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I COMPARI E I CLIENTI

DI MASSIMO FINI

Nei giorni scorsi il segretario della Lega, Umberto Bossi, ha detto che se non dovesse passare il referendum sulle riforme costituzionali il nostro sistema non potrà più essere cambiato democraticamente e quindi bisognerà passare da altre vie, evocando, implicitamente, scenari di violenza e di eversione.
Quella di Bossi è stata un’affermazione sciagurata e inaccettabile perché in democrazia il voto, e solo il voto, è sovrano. Tuttavia non si può nascondere il senso di frustrazione e di rabbia impotente che prende il cittadino nel vedere che cosa è diventata la democrazia italiana e di che pasta sia fatta la sua classe politica e dirigente. Non mi riferisco ovviamente alle vicende referendarie, ma allo scandalo, l’ennesimo, scoppiato in questi giorni a seguito delle inchieste su prostituzione, gioco d’azzardo e dintorni. Non interessa qui il personaggio più noto, ma anche più rilevante, rimasto imp igliato nell’inchiesta, il principe Vittorio Emanuele, già sufficientemente squalificato dal suo passato (anni fa nell’isola corsa di Cavallo, per un’assurda bravata sparò un colpo di fucile che ferì in modo irrimediabile un tedesco di 19 anni, Dirk Hammer, che morì dopo una lunga e atroce agonia. L’erede di Casa Savoia uscì indenne dalla vicenda, dopo undici anni di processi, perché evidentemente nemmeno in Francia la legge è uguale per tutti). Interessano i comportamenti dei politici, in questo caso degli uomini dell’entourage dell’ex ministro degli Esteri Gianfranco Fini, ma che riguardano in realtà l’intera classe dirigente democratica, di qualsiasi partito.

Sappiamo benissimo che esiste la presunzione di innocenza (anche se, a causa della esasperante durata del processo italiano, si trasforma, molto spesso, attraverso la prescrizione, in una pura e semplice impunità), ma quello che, anche di non penalmente rilevante, emerge con certezza dalle intercettazioni è già sufficiente.

Innanzitutto il linguaggio, che è lo stesso di Moggi e compari: quel romanesco sbracato, allusivo e mafioso che tratta della cosa pubblica come fosse “cosa nostra”, un affare che riguarda gli amici e gli amici degli amici.

Eppoi l’arroganza spudorata, figlia della certezza dell’impunità. Ha detto (al Corriere della Sera, non in un’intercettazione) Francesco Proietti Cosimi, il segretario di Fini, ora eletto senatore: «Sì, raccomando. Le “anime belle” si rassegnino. Mi capita di spedire a chi di dovere biglietti con qualche nome di persona bisognosa di aiuto. Nulla di illegale. La politica è anche questo. Le “anime belle” devono capirlo». Può anche darsi che le “anime belle” debbano capire, ma che diciamo a quei cittadini che non essendo infeudati a questo o a quel partito, si vedono scavalcati per un posto di lavoro, alle Poste, alla Forestale, all’Enel, alla Rai? Debbono capire anche loro?

In realtà noi non viviamo più, da tempo, in una democrazia, ma in un sistema feudale, di minoranze organizzate, di oligarchie politiche, di aristocrazie mascherate le cui prepotenze sul cittadino non si sostanziano più, come ai tempi di Don Rodrigo, nella violenza fisica o nella sua minaccia, ma agiscono, come scrivo in “Sudditi”, «sul vasto terreno grigio, non legale, ma nemmeno apertamente illegale, e quindi inafferrabile e non contrastabile, dell’abuso e del sopruso, mantenendolo in una condizione di perenne inferiorità, paria invece che pari». Di fronte a un sistema del genere il cittadino è totalmente indifeso, anche dal punto di vista giudiziario.

«Nulla di illegale» dice perciò spudoratamente l’ineffabile Francesco Proietti Cosimi. Sì, ma tutto di arbitrario e di sostanzialmente violento. La violenza apparentemente soft, sotterranea, quasi invisibile di questo neofeudalesimo democratico che emargina i cittadini liberi a pro degli adepti, dei favoriti, delle favorite, dei clientes. Che è poi il sistema con cui le oligarchie politiche, col voto di scambio, mantengono il consenso, chiudendo e completando così la truffa democratica.

Gianfranco Fini si è detto indignato per la pubblicazione delle intercettazioni e la violazione della privacy. C’è un filo di ragione in ciò. Ma i cittadini non devono invece indignarsi? Debbono rassegnarsi e inchinarsi a questa violenza neofeudale e ai mille Don Rodrigo di oggidì senza che ci sia nemmeno uno straccio di Fra Cristoforo a difenderli?

Nel gennaio del 1983 scrissi, sul “Giorno”, una “lettera aperta” al vicesegretario del Psi, Claudio Martelli, avvertendolo che se i socialisti avessero proseguito sulla strada degli abusi, dei soprusi, dei più sfacciati clientelismi, arrivando persino, come Don Rodrigo, a “torre le donne altrui”, prima o poi sarebbero stati sommersi dall’indignazione e anche dalla violenza popolare. E così anche dieci anni dopo. «Questa è la politica» dice Francesco Proietti Cosimi. Ma se questa è la politica, se questa è la “democrazia reale”, e, come pare evidente, non intende cambiare, verrà, prima o poi, fatalmente il giorno in cui si avvererà la sinistra profezia di Bossi, anche se per ragioni completamente diverse da quelle cui pensa il leader della Lega. E credo di non sbagliarmi. Come non mi sbagliavo allora.

