi si trasformò nel Centro Studi sulle Istituzioni Democratiche il cui compiti consisteva nello scatenare intelligentemente la guerra fredda senza gli eccessi alla McCarthy. E’ attraverso queste lenti che dobbiamo vedere il lavoro che la Fondazione Ford sta facendo, con i milioni di dollari investiti in India, il suo finanziamento di artisti, registi e attivisti, le sue generose sovvenzioni di corsi universitari e di borse di studio.

Gli “obiettivi per il futuro dell’umanità” dichiarati dalla Fondazione Ford comprendono interventi in movimenti politici di base localmente e internazionalmente. Negli Stati Uniti fornisce milioni in finanziamenti e prestiti per sostenere il Movimento del Credito Cooperativo che fu introdotto dal proprietario di un grande magazzino, Edward Filene, nel 1919. Filene credeva nella creazione una società di consumo di massa di beni al dettaglio rendendo accessibile il credito ai lavoratori: un’idea radicale all’epoca. In realtà un’idea solo a metà radicale, perché l’altra metà di ciò in cui Filene credeva era una più equa distribuzione del reddito nazionale. I capitalisti si impadronirono della prima metà del suggerimento di Filene ed elargendo prestiti “accessibili” per decine di milioni di dollari ai lavoratori, trasformarono la classe lavoratrice statunitense in persone perennemente indebitate, affannate per essere all’altezza dei propri livelli di vita.

Molti anni dopo questa idea è scesa sulle campagne impoverite del Bangladesh, quando Mohammed Yunus e la Grameen Bank hanno portato il microcredito, con conseguenze disastrose, ai contadini indigenti. Le società di microfinanza in India sono responsabili di centinaia di suicidi: 200 nell’Andhra Pradesh nel solo 2010. Un quotidiano nazionale ha recentemente pubblicato una nota sul suicidio di una diciottenne che è stata costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie, le sue tasse scolastiche, a impiegati prepotenti della società di microfinanza. La nota diceva: “Lavorate duro e guadagnate denaro. Non fatevi fare prestiti.”

C’è da fare un mucchio di soldi con la povertà, e anche da vincere qualche Premio Nobel.

Negli anni ’50 le fondazioni Rockefeller e Ford, finanziando numerose ONG e istituzioni internazionali di istruzione, cominciarono a operare quasi da prolungamenti del governo USA che all’epoca stava rovesciando governi democraticamente eletti in America Latina, Iran e Indonesia. (Fu quella anche circa l’epoca in cui fecero il loro ingresso in India, allora non allineata, ma chiaramente in direzione di un attacco all’Unione Sovietica). La Fondazione Ford creò un corso di economia in stile statunitense presso l’Università dell’Indonesia. Studenti dell’élite indonesiana, addestrati alla contro-insurrezione da ufficiali dell’esercito USA, svolsero un ruolo cruciale nel colpo di stato del 1965 appoggiato dalla CIA che mise al potere il generale Suharto. Il generale Suharto ripagò i suoi mentori massacrando centinaia di migliaia di ribelli comunisti.

Otto anni più tardi, giovani studenti cileni, che divennero noti come i Chicago Boys, furono portati negli USA per essere istruiti sull’economia neoliberale di Milton Friedman all’Università di Chicago (sovvenzionata da J.D.Rockefeller), in preparazione per il colpo di stato del 1973 appoggiato dalla CIA che uccise Salvador Allende e introdusse il generale Pinochet e il regno delle squadre della morte, delle sparizioni e del terrore che durò per diciassette anni. (Il delitto di Allende fu di essere un socialista eletto democraticamente e di aver nazionalizzato le miniere cilene).

Nel 1957 la Fondazione Rockefeller creò il premio Ramo Magsaysay per i leader comunitari in Asia. Fu intitolato a Ramon Magsaysay, presidente delle Filippine, un alleato fondamentale nella campagna USA contro il comunismo nell’Asia Sud-orientale. Nel 2000 la Fondazione Ford creò il premio Ramon Magsaysay per la Leadership Emergente. Il premio Magsaysay è considerato prestigioso dagli artisti, attivisti e operatori di comunità in India. Lo hanno vinto M.S. Subbulakshmi e Satyajit Ray, nonché Jayaprakash Narayan e uno dei migliori giornalisti indiani, P. Sainath. Ma essi hanno fatto per il premio Magsaysay più di quanto esso abbia fatto per loro. In generale, è diventato un arbitro garbato di quale tipo di attivismo è “accettabile” e quale no.

E’ interessante notare che il movimento anti-corruzione di Anna Hazare, l’estate scorsa, ha avuto alla testa tre vincitori del premio Magsaysay: Anna Hazare, Arvind Kejriwal e Kiran Bedi. Una delle molte ONG di Arvind Kejriwal è generosamente finanziata dalla Fondazione Ford. La ONG di Kiran Bedi è finanziata dalla Coca Cola e dalla Lehman Brothers.

Anche se Anna Hazare si autodefinisce un seguace di Gandhi, la legge che ha sollecitato – la legge Jan Lokpal – è stata antigandhiana, elitaria e pericolosa. Una campagna mediatica a tutto campo delle imprese lo ha proclamato voce del “popolo”. Diversamente dal movimento Occupy Wall Street negli Stati Uniti, il movimento di Hazare non spiccica verbo contro la privatizzazione, il potere delle imprese o le “riforme” economiche. Al contrario, i suoi principali sostenitori nei media sono riusciti ad allontanare i riflettori dai grandi scandali di corruzione delle imprese (che hanno coinvolto anche giornalisti di elevato profilo) e hanno utilizzato il maglio dei politici per richiedere una ulteriore riduzione dei poteri discrezionali del governo, più riforme, più privatizzazione. (Nel 2008 Anna Hazare ha ricevuto un premio della Banca Mondiale per servizi pubblici eccezionali). La Banca Mondiale ha diffuso una dichiarazione da Washington afferma che il movimento “combaciava” con la sua politica.

