DI MICHELE CORTI
Ecologist.it
Holodomor in ucraino Голодомор significa “lenta morte per fame”.
Nel 1932-33 venne perpetrato dai sovietici uno dei peggiori genocidi ed etnocidi della storia dell’umanità. Milioni di contadini
vennero fatti morire di stenti sequestrando loro le scorte di cibo,
gli attrezzi, gli animali. Chi cercava il cibo era colpevole e condannato. È stata una carestia terroristica pianificata scientificamente
per imporre nel “granaio d’Europa” la collettivizzazione forzata
e distruggere la nazione ucraina nella sua consistenza politica, sociale e culturale.
Per decenni la propaganda comunista, che tanta influenza ha
avuto in Italia (e quanti strascichi ancor oggi ...), ha descritto questa tragedia come un episodio di “lotta di classe”. Quelli che venivano colpiti erano i “nemici del popolo”: ma per essere “nemici del
popolo” bastava possedere una mucca e gli strumenti di lavoro di
ogni contadino del mondo. Erano i famosi “mezzi di produzione”
marxiani che dovevano essere socializzati. Le “paroline magiche”
giustificazioniste erano due: “kulako” e “reazionario”. Sono paroline che nella prassi comunista (le bR non sono archeologia!) equivalgono a una condanna a morte; il “reazionario” perde identità
e diritti umani, è una cosa, ogni violenza contro di lui è legittima.
L’indottrinamento sessantottino è riuscito a suscitare l’odio per
i “famigerati” kulaki ancora negli anni ’70 (lo affermo per esperienza personale). Tanta violenza non è certo frutto del delirio di
un uomo solo al comando e nemmeno di una “degenerazione” di
un comunismo che non-era-così-cattivo-come-Stalin-lo-ha-fatto-
diventare (il Gulag, con tutti i suoi orrori, l’ha creato Lenin). Da
un punto di vista ruralista ci interessa, però, osservare che la posizione anticontadina è insita nel marxismo, che ha preconizzato
la totale industrializzazione dell’agricoltura (una profezia che si è
avverata, dopo il crollo del comunismo, per opera del capitalismo
“liberale”).
Il disprezzo per i contadini “autonomi” emerge in moltissime
pagine dei “padri fondatori” del marxismo (Marx ed Engels); in
loro l’odio per i contadini assume connotati apertamante razzistici.
Senza queste premesse ideologiche non si capisce l’Holodomor.
La borghesia ha assogettato la campagna al dominio della città. Ha
creato città enormi, ha accresciuto su larga scala la cifra della popolazione urbana in confronto a quella rurale, strappando in tal modo
una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rurale.
(Marx, Il Capitale. Vol. i)
Marx ha parlato dei contadini come di un amorfo “sacco di patate”, esseri incapaci di pensare con la loro testa, schiavi delle
consuetudini. Esseri sub-umani, non solo “idioti” (che si potrebbe tollerare), ma, peggio, “reazionari” (e questo non si può tollerare).
“Gli ordini medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino combattono tutti con la borghesia, per premunire dalla scomparsa la propria esistenza come ordini medi. Quindi
non sono rivoluzionari ma conservatori. Anzi sono reazionari, poiché cercano di far girare indietro la ruota della storia”. (ivi)
Engels, anch’egli padre – sia pure meno “nobile” – dell’internazionalismo proletario, era un becero sciovinista e razzista che disprezzava gli slavi ma anche gli italiani in quanto ...contadini.
Gli italiani devono fare ancora un po’ di scuola, di esperienza, per
imparare che un popolo di contadini arretrati come loro, non fa che
rendersi ridicolo quando vuol insegnare ai lavoratori dei grandi paesi
industriali come devono contenersi per giungere all’emancipazione.
(Engels a Cuno, Londra, 22 aprile 1872)
La stessa socialdemocrazia tedesca (odiata da Lenin in quanto
“revisionista” perchè aveva abbandonato l’idea della presa del
potere violenta) attraverso il suo leader più prestigioso, Karl
Kautzy, espresse concetti analoghi:
La socialdemocrazia rimarrà sempre nella sua essenza un partito urbano, proletario, rimarrà sempre un partito del progresso economico; con il contadino conservatore, avverso al modo di vita cittadino e
attaccato alla famiglia patriarcale (...) essa si troverà sempre a lottare
contro pregiudizi profondamente radicati (...).
E così Gramsci:
La rivoluzione comunista sarà attuata dalla classe operaia, dal proletariato, inteso nel senso marxista di strato sociale costituito dagli
operai urbani unificati e plasmati dalla fabbrica e dal sistema industriale capitalistico. La città, organismo industriale e di vita civile,
come è stata lo strumento delle potenza economica capitalista e
della dittatura borghese, sarà lo strumento della potenza economica comunista e della dittatura proletaria.
Marx e i marxisti sono stati i più grandi ammiratori del capitalismo, i propugnatori di un’ideologia industralista e scientista, per
loro uno dei meriti del capitalismo consisteva nel distruggere il
contadino, nella industrializzazione dell’agricoltura.
