HU JINTAO – OBAMA, LA BOLLA CINESE CHE SOSTIENE TUTTO

DI JOSEPH HALEVI
ilmanifesto.iit

È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne. Al di là del fatto che Obama è un «lame duck President», presidente-anatra zoppa, bersaglio sicuro dei cacciatori, è «noioso» il contesto delle relazioni tra i due paesi, perché falsato dalle dichiarazioni politiche. Esempio: Hu ha detto che il regime del dollaro è finito, cose già sentite in passato, in Europa fin dagli anni Settanta! Hu Jintao non ha la minima idea di cosa proporre al posto del sistema dollaro. Vuole solo minacciare gli Usa dicendo che la Cina non accetta di subire passivamente i costi finanziari dei surplus cinesi in dollari. Ma – come lucidamente dimostrato sul China Daily del 23 dicembre dall’ex dirigente della Banca del Popolo Yu Yongding – Pechino é vincolata alle esportazioni nette sia per gli interessi della classe capitalistico-statale dominante, sia per la dinamica industriale fondata sulla forza della riproduzione espansiva piuttosto che sulle innovazioni made in China.Quindi se la vita di Hu dipende dalle esportazioni nette, Hu deve continuare sovraccaricarsi di dollari. In realtà poi Pechino questi dollari li impiega. Decenni addietro si parlava della dollarizzazione dell’America latina come di un disegno finanziario degli Usa. Vero in parte. Tuttavia la dollarizzazione Usa dell’America del sud non é mai decollata ed é implosa con la crisi brasiliana del 1998 e quella argentina del 2001. Oggi però Brasile ed Argentina sono pieni di dollari, grazie alla Cina, direttamente per via delle esportazioni di materie prime ed indirettamente come destinazione dei capitali speculativi dati i prezzi delle derrate e dei prodotti minerari. I surplus cinesi hanno inoltre completamente dollarizzato l’Africa ove Pechino investe massicciamente nei giacimenti e in opere infrastrutturali dall’ Africa centrale, all’Etiopia, al Sudan, all’Algeria.

Quindi nei fatti Pechino sostiene l’espansione internazionale della moneta statunitense. Quello che Hu intende é una forma di cogestione con Washington della politica monetaria mondiale. Gli Stati uniti dal canto loro si trovano in contraddizione con se stessi. In vista dell’incontro tra Hu Jintao e Obama, Washington ha preparato una lunga lista di prodotti industriali che la Cina dovrebbe impegnarsi ad importare, riducendo così il deficit verso Pechino e creando un nuovo mercato per le produzioni statunitensi. Figuriamoci! La realtà é completamente diversa. Le industrie Usa quando possono delocalizzano o subappaltano in Cina.

Poco più di un mese fa il Financial Times mise in prima pagina la notizia che la Caterpillar, azienda Usa mondiale di scavatrici affini, chiudeva la filiale nipponica per traslocare in Cina. La strategia delle multinazionali Usa di diluire la produzione nazionale in una catena di subappalti e delocalizzazioni iniziò a fine anni settanta. È dunque un fenomeno non contingente e che non dipende dal valore del dollaro ma dalla differenza assoluta nel costo di lavoro per unità di prodotto e il divario con il Messico prima e la Cina oggi supera di molto ogni concepibile svalutazione del dollaro. Nei giorni scorsi la General Electric ha firmato un accordo di produzione joint venture con società cinesi che contempla un grosso trasferimento di tecnologia alla Cina. Visto il comportamento delle multinazionali Usa possiamo essere certi che il fatto implicherà un’ulteriore ed accentuata delocalizzazione di un comparto Usa ad alta tecnologia.

Niente di nuovo sotto il sole.

Certo l’incontro farebbe notizia se Hu dicesse ad Obama, «caro Barack, abbiamo deciso di non fumarci tutta l’aria, già abbiamo i fiumi mortalmente feriti, quindi noi sgonfieremo la bolla di Shanghai, ridurremo la crescita drasticamente ed in ogni caso ne cambieremo il contenuto. Dacci una mano con le tecnologie che hai a casa tua e noi in cambio ti ridiamo i dollari». Forse Obama sarebbe contento ma non le banche ed i mercati (borse) dei capitali che verrebbero presi dal panico.

La bolla cinese si integra con la politica Usa del denaro a costo zero dato alle banche e, con l’Europa in stallo totale, tiene in piedi tutto il socialmente fatiscente sistema economico attuale.

Joseph Halevi
Fonte: www.ilmanifesto.it

19.01.2011

5 Commenti
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vimana2
vimana2
20 Gennaio 2011 0:50

Che articolo del cacchio! Il brasile e l’argentina nn usano + il dollaro come moneta per il commercio estero, così come la cina e la russia e l’india il sistema dollaro inoltre nessuno nei 70 diceva che il sistem dollaro era finito e anche se fosse ai tempi gli USA nn avevano debiti ed erano in forte crescita economica senza rivali….pure fogna questo articolo.

TN
TN
20 Gennaio 2011 4:39

All’autore dell’articolo sfuggono alcuni “dettagli”: la Cina da un paio d’anni sta comprando oro, facendone man bassa su scala mondiale.
Inoltre, è vero che non sta dismettendo le riserve in dollari/bond USA, ma ha smesso di comprarne di nuovi (invece ha fatto acquisti massicci di bond europei in EURO).
A me sembra che questi ed altri fatti smentiscano l’ipotesi delle “vuote minacce”e del sostegno all’espansione del dollaro.

Tao
Tao
20 Gennaio 2011 6:15

PERCHE’ GOLDMAN SACHS SCARICA CINA & CO.? DI MAURO BOTTARELLI ilsussidiario.net La visita ufficiale del presidente cinese, Hu Jintao, negli Stati Uniti è carica di significati, ma, per favore, lasciamo i diritti umani e la rivalutazione dello yuan fuori dai giochi: non è questa la reale partita. Gli Usa, infatti, hanno sostanzialmente solo due priorità nei rapporti con Pechino: frenare l’attivismo militare e, soprattutto, capire se e quando sarà necessario dare vita a un piano b per piazzare il proprio debito pubblico monstre. Quando si prende a prestito denaro, infatti, è sempre meglio avere un’alternativa in caso il tuo creditore voglia staccare la spina e scaricarti. Questo vale sia quando la somma ammonta a poche centinaia di dollari, sia per quanto si parla di migliaia di miliardi, esattamente un trilione (900 miliardi in Treasury holding più 100 miliardi di holding detenute da Hong Kong), l’ammontare del debito governativo Usa verso la Cina. Facile capire che se Pechino decidesse di scaricare una parte consistente di quel debito, gli Usa e i loro mercati vacillerebbero. Nonostante questa ipotesi sia vista da molti come peregrina o, comunque, come non immediatamente in agenda, a Washington stanno già studiano la exit strategy: ovvero, una combinazione… Leggi tutto »

Johnny_Cloaca
Johnny_Cloaca
20 Gennaio 2011 6:20

Ora, dopo che la Cina ha messo le mani nella marmellata dall’Africa all’Europa fino all’America, ci sarebbe da prendere bibite e popcorn se Pechino annunciasse la parità con l’oro dello yuan. Fantaeconomia? Forse, ma…

paolom
paolom
22 Gennaio 2011 3:58

No e cosa usano? Le loro monete locali?
Usano il dollaro almeno il Brasile tanto è che la svalorizzazione della moneta USA sta creando problemi alle esportazioni.
To leggi è in portoghese ma si capisce: http://www1.folha.uol.com.br/folha/dinheiro/ult91u117282.shtml