Come tutti i buoni imperialisti, i filantropoidi si propongono il compito di creare e addestrare organici internazionali che credano che il capitalismo e, per estensione, l’egemonia degli Stati Uniti, siano nel loro interesse. E che pertanto aiutino ad amministrare il Governo Globale delle Imprese nei modi in cui le élite native hanno sempre servito il colonialismo. Così è iniziata la scorreria delle fondazioni nell’istruzione e nelle arti, che diventano la loro terza sfera d’influenza, dopo la politica economica interna ed estera. Hanno speso (e continuano a spendere) milioni di dollari in istituzioni accademiche e in pedagogia.

Joan Roelofs nel suo splendido libro ‘Foundations and Public Policy: The Mask of Pluralism’ [Le fondazioni e la politica pubblica: la maschera del pluralismo] descrive come le fondazioni hanno rimodellato le vecchie idee su come insegnare le scienze politiche e hanno creato le discipline degli studi “internazionali” e di quelli “di area”. Ciò ha fornito ai servizi d’informazione e ai servizi di sicurezza USA una riserva di competenze in lingue e culture straniere da cui reclutare. La CIA e il dipartimento di stato USA continuano a collaborare con studenti e professori nelle università statunitensi, sollevando seri interrogativi sull’etica della cultura.

La raccolta di informazioni per controllare il popolo che governa è fondamentale per ogni potere dominante. Con il diffondersi in tutta l’India della resistenza all’acquisizione delle terre e alle politiche economiche, all’ombra della pura e semplice guerra nell’India Centrale, come tecnica di contenimento il governo si è imbarcato in vasto programma biometrico, forse uno dei progetti di raccolta di informazioni più ambizioso e costoso del mondo: il Numero Unico di Identificazione (UID). Le persone non hanno acqua potabile pulita, o servizi igienici, o cibo, o denaro, ma avranno le loro carte elettorali e i loro numeri UID. E’ una coincidenza che il progetto UID, gestito da Nandan Nilekani, ex CEO di Infosys, ufficialmente mirato a “garantire servizi ai poveri”, pomperà enormi quantità di denaro in un’industria informatica piuttosto sotto assedio? (Una stima prudente dello stanziamento per l’UID supera la spesa governativa annuale indiana per l’istruzione). “Digitalizzare” un paese con una popolazione così vasta in larga misura illegittima o “illeggibile” – persone che per la maggior parte vivono nei ghetti, ambulanti, popolazioni tribali [adivasi] senza titoli di proprietà – la criminalizzerà, trasformando gli illegittimi in illegali. L’idea è di ricavare una versione digitale dell’Appropriazione dei Beni Comuni [Enclosure of the Commons] e di mettere enormi poteri nelle mani di una polizia statale che si sta facendo sempre più dura. L’ossessione tecnocratica di Nilekani per la raccolta di dati è coerente con l’ossessione di Bill Gates per gli archivi di dati, “obiettivi numerici”, “schede dei punteggi del progresso”. Come se fosse la mancanza di informazioni la causa della fame nel mondo, e non il colonialismo, l’indebitamento e una distorta politica imprenditoriale orientata al profitto.

Le fondazioni sovvenzionate dalle imprese sono i maggiori finanziatori delle scienze sociali e delle arti, sovvenzionando corsi e borse di studio per gli studenti di “studi dello sviluppo”, “studi delle comunità”, “studi culturali”, “scienze comportamentali” e “diritti umani”. Quando le università statunitensi hanno aperto le porte agli studenti internazionali, centinaia di migliaia di studenti, figli delle élite del Terzo Mondo, vi sono affluite. A quelli che non potevano permettersi le tasse sono state concesse borse di studio. Oggi in paesi come l’India e il Pakistan non c’è quasi famiglia dell’alta classe media che non abbia un figlio che abbia studiato negli Stati Uniti. Dalle loro fila sono venuti buoni studiosi e accademici, ma anche primi ministri, ministri delle finanze, economisti, avvocati delle imprese, banchieri e burocrati che hanno contribuito ad aprire le economie dei propri paesi alle imprese globali.

Gli studiosi delle versioni gradite alle fondazioni dell’economia e delle scienze politiche sono stati ricompensati con posti nel corpo docente, fondi per la ricerca, finanziamenti, donazioni e posti di lavoro. Quelli con posizioni non favorevoli alle fondazioni si sono ritrovati privi di fondi, emarginati e ghettizzati, con i loro corsi interrotti. Gradualmente ha cominciato a dominare il dibattito un immaginario particolare: una fragile, superficiale pretesa di tolleranza e multiculturalismo (che si muta, con brevissimo preavviso, in razzismo, fanatico nazionalismo, sciovinismo etnico o in islamofobia bellicista) sotto il cappello di un’unica ideologia economica omnicomprensiva e assolutamente non plurale. La cosa si è attuata in misura tale che ha cessato del tutto di essere percepita come un’ideologia. E’ divenuta la posizione predefinita, il modo naturale di essere. Ha infiltrato la normalità, colonizzato l’ordinarietà, e contrastarla comincia a sembrare tanto assurdo e strambo quanto mettere in discussione la realtà stessa. Da qui il passo a “Non c’è alternativa” è stato facile e rapido.

E’ solo ora, grazie al Movimento Occupy, che è comparsa una diversa lingua nelle strade e nei campus degli Stati Uniti. Vedere studenti con striscioni che dicono “Guerra di Classe” oppure “Non ci interessa che siate ricchi, ma ci interessa che compriate il nostro governo”, considerate le probabilità, è di per sé una rivoluzione.

Un secolo dopo che ha avuto inizio la filantropia delle imprese fa parte delle nostre vite tanto quanto la Coca Cola. Ci sono ora milioni di organizzazioni non a fini di lucro, molte delle quali collegate attraverso un bizantino labirinto finanziario alle fondazioni più grandi. Tra queste ultime, il settore “indipendente” ha un patrimonio di quasi 450 miliardi di dollari. La fondazione più grande è la Fondazione Bill Gates con 21 miliardi di dollari, seguita dal Fondo Lilly (16 miliardi di dollari) e dalla Fondazione Ford (15 miliardi di dollari).