Nella sfera dell’agricoltura l’effetto più rivoluzionario della grande industria sta nell’abbattere il baluardo della vecchia società, il
“contadino” e nell’inserire al suo posto l’operaio salariato. I bisogni sociali di rivolgimento e gli antagonismi sociali della campagna
vengono in tal modo resi uguali a quelli della città. Al posto della
conduzione più pigramente ligia alla consuetudine e più irrazionale
subentra la applicazione cosciente, tecnologica, della scienza. (Marx,
Il Capitale, Vol. I)
I comunisti sovietici ritenevano che, date le condizioni “arretrate”
della Russia e delle altre provincie dell’impero comunista/grande
russo (altro che “internazionalismo proletario”!), fosse compito
dello stato, del partito, sostituirsi alla grande borghesia industriale per fare di meglio e, soprattutto più in fretta, il suo “mestiere”.
Unire la forza del capitalismo a quella di un sistema di potere
“asiatico”. Prometeico!
L’industrializzazione agricola è stata oggetto di deliranti teorizzazioni (imperniate sulla meccanizzazione spinta e la coltivazione
a grande scala sulla base di un’organizzazione ultracentralizzata
di tipo militare con una terminologia mutuata dall’armata) e, putroppo, anche di tragiche messe in pratica, costate le vita a mi-
lioni di esseri umani e danni ambientali colossali. Il comunismo
ha voluto l’Ucraina, che era il “granaio d’Europa”, per produrre
derrate alimentari a basso costo per il mercato interno e l’esportazione al fine di sostenere l’industrializzazione a tappe forzate. Il
risultato è che essa è diventata oggi un paese che importa grano
tanto è stata compromessa la fertilità dei terreni.
Il comunismo sovietico voleva “bruciare” le tappe anticipando un’industrializzazione agricola che con le tecnologie di allora
(solo meccaniche e chimiche) era impossibile. Solo con gli OGM
la “guerra alla natura” e la “guerra al contadino” può arrivare ad
una “soluzione finale”.
Il capitalismo “liberal-democratico” attua il suo Holomodor
in modo strisciante. Ma la desertificazione, gli “aiuti alimentari” in dumping, l’imposizione delle coltivazioni bioenergetiche,
la violenta “apertura al mercato” imposta ai governi dei “paesi
emergenti”, la dipendenza dalle multinazionali del commercio
granario e delle sementi, sottendono prassi e ideologie altrettanto
Violente.
MICHELE CORTI
Fonte: www.ecologist.it
Link: http://www.ecologist.it/pdf/09_02.pdf
gennaio 2007
geopardy 27 gennaio 2009
Secondo me, entrambe le filosofie sono figlie del nuovo modo di produzione industriale, in pratica, il lavoro individuale non è più inteso come finalizzato ad una fascia più o meno ristretta di fruizione, ma diluita in un contesto di gran lunga più ampio e spersonlizzato, pensate ad una qualsiasi catena di montaggio ed al target degli usufruitori di massa possibili.
Fine dei mestieri come componete primaria della società, tramandati quasi sempre di padre in figlio, fine, cioè, della capacità umana di creare individualmente per propria abilità, con il consequenziale inizio di un "uomo nuovo" svolgente la mansione di semplice connettore di macchine concepite da altre e pochissime menti, in uno spersonalizzato lavoro produttivo ed inoltre, in molti casi, anche impossibilitato ad usufruirne direttamente.
Il sopravvento dell'idea industriale è stato esteso anche a quello agricolo, una società agricolo-patriarcale non è tollerabile per entrambe le ideologie.
Il femminismo, secondo me, è anch'esso una delle conseguenze prodotte delle mutate condizioni dei mezzi di produzione, dalle mutate condizioni di collettivizzazione del lavoro, oltre che dall'avvento di una crescente laicizzazione della società.
L'unirsi in associazioni (sindacati e varie) è tipico di realtà lavorative uniformanti ed estremamente livellanti (oltre che nella qualità e quantità del lavoro, anche nel salario percepito, con minime differenze) come quella industriale, la finanza, inoltre, capì limportanza estensiva e speculativa di questa nuova realtà.
Il problema, secondo me, non sorge se, ad esempio, la collettività che ne usufruisca sia quella locale e direttamente a contatto umano tra i suoi componenti (anche in caso di decine di migliaia di individui), sorge quando la produzione non è più finalizzata al terrirorio, ma esce dal contesto locale e si inoltra verso realtà regolate non più da contatti più o meno diretti tra produttori-consumatori e consumatori, ma si inoltra in una dimensione in cui i grafici diventano ineluttabilmente i regolatori tra gli scambi produttore-consumatore (o usufruitore per non far entrare il termine direttamente nella categoria di sgnificato ideologico che oggi gli si dà); il grafico produttivo del comunismo è quello guidato dal fine di una perfetta ed equa distribuzione, mentre quello produttivo capitalista è regolato dalla dicotomia della massima forbice tra costi e benefici.
In entrambi i casi la cosa non ha funzionato, visto che il sistema centralistico dell'URSS è fallito e quello capitalista è al capolinea, ma anche se non fosse, ha già generato e sta generando la sua insostenibilità a livello globale.
In definitiva, non scorgendo un modo produttivo che non sia figlio del concetto industriale, collocherei entrambe le ideologie in una stessa faccia della medaglia, magari divise da un linea collocata perfettamente nel mezzo.
Ciao
Geo