Massimo Fini
(www.massimofini.it)
Fonte: http://gazzettino.quinordest.it/
20.06.06

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Pare di sognare. C’è un partito, An, con una dozzina di dirigenti e faccendieri indagati per associazione a delinquere per avere spiato e intercettato illegalmente due avversari politici per sputtanarli in vista delle regionali nel Lazio, a base di firme false e viados a buon mercato. Ebbene, questo partito alza il ditino contro le intercettazioni, assolutamente legali e legittime, consacrate da tutti i crismi di legge, del Tribunale di Potenza. Pare di sognare. C’è un ministro della Giustizia, Clemente di nome e di fatto (almeno per lorsignori), che dice «basta con questo Grande Fratello», denuncia l’«indebita divulgazione del contenuto di intercettazioni» e annuncia l’immancabile «riforma bipartisan». Come se non sapesse che quelle conversazioni sono contenute nelle 2 mila pagine di mandato di cattura, a disposizione di una ventina di imputati e di altrettanti avvocati, dunque assolutamente pubbliche e pubblicabili per legge. Si può discutere sull’opportunità di riportarle tutte, integralmente, o magari di lasciarne fuori qualcuna che scredita indirettamente le vittime, come le starlet reclutate dal portavoce di Fini in cambio di comparsate nel gran lupanare Rai, previo ius primae noctis. Ma è possibile che, anziché farfugliare di Grande Fratello, non si trovi un politico che dica basta al Grande Bordello?

    Urgono lezioni di diritto e procedura penale a una classe politica, e in certi casi giornalistica, che parla di cose che non conosce. Un piccolo Bignami potrebbe bastare a sfatare alcune leggende metropolitane che si ripetono pari pari a ogni inchiesta che sfiori personaggi eccellenti. Anzitutto quella dei pm che si svegliano la mattina e decidono di mangiarsi un vip a colazione, uno a pranzo, uno a cena. È una balla sesquipedale: anche perché solo un pazzo andrebbe a caccia di vip, visto quel che accade a chi ha la sventura di incappare, nel suo lavoro, in uno di questi. Se si raccontasse come nascono le inchieste sui potenti si scoprirebbe che non dipendono mai dalla brava volontà di un magistrato, ma quasi sempre dal caso, indagando su tutt’altro.

    Tangentopoli nacque da una mazzettina al Pio Albergo Trivulzio. Andreotti saltò fuori dall’inchiesta sul delitto Lima. Stefania Ariosto fu convocata in un’indagine sui libretti al portatore di Berlusconi, e cominciò a parlare di Previti e toghe sporche. Il nome di Cuffaro uscì da una cimice piazzata nel salotto del boss Guttadauro. Lo stesso vale per le indagini di John Henry Woodcock, che qualche buontempone vorrebbe sempre insonne a caccia di vip. È colpa sua se, scavando nei videogiochi di un casinò, vengono fuori Sua Bassezza Reale, il portavoce e il segretario e la moglie di Fini? Per evitare che i vip finiscano nelle intercettazioni e nelle inchieste, una soluzione ci sarebbe: che i vip la smettano di delinquere o di frequentare delinquenti. Sarebbe un buon inizio.

    Altra balla: il complotto anti-An. Woodcock s’è preso persino la briga di scrivere agli atti che Fini non c’entra nulla. Poteva non farlo, ha avuto l’onestà intellettuale di metterlo nero su bianco. Per tutta risposta, Fini chiede che «cambi mestiere» e sia radiato dal Csm. Il fortunatamente ex vicepremier forse non sa che ci aveva già provato il suo ex collega Roberto Castelli, trascinando Woodcock a procedimento disciplinare. Il Csm l’assolse. Castelli ricorse in Cassazione, ma questa a sezioni unite confermò l’innocenza del pm e condannò il ministro a pagare le spese.
    Poi c’è, con rispetto parlando, Maurizio Gasparri. Invece di dare un’occhiata a certi suoi camerati o magari, se sapesse leggere, a qualche pagina dell’ordinanza di Potenza, non trova di meglio che dare del pazzo a Woodcock. Tre anni fa, indagando sullo scandalo Inail, il giovane pm s’era imbattuto in una telefonata in cui un indagato diceva di aver saputo dell’inchiesta da Gasparri. Che doveva fare, il pm? Spegnere il registratore? Mangiarsi la bobina? Fingere di aver sentito Catarri, o Tamarri, o Magalli? La notizia di reato fu doverosamente iscritta, con i suoi possibili autori, sul registro degl’indagati. Poi Gasparri fu doverosamente prosciolto, non essendo emerse prove a suo carico. Forse Gasparri non lo sa, ma la legge dice così: l’obbligatorietà dell’azione penale significa che ogni notizia di reato dev’essere perseguita. Non sono previste eccezioni, nemmeno per Gasparri. Prima o poi, dovrà farsene una ragione. Basta che qualcuno, con calma e con parole semplici, glielo spieghi.

    Marco Travaglio
    Fonte: www,unita.it
    20.06.06
    Visto su: http://www.biraghi.org/