Quando il FMI ha messo in atto l’Aggiustamento Strutturale, una imposizione ai governi di tagliare la spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo, le ONG hanno fatto il loro ingresso. La Privatizzazione di Tutto ha anche significato ONG Dappertutto. Con la scomparsa dei posti di lavoro e delle fonti di sussistenza, le ONG sono diventate una fonte importante di occupazione, anche per quelli che le vedono per quello che sono. E certamente non sono tutte cattive. Tra i milioni di ONG alcune fanno un lavoro notevole, radicale, e sarebbe una parodia incatramare tutte le ONG con lo stesso pennello. Tuttavia le ONG delle imprese o sovvenzionate dalle Fondazioni sono la via della finanza globale all’investimento nei movimenti di resistenza, letteralmente allo stesso modo in cui gli azionisti acquistano azioni delle società e poi cercano di assumerne il controllo dall’interno. Si posizionano come nodi del sistema nervoso centrale, i percorsi attraverso cui fluisce la finanza globale. Operano da trasmettitori, ricevitori, ammortizzatori, attente a non infastidire mai i governi dei paesi ospitanti. (La Fondazione Ford richiede alle organizzazioni che finanzia di firmare un impegno al riguardo). Inavvertitamente (e a volte di proposito) servono da postazioni d’ascolto, con le loro relazioni, i loro seminari e le altre attività missionarie che alimentano dati in un sistema sempre più aggressivo di sorveglianza da parte di stati sempre più induriti. Quanto più un’area è inquieta, tanto maggiore il numero di ONG in essa.

In modo malizioso, quando il governo o segmenti della Stampa delle Imprese vogliono condurre una campagna di denigrazione con un movimento popolare genuino, come il Narmada Bachao Andolan o la protesta con il reattore nucleare di Koodankulam, lo accusano di essere una ONG che riceve “finanziamenti dall’estero”. Sanno benissimo che il mandato della maggior parte delle ONG, in particolare di quelle ben finanziate, consiste nel promuovere il progetto della globalizzazione delle imprese, non di contrastarlo.

Armate dei loro miliardi, queste ONG si sono scagliate nel mondo, trasformando potenziali rivoluzionari in attivisti salariati, finanziando artisti, intellettuali e registi, allettandoli gentilmente via dallo scontro radicale, accompagnandoli nella direzione del multiculturalismo, del genere, dello sviluppo della comunità, con il dibattito espresso nel linguaggio della politica identitaria e dei diritti umani.

La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stata un golpe concettuale in cui le ONG e le fondazioni hanno svolto un ruolo cruciale. La forte focalizzazione sui diritti umani consente un’analisi basata sulle atrocità in cui il quadro più vasto più essere escluso ed entrambe le parti in conflitto – ad esempio i maoisti e il governo indiano oppure l’esercito israeliano ed Hamas – possono essere ammonite entrambe come Violatrici dei Diritti Umani. Il sequestro della terra ad opera delle compagnie minerarie o la storia dell’annessione della terra palestinese da parte dello Stato d’Israele diventano poi note a piè di pagine con scarso rilievo nel dibattito. Con questo non si vuole suggerire che i diritti umani non contino. Contano, ma non sono un prisma sufficientemente buono attraverso il quale vedere o remotamente comprendere le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo.

Un altro golpe concettuale ha a che fare con il coinvolgimento delle fondazioni nel movimento femminista. Perché la maggior parte delle organizzazioni “ufficiali” femministe e delle donne in India mantengono un distanza di sicurezza tra esse e organizzazioni come, ad esempio, la Krantikari Adivasi Mahila Sangathan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Adivasi) che conta 90.000 membri in lotta contro il patriarcato nelle proprie comunità e contro l’espulsione nella foresta Dandakaranya ad opera delle compagnie minerarie? Com’è che l’espropriazione e la cacciata di milioni di donne dalla terra che possedevano e che lavoravano non è considerata un problema femminista?

La separazione del movimento femminista liberale dai movimenti popolari di base anti-imperialisti e anti-capitalisti non è iniziata con i maligni progetti delle fondazioni. E’ cominciata con l’incapacità di tali movimenti di adattarsi e di accogliere la rapida radicalizzazione delle donne che ebbe luogo negli anni ’60 e ’70. Le fondazioni hanno dimostrato del genio nel capire e nel muoversi a sostegno e nel finanziare la crescente impazienza delle donne nei confronti della violenza e del patriarcato nelle loro società tradizionali e addirittura tra i leader presunti progressisti dei movimenti di sinistra. In un paese come l’India, la scissione si è anche accompagnata alla divisione campagna-città. La maggior parte dei movimenti radicali anticapitalisti era localizzata nelle campagne dove, per la maggior parte, il patriarcato continuava a governare la vita della maggior parte delle donne. Le attiviste urbane che aderivano a tali movimenti (come il movimento Naxalita) erano state influenzate e ispirate dal movimento femminista occidentale e il loro cammino verso la liberazione era spesso in conflitto con quello che i loro leader maschi consideravano il loro dovere: trovare il loro posto tra “le masse”. Molte donne attiviste non erano disponibili ad attendere ancora la “rivoluzione” per porre fine all’oppressione e alla discriminazione quotidiane nelle loro vite, comprese quelle dei loro stessi compagni. Volevano che l’uguaglianza di genere fosse parte assoluta, urgente e non negoziabile del processo rivoluzionario e non soltanto una promessa per dopo la rivoluzione. Donne intelligenti, arrabbiate e disilluse hanno cominciato ad allontanarsi e a cercare altri mezzi di supporto e di sostentamento. In conseguenza, alla fine degli anni ’80, circa all’epoca in cui i mercati indiani si sono aperti, il movimento femminista liberale in un paese come l’India si è fatto estremamente ONG-izzato. Molte di queste ONG hanno fatto un lavoro determinante sui diritti degli omosessuali, sulla violenza domestica, sull’AIDS e i diritti delle lavoratrici del sesso. Ma, significativamente, i movimenti femministi liberali non sono stati in prima linea nel contrastare le nuove politiche economiche, nonostante il fatto che le donne fossero quelle che ne soffrivano di più. Manipolando l’erogazione dei fondi, le fondazioni sono riuscite in larga misura a circoscrivere la gamma di ciò che deve essere l’attività “politica”. I compiti istituzionali delle ONG ora prescrivono ciò che conta come “tema” femminile e ciò che non conta.

