Home / ComeDonChisciotte / I DIRITTI UMANI VISTI DALLA CASA BIANCA

I DIRITTI UMANI VISTI DALLA CASA BIANCA


Per gli Stati uniti «libertà» e «democrazia» vogliono dire soltanto elezioni.
Sanità e istruzione Anch’essi sono garantiti dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ma a Washington non sembrano abbastanza importanti

DI WILLIAM BLUM

Per gli Usa «democrazia» equivale solo a «elezioni». Lavoro, cibo e diritto alla casa non rientrano nell’equazione. Dal 1959 l’America latina è stata testimone di una terribile serie di violazioni dei diritti umani – torture, desaparecidos, squadroni della morte, massacri di massa – perpetrate dai governi El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perú, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras. Nemmeno i peggiori nemici di Castro hanno mai accusato il suo governo di alcuna di queste violenze, e se consideriamo l’istruzione e la sanità – entrambi garantiti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu e dalla Convenzione europea per la protezione dei diritti umani e le libertà fondamentali -, allora è chiaro che negli oltre 40 anni di rivoluzione, Cuba ha registrato uno dei migliori traguardi per quanto riguarda i diritti umani in tutta l’America latina.Se, nonostante questo, gli Usa insistono nel dire che Cuba è l’unica «non democrazia» nell’emisfero occidentale, non possiamo fare altro che trarre l’inevitabile conclusione che quella cosa che chiamiamo «democrazia», vista dall’ottica della Casa bianca, non ha nulla o quasi a che vedere con molti dei nostri tanto decantati diritti umani. Effettivamente, le innumerevoli dichiarazioni rilasciate negli anni dalla leadership di Washington fanno capire chiaramente che la «democrazia», nel migliore o nella maggior parte dei casi, equivale solamente a elezioni e libertà civili. Nemmeno il lavoro, il cibo e la casa rientrano nell’equazione. Di conseguenza, una nazione con orde di persone affamate, senza casa, malate e senza assistenza, poco alfabetizzate, disoccupate e/o torturate, i cui cari sono stati fatti sparire e/o assassinare con la connivenza dello stato, può dire di vivere in «democrazia», ammesso che ogni due o quattro anni abbia il diritto di andare in un luogo ben preciso e mettere una X vicino al nome di un individuo piuttosto che di un altro che promette di alleviare la loro condizione miserabile ma che, in pratica, non farà niente di tutto ciò.
Non è un caso che gli Stati uniti abbiano definito la democrazia in una maniera tanto ristretta. Durante la guerra fredda l’assenza di elezioni «libere e oneste» tra più partiti e di libertà civili adeguate era ciò che connotava il nemico sovietico e i paesi satelliti. Queste nazioni fornivano comunque ai cittadini uno standard di vita relativamente decente, che comprendeva lavoro, cibo, assistenza medica, istruzione, ecc., senza l’onnipresente tortura brasiliana o gli squadroni della morte guatemaltechi. Allo stesso tempo, molte delle nazioni povere alleate dell’America nella guerra fredda – membri di quello che Washington amava chiamare «il mondo libero» – erano aree disastrose per i diritti umani. Ma nella guerra fredda gli uni erano «la democrazia» e gli altri «il totalitarismo». Nonostante il paraocchi della guerra fredda limiti ancor oggi la visione Usa di quella cosa chiamata democrazia, ci sarebbe ancora ampio credito per Washington se di fatto, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, avesse usato la sua posizione predominante nel mondo per diffondere elezioni libere e oneste, pluralità di partiti, stampa libera, movimento di lavoratori liberi, habeas corpus e altre icone delle libertà civili.

I precedenti storici, invece, indicano il contrario. Le due potenze della guerra fredda hanno presentato al mondo facce disoneste. La linea di partito dell’Unione sovietica ha regolarmente glorificato «le guerre di liberazione», «l’antimperialismo» e «l’anticolonialismo», anche se Mosca ha fatto ben poco per contribuire di fatto al successo di queste cause, traendo giovamento dall’immagine di campione del Terzo mondo mentre i movimenti e i governi progressisti, e anche i partiti comunisti, in Grecia, Guatemala, Cile, Indonesia, Filippine e altrove finivano al muro con la complicità americana.

Allo stesso tempo, le parole «libertà» e «democrazia» prorompevano liberamente come sempre dalla bocca dei leader americani, mentre la politica Usa sosteneva le dittature. Sarebbe difficile nominare una brutale dittatura di destra della seconda metà del XX secolo che non sia stata supportata dagli Stati uniti. Come hanno dimostrato i suoi tanti interventi, il motore della politica estera americana è stato alimentato non dalla devozione alla democrazia, ma dal desiderio di: 1) rendere il mondo sicuro per le corporations transnazionali Usa; 2) accrescere i conti in banca degli imprenditori della difesa in patria; 3) evitare l’ascesa di qualsiasi società che potesse servire come esempio alternativo al modello capitalista; 4) estendere l’egemonia politica ed economica sul maggior numero di aree possibili; 5) combattere una crociata morale contro la «cospirazione internazionale comunista» e «l’impero del male». Durante gli ultimi 50 anni, nello sforzo di creare un mondo retto da governi compatibili con questi scopi, gli Usa hanno dato una priorità assai scarsa – se non a parole – a quella cosa chiamata democrazia.

William Blum*
Fonte:www.ilmanifesto.it
16.04.05

* William Blum in Italia ha pubblicato «Il libro nero degli Stati uniti» (Fazi, 2003) e «Con la scusa della libertà» (Net, 2005)
Traduzione di Elena Mereghetti
 

Pubblicato da Davide