La trasformazione del movimento delle donne in ONG ha anche reso il femminismo liberale occidentale (in virtù del fatto di essere il marchio più finanziato) il detentore dello standard di ciò che costituisce il femminismo. La battaglie, al solito, si sono manifestate sul corpo delle donne, facendo spuntare il Botox su un versante e i burqa sull’altro. (E ci sono quelle che subiscono la doppia sberla, Botox e Burqa). Quando, come è accaduto recentemente in Francia, viene fatto un tentativo di costringere le donne ad abbandonare il burqa invece di creare una situazione in cui una donna possa fare ciò che desidera, non è liberarla bensì spogliarla. Diventa un atto di umiliazione e di imperialismo culturale. Non si tratta di burqa. Non si tratta di coercizione. Costringere una donna ad abbandonare il burqa è male quanto costringerla a indossarlo. Considerare il genere in questo modo, privato del contesto sociale, politico ed economico, lo rende un problema di identità, una battaglia di accessori e abbigliamento. E’ ciò che ha consentito al governo USA di utilizzare i gruppi femministi occidentali come copertura morale quando ha invaso l’Afghanistan nel 2001. Le donne afgane erano (e sono) in una situazione terribile sotto i talebani. Ma sganciare bombe su di loro non avrebbe risolto i loro problemi.

Nell’universo ONG, che ha sviluppato uno strano linguaggio anodino proprio, tutto è diventato un “soggetto”, un tema d’interesse speciale separato, professionalizzato. Lo sviluppo della comunità, lo sviluppo della leadership, i diritti umani, la sanità, l’istruzione, i diritti riproduttivi, l’AIDS, gli organi con AIDS, tutti sono stati ermeticamente sigillati nei loro propri silos con il loro proprio elaborato e preciso modulo di finanziamento. Il finanziamento ha frammentato la solidarietà in modi che non sarebbero stati possibili alla repressione. Anche la povertà, come il femminismo, è spesso inquadrata come problema identitario. Come se i poveri non fossero stati creati dall’ingiustizia ma fossero una tribù perduta che semplicemente capita esista ancora e possa essere recuperata nel breve termine da un sistema di rimedio dei reclami (amministrato dalle ONG su basi individuali, persona per persona) e la cui resurrezione a lungo termine deriverà dal Buon Governo. Nel regime del Capitalismo Globale delle Imprese la cosa va da sé.

La povertà indiana, dopo un breve periodo nella giungla mentre l’India “brillava”, ha fatto ritorno come identità esotica nelle Arti, guidata da film come The Millionaire. Queste storie riguardanti i poveri, il loro spirito e la loro resistenza straordinari, non hanno cattivi, eccetto quelli minori che garantiscono tensione narrativa e colore locale. Gli autori di queste opere sono gli equivalenti contemporanei mondiali dei primi antropologi, lodati e onorati per il loro lavoro “sul terreno”, per i loro coraggiosi viaggi nell’ignoto. E’ raro vedere i ricchi esaminati allo stesso modo.

Avendo risolto il problema di come gestire i governi, i partiti politici, le elezioni, i tribunali, l’opinione mediatica e liberale, restava ancora un’altra sfida per la dirigenza neoliberale: come gestire il crescente scontento, la minaccia del “potere del popolo”. Come lo si addomestica? Come si trasformano in animali domestici i dimostranti? Come si svuota la furia popolare e la si reindirizza in vicoli ciechi?

Anche qui le fondazioni e le organizzazioni loro alleate hanno un storia lunga e illustre. Un esempio rivelatore è il loro ruolo nel disinnescare e de radicalizzare il movimento per i Diritti Civili dei Neri negli Stati Uniti negli anni ’60 e la riuscita trasformazione del Potere Nero nel Capitalismo Nero.

La Fondazione Rockefeller, attenendosi agli ideali di J.D.Rockefeller, aveva collaborato strettamente con Martin Luther King senior (il padre di Martin Luther King jr). Ma la sua influenza svanì con l’ascesa di organizzazioni più militanti, il Comitato di Coordinamento Nonviolento degli Studenti e le Pantere Nere. Le Fondazioni Ford e Rockefeller entrarono in gioco. Nel 1970 donarono 15 milioni di dollari alle organizzazioni nere “moderate”, dando finanziamenti, cattedre, borse di studio, programmi di formazione per gli emarginati e denaro fondare aziende di proprietà di neri. La repressione, la conflittualità interna e lo specchietto per le allodole dei finanziamenti portarono alla graduale atrofizzazione delle organizzazioni radicali nere.

Martin Luther King Jr operò il collegamento vietato tra Capitalismo, Imperialismo, Razzismo e Guerra del Vietnam. In conseguenza, dopo che fu assassinato, persino il suo ricordo divenne una minaccia tossica all’ordine pubblico. Le Fondazioni e le Imprese lavorarono duro per rimodellare il suo legato in modo che si adattasse a una forza favorevole al mercato. Il Centro Martin Luther King Jr per il Cambiamento Sociale Nonviolento, con una sovvenzione operativa di 2 milioni di dollari fu costituito, tra gli altri, da Ford Motor Company, General Motors, Mobil, Western Electric, Procter & Gamble, US Steel e Monsanto. Il Centro amministra la Libreria King e gli Archivi del Movimento per i Diritti Civili. Tra i molti programmi che il Centro King gestisce ci sono stati progetti che “collaborano strettamente con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il Consiglio dei Cappellani delle Forze Armate e altri”. Ha co-patrocinato la Serie di Conferenze Martin Luther King Jr intitolata “Il sistema delle libere imprese: un agente per il cambiamento sociale nonviolento.” Amen.

Un golpe simile fu attuato nella lotta anti-apartheid in Sudafrica. Nel 1978 la Fondazione Rockefeller organizzò una Commissione di Studio sulla Politica USA nei confronti del Sudafrica. Il rapporto ammoniva contro la crescente influenza dell’Unione Sovietica sul Congresso Nazionale Africano (ANC) e affermava che gli interessi strategici USA e delle imprese (ovvero l’accesso ai minerali sudafricani) sarebbero stati serviti meglio se ci fossero state genuine condivisioni di potere politico tra tutte le razze.

Le fondazioni cominciarono a sostenere l’ANC. L’ANC attaccò presto le organizzazioni più radicali, come il movimento per la Consapevolezza Nera di Steve Biko e più o meno le eliminò. Quando Nelson Mandela venne eletto primo presidente nero del Sudafrica, fu canonizzato come un santo vivente, non solo perché era un combattente delle libertà che aveva passato 27 anni in prigione, ma anche perché si era affidato completamente al Consensus di Washington. Il socialismo scomparve dal programma dell’ANC. La grande “transizione pacifica” del Sudafrica, così lodata, non si è tradotta in riforme agrarie, non ci sono state richieste di riparazioni, nessuna nazionalizzazione delle miniere sudafricane. Invece ci sono state privatizzazioni e Aggiustamento Strutturale. Mandela ha concesso la più alta onorificenza civile del Sudafrica – l’Ordine della Buona Speranza – al suo vecchio sostenitore e amico generale Suharto, l’assassino dei comunisti in Indonesia. Oggi in Sudafrica una covata di ex radicali e sindacalista alla guida di Mercedes governa il paese. Ma ciò è più che sufficiente per perpetuare l’illusione della Liberazione Nera.

L’ascesa del Potere Nero degli Stati Uniti fu un momento d’ispirazione per l’ascesa del movimento radicale progressista dei Dalit in India, con organizzazioni come le Pantere Dalit che rispecchiavano le politiche militanti delle Pantere Nere. Ma anche il Potere Dalit, non esattamente allo stesso modo ma similmente, è stato frammentato e disinnescato e, con un mucchio di aiuto dalle organizzazioni hindu di destra e dalla Fondazione Ford, è avanti sulla strada per trasformarsi nel Capitalismo Dalit.

‘Dalit S.p.A. pronta a dimostrare che gli affari possono battere la casta’, ha scritto l’Indian Express a dicembre dell’anno scorso. Ha proseguito citando un mentore della Camera di Commercio e Industria Indiana del Dalit (DICCI). “La presenza del primo ministro a una riunione Dalit non è difficile da ottenere nella nostra società. Ma per gli imprenditori Dalit è un’aspirazione farsi fotografare con Tata e Godrej a un pranzo o a un tè, una prova che sono arrivati”, ha affermato. Data la situazione dell’India moderna sarebbe castale e reazionario affermare che gli imprenditori Dalit non dovrebbero avere un posto a una tavola elevata. Ma se questa fosse l’unica aspirazione, il quadro ideologico della politica Dalit, sarebbe un gran peccato. E avrebbe poche probabilità di aiutare il milione di Dalit che ancora si guadagnano da vivere rovistando manualmente tra i rifiuti, trattati umanamente da inferiori.

Gli studiosi Dalit che accettano sovvenzioni dalla Fondazione Ford non devono essere giudicati troppo severamente. Chi altro offre loro una possibilità di uscire dalla fogna del sistema castale indiano? La vergogna e gran parte della colpa di questa svolta degli eventi va anche al movimento comunista indiano i cui leader continuare ad appartenere prevalentemente alla casta superiore. Per anni ha cercato di adattare a forza l’idea della casta nell’analisi marxista delle classi. Ha fallito miseramente, così nella teoria come nella pratica. La spaccatura tra la comunità Dalit e la sinistra è iniziata con un alterco tra il visionario leader Dalit, Dr Bhimrao Ambedkar, e S.A. Dange, sindacalista e membro fondatore del Partito Comunista Indiano. La delusione di Ambedkar nei confronti del Partito Comunista cominciò con lo sciopero dei lavoratori del tessile a Mumbai nel 1928, quando si rese conto che, nonostante tutta la retorica sulla solidarietà della classe operaia, il partito non riteneva deplorevole che gli “intoccabili” fossero esclusi dal reparto della tessitura (e fossero qualificati soltanto per il reparto filatura, a paga più bassa) perché il lavoro comportava l’uso di saliva sui fili, cosa che altre caste consideravano “contaminante”.

Ambedkar si rese conto che in una società dove le scritture hindu istituzionalizzano l’intoccabilità e la disuguaglianza, la battaglia per gli “intoccabili”, per i diritti sociali e civili, era troppo urgente per attendere la promessa rivoluzione comunista. La frattura tra i seguaci di Ambedkar e la sinistra ebbe luogo a grave prezzo per entrambe le parti. Ha significato che la gran maggioranza della popolazione Dalit, la spina dorsale della classe lavoratrice indiana, ha appuntato le sue speranze di liberazione e di dignità al costituzionalismo, al capitalismo ed a partiti politici come il BSP, che pratica un importante, ma stagnante a lungo termine, tipo di politica identitaria.

Negli Stati Uniti, come abbiamo visto, le fondazioni sovvenzionate dalle imprese hanno prodotto la cultura delle ONG. In India la filantropia imprenditoriale mirata ha avuto inizio negli anni ’90, l’era delle Nuove Politiche Economiche. L’adesione alla Camera Stellata non costa poco. Il Gruppo Tata ha donato 50 milioni di dollari a quell’istituzione bisognosa, la Harvard Business School, e altri 50 milioni di dollari alla Cornell University. Nandan Nilekani, di Infosys, e sua moglie Rohini hanno donato 5 milioni di dollari come dotazione iniziale per l’Iniziativa India a Yale. Il Centro delle Discipline Umanistiche di Harvard è ora il Centro delle Discipline Umanistiche Mahindra, dopo aver ricevuto la donazione maggiore tra tutte di 10 milioni di dollari da Anand Mahindra del Gruppo Mahindra.

In patria, il Gruppo Jindal, con i principali interessi nelle miniere, nei metalli e nell’energia, gestisce la Scuola di Legge Globale Jindal e presto aprirà la Scuola Jindal di Governo e Politica Pubblica. (La Fondazione Ford gestisce una scuola di legge in Congo). La Fondazione Nuova India, fondata da Nandan Nilekani, finanziata dai profitti della Infosys, concede premi e borse di studio a studiosi di scienze sociali. La Fondazione Sitaram Jindal, sovvenzionata dalla Jindal Aluminium, ha annunciato cinque premi in denaro di 50 milioni di rupie ciascuno da assegnarsi a chi lavora allo sviluppo agricolo, al sollievo dalla povertà, all’educazione ambientale e all’elevazione morale. La Fondazione di Ricerca Observer del Gruppo Reliance (ORF), attualmente sovvenzionata da Mukesh Ambani, è forgiata sullo stampo della Fondazione Rockefeller. Occupa agenti dei servizi segreti in pensione, analisti strategici, politici (che fingono di scagliarsi l’un contro l’altro in Parlamento), giornalisti e decisori politici come propri “associati” e consulenti di ricerca.

Gli obiettivi dell’ORF sembrano sufficientemente espliciti: “Contribuire a sviluppare il consenso a favore delle riforme economiche.” E modellare e influenzare l’opinione pubblica, creando “opzioni politiche alternative realizzabili tanto diverse quanto generare occupazione nei distretti arretrati e strategie in tempo reale per contrastare minacce nucleari, biologiche e chimiche.”

Sono stata inizialmente sconcertata dalla preoccupazione per “la guerra nucleare, biologica e chimica” tra gli obiettivi dichiarati dell’ORF. Ma molto meno quando, nella lunga lista dei suoi “partner istituzionali”, ho trovato i nomi di Raytheon e Lockheed Martin, due dei maggiori produttori di armi del mondo. Nel 2007 la Raytheon ha annunciato che stava rivolgendo la sua attenzione all’India. Potrebbe essere che almeno parte dei 32 miliardi di dollari del bilancio della difesa saranno spesi in armi, missili guidati, velivoli, navi da guerra e attrezzature di sorveglianza prodotti dalla Raytheon e dalla Lockheed Martin?

Abbiamo bisogno di armi per combattere guerre? O abbiamo bisogno di guerre per creare un mercato per le armi? Dopotutto le economie dell’Europa, degli USA e di Israele dipendono moltissimo dalle loro industrie belliche. E’ l’unica cosa che non hanno delocalizzato in Cina.

Nella nuova Guerra Fredda tra USA e Cina, l’India viene curata per svolgere il ruolo che il Pakistan svolse da alleato degli USA nella guerra fredda con la Russia. (E si guardi a cosa è successo al Pakistan). Molti di quegli editorialisti e “analisti strategici” che enfatizzano le ostilità tra India e Cina, vedrete, si possono ricondurre direttamente o indirettamente ai ‘pensatoi’ e alle fondazioni Indo-Statunitensi. Essere un “partner strategico” degli USA non significa che i Capi di Stato si scambiano di tanto in tanto delle amichevoli telefonate. Significa collaborazione (interferenza) ad ogni livello. Significa ospitare le Forze Speciali USA sul suolo indiano (un comandante del Pentagono lo ha recentemente confermato alla BBC). Significa condividere informazioni segrete, modificare le politiche agricole ed energetiche, aprire i settori della sanità e dell’istruzione agli investimenti globali. Significa aprire il commercio al dettaglio. Significa associazioni sbilanciate in cui l’India viene stretta in un abbraccio da orso e fatta ballare il valzer da un partner che la incenerirà nel momento in cui rifiuterà di ballare.

Nella lista dei “partner istituzionali” dell’ORF si riscontreranno anche la RAND Corporation, la Fondazione Ford, la Banca Mondiale, l’Istituto Brooking (la cui missione dichiarata consiste nell’ “offrire raccomandazioni innovative e pratiche che facciano progredire tre grandi obiettivi: rafforzare la democrazia statunitense; promuovere il benessere economico e sociale, la sicurezza e le opportunità per tutti i cittadini statunitensi e assicurare un sistema internazionale più aperto, sicuro, prospero e cooperativo”.) Troverete la Fondazione Rosa Luxemburg in Germania. (Povera Rosa, che morì per la causa del comunismo, con il proprio nome su una lista come questa!)

Anche se il capitalismo si intende basato sulla competizione, quelli al vertice della catena alimentare si sono dimostrati capaci anche di inclusione e solidarietà. I gradi Capitalisti Occidentali hanno fatto affari con fascisti, socialisti, despoti e dittatori militari. Sono in grado di adattarsi e di rinnovarsi costantemente. Sono capaci di pensare rapidamente e di immensa scaltrezza tattica.

Ma pur avendo forzato riforme economiche, avendo scatenato guerre e occupato militarmente territori al fine di realizzare “democrazie” del libero mercato, il Capitalismo sta attraversando una crisi la cui gravità non si è ancora rivelata completamente. Max affermò: “Ciò che pertanto la borghesia produce, soprattutto, è chi le scaverà la tomba. La sua caduta e la vittoria del proletariato sono egualmente inevitabili.”

Il proletariato, come lo concepiva Marx, è stato sotto continuo attacco. Le fabbriche sono state chiuse, i posti di lavoro sono spariti, i sindacati sono stati dispersi. Il proletariato, nel corso degli anni, è stato messo in contrasto al suo interno in ogni modo possibile. In India si è trattato degli hindu contro i mussulmani, degli hindu contro i cristiani, dei Dalit contro gli Adivasi, di casta contro casta, di regione contro regione. E tuttavia, in tutto il mondo, vi è un contrattacco. In Cina ci sono innumerevoli scioperi e rivolte. In India il popolo più povero del mondo ha contrattaccato per fermare alcune delle imprese più ricche sul loro cammino.

Il capitalismo è in crisi. La teoria delle ricadute dall’alto è fallita. Ora anche quella dei flussi verso l’alto è in difficoltà. Il crollo finanziario internazionale è prossimo. Il tasso di crescita dell’India è precipitato al 6,9%. Gli investimenti stranieri si stanno ritirando. Le maggiori imprese internazionali se ne stanno sedute su pile di denaro, insicure su dove investirlo, insicure riguardo a come la crisi finanziaria si evolverà. Questa è una ferita strutturale grave al bestione del capitale globale.

I veri “scavatori della fossa” possono finire per essere i suoi stessi Cardinali delusi che hanno trasformato l’ideologia in fede. Nonostante la loro genialità strategica, sembrano avere problemi nel capire un fatto semplice: il Capitalismo sta distruggendo il pianeta. I due vecchi trucchi che lo hanno tirato fuori in passato dalle crisi – Guerra e Consumi – semplicemente non funzioneranno.

Sono rimasta a lungo all’esterno di Antilla a guardar scendere il sole. Ho immaginato che la torre fosse tanto profonda quanto era alta. Che avesse una radice profonda ventisette piani, che serpeggiava sottoterra, risucchiando affamata sostentamento dalla terra, trasformandola in fumo e oro.

Perché gli Ambasi hanno scelto di chiamare Antilla il loro edificio? Antilla è il nome di un gruppo di isole mitiche la cui storia risale a una leggenda iberica dell’ottavo secolo. Quando i mussulmani conquistarono la Spagna, sei vescovi cristiani visigoti e i loro parrocchiani si imbarcarono e fuggirono. Dopo giorni, forse settimane, in mare arrivarono alle isole di Antilla dove decisero di insediarsi e di iniziare una nuova civiltà. Bruciarono le proprie navi per tagliare per sempre i collegamenti con la loro patria dominata dai barbari.

Chiamando Antilla la loro torre, gli Ambani sperano di tagliare i ponti con la povertà e lo squallore della loro patria e iniziare una nuova civiltà? E’ questo l’atto finale del movimento secessionista più riuscito dell’India? La secessione delle classi media e alta nello spazio cosmico?

Mentre su Mumbai scendeva la notte, guardie in camicie di fresco lino con walkie-talkie ronzanti hanno fatto la loro comparsa all’esterno dei cancelli proibiti di Antilla. Le luci hanno sfavillato, forse per cacciare i fantasmi. I vicini lamentano che le forti luci di Antilla si sono rubate la notte.

Forse è ora per noi di tornarci, nella notte.

Fine

Versione originale:

Arundhati Roy
Fonte: www.outlookindia.com
Link: http://www.outlookindia.com/article.aspx?280234
27.03.2012

Versione italiana:

Fonte: http://znetitaly.altervista.org
Link: http://znetitaly.altervista.org/art/3917
27.03.2012

I FANTASMI DEL CAPITALE (PRIMA PARTE)

Pubblicato da Davide

  • xcalibur

    Articolo con degli spunti interessanti ma prolisso, lunghissimo e praticamente quasi illeggibile,
    gli stessi concetti si potevano esprimere con un decimo delle parole usate.
    L’autore-trice nelle conclusioni poi, credo che confonda i suoi desideri con la realta’
    quando afferma “Il capitalismo è in crisi. La teoria delle ricadute dall’alto è fallita.
    Ora anche quella dei flussi verso l’alto è in difficoltà. Il crollo finanziario internazionale è prossimo”
    Beh penso che si sbagli di grosso, sottilineo purtroppo, il “capitalismo” anzi per meglio dire
    “la rivoluzione, oligarchica capitalista” sta vedendo la sua massima espansione della storia e
    perdipiu’ la la sta ottenendo finanziandola praticamente a costo zero, semplicemente stampando
    carta moneta….

  • xcalibur

    …certi giornalisti, autori di articoli, non hanno ancora capito e nell’epoca di Twitter, degli sms, dove si contano i caratteri di un messaggio
    continuano imperterriti a scrivere ponderosi pipponi, di svariate pagine beandosi della propria omniscenza, senza capire che la gente non ha il tempo di stare
    a leggere un mattone che gli porta via mezzora di vita vera, ci vuole SINTESI capito? Soprattutto coloro che postano questi articoli si facciano un esame di coscienza….

  • geopardy

    Se non si riescono a leggere 20 pagine, la colpa non è di Arundati Roy, ma della società degli slogan, dell’efficientismo estremo e della pubblicità di pochi secondi.

    Nessuno impone a qualcun altro di leggere 20 pagine, basterebbe saltare il post.

    A me ha dato un gran piacere leggere questo “prolisso” articolo.

    Ora ne so di più sull’azione sulle fondazioni e sulle ong, cosa che nessun sms mi potrebbe comunicare con efficacia.

    Se , poi, si pensa di aver capito tutto , perchè si cercano conferme in messaggi da sms?
    Il tarsferimento dal basso verso l’alto è in crisi, perchè non potranno continuare a togliere indefinitamente sempre a chi non ha più nulla o quasi ed il cui numero è in continua ed inesorabile espansione, ad un certo punto ci sarà il cortocircuito.

    Mi viene in mente, in merito, una ricerca fatta su di un campione ampio di cittadini americani negli anni ’90, in esso si leggeva che, a causa della continua interruzione delle trasmissioni con la pubblicità (ancora non c’erano gli sms), il cittadino medio americano non riusciva a concentrarsi in letture superiori a 1 o 2 pagine e veniva considerato un grosso problema sociale per quanto riguarda l’apprendimento e lo sviluppo dello spirito critico, figuriamoci con la civiltà degli sms cosa si potrà fare alla mente umana.

    Che significato avrà più il verbo discutere?

    Merzz’ora passata per leggere un’analisi di Roy, per me, è ben spesa.

    Quella è una grande scrittrice ed una grande attivista, avrà sicuramente perso più di mezz’ora per leggere qualcosa di interessante e per fare qualcosa di molto più utile, che giudicare articoli in base alla loro lunghezza.

  • xcalibur

    Gli slogan hanno un’efficacia comunicativa che certi articoli, di maestrini supponenti ,
    siano pure ” grandi attivisti” non si sognano nemmeno…e hanno il pregio della chiarezza…
    Ben venga la lunghezza di un articolo se questa e’ proporzionale alla qualita’ dei contenuti ,
    purtroppo non e’ il caso di questo articolo, , di Arundati Roy, che , sia pur con qualche spunto interessante ,
    si dilunga troppo, eccedendo inutilmente in particolari e risultando noioso…
    Ottima cosa se qualcuno ne viene a sapere qualcosa di più sull’azione delle fondazioni e delle ONG,
    ma se si continua poi con “Sono rimasta a lungo all’esterno di Antilla a guardar scendere il sole”
    e altre amenita’ del genere, beh, o si scrive un saggio sulle ONG e affini o si scrive un romanzo sul tramonto ad Antilla,
    se si fanno entrambe le cose insieme ne viene fuori un pastone appunto, prolisso e confuso
    che palesa poi, nelle conclusioni la fragilita’ di tutta l’analisi.

  • geopardy

    Un conto è uno slogan, un altro un ragionamento articolato.
    Tolto questo, siccome un po’ conosco lo stile di Arundhati Roy, ne capisco anche certe sfumature, è pur sempre una scrittrice con un suo stile e posso anche concordare sul fatto che potesse evitare, visto l’argomento, certe “amenità”, ma fa parte, appunto, del suo stile narrativo e non per questo le si può appellare l’epiteto di “maestrina supponente” con tale leggerezza.

    Lei non narra all’occidentale, è pur sempre indiana e non assoggettabile allo stile diretto e scarno che vige da noi.

    Se lo stesso articolo lo avesse scritto, ad esempio, uno scrittore di etnia e cultura indio-latina, probabilmente, pur dicendo le stesse cose, le avrebbe dette in maniera tale che l’articolo di Roy ti risultaterebbe scarno ed efficace, ma non per questo il contenuto sarebbe stato meno valido.

    Non è una giornalista che si è messa a romanzare è una romanziera che scrive saggi su argomenti politici e sociali, per lo più vissuti sulla propria pelle, essendo stata una senza-tetto in India.

    Con questo finisco di fare l’avvocato di Arundhati, tanto non potrei nenanche pretendere la parcella.

    Mi piacerebbe, invece, leggere commenti sui contenuti, perchè sono fondamentali anche per noi.

    Spero non pretenderai di dettare le regole di editoria a Comedonchisciotte, di “regolamentatori” in tal senso la Arundhati ne cita assai nell’articolo.

    Ciao
    Geo

  • xcalibur

    A prescindere da fatto che non si scrive un saggio sul Capitalismo
    infarcendolo pesantemente di elementi romanzeschi,
    alcune parti sono interessanti e condivisibili ma le conclusioni non convincono affatto, affermare infatti che “Il capitalismo è in crisi.
    Il crollo finanziario internazionale è prossimo.”
    e’ errato, purtroppo, oltreche’ illusorio e consolatorio,
    vuol dire confondere i desideri con la realta’, se cosi’ fosse sarebbe sufficiente aspettare che il gigante dai piedi d’argilla cada da solo…
    e significa non vedere come OMC e WTO hanno allargato i confini del capitalismo alla Cina e persino all’India…
    purtroppo, il “capitalismo” anzi per meglio dire “la rivoluzione, oligarchica capitalista” sta vedendo la sua massima espansione della Storia e perdipiu’ la la sta ottenendo praticamente a costo zero, finanaziandola semplicemente stampando carta moneta….

  • geopardy

    Il capitalismo oggi ovunque vada (l’unica, non so per quanto, eccezione è la Cina, ma è dovuto ad un sistema differente di gestione della finanza, che ancora vige) genera ricchezza sempre per una fascia alquanto ristretta delle popolazioni dove viene applicato, quindi, sono d’accordo con te sull’espansione, ma essa non garantisce, secondo me, la sua riuscita sul lungo periodo.

    Assomiglia a quegli imperi in crisi che abbisognano di conquistare sempre nuove terre, poi, implodono e vengono travolti, quando il conto viene alla resa.

    Lo stampare moneta continuamente non è che sia un’idea così meravigliosa, perchè genera inflazione e bolle speculative, due miscele terribili che hanno fatto crollare un bel numero di sistemi finanziari nella storia e questo non farà eccezione.

    Il problema sarà che, per la sua estensione, riguarderà, praticamente tutto il mondo ed il dopo è imprevedibile.

    Ciao

    Geo

  • bstrnt

    Credo sia desolante non la lettura dell’articolo di Arundhati Roy, che ritengo un valido sunto a quanto potrebbe essere trattato in diversi saggi, ma i commenti di coloro che credo non siano riusciti a comprenderne l’essenza.
    Mi trovo pertanto concorde con Geopardy, siamo in una società che ha smesso di approfondire e di elaborare mentalmente gli input che riceve, si limita a dei flash che cerca in qualche modo di schematizzare, ma che possono essere fuorvianti come appunto spiega Arundhati nell’articolo.

  • xcalibur

    Arundhati Roy e’ una brava novellista ma neppure lei credo, ha la verita’ in tasca, mitizzarla a prescindere
    da quel che di volta in volta scrive , mi sembra rientri un uno schematismo mentale rigido.
    Affermare come fa Arundhati Roy che “Il capitalismo è in crisi. Il crollo finanziario internazionale
    è prossimo.”oltreche’ errato e’ persino funzionale al Capitalismo.

  • geopardy

    Arundhati Roy è anche una seria attivista per
    i diritti negati a molti indiani.

    Non prendo per oro colato qualsiasi cosa essa dica, affermo che per me è anche troppo corto quello che ha scritto, avrei desiderato ancora più particolari tecnici.

    A me piace leggere e sapere, se, poi, ritengo la lettura interessante, non bado alla quantità delle righe tutto qui e non mi sognerei neanche di porre un veto ad un post in base alla sua lunghezza.

    Mi sono capitati molti post, che dopo poche righe mi sono venuti a noia e, semplicemente, non ho proseguito la lettura senza lamentarmi, questo, ti ho contestato principalmente .

    Circa quello che dici sulla funzionalità dell’affermazione di Roy sul capitalismo, se avesse torto, avresti sicuramente ragione tu, potrebbe essere un discorso, credo, nel suo caso non intenzionale (potrei anche sbagliarmi, non vivo insieme a lei), che rischierebbe di portarci ad un abbassamento della guardia contro questo sistema.

    L’era dei miti per me è finita da un bel pezzo, potrebbe anche rivelarsi della tipologia di Oriana Fallaci, non sarebbe neanche una cosa tanto scandalosa, fa parte della fama e del successo più di qunto possiamo immaginare.

    Personalmente, propendo più per la via del tramonto di questo sistema che della sua alba, perchè è semplicemente insostenibile e improponibile per l’intero mondo, poggia su assiomi completamente assurdi e non perchè me lo dice Arundhati Roy, lo sostenevo da ben prima che sapessimo della sua esistenza.

    La matematica mi piace e solitamente, non sbaglia di molto.

    Ciao

